Segretariato Pellegrini da Zoldo
Scheda sul
senatore Clemente Pellegrini
Riassunto del profilo steso per l’introduzione alla
ristampa di «Considerazioni
sul duello», Centro culturale «Amicizia e Libertà»,
Belluno, Tip. Piave, 2003
[…] chi era Clemente Giovanni Battista Gaetano
Pellegrini?
A 26 anni, quando scrisse questo «Considerazioni sul
duello», era un brillante avvocato di Venezia. Un giovane alto, mediamente
robusto, dal carattere determinato e combattivo, e dall’intelligenza spigliata.
Nel gennaio del 1860, a diciotto anni appena compiuti
da quattro mesi, si era arruolatosi volontario nelle fila di Garibaldi ed era
salpato dal porto di Genova, nella seconda spedizione diretta in Sicilia, per
rovesciare il Regno delle Due Sicilie e dare forza di concretezza all’ideale di
indipendenza della nazione italiana.
Terzo di cinque figli, era nato il 3 settembre 1841 a
Dolo, quieta località della provincia di Venezia, dove molti sióri di
Venezia avevano fatto edificare le loro ville di campagna; ed esse, con la loro
presenza, ricordavano ai residenti e ai passanti i gloriosi traguardi raggiunti
dalla Repubblica di San Marco, soffocata per un iniquo patto tra il generale
Bonaparte e il Governo austriaco «solo» nel 1797.
Il padre di Clemente, Giovanni Battista, era il
farmacista o, come allora si diceva, lo speziale o alchimista, di
Dolo; un uomo stimato e relativamente facoltoso […], di carattere combattivo,
che qualche anno prima, nel 1844, era passato agli «onori» della cronaca
giornalistica regionale per una disputa letteraria con il sacerdote Carlo
Vienna, canonico di Belluno […].
Clemente, nutrito dei sentimenti patriottici e un po’
anticlericali che aveva respirato in famiglia, li sviluppò (almeno i primi) al
ginnasio-liceo, sotto l’influsso del professore di retorica, l’abate Rinaldo
Fulin, allora poco più che trentenne. Un veneziano d’antico stampo, nobile e
dignitoso nell’aspetto, dall’arguzia pronta e bonaria e dalla parola eloquente,
innamorato dell’antica capitale, declassata a capoluogo di regione di un impero
straniero. Clemente ne sentiva il fascino e Fulin stimava l’allievo. Tra i due
nacque una grande intesa spirituale, tanto che, al momento del matrimonio di
Clemente (nel 1873) il Fulin avrebbe dato alle stampe e gli avrebbe dedicato un
opuscolo, «Breve sommario di storia veneta», 64 pagine di amor patrio; e il
Pellegrini avrebbe ricordato il maestro attribuendo il nome di Rinaldo al
quinto dei sei figli che avrebbe avuto.
Nel 1860, frattanto, il Veneto era in mano
all’Austria e vi sarebbe rimasto per altri sei anni. Con la decisione di farsi
garibaldino, Clemente aveva abbandonato «libri e quaderni», per abbracciare il
fucile con la baionetta e partire verso un’avventura umana piena di incognite e
di rischi; consapevole che non avrebbe più potuto mettere piede in terra veneta,
sino a quando non vi fossero stati espulsi gli Austriaci. […] Conclusa
l’esperienza in Sicilia, Clemente si arruolò nell’esercito regolare del Regno
di Sardegna e vi prestò servizio per diciotto mesi.
Poi riprese gli studi universitari, a Siena, alla
facoltà di giurisprudenza, e si laureò, con un ottimo punteggio. Partecipò e
vinse un concorso a Pisa, ottenendo di andare a Berlino, a perfezionarsi in
scienze giuridiche, a spese del Governo piemontese.
Vi rimase fino al 1866, allo scoppio della terza
guerra d’indipendenza, quando lo spirito combattivo lo richiamò in Italia, a
indossare la divisa di volontario delle schiere di Garibaldi, impegnato a
battaglia nelle valli del Trentino. Il 4 luglio a Vezza, in Val Canonica,
Clemente venne colpito a una gamba da una pallottola avversaria, restandone
gravemente ferito, e fu salvato fortunosamente da certo Genala, suo commilitone
(che più tardi sarebbe stato eletto deputato). Di quella tremenda esperienza
gli sarebbe rimasto un segno duraturo, in un leggero zoppicare.
Il 3 ottobre 1866 l’Impero d’Austria e il Regno
d’Italia (come ormai si chiamava il Regno di Sardegna) sottoscrivevano il
trattato di pace, con il quale l’Austria rinunciava al Veneto; ma, per un
ultimo sgarbo, non lo consegnava direttamente all’Italia, sebbene
all’imperatore francese Napoleone III, che a sua volta l’avrebbe consegnato
all’Italia. Dopo sette anni di esilio, per quanto impiegati fruttuosamente,
Clemente poteva rivedere i propri cari e il proprio paese, ove giungeva
convalescente, servendosi delle stampelle. L’aveva preceduto la fama di
giureconsulto di valore e ben presto avrebbe dato modo a tutti di farsi stimare.
Aperto uno studio legale a Venezia, a San Marco
(Ponte delle Ostreghe 2442/a), Clemente vi trasferì anche la residenza e
coltivò l’impegno sociale e culturale. Di idee liberali e progressiste, venne
eletto alla presidenza dell’Associazione Progressista veneziana, poi
consigliere provinciale e insegnante della Scuola Superiore di Commercio. Non
ancora venticinquenne, era nominato membro dell’Ateneo Veneto; le cronache
d’allora ci dicono che lo studio che vi lesse sul duello» (quello
pubblicato poi in questo libro) rimase celebre, perché diffuse la
consapevolezza della arretratezza di un simile mezzo per la soluzione delle
controversie legali.
Nel 1873 si sposò, sempre a Venezia, con Lucia
Perissinotti, figlia di Giovanna, sorella minore della moglie di Daniele Manin,
appartenente alla facoltosa famiglia dei Perissinotti, con ampie estensioni
terriere nel Veneziano (in Terraferma) e Travisano.
Un manifesto elettorale del 1876 (cosa abbastanza
rara per l’epoca), diretto «Agli elettori del collegio Mirano-Dolo», «dove
l’amore al proprio paese è primo dogma politico di fede», ci fa conoscere che
Clemente aveva intrapreso l’impegno parlamentare.
Da Sapuppo Zanchi, Sarti e Tortoretto, apprendiamo
come proseguì la sua carriera politica: «Rimasto vacante nell’estate del 1880
il collegio elettorale di Portogruaro, a causa dell’opzione dell’onorevole
Baccarini (allora ministro) per quello di Ravenna, il Pellegrini venne eletto a
sostituire lo statista romagnolo pel rimanente della XIV legislatura. Lungo poi
la XV e la XVII sedette fra i rappresentanti del secondo collegio di Venezia a
scrutinio di lista e rappresentò il collegio stesso, a scrutinio uninominale,
durante la XVIII. Seduto a sinistra, nel gruppo dei devoti dell’on. Zanardelli,
partecipò alacremente ai lavori parlamentari e, fermo e saldo propugnatore di
riforme civili e politiche, pronunciò parecchi discorsi e fece parte di diverse
Commissioni. Fu nominato, fra l’altro, membro della famosa Commissione dei
Sette, per le note compromissioni bancarie, e tale nomina è prova della
rigida intemeratezza e della grande stima goduta. Nominato senatore il 25
ottobre 1896 per la terza categoria, e convalidato il primo dicembre dello
stesso anno, adempì con diligenza ai doveri dell’alta carica e fu chiamato a
far parte di varie Giunte, anche come relatore. venne fra l’altro affidata la
relazione sul progetto di legge a riguardo dello scioglimento dei Consigli
comunali e provinciali».
Il Pellegrini morì ai primi del 1913.
L’Ampezzan scrive che «il mese di gennaio… a Zoldo
Alto portò lutto, per la perdita del senatore Clemente Pellegrini, difensore
del Consorzio di colondìai, avvenuta il giorno 13 a Venezia». Accenno
sintetico, ma prezioso al legame fattivo che Clemente, come il padre, avevano
conservato con Zoldo e degli Zoldani con loro […].