Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Corriere delle Alpi», 6 maggio 2006, p. 12

 

Il giuramento della Gardona

 

Su un vecchia carta dell’Archivio storico familiare i giorni scorsi ho trovato scritto: «Adi 5 Magio 1675. Ho riceuto Giodi [=chiodi] da pare miara uno da M.r Tomaso Marchus di Zoldo et questi per Conto deli deputadi di San Fiorian. Io Zamb.a Zasa [?] di mano propria»; il Zambattista era «il Taiapiera da Castel» e i chiodi gli erano stati mandati direttamente a casa.

Con il pensiero sono tornato, allora, alla torre della Gardona, una delle strutture archeologiche più interessanti del Longaronese e della Val Belluna, in quanto segna la posizione di guardia militare dirimpetto al sovrastante Cadore.

Eh, sì, nonostante il mio precedente articolo, è ancora in piedi! Glielo assicuro; e va bene sia così. Ma, nel contempo, nonostante il mio precedente articolo, non mi risulta sia stata inserita in un progetto di recupero quale meriterebbe.

Crescono le erbe, passano le stagioni, scorrono le acque, soffia il vento; tutto cambia; anche i sassi nel greto dei torrenti, pur con il loro peso, vengono trascinati a valle. Solo l’indifferenza resta, aria morta, acqua stagnante. Suvvia: Castellavazzo è stato definito «un paese di pietra», non «un paese pietrificato»!

Penso ai tempi lontani, li sento come la radice del presente. Alle genti che qui hanno fatto cantare i loro attrezzi di lavoro e, tra masso e masso, hanno visto sbocciare i germogli della loro paternità e maternità, e quella dei loro figli.

Nulla muore, finché è amato. Nella grotta segreta dello spirito, come nel più sfarzoso dei templi, sento conversare le anime di coloro che vissero in quelle cave. Non voglio ignorare le rughe dei loro volti: esse testimoniano segrete fatiche e prolungati impegni; eppure, ancor più, intonano il canto dell’amore alla vita e alla propria terra. Afferro mani incallite: non voglio me le nascondano, devono darmele così e così le tengo strette; le porto al cuore, come fece un giorno chi mi amò e non c’è più. Non voglio se le puliscano, magari lungo i pantaloni, prima di darmele. Stringendo quelle mani, guardo negli occhi quegli uomini, quelle donne, a volte quei ragazzi. Qualcuno cerca di abbassare gli occhi, abituato a vedersi mettere in disparte. Anch’io sono messo in disparte, da chi non mi ama. Sono dunque con voi! Alcuni di quegli occhi sono feriti da una scheggia di pietra... Se continuo a tenerli per mano, tornano a guardarmi, increduli voglia loro bene…

Vorrei fare qualche cosa, di più concreto. Il mio scalpello è una penna. Incido «due righe», perché di più per ora non so. Chi può, chi deve, si faccia avanti!

Confido soprattutto sui giovani. Confido in loro perché li amo, pur senza conoscere tutti i loro nomi. Essi hanno la capacità di ricostruire e quest’oggi sento che, nei loro giovani cuori, condividono l’attesa che mi spinge a rivolgermi loro, il bisogno di far propria una solenne promessa: «Io giuro sul mio onore di impegnarmi: all’indifferenza contrapporre l’amore, la solidarietà all’emarginazione, alla pigrizia l’entusiasmo. Io ci sarò: non busserò per chiedere elemosine, non ne voglio, il mio grido è la fiera e gioiosa espressione di chi sa d’essere dalla parte della giustizia, e non voglio ottenere altro. Io resisterò: la fiaccola posta nelle mia mani non si spegnerà, non chinerò la testa al sopruso e alla corruzione; gli altri potranno contare su di me. Cercherò in tutti i modi d’essere degno di chi amo ed ho amato e che quanti mi amano siano fieri di me».

Ecco il giuramento della Gardona!