Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Corriere delle Alpi», 30 maggio 2006, p. 25;

«Il Gazzettino», edizione di Belluno, 4 giugno 2006, p. 15

 

«Un Arciduca in Ampezzo»:

album fotografico di una giornata importante

 

Il 3 ottobre 2005 la Comunità di Ampezzo ha accolto con i massimi onori l’Arciduca Otto e l’Arciduchessa Regina von Habsburg.

In tale giorno la Compagnia degli Schützen d’Ampezzo «Šizar Anpézo Hayden», nel corso di una Santa Messa in onore del padre dell’Arciduca, il Beato Carlo I, imperatore d’Austria e re d’Ungheria, si è posta sotto la sua spirituale protezione.

In tale giorno alla base dello splendido campanile della chiesa parrocchiale e decanale, è stata posta una targa a ricordo della benevolenza dimostrata dall’imperatore il Beato Carlo d’Austria quando, il 24 novembre 1917, volle che le campane di Cortina venissero preservate dalla fusione a scopi bellici.

Quel giorno è stato ricordato, con animo commosso, che l’imperatore aveva letto una cartolina, fattagli avere furtivamente da un’orfanella ampezzana e, accogliendo il suo desiderio, aveva disposto che suo padre, Giuseppe Manaigo, potesse tornare dal fronte alla propria famiglia.

Questo e molto altro è ora oggetto di una piacevole pubblicazione, soprattutto fotografica, che, in 84 pagine, ricorda e fa rivivere le emozioni di quella giornata. S’intitola: «Un Arciduca in Ampezzo».

Poiché ci sono sempre opportunisti, che girano bandiera a seconda del vento; poiché ci sono ingrati, che dimenticano le fatiche e i gesti nobili, pur semplici, di chi è vissuto prima di lui, questa pubblicazione era necessaria e, personalmente, vedrei molto opportuno venisse regalata a tutti i ragazzi della scuola dell’obbligo della comunità ampezzana, come pure di Colle Santa Lucia e Pieve di Livinallongo.

E’ doveroso ricordare; anche gli asini hanno memoria delle carezze e delle bastonate dei padroni. Chi non si ricorda degli altri, non è degno d’essere ricordato. Gli Ampezzani ci stanno insegnando che sono un popolo fedele, agli altri e a sé stessi, alla propria storia e alla propria dignità.

Il 3 ottobre, di buon’ora ero anch’io a Cortina. In un bar qualsiasi, stavo assolvendo ai giusti doveri verso la tazza dello stomaco; attorno a me, altri commensali. Si parlava sottovoce dell’illustre ospite, senza nominarlo; c’era un velo di preoccupazione nell’anima, per quel velo di troppo di nuvole basse sulla cupola della conca. C’era aria di famiglia, qualche occhiata furtiva alla finestra e qualche gesto, con le mani, con tutto il corpo, che esprimeva gioia. Piccoli gesti che non so descrivere, come quando si dice: «E’ fatta!» e si schioccano le dita, come quando si abbassano gli occhi… perché si è felici.

Già, è vero, come presentazione di un libro, forse è un po’ informale. Però io volevo – come dire? – far sì che in questa recensione ci fosse una stretta di mano.