Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Stile Zoldano», n. 213, marzo 2006, p. 5; «L’Amico del Popolo», 8 aprile 2006, p. 23

 

Servi e liberi nella val di Zoldo medioevale

 

Ancora nella seconda metà del Duecento nella Marca Trevisana e persino in Cadore vi erano persone libere e altre considerate alla stregua di un «oggetto»: i servi della gleba, i servitori costretti a lavorare determinati beni agricoli e a non muoversi da essi.

Lo apprendiamo, ad esempio, da un documento del 18 maggio 1261, nel quale, dividendo i loro beni, i Signori Biaquino e Tolberto da Camino, parlano tra l’altro di una «quarta pars tocius Cadubrii […] cum omnibus servis et ancilis qui et que sunt in Cadubrio et in illa curia tota».

Per quanto riguarda la Val di Zoldo, però, a tutt’oggi una simile presenza di servi della gleba non mi risulta documentata, neppure in un caso. Questo fenomeno storico, se confermato, richiede delle spiegazioni. Esse sono collegate al modo in cui la valle venne colonizzata, ossia abitata stabilmente, sul finire del primo millennio cristiano.

I signori trevisani nella buona stagione mandavano in Zoldo greggi e pastori, loro servi. Essi risalivano la valle del Cordevole e scendevano nella valle di Goima, per poi sparpagliarsi con le loro greggi sui pianori circostanti, ricchi di erba. Verso la fine di settembre, greggi e servi-pastori rientravano alla Bassa. In Zoldo, del loro passaggio in quegli anni lontani, non restano testimonianze dirette.

E’ però legittimo ipotizzare che la devozione, e poi le chiese, di San Tiziano e di San Floriano ne siano un indizio. E’ difficile, infatti, spiegare diversamente la presenza nel territorio della diocesi di Belluno, dedicata a San Martino, di un culto dedicato al patrono della diocesi di Ceneda (ora Vittorio Veneto), San Tiziano. La stessa diocesi di Ceneda ha, quale compatrono, un San Floriano, che successivamente potrebbe essere stato confuso, nella pietà popolare e quindi nella intitolazione ufficiale, con quello di Lorch.

Anche se, a riguardo di quest’ultimo, è assai suggestivo far notare, come sinora nessuno ha fatto, che San Floriano di Lorch è titolare di sole due pievi nell’arco bellunese-friulano: quella di Illegio e quella di Zoldo, ovvero (ed è un dato sorprendente) le due valli di confine del municipio romano di Zuglio Carnico.

A parte, dunque, la questione aperta di san Floriano (di Ceneda-Oderzo o di Lortch?), nel 1185 Zoldo risulta essere stato già una pieve, comprendente anche il Longaronese (ossia Castellavazzo e le sue pertinenze, sino a Fortogna, compresa). I servi-pastori dei trevisani vi avevano preso stabile domicilio? Erano giunte altre popolazioni, dal Cadore o dal Bellunese? Dai villaggi del castello di Andraz? E’ possibile questo e quello.

Ma – ed è quello che qui mi interessa far notare – tali primi abitanti stabili della valle erano dei liberi. Tutti i documenti più antichi (dico: tutti), parlano di masi, ovvero di appezzamenti di terra, a volte assai estesi, di proprietà di signori per lo più bellunesi, concessi in possesso a dei coltivatori. L’atto di concessione era detto «investitura». Ebbene, per essere valido, tale contratto doveva prevedere la capacità giuridica di agire in entrambe le parti, dei proprietari e dei coloni.

In un secondo momento, i documenti parlano di immigrazione in valle di famiglie di lavoratori del ferro, in forma diretta (i cosiddetti ferratari), o indiretta, quali boscaioli, carbonai e, di conseguenza, agricoltori e allevatori. Anche in questo secondo caso, comunque, chi concedeva l’investitura dei beni aveva bisogno, per compierla, di avere a che fare con persone libere e non con servi della gleba.

Si poteva trattare, è vero, di semi-liberi che, accettando di venire a lavorare in condizioni disagiate e di prima colonizzazione, trovavano nella concessione della libertà uno dei primi e non il minore dei guadagni.

Ad ogni modo, visto il tipo di colonizzazione della valle di Zoldo tutto per investiture, o di masi o di forni, credo sia giusto concludere che quassù, a differenza del Cadore e Agordino e in contrasto con quanto alcuni continuando a dire, non sono mai esistiti (non hanno mai avuto stabile dimora) servi della gleba, meno che meno «banditi, briganti, galeotti, deportati politici» e quant’altro la fantasia può suggerire, ai quali vescovi, feudatari e signori si sarebbero ben guardati dal concedere i loro beni terrieri e la libertà, il possesso o la stessa proprietà di un loro maso.