Segretariato
Pellegrini da Zoldo
File in 7 parti:
Appunti biografici
Ricordo del parroco Don Franco Decima
Appunti del casaro Nicolò sulle «Lavorazioni alla
vecchia»
Riscontri all’opuscolo del 2004
La targa del 2005
L’educazione all’amore per la natura
Un quaderno del 1939
Scheda sul
Cav. Nicolò Pellegrini
Appunti
biografici
«Stile Zoldano», n. 198, novembre 2004, p. 3,
con alcune integrazioni.
Per oltre cinquant’anni dire al
casèr da i Cói, ha significato riferirsi a Nicolò Pellegrini. I Cadorini
dei paesi limitrofi lo chiamavano, invece, al mistro da Zóldo.
Quella di casaro, in effetti, era stata
per Nicolò l’attività professionale scelta fin dall’adolescenza.
Nato nel 1926, il 19 novembre, a due
anni e mezzo era rimasto orfano di madre e il padre l’aveva affidato alle cure
delle zie e alla disciplina degli zii (di impostazione militare, uno era
maresciallo di Finanza). A 14 anni, più giovane tra gli allievi, partecipò ad
un corso per casari, organizzato alla latteria di Mareson, allora la più
importante di Zoldo. Gli anni seguenti fece praticantato alle latterie di Coi,
Brusadaz e Pianaz, interrompendolo solo per il servizio militare, svolto nel
corpo degli Alpini.
Rientrato in paese, nel 1949 divenne
titolare della latteria di Coi, succedendo a Rinaldo Rizzardini. Nel 1957
partecipò ad un secondo corso per casari, alla latteria per casari di Mas di
Sedico.
Frattanto, nel 1954, si era sposato con
la compaesana Antonia Costa, dal cui matrimonio sarebbero nati cinque figli.
Da allora, oltre che alla famiglia, si
dedicò costantemente al lavoro caseario e allo sviluppo della ditta agraria
familiare, conseguendo nel 1988 una medaglia per meriti di lavoro (diploma rilasciato
dal Comune di Zoldo Alto, sindaco il per. min. Sante Iral, il 23 agosto 1988)
e, il 2 giugno 1997 (presidente Oscar Luigi Scalfaro) l’onorificenza di
Cavaliere dell’Ordine «Al Merito della Repubblica Italiana».
Dopo alcuni anni di penosa malattia, affrontata
con grande dignità, Nicolò Pellegrini moriva alle ore 7 di domenica 19
settembre 2004.
La forte memoria gli consentiva di
offrire, a quanti lo desideravano, le più svariate notizie di interesse locale,
dalla linguistica al settore degli usi e costumi tradizionali e, soprattutto,
al settore delle vaste cognizioni tecniche relative alle sue attività
professionali. Per questo, in più di un caso ebbe modo di rilasciare interviste
o di prestarsi alle domande delle scolaresche, che qualche maestro accompagnava
in visita.
Devono essere ricordate anche le sue
conversazioni con qualche studioso, purtroppo in genere rimaste sconosciute.
Per una sua connaturale umiltà, Nicolò Pellegrini non chiedeva l’identità degli
interlocutori, per cui solo nel caso di una loro successiva segnalazione si
poteva prendere visione di quanto scritto o elaborato. Tra le altre, ci piace
segnalare un’intervista del 1986 alla televisione della Nord Renania–Westfalia,
trasmessa l’anno successivo all’interno di un documentario sulla valle di
Zoldo.
Una raccolta di scritti, interviste e
fotografie permetterà di conoscere meglio il valore dell’attività casearia
svolta per tanti anni dal casaro Nicolò e, soprattutto, di cogliere il suo
spirito, la sua passione per la vita di montagna.
***
Ricordo
del parroco don Franco Decima
«Tra Pelmo e Civetta», Bollettino parrocchiale di
Fusine, ottobre 2004, p. 4,
che
riporta pure la poesia dedicata al casaro da Italo Rizzardini
Domenica 19 settembre è deceduto, nella
sua casa di Coi, Nicolò Pellegrini. La sua scomparsa è stata accompagnata dal ricordo
riconoscente per la vita dedicata alla sua numerosa famiglia, al lavoro di
casaro e al suo servizio di sagrestano nella chiesa di Coi.
Da queste pagine è doveroso un
ringraziamento per il suo lungo impegno di sagrestano, cominciato nel 1970 e
portato avanti fin tanto che la salute glielo ha permesso. Il suo lavoro di
sagrestano, umile e prezioso, resterà sempre uno dei più bei ricordi che ci ha
lasciato Nicolò.
***
Appunti
del casaro Nicolò
sulle
«lavorazioni alla vecchia»
Inedito
Viene gelosamente custodito dai
familiari un piccolo, ma prezioso quaderno di appunti che Nicolò Pellegrini
fece nei suoi primi anni di attività casearia. Le prime tre annotazioni sono
addirittura del 1942 e 1943, quando aveva appena 15-16 anni. Si resta veramente
ammirati di come questo giovane uomo amasse il suo lavoro, che cercava di
svolgere con scrupolosa preparazione e verifiche personali dei risultati
conseguenti ai metodi di lavorazione prescelti.
Per rendersene conto, basta leggere le
pagine, semplici quanto illuminanti, che, per la prima volta, facciamo
conoscere. E’ veramente peccato, si concluderà, che alcune siano state
strappate per un qualche banale riutilizzo successivo.
***
Dicembre 1942, nella Latteria sociale di Coi, con il
casaro Sommariva.
La panna viene scaldata da centigradi
[= cg.] 14 a 16. Il latte viene scaldato prima di mettere il caglio (si usa
caglio in pasta) fino a cg. 30. La cottura del formaggio avviene tra i 39 e 40
cg., la temperatura della ricotta va portata a cg. 80-81. Resa: il Burro 2.50
%, il Formaggio 5.85 % dopo due mesi, la Ricotta 2.90 5.
Gennaio 1943, a Coi.
La panna viene scaldata a cg. 15, il
latte a cg. 30-31. La cottura del formaggio avviene tra i 40 e 42 cg., quella
della ricotta a cg. 80-82. Caglio aggio [?] come minimo, a seconda della forza
una nocciola o noce per quintale. Lavorazione nelle bacinelle di legno, alla
vecchia.
1943, nella Latteria di Brusadaz e Costa, con il
casaro di Recoaro.
Il latte viene scaldato a cg. 32, la
cottura avviene a cg. 38. La ricotta è fatta a cg. 85, riesce bene. Panna
levata per solito su un quintale di latte: litri 10. La lavorazione di questa
avviene nei vasi, nei mesi invernali. Si usa il caglio in polvere. La panna
viene portata alla temperatura di 15-16 cg. Il latte di capra va scaldato a cg.
29, l’inverno, e l’estate anche a 30 cg. La cottura in inverno è da 35 a 38
cg., in estate a 40 cg. La ricotta viene da sola; prima di bollire, si mette
solo un po’ di acqua. Il caglio in pasta si prepara tagliando ben fini i conagi;
poi si mette aceto bianco, poi pepe e sale, si mescola bene, poi si mette
in una scatola di legno o in un vaso di terracotta.
1950, sempre nella Latteria di Brusadaz.
La lavorazione è riuscita bene, con la
cottura dai cg. 43 ai 45 e un buon spurgo dai 20 minuti ai 30, dopo aver
scaldato il latte dai 35 ai 40 cg. Tutto questo con il latte di vacca.
[senza data]
…a secco per 15 [giorni], il formaggio
tendeva a deformarsi sul terzo mese che si è distribuito; non era tanto
cattivo, ossia era discreto, ma poteva essere anche meglio, perché un po’
troppo crudo, e la pasta così tenera tende un po’, sebbene lontana dall’essere
acida; così ha perso un po’ di quel dolce che deve avere. La resa…
[senza data]
…uno strumento di precisione, la cui
caratteristica consiste in una scala densimetrica speciale, sanzionata… Questa
scala studiata e composta meticolosamente in base a innumerevoli dati analitici
sperimentali consente di stabilire la percentuale di «residuo secco magro» del
latte analizzato, permettendo di scoprire qualsiasi frode, annacquando anche il
2 % , le scremature, l’aggiunta di sostanze estranee.
Il latte genuino deve rispondere ai
seguenti requisiti: 1) Peso specifico tra 1.029 e 1.031 a più di 15 cg.; 2) La
sostanza grassa non deve essere inferiore al 3 % ; 3) Il residuo secco magro
non deve essere inferiore al 9 %. Orbene, se a un latte avente il peso specifico
1.034, 3.50 % di sostanza grassa e 9.10 % di residuo secco magro, si aggiunge
il 15 % di acqua, si avranno queste diminuzioni chimicamente accertate: 1) Peso
specifico da 1.030 a 1.029; 2) Sostanza grassa da 3.50 a 3 % ; 3) Residuo secco
magro da 9.10 a 7.75 % . E’, cioè, una frode che sfugge al controllo del peso
specifico e della sostanza grassa, ma che appare chiara e rilevante al controllo
del residuo: 7.75 % .
1953, nella Latteria di Coi.
La panna in inverno [si scalda] a 18-20
cg., il latte a 33 (se a 30 era meglio), e la cottura va fatta a 42-43, due o
tre in più; sui 40 in inverno e arrivare a due o tre di più in estate; la
cantina resta abbastanza asciutta. La ricotta è fatta in inverno a 85-86 cg.,
in estate a 88.
1954, a Coi.
La panna in inverno [si scalda fino a]
16-17 cg. per circa un’ora, poi si va col motore. Il latte era scaldato a 33 e
anche 35 cg., perché durante la coagulazione perdeva di temperatura, andando
quasi a 30-32 cg. Ad ogni modo la cottura deve essere sempre lenta, con cottura
sopra i 40-42 cg. fare lo spurgo. La ricotta: ho trovato buona cosa scaldare il
siero a 90 cg. e poi levare la fiorella o sbeda, e poi aggiungere il
latticello, non a 60 cg., come fanno tanti casari. Indi, se si è abbassata di
temperatura, attendere ancora un po’ e poi mettere l’agro. Se non fa tanti
gradi di differenza, si può metterlo anche subito, e la ricotta mi sembra che
riesca più dolce, perché anche il latticello ha della acidità. Però è un
sistema per l’estate, se si vuol usarlo. In inverno si può lasciarla un po’ più
a pasta molle, ché è più delicata e buona. Invece in estate, che lavora di più
con il caldo anche l’acidità, sarà buona cosa in caldaia, mentre viene a galla,
farla girare in modo che si asciughi di più e, essendo più asciutta, in minore
tempo si libera dal siero.
1956, a Coi.
Febbraio, quindi inverno, un inverno
molto freddo. Il termometro ha segnato quasi 20 gradi sotto zero. L’acqua quasi
dappertutto è gelata, anche da me in Latteria. Niente più [acqua per lavorare]
il latte; ho dovuto lasciarlo fuori delle vasche, perché non si levava neanche
più, si gelava di molto stando in quell’acqua morta, che ben presto fece quasi
tutto un blocco. Il latte resta come snervato e più floscio, non si trova più
quel nervo, perché comincia a gelarsi. La panna viene scaldata dal 18 ai 20
gradi, e resta ancora, ché si indurisce subito, e l’aria stessa è fredda,
quindi lavarlo [?] con acqua un po’ tiepida. Il latte viene scaldato a 34-35
cg., perde sempre qualche grado, arriva anche a meno di 30. mentre viene il
coagulo, [aggiungo] caglio liquido … [?] per quintale 7-8 centimetri cubi.
Prima di iniziare la rottura completa, metteva anche un’ora e mezza, sempre
lentamente, perché il latte col freddo è molto dolce. Cottura a 38-39 cg.,
spurgo per 20 minuti, a bagno nel proprio siero 15 minuti, grossezza della cagliata
dall’… [?] al miglio, quindi un po’ di pressatura e in cantina.
La ricotta: l’agro con il freddo era
debole e ho dovuto rinforzarlo con dei limoni, tagliati a fette e messi dentro
nelle botti, con del sale da cucina e quindi anche del sale (amaro), qualche
chilo, poi con delle piallature di un piantino di faggio, appena tagliato.
Cercavo di scaldare bene il fornello; se era tanto freddo, anche due volte al
giorno. E così mi sono accorto che [l’agro] cominciava a venire buono. Però ho
dovuto cambiare sistema di lavoro a farla [= la ricotta]: scaldato il siero a
75 cg., aggiunto il latticello, arrivato a 90 levai la fiorella e [cominciai
ad] aggiungere molto lentamente acqua giù da una parte, alzando un po’ la
secchia, senza agitare, perché si sminuzza su tutta, mentre viene; la ricotta
resta tutta grossa e delicata nello stesso tempo. Se sembrasse troppo delicata,
lasciarla un po’ nella caldaia, prima di estrarla.
1957, nella Latteria di Coi.
Nel mese di febbraio, lavorazione con
il caglio in polvere, che ho trovato molto migliore di quello liquido, anche di
quello in «liquido sublime». Scaldato il latte alla temperatura di 30 cg., con
un coagulo di un’ora e anche un po’ di più. Cottura a 38 cg., poi 10-15 o 15-20
minuti a riposo, ché veniva voltato a metà tempo. Poi un po’ di pressatura con
sassi e in cantina. Dopo, due giorni in salamoia, col sistema completamente
salato in salamoia, cioè per quattro giorni. Ultimata la salatura, buona cosa
ho trovato lavarlo con acqua calda e asciugarlo al caldo. Il formaggio sembrava
fosse riuscito bene, come forma e come pasta; soltanto, invecchiando si
sentivano dei sapori leggermente amari, non in tutti. Credo che sia stata la
salamoia, perché i primi mesi no, ma quando ha qualche mese assorbe quella
acidità del siero che vi resta in esso; o anche [a causa delle] tavole vecchie.
***
Riscontri
all’opuscolo del 2004
L’interesse suscitato dall’opuscolo
pubblicato in ricordo del casaro Nicolò è andato ben oltre quanto ci potevamo
augurare. In alcuni casi è stato letto con commozione, condivisa; è stato
cortesemente richiesto in nuove copie, per sé o da offrire a persone amiche; e
tutto, nell’interlocutore o nel richiedente, faceva percepire che sarebbe stato
conservato come un caro ricordo.
Ecco alcuni riscontri:
ANDRICH mons. Giuseppe, vescovo di
Belluno-Feltre (Belluno): «Grazie per
la pubblicazione. Gli scritti che leggerò si legheranno all’immagine di tuo
padre come l’ho impressa nel cuore: persona sofferente, dignitosa e credente; e
la illumineranno. Considero un dono averlo conosciuto…».
ASSOCIAZIONE culturale «Amici del
Museo» (Selva di Cadore): «Riceviamo con piacere l’opuscolo; andrà ad
arricchire la nostra piccola biblioteca mussale, che raccoglie testi di
archeologia, geologia, ma soprattutto storia locale. Anche mio nonno Ermenegildo,
che non ho avuto la fortuna di conoscere, ha esercitato l’arte del
casaro, nella latteria sociale di San Lorenzo, di Selva, dal 1880 al 1885. Poi
si è dedicato principalmente all’esercizio di veterinario (senza laurea) ed era
molto conosciuto e richiesto anche oltre confine, a Colle S. Lucia…».
BARBERIS prof. Corrado, presidente
dell’Istituto nazionale di Sociologia rurale (Roma): «Grazie per avermi voluto
partecipare la testimonianza della Sua pietà filiale e – insieme – della
società rurale bellunese. Conserverò gelosamente il Suo scritto nella mia biblioteca,
lieto soprattutto di quanto è scritto nelle ultime pagine: che la latteria
funziona ancora. Segno che, quando si spende una vita con l’impegno di Suo
padre, qualcosa si può ancora sperare…».
BEZ mons. Pietro, parroco di Quantin
(Ponte nelle Alpi): «Ringrazio per il gradito omaggio nel ricordo del papà, grande
perché umile e buono, le due virtù che contano davanti a Dio…».
BIANCHI don Gemo, parroco di Tisoi
(Belluno): «Terrò tra i miei ricordi l’immagine di tuo papà, anche come casaro
di Zoldo; così l’ha conosciuto anche la mia mamma, che qualche volta è
andata alla sua latteria per la ricotta!».
BRAMBILLA dott. Alberto, sindaco di
Feltre: «Ho ricevuto l’interessante opuscolo, che ho letto con vero piacere,
disponendone poi l’invio alla Biblioteca
Civica, in modo che possa essere apprezzato dai lettori interessati alla
cultura ed alla società locale…».
BRAMBILLA prof. Gian Carlo, Seveso
(Milano): «Grazie per l’invio del libretto. E’ sempre bello accorgersi che, oltre al grigiore delle tristezze umane,
esistono esperienze e figure luminose come quella di Nicolò Pellegrini. – Da
appassionato ammiratore delle montagne e della gente che ci vive, non posso non
commuovermi nell’apprendere quanta dedizione può essere messa in un lavoro, riconosciuto
utile a chi lo compie e alla comunità che lo riceve. – Nella speranza che il
ricordo di una vita lavorativa, intensa e appassionata come quella del Casaro
di Zoldo, possa lenire nel tempo il dolore per la perdita di un affetto
famigliare, saluto con viva cordialità».
BOF prof. Frediano, docente
dell’Università di Udine (Montebelluna): «Ringrazio dell’opuscolo che così bene
ricorda Suo padre, uno di quei patriarchi ormai scomparsi, esempio nelle
fatiche quotidiane di fede e di dedizione, modello di valori non predicati ma
vissuti. – Confesso di aver letto d’un fiato il volumetto: penso sia il modo
migliore e non effimero di onorare la memoria di un genitore».
BORSATTI prof.ssa Teresa, direttore del
museo «Casa clautana» (Claut): «Ho letto con grande interesse ed ammirazione le
pagine che presentano la figura di Suo padre, uomo esemplare, forte e generoso,
dedito al suo lavoro con “umiltà, cortesia e competenza”, come dice di lui il
sindaco Colussi. Sono pagine che mi commuovono, anche perché mi ricordano mio
padre. – Anche mio padre era un uomo così: coltivava con amore la sua terra,
pensoso e sereno, trovando nella natura le ragioni della mente, del cuore,
della vita. – Preghiamo affinché il Signore ci dia sempre tante persone che
sappiano testimoniare le virtù cristiane come i nostri vecchi…».
BOUVIER CAMPAGNOLO dott.ssa Teresa,
segretario generale della Società europea di Cultura (Venezia): «Grazie del commovente
In Memoriam di Suo padre…».
CASSOL don Francesco (Belluno): «Il
libretto mi pare veramente ben fatto, sia come impostazione grafica (molto
elegante e semplice), sia per l’articolazione dei testi (vari e scorrevoli)…
Peccato l’intervento del sindaco, al termine delle esequie, sia solo riassunto
e non riportato per esteso…».
DA COL prof. Gemo (Cortina d’Ampezzo):
«Ho molto apprezzato il ricordo di Suo padre. – Io ho la mia età piuttosto
avanzata, ma, anche se molti anni sono passati, il pensiero non manca di
ricorrere spesso alle figure che ci sono state accanto e che hanno profondamente
inciso sui nostri animi…».
DE FEO m.a Fausta, sindaco di Forno di
Zoldo: «Grazie della pubblicazione su Suo padre, che ho veramente gradito…».
GIRALDI prof. Giovanni, libero docente
di storia della filosofia all’Università di Milano: «Il volumetto dedicato al
Suo genitore mi ha portato in un mondo che non conoscevo affatto, quello dei
casari: un mondo pulito, umile ma sempre dignitoso, se dignitoso è lo spirito.
– Quanta dignità anche nelle piccole cose! E – purtroppo – quante indegnità
guastano le cose grandi! Tutti abbiamo bisogno di un poco di luce nell’anima;
di tenebre sul mondo ce ne sono sempre troppe…».
MARSILLI prof.ssa Franca (Pieve di
Cadore): «La pubblicazione mi ha commosso e interessato. Commosso per il
ricordo del padre e interessato perché non sapevo né della sua attività, né che
in Zoldo si facessero il formaggio e gli altri prodotti caseari fino ai nostri
giorni. Ho apprezzato molto anche l’impianto grafico, con le riproduzioni
originali, nonché gli attestati di stima per una vita semplice, onesta, dedita
al lavoro e alla famiglia. Purtroppo chi non c’è più, non c’è più, resta il
ricordo, restano gli esempi, resta la vita vissuta insieme, ma quello che manca
è incolmabile. – Spero che la pubblicazione, così accurata, abbia riscosso il
dovuto apprezzamento…».
NICOLAI prof. Luigi (Selva di Cadore):
«Ottimo il ricordo tangibile del padre Nicolò, uno dei nostri cari che
svolsero con grande dignità una tra le più apprezzate professioni di un
tempo…».
PALLABAZZER prof. Vito, direttore
dell’Istituto di Studi per l’Alto Adige (Firenze): «Vivamente ringrazio per
l’opuscolo commemorativo di Suo padre. E’ una cosa molto bella e un’alta
testimonianza di affetto filiale. Nello stesso tempo è anche un punto di riferimento,
per altre famiglie e persone. Grazie davvero...».
SOCCOL don Luigi, assistente religioso
dell’ospedale (Belluno): «Ringrazio molto per l’opuscolo in memoria del tuo
caro Padre. Lo meritava…».
TOMMASEO PONZETTA avv. nob. Alvise
(Ponte di Piave): «Mia moglie ed io abbiamo appreso con grande dispiacere della
scomparsa di tuo Padre. Leggeremo con interesse ed affetto il libretto con cui
hai voluto ricordarlo…».
UNTERBERGER mons. Giovanni, direttore
spirituale del seminario Gregoriano (Belluno): «L’opuscolo è molto bello e ben
fatto. Sono tornato con simpatia alla figura di tuo Padre, vero uomo e vero
cristiano. E’ bello avere radici così!…».
VERGANI prof. Raffaello, docente di
storia all’Università di Padova: «La ringrazio per il bel ricordo di Suo padre
casaro…».
VIGNARCA OBERHOLZER prof.ssa Carla
(Seveso): «Mi ha fatto molto piacere ricevere l’opuscolo che ricorda la vita di
Suo padre. – Dalla descrizione semplice, precisa, delicata, emerge una figura
impegnata spiritualmente e materialmente in tutti i settori. Mi sono commossa e
mi spiace di non averlo conosciuto personalmente, sicura che mi avrebbe
trasmesso conoscenze, fiducia, fede e gioia per la vita, cosa che ha fatto in
famiglia e in comunità. – Grazie, grazie di cuore…».
***
La targa
del 2005
Il 7 agosto 2005 sulla facciata della
latteria di Coi è stata posta una targa a ricordo dei 120 anni di attività del
caseificio e dei 52 (dal 1949 al 2001) del suo «benemerito casaro» Nicolò
Pellegrini.
***
L’educazione
all’amore per la natura
L’amore per l’ambiente, le piante e la
loro coltivazione, gli animali del bosco e da allevamento facevano parte della
sensibilità istintiva di Nicolò Pellegrini, rivelazione d’un animo attento, quasi
vigile, nei confronti di ogni essere vivente.
La predisposizione del carattere venne
però educata e rafforzata fin dall’infanzia, raggiungendo un livello di sempre
più vasta consapevolezza, tramite letture istruttive e di studio. E’
impossibile pensare a Nicolò, senza vedergli nelle mani, soprattutto nel tempo
libero dei lunghi inverni e degli ultimi anni, un libro, a volte piuttosto
impegnativo.
Tra i suoi libri dell’infanzia, c’è
«Gli amici dei campi», [1]
di cui riportiamo qui una scelta di cinque tra i primi trenta racconti. [2]
***
I
passerotti
Passeggiavo tutto solo per la campagna,
leggechiando non so qual libro, quando un rullo assordante si levò dal campo di
grano presso cui passavo, e mi distolse dalla mia lettura. Alzai gli occhi e vidi
anzitutto tre informi fantocci, piantati a qualche distanza l’uno dall’altro;
quindi scorsi un contadino che s’avanzava verso di me, percotendo con due
bacchette il fondo d’una di quelle casse di latta che l’America settentrionale
ci spedisce piene di petrolio.
- O che fate, Domenico? – Gli domandai,
ravvisandolo. – Celebrate forse la festa delle messi, in onore di Cèrere?
- Cerere? Non conosco questa signora.
Altro che festa! Questi maledetti passerotti mi vogliono risparmiare la fatica
del mietere. Osservi quello stormo, signore! Ora i bricconi si sono appollaiati
tutti e quanti su quei gelsi; ma appena mi sarò allontanato alquanto,
ripiomberanno in massa sul mio povero grano.
- Eppure avete rizzati tre spauracchi
veramente orribili.
- Eh, vogliono essere ben altro che
spauracchi! Io faceva grande assegnamento su questi fantocci, specialmente su
quello che vede laggiù, camuffato d’un cappellaccio e d’una vecchia casacca a
toppe multicolori; ma sa che cosa han fatto quei birbi ? Gliela do in cento a indovinare.
- Che è dunque accaduto?
- E’ accaduto che due passeri han fatto
il nido in una tasca di quella casacca, e che la signora madre, da me sorpresa
in atto di covarvi le sue quattro o cinque uova, non s’è nemmeno mossa, anzi
m’ha guardato con una piccola aria di sfida.
- Spero che non avrete guastato il
nido.
- Non ancora, e solo per la novità del
caso; ma lo guasterò certamente. Ah signore! I passeri sono la mia rovina: sono
i nemici delle mie biade, del mio frutteto, della mia vigna. Vorrei poterli distruggere
tutti.
- Adagio, Domenico! Voi sapete
benissimo che la messe matura sta nel campo per pochi giorni; parimente voi
sapete che le frutta si raccolgono a misura che vengono a maturità. Ebbene, io
ammetto che i signori passerotti ve ne portino via una piccola parte, se non vi
date la pena di cacciarneli; ma di che credete si nutrano essi pel resto
dell’annata? Di farfalle, di grilli, di bruchi e d’altri insetti nocivi alla
campagna. Voi vedete adunque che il piccolo danno è compensato da un grande vantaggio.
- Storie, signore; tutte storie che si
leggono nei libri e di cui non credo un ette. Io penso, invece, che le cose
andrebbero assai meglio se non ci fossero passeri.
- Ed io vi narrerò un fatterello
autentico, che vi torrà d’inganno.
- La sfido a convincermi.
- Ed io accetto la sfida. State ad
udirmi.
***
Una
supplica di nuovo genere
Federico il Grande, re di Prussica, era
assai ghiotto delle ciliegie. Ora accadde che, un anno, i ciliegi
fruttificarono ben poco; inoltre, le poche ciliegie erano quasi tutte intaccate
dal becco dei passeri.
Indignato, egli tolse a pretesto le
lagnanze di molti ignoranti campagnoli e bandì una vera crociata contro
siffatti uccelletti, promettendo premi a chi ne distruggesse di più. Figurarsi
la bazza de’ contadini, e sovratutto dei monelli! Ai poveri passeri, i quali
erano numerosissimi in ogni regione della Prussica, si diede una caccia
talmente attiva che in breve non se ne videro più: in gran parte furono uccisi
e mangiati; pochi, atterriti, migrarono in altre contrade.
Il re credeva d’aver raggiunto un
duplice scopo, cioè d’aver procacciato un notevole vantaggio ai coltivatori e
di poter avere ogni anno abbondanti sulla mensa le belle frutta primaticce che tanto
gli stavano a cuore; ma quale inganno fu il suo! Non più distrutti dai passeri,
i bruchi e gli altri insetti nocivi si moltiplicarono a dismisura, guastarono i
teneri germogli delle piante fruttifere e recarono pure enormi danni agli
ortaggi ed alle biade.
Stando così le cose, il re una mattina
trovò, sotto alcune ciocche di ciliegie fatte venire da lontano, la seguente
supplica: «Sire, Perché vi mostrate sì crudele verso di noi? Se ci aveste
tollerati, noi avremmo, è vero, beccate alcune frutta in sul far della state;
ma pel resto dell’anno saremmo vissuti (come fu sempre costume dei passeri) di
cavallette, di grilli, di maggiolini e di quegli odiosi bruchi che ora son
divenuti il flagello delle fertili campagne prussiane. Lasciateci dunque
rimpatriare, e non sarete scontenti di noi e dell’opera nostra. – Alcuni
passerotti fuggiaschi».
In leggere quella strana supplica,
scritta evidentemente da un valentuomo per dargli con garbo un’utile lezione,
il re si mise a ridere, ed ordinò che si comprassero passerotti in altri paesi
e si lasciassero di nuovo liberamente nidificare nelle campagne e nell’abitato.
Né il saggio provvedimento tardò a dare
ottimi risultati, perché i bruchi man mano scomparvero dai verzieri, dai campi
e dai frutteti, e le ciliegie belle e succose ricomparvero ogni anno abbondanti
sulle mense del re e de’ suoi sudditi.
***
Lo
scricciolo
Per tutta la notte era caduta la neve a
larghe falde, senza un momento d’interruzione, e la campagna, completamente
rivestita d’un candidissimo ammanto, presentava in sul mattino un aspetto molto
strano.
Sennino avrebbe voluto scendere in
cortile, ove la neve era alta mezzo metro, ed ivi far pallottole e magari
sdraiarsi ed avvoltolarsi su quel soffice strato; ma la mamma non glie l’aveva
permesso.
- Ti buscheresti qualche malanno, caro
figliuolo. Abbi pazienza: per ora, la ricreazione si farà in casa. Quando la
neve sarà scomparsa ed il suolo sarà ben asciutto, potrai scendere di nuovo nel
cortile a fare il chiasso.
Quel divieto spiaceva al fanciullo; ma,
siccome, a pensarci un poco sopra, la mamma aveva ragioni da vendere, egli si
rassegnò a rimanere tappato in casa, e trovò modo di divertirsi egualmente
coll’osservare, a traverso i vetri, quel magnifico nevaio.
La finestra della sua cameretta dava
sopra un frutteto, i cui arboscelli, brulli e simili a tanti seccumi, s’erano
bizzarramente incurvati sotto il peso della neve. Di tanto in tanto una gelida
folata ne scoteva i rami, i quali lasciavano cadere in tutto od in parte la
neve accumulatavi, e si rialzavano ed abbassavano per alcuni istanti con
movimenti d’altalena.
Ed ecco, mentr’egli ammirava quello
spettacolo, sopra un ramoscello venne a posarsi un uccelletto piccino piccino.
Non era più grosso d’un dito: teneva eretta la cocuzza, alta la testolina, e
cambiava mosse e posa a brevissimi intervalli con movimenti a scatti, agitando
le alucce, ninnandosi e mandando un grido non dissimile dallo squillo argentino
d’un piccolo bubbolo. L’animaletto cominciò a balzare vivacemente da un ramo
all’altro, or salendo ed ora discendendo; e spesso introduceva il minuscolo
becco aguzzo fra le screpolature della scorza e vi beccava qualche cosa.
Sennino divenne tosto attentissimo; e
sua madre, che lo vide sì intento a guardare nel frutteto, gli si accostò pian
pianino e gli domandò:
- Che c’è dunque di nuovo?
- C’è una cosina che mi diverte assai.
Guarda che bell’uccellino!
- Leggiadro davvero. Lo conosco: è lo
scricciolo.
- Ah, lo si chiama così? Nol sapevo.
Quanto volentieri lo rinchiuderei in una gabbiuzza!
- E poi? Ti morrebbe subito. Bisogna
invece rispettarlo e proteggerlo, perché è uno de’ migliori amici del
contadino.
Sennino guardò la mamma con molta
sorpresa.
- Scherzi? – Le domandò.
- E perché supponi tu che io scherzi?
Ti ripeto che il contadino ha nello scricciolo un potente ausiliario.
- Un uccello sì piccolo? Non mi pare
possibile.
- Eppure è così. Guardalo con
attenzione: sai che sta facendo? Esso cerca, sotto la corteccia secca delle
piante, le uova degl’insetti e le becca con avidità. E’ questo ora l’unico suo
cibo, e tu non puoi immaginare quante uova e quante larve distrugga, in una
giornata, una bestiolina sì piccola. D’inverno, come vedi, s’avvicina alle
case, viene a frugare nelle siepi e negli orti, e talvolta si posa anche
arditamente sul davanzale delle finestre e sui balconi. D’estate invece si
ritira nei boschetti e nelle forre, ove intesse con molta cura un piccolo nido
e fa la covata. Mio caro Sennino, tu mi devi promettere…
- Non aggiungere altro, mammina: ho già
compreso. Io ti prometto che non darò mai noia a questi leggiadri ed utili
uccelletti.
***
Le rondini
di Carlo V
Nel secolo XVI, vi fu una lunga guerra
tra Francesco I re di Francia e Carlo V re di Spagna ed imperatore di Germania.
Una volta l’esercito imperiale,
assediando una città, aveva posto l’accampamento quasi sotto le mura, e in
mezzo al campo era stato eretto un padiglione per l’imperatore. Dopo alcun
tempo, la città fu presa e l’esercito spagnuolo s’accinse a piegar le tende;
ora, due rondinelle avevano costrutto il nido sotto la cornice del padiglione
imperiale, e Carlo V s’era spesso divertito ad osservare con quanta confidenza
quegli uccelletti erano venuti a mettersi, per così dire, sotto la sua
protezione.
Mentre le soldatesche s’affaccendavano
a levar le tende, le povere rondini volteggiavano irrequiete intorno al nido
minacciato, mandando sommessi cinguettii che parevano preghiere.
Che fece allora l’imperatore? Commosso
dall’inquietudine di quei leggiadri ospiti, egli ordinò che il suo padiglione
non si toccasse finché i rondinini non fossero in grado di librarsi a volo e
cercarsi da sé il nutrimento. Anzi, per essere ben certo che nessuno desse noia
alla piccola famiglia alata, ordinò ad alcuni soldati di rimanere a custodia
del padiglione e del nido, insino a tanto che quei garruli e domestici
uccellini non se ne fossero liberamente andati.
Quanta gentilezza, anche in tempi da
noi reputati barbari e rozzi!
***
Il nido
delle rondini
Sotto il balcone della casetta
d’Egidio, una coppia di rondinelle aveva costrutto il nido. E che nido! Pareva
una mezza scodella, fatta con festuche, trucioli e mota disseccata.
Nascosto dietro le socchiuse cortine
d’una vicina finestra, Egidio aveva curiosamente assistito all’erezione di quel
piccolo edifizio aereo. Che spettacolo grazioso! Or l’uno or l’altro dei due
piccoli architetti arrivava con la rapidità d’una freccia, recando nel largo
becco un po’ di materiale; s’aggrappava con le zampine all’orlo del nido e con
grande precisione continuava l’interessante lavoro. Quando poi l’opera fu
compiuta, con delle piume ne resero soffice l’interno, ed ivi la madre depose
le uova. Essa le covava pazientemente, ed il maschio frattanto, appollaiato su
un ramo a poca distanza, pareva si studiasse di divertirla col suo garrulo
cinguettio. Ad una data ora la madre mandava un trillo speciale, per avvertirlo
che desiderava andarsene in traccia d’alimento e tosto esso volava al nido e
covava a sua volta le uova, affinché nel frattempo non si raffreddassero.
Dopo alquanti giorni, le uova si
schiusero e poco di poi cominciarono a far capolino, torno torno al nido,
cinque piccoli affamati che non cessavano un momento di pigolare e spalancare i
loro beccuzzi gialli.
Allora i genitori cominciarono ad avere
un gran da fare, con molto spasso di Egidio, il quale oramai s’era abituato a
porsi ogni giorno in osservazione dietro le cortine della finestra.
Ogni dieci o quindici secondi, una
delle due rondini volava rapidamente al nido, con una mosca o con una libellula
nel becco: tosto s’udiva un insistente pigolio, i cinque beccuzzi gialli si
spalancavano contemporaneamente e l’insetto scompariva in uno di essi.
- Sai, Emilia? – Diceva talvolta Egidio
a sua sorella. – Con grande meraviglia osservo che le signore rondini, quando
imbeccano i loro piccini, seguono un ordine prestabilito. Non c’è caso che si
sbaglino e che rechino due o più volte di seguito il cibo ad uno stesso
rondinino.
- Li chiameranno per nome e cognome –
Rispondevagli la sorella, che amava scherzare.
Dopo un par di settimane, i rondinini,
ormai del tutto ricoperti di penne e di piume, cominciarono a mostrarsi
alquanto più ed a trarsi anche sull’orlo del nido; anzi una mattina, invitati
dal gridio speciale dei loro genitori, non si peritarono di librarsi a brevi
voli, tornando però tosto a riposarsi nel nido.
Infine, fatti ormai abbastanza abili al
volo, una mattina abbandonarono per sempre il nido e seguirono negli spazi
dell’aria i genitori, che loro insegnarono a dar la caccia alle mosche ed alle
zanzare.
- Quanto mi spiace che i rondinini se
ne siano andati! – Ripeteva Egidio alla sorella. – Avrebbero pur potuto
fermarsi qui ancora qualche giorno! Ora voglio appoggiare una scala al muro e
distaccare quel curioso lavoro d’architettura.
- Ti prego di non farlo, Egidio. Se tu
nol tocchi, fra breve le rondini verranno a farvi un’altra covata.
Egidio stentava a dar fede a queste
parole; ma il fatto provò che la sorella aveva ragione. Infatti le due vecchie
rondini, alcun tempo dopo, vennero a pulire e rassettare il nido e cominciarono
una seconda covata.
Quando anche questa fu a termine ed il
nido rimase nuovamente vuoto, Egidio disse alla sorella:
- Ora non torneranno più davvero. Siamo
in settembre, ed esse non tarderanno ad emigrare. Posso dunque staccare il nido
per esaminarlo a mio bell’agio.
- No, fratello mio. Se lo lasci
intatto, l’anno venturo le rondinelle ritorneranno: se lo guasti,
s’offenderanno e forse andranno a nidificare altrove.
Stavolta Egidio non le voleva proprio
credere. Tuttavia, siccome era molto ubbidiente, non ne fece nulla.
Or che avvenne? Passò l’autunno; passò
l’inverno; e quando, a primavera, ricomparvero le rondini, due di esse vennero
a prendere possesso del vecchio nido.
- Non è possibile – diceva Egidio – che
siano quelle dell’anno scorso.
E la sorella di rimando:
- Eppure son quelle desse.
- Ma come le riconosci tu? Le rondini
son tutte uguali, mi pare!
- Mio caro, c’è chi ha fatta
un’esperienza, cioè ha preso una rondine, le ha legato alla zampina un piccolo
nastro rosso e poi l’ha lasciata andare. Ebbene, l’anno seguente ha avuto la
soddisfazione di rivedere la rondine dal nastrino rosso. Come vedi, intorno a
questi graziosi uccelletti io ne so ben più di te.
- Sì; ma io so, a mia volta, una cosa
che tu ignori. So, per esempio, quanti insetti sono distrutti, in un’ora da una
famiglia di rondini.
- Come! Hai avuto la pazienza di fare
il conto?
- Certamente. Quando nel nido v’erano i
piccini, ho visto le signore rondini tornare a casa non meno di sessanta volte
in un’ora.
- Benissimo. In un’ora hanno dunque
ingoiato sessanta insetti, o piuttosto un buon centinaio, perché è agevole
supporre che i genitori ne abbiano ingoiati anche molti per proprio conto. I
loro viaggetti, come hai visto, si ripetono senza posa dall’aurora al tramonto,
cioè per non meno di dodici ore quotidiane, e si continuano per una quindicina
di giorni. Lo stesso dicasi per la seconda covata. Sono dunque più di
quarantamila gl’insetti noiosi e nocivi, distrutti in poco tempo da due rondini
e dai loro figliuoli. Ora che sai tutte queste cose, che diresti ad un certo
Egidio di tua conoscenza, se gli saltasse ancora il ticchio di distruggere i
nidi delle rondinelle?
- Direi che meriterebbe una buona
tirata d’orecchi e magari anche le pacche ben sonore.
***
Un
quaderno del 1939
Aprile del 1939. Di lì a pochi mesi la
Germania nazista avrebbe invaso la Polonia e sarebbe scoppiata la seconda
guerra mondiale. In Italia, il regime fascista considerava e trattava la scuola
di Stato come un canale di indottrinamento ideologico.
Il 28 aprile di quell’anno agli
studenti di Fusine venne distribuito un quaderno, sul quale il maestro aveva
scritto il nome di ogni alunno e l’indicazione del suo uso: «Contabilità della
mia piccola azienda». Sulle copertine, un voluto accostamento tra immagini di fasci
littori, latinità, sport e persino bandiere naziste.
Nicolò Pellegrini aveva allora dodici
anni.
Lo stesso giorno della consegna del
quaderno, scrisse quattro pagine; altre due le utilizzò il giorno seguente, due
il 2 maggio, la nona il 3 maggio, altre tre il 10 maggio; la tredicesima
riporta le date del 23 maggio e 15 giugno una quattordicesima il 5 giugno.
La
grafia di Nicolò è già definita, quale apparirà nella sostanza per tutto il
resto della vita; testimonia di una intelligenza pronta e di una volontà
decisa. Si percepisce il gusto per la contabilità, affrontata nei suoi primi
elementi ma, pur anche, secondo contenuti relativamente impegnativi; la
precisione amministrativa sarebbe stata un elemento indispensabile nella futura
professione di casaro, con la registrazione giornaliera, socio per socio, delle
entrate ed uscite del latte portato, utilizzato e venduto.
[1] ARIETTI
Giuseppe (prof.), Gli amici dei campi. Lavoro premiato nel concorso del 1897
dalla Società Torinese Protettrice degli Animali e di assoluta proprietà della
medesima; Torino, Tip. Origlia, Festa e C., ed. II, 1901. Questa la
presentazione dell’autore: «A’ miei Scolaretti – Se un uccellino vi viene a
tiro di mano, chi di voi non sente più o meno il prurito di impadronirsene?
Sono tanto leggiadri e cari gli uccellini, sovratutto i canori! Eppure è noto
che queste leggiadre creaturine, tanto utili alle campagne, in gabbia non
campano a lungo. – Vedendo un cane od un gatto, quanti fanciulli sanno tenere
la lingua e le mani a casa? Se capita a passare un somarello, qual è lo
scolaretto che resiste al desiderio di dargli noia? – “Sciocchezze, cose da
nulla!” dicono molti. – Ah no, non sono sciocchezze; no, non son cose da nulla,
perché le piccole crudeltà contro gli animali predispongono insensibilmente
altrui a non curare i patimenti de’ suoi simili ed anche ad insevire contro di
loro. – Ecco uno dei motivi che mi spinsero a scrivere questi racconti. Alcuni
tendono a dimostrare l’utilità che moltissimi uccelli arrecano alle campagne e
il danno di cui sono cagione gli sconsigliati che li perseguitano; altri
riguardano i vantaggi arrecati all’uomo da molti altri animali, specialmente da
quelli domestici, e il dovere che ognuno ha di trattarli bene. – Il bestiame è
fattore d’agiatezza e di ricchezza per l’agricoltore, e noi non dobbiamo
dimenticare che l’Italia, paese eminentemente agricolo, attende la sua
prosperità dalle sue glebe. – Leggete dunque i miei raccontini e fateli leggere
ai vostri piccoli amici. – A lavoro compiuto, mi sono accorto che queste mie
narrazioni sono un po’ monotone, plasmate quasi tutte a un modo e riboccanti di
ripetizioni; tuttavia non le ho volute ritoccare, parendomi che le ripetizioni
non mi si debbano apporre a troppo grave sbaglio, in grazia dello scopo. – Se,
dopo aver letto, vi sentirete inclinati ad apprezzare ed a rispettare anche gli
animali, se avrete qualche pregiudizio di meno e qualche buona disposizione di
più, io sarò ben lieto di non avere gittata la povera opera mia».
[2] In totale
i racconti sono sessanta. I primi trenta sono: I. I passerotti – II. Una
supplica di nuovo genere – III. Lo scricciolo – IV. Le rondini di Carlo V – V.
Il nido delle rondini – VI. La nottola – VII. Il gufo – VIII. Amici e nemici –
IX. Il pendolino – X. Le cutrettole – XI. La pispola – XII. Quali gli uccelli
insettivori? – XIII. Le quaglie – XIV. Le galline – XV. Il merlo in gabbia –
XVI. La cingallegra – XVII. La lanterna magica – XVIII. Le briciole di pane –
XIX. Povere capinere! – XX. Le guardiane del casolare – XXI. Gli uccelli
seminatori – XXII. Gli usignoli – XXIII. I cardellini – XXIV. Carità di passeri
– XXV. La bubbola – XXVI. Istinto? – XXVII. Una guida di nuovo genere – XXVIII.
Il colombo viaggiatore – XXIX. Il passero solitario – XXX. Caccia proibita.