«Il Gazzettino», edizione di
Belluno, 20 dicembre 2005, p. 19;
«Corriere delle Alpi», 22 dicembre
2005, p. 12
Gioia
e coraggio di stare con la gente
Come occhi e orecchie sono attaccati alla
testa, la bocca al mento, le mani alle braccia, io sono unito alla gente. Di
essa cerco di essere occhi per vedere, orecchie per ascoltare, bocca per
parlare, mani per agire.
Per farlo, ho seguito un’unica regola di
comportamento: lasciar salire il sangue caldo del cuore agli occhi, alle
orecchie, alla bocca, alle mani.
Il mio cuore non è puro; s’attarda, qualche
volta, tra paure, rancori, piccinerie, sensualità; pur tuttavia, desidero
essere sguardo, ascolto, voce, mano ferma.
La gente è tenuta all’oscuro di tante cose,
quando parla è derisa, viene ingannata con false promesse; e, se vede e sa, è
incapace di difendersi. La democrazia ha lasciato il posto alla denarocrazia?
Chi non ha soldi, è socialmente un uomo morto.
Eccoli, i potenti, anche quelli a noi vicini
di casa; eccoli, al mattino, uscirsene dai portoni dei loro palazzotti col
sorriso vaccinato, con quel volgare sorriso senz’anima che – chissà perché? –
mi fa pensare ai portieri delle case chiuse. C’è chi porta un cappotto rosso,
chi uno blu, chi uno verde, chi uno nero, chi ne ha più d’uno e infila, secondo
le circostanze, quello che gli sembra più adatto. La realpolitik è questione di
lavaggio di cappotto.
Tu, popolo, sei per loro nient’altro che
l’agnello dalla lana fresca, ch’essi un giorno ti prenderanno.
Ci sono intere professioni che rappresentano
un pericolo sociale. Come ci sono regioni a statuto speciale, ed è una
ingiustizia, ci sono professioni a guadagno speciale, ed è una schifezza!
Peccato non poter scendere troppo a dettagli, in una lettera alla stampa locale.
Sì, è soprattutto per voi, gente di cui
nessuno parla, ch’io devo scrivere queste cose! Tu, gente del pane quotidiano,
sei per me preziosa, perché conservi nella tua sofferenza il seme di una
società più giusta, più giustamente umana.