Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«L’Amico del Popolo», 7 gennaio 2006, p. 17; «Corriere delle Alpi», 22 gennaio 2006, p. 10

 

Alla torre della Gardona

 

Al termine del centro abitato di Castellavazzo, una via secondaria indugia tra le ultime case. Da lì si procede su una mulattiera, che fiancheggia la strada ferrata del Cadore. Gian Luca David e Vilmer Mazzucco mi spiegano che essa ricalca, con tutta probabilità, il tracciato dell’antica strada romana, della cui esistenza, in linea generale, si ha ormai documentata certezza.

Castellavazzo resta alle spalle, sul declivio della collina, rivolta alla Val Belluna e al sole. Per quanto ci sia della neve, non è difficile procedere; la mulattiera si snoda tra lievi rotondità, in piano. Dopo circa cinquecento metri, sostiamo in uno slargo, che mi viene indicato quale piattaforma di quella che fu la dogana delle merci dirette a nord. Sul versante a monte, compaiono i pochi ma ben individuabili resti del soffitto a volta della stanza adibita allo scopo. Non si poteva procedere oltre, senza versare il contributo richiesto; non era fisicamente possibile,oltreché legalmente, in quanto gli strapiombi sottostanti e sovrastanti non l’avrebbero consentito, in alcun modo.

Nelle vicinanze sgorga una sorgente e, per quanto bisognevole di lavori di recupero e salvaguardia, culturalmente piuttosto interessanti, un’area adiacente che lascia intuire la presenza di una serie di strutture in muratura, per la presa e il primo trasporto dell’acqua, diretta a una delle strutture militari del Castrum romano.

Dopo questi due reperti archeologici, quello più imponente, che conserva a sé solo il nome di Gardona, che, però, con facile intuizione è legittimo estendere all’insieme di strutture murarie e annesse, che costituivano, lungo la valle del Piave, il celebre forte di confine tra il romano municipio di Belluno e quello carnico di Zuglio. La torre, erroneamente definita «castello» in molte guide e carte topografiche, sorge sopra uno sperone che affianca il torrente che traccia la linea confinaria. L’accesso più comodo comporta un attraversamento del ruscello, una necessità illogica nei tempi in cui fu in funzione, in quanto tutto porta a ritenere l’accesso inserito nel lato bellunese della struttura; questo percorso, in vero, c’è, ma sembra essere più difficoltoso e, da ciò, ne deduciamo come non solo sia caduta in rovina la torre ma, un po’ alla volta, si sia inselvatichito e trasformato il terreno adiacente.

Resta non meno valida l’ipotesi, forse la più sostenibile, che la torre avesse un ingresso da sotto, inserendosi quale punto rialzato di guardia (di qui il nome «Gardona») sulla via sottostante di accesso al Cadore e sulla via fluviale che, poco più in basso, nel Piave trovava il percorso più frequentato di uscita dal Cadore verso il Bellunese e la pianura veneta.

Una parola è necessario dire anche sulla struttura triangolare della torre, con un lato parallelo alla strada sottostante e i due obliqui nella sua parte posteriore. Ciò è dovuto a motivi che bisognerà verificare. Pur tuttavia, mi permetto avanzare l’ipotesi che si tratti nient’altro che di una felice soluzione di sicurezza statica dell’edificio. Le mura sono possenti (di circa 120 centimetri), prive di segno originari di apertura sui due lati obliqui (oggi, infatti, si entra nel vano della torre tramite due fenditure causate dal degrado), interamente costruita in pietre collocate con cura e tagliate in modo piuttosto regolari, con un affianco centrale perfettamente orizzontale, incavi che fanno ipotizzare l’appoggio di una scala interna e possibili piccole feritoie. Eppure, ciò nonostante, il terreno che la sovrasta è prevalentemente ghiaioso, con una buona pendenza, prevedibile pericolo di caduta massi e, nel periodo invernale, di slavine. I miei accompagnatori mi confermano che, fino a tempi abbastanza recenti, il pendio era completamente disboscato; e, in effetti, in antico doveva essere così, per permettere la necessaria visibilità dello spazio circostante. La forma triangolare, pertanto, poteva evitare alla struttura, pur robusta, un impatto devastante con corpi cadenti dall’alto. E’ un’ipotesi.

L’interesse per la torre non deve far dimenticare ch’essa era inserita in una struttura muraria dall’alto in base, a completo blocco dell’accesso al Cadore. Tali murature da un punto di vista storico mi sembrano di notevole interesse e sono un po’ stupito non abbiano sinora richiamato quella sostanziosa attenzione che, insieme col resto, meriterebbero, sia nel senso pratico e conservativo, sia in quello di valorizzazione turistica del sito, sia e non da ultimo sotto il profilo scientifico.