«Corriere delle Alpi», 14 gennaio
2006, p. 10
Nei «tesori d’arte» alcune dimenticanze
Fra le molte e spiacevoli Fra le molte e
spiacevoli incongruenze, che segnano la terza, stentata edizione dei «Tesori
d’arte delle chiese dell’Alto Bellunese», vi è l’assoluta mancanza di cenni
agli scultori Cristoforo Rizzardini (1826-1897) ed Almerindo Rizzardini
(1886-1966), di cui pure ci sono opere pure nelle chiese locali.
«Dimenticanze» tanto più ingiustificate, in
quanto sia del primo che del secondo avevamo offerto, già da anni, alcune
schede e nel 2002 un articolo abbastanza dettagliato (bollettino parrocchiale
di Fusine di ottobre).
Cristoforo, detto Bia, aveva trascorso la sua infanzia a Coi, suo paese natale. Sui
vent’anni si era arruolato nell’esercito austriaco. Durante la rivolta popolare
del 1848, si trovava a Budapest. Dopo circa dodici anni di servizio militare in
Ungheria, Austria e Carinzia, e dopo aver raggiunto un, non meglio specificato,
grado di ufficiale, cioè nel 1858, Cristoforo era rientrato in Zoldo.
Appassionato di agricoltura, recava con sé alcuni campioni di un nuovo tipo di
patate e di grano saraceno.
Di lì a poco, il 23 febbraio 1859, si era
sposato con la paesana Filomena Maria Rizzardini, detta Mariéta (da cui il nome
del casato Mariét, ai discendenti dei
suoi nove figli). Nel 1860, annesso il Veneto al Regno d’Italia, optò per la
cittadinanza italiana, anche se ciò gli comportava la perdita dei benefici
della pensione militare. Dopo qualche anno, iniziò la costruzione della sua
nuova casa, portata a tetto nel 1892 o 1896, come appare da una nota sulla cól de ‘l cuért, dove si legge pure che
in tutto costò 110 lire!
Bia si dedicava al lavoro manuale e
all’artigianato del legno.
Intagliò due stue della casa nuova ed il portone d’ingresso, lavori tutti ancora
conservati. Si fece l’autoritratto (nel quale appare in modo ben diverso da
come lo rappresenta una fotografia, fattagli in vecchiaia, conservata dalla
pronipote Augusta). Abbiamo memoria orale di una sua statua, probabilmente
finita sul mercato antiquario, mentre la statua di San Vincenzo Ferrer,
probabilmente il suo capolavoro, è stata donata dagli eredi, nel 2002, alla
chiesa di Coi.
Essa è collocata in una nicchia lignea,
raffinata opera di legno intagliato e dipinto dello stesso artista. Dai tratti
semplici, quasi femminei, il Santo si protende verso i fedeli, a porgere la
fiamma (che manca), simbolo della sua eloquenza (per cui veniva invocato a favore
dei bambini, perché non fossero balbuzienti). La devozione, diffusa
nell’Agordino, tanto che alla periferia di Agordo gli è dedicata una chiesa,
giunse in Zoldo probabilmente per gli antichi contatti di lavoro ed il piccolo
ma continuo scambio commerciale.
Veramente, nel vederla, restiamo piuttosto
stupiti che la statua sia il frutto della creatività di un militare
austro-ungarico, pur in pensione, e ci commuove sapere che nacque come segno
d’amicizia per il cognato Vincenzo Colussi, sposo della sorella minore di
Cristoforo, morta nel 1879, il giorno esatto del suo quarantaquattresimo
compleanno.
Insomma, per quanto snobbati dagli animatori
della iniziativa accennata, siamo ben consapevoli che, pur rispettando le loro
lodevoli competenze, neppure noi, locali, siamo una «razza culturalmente
inferiore» e sarebbe stato nell’interesse di tutti rivolgerci un po’ più
umilmente se non la parola almeno l’attenzione.
Anche perché, checché se ne dica, fino a
prova contraria eravamo e siamo perfettamente consapevoli del valore culturale
delle nostre opere d’arte, del perché i nostri antenati le hanno volute e che
esse, fatti salvi i vari ruoli istituzionali di rappresentanza e salvaguardia,
erano e sono patrimonio nostro.