Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

Il racconto «Il vecchio e la montagna», «Augurio alla figlia» (qui non ripreso) e la poesia «Tramonto» sono stati pubblicati in forma di pro manuscripto nel giugno 2005, a cura del Centro culturale «Amicizia e Libertà», con una mia «piccola riflessione» conclusiva. Essa dice: «Italo continua a scrivere, a consegnare alla carta e, con essa, al futuro, le sue emozioni, le speranze e i rimpianti. Nonostante l’età, continua ad essere creativo e combattivo. Sì, perché chi scrive, lo fa perché sente d’avere qualcosa da comunicare, percepisce che può fare un nuovo dono, frutto di una non spenta giovinezza dello spirito. E, chi scrive, non è un rassegnato, ma un compagno di viaggio che lancia stimoli ed offre messaggi. Anche se, all’apparenza, il sentimento dominante negli scritti può sembrare quello della malinconia; ma, chi ha l’umiltà di rivelarla, svela la fiducia ch’essa possa essere superata, la certezza che, alla fin fine, sia possibile condividere sentimenti di rinnovata gioia di stare assieme, nel complesso ma pur affascinante andare della vita. Pur rivisti in vari punti, al fine di togliere qualche imprecisione grammaticale e precisarne la punteggiatura, gli scritti di Italo hanno il gusto del genuino. Sembrano sollevare un interrogativo, cui non riescono a dar risposta. Il presente è visto nella sua precarietà e l’autore si domanda se ci sarà una effettiva redenzione. Con lui e come lui ce lo domandiamo anche noi. Il nostro amato villaggio di Coi, la nostra bella valle di Zoldo, immersi in una natura suggestiva, soffrono però di una crescente solitudine. Quale sarà il domani? C’è chi, come Italo, ha il coraggio di esprimere questi interrogativi, di non nascondere queste trepidazioni. E noi paesani gli siamo sinceramente grati».

Qui sono raccolti e presentati: Racconto «Il vecchio e la montagna», Poesia «Tramonto», Racconto «La mia casa», Racconto «Un giorno nel Kosovo», Racconto «Ottantenni».

 

Testi inediti di Italo Rizzardini

 

Il vecchio e la montagna

[Racconto senza data]

 

Alberto si guardava attorno con aria stupita, come fosse stata la prima volta che immergeva lo sguardo in quei luoghi; eppure gli erano familiari. Era nato lì, in mezzo a quelle vette; esse erano le sue montagne. Vi aveva trascorso l’adolescenza, tra i giochi e lo studio necessario per crearsi un po’ d’istruzione, per affrontare la vita con dignità. Il bisogno di levarsi dalla miseria, l’aveva poi spinto ad emigrare e, con l’aiuto del padre, era andato in una città, ove si era dedicato ai mestieri più umili. Trovato uno che gli piaceva, era diventato un buon operaio, e si era specializzato.

Messo da parte un buon risparmio, un giorno poté tornare al paese, comperare una casa e sposarsi.

Gli accresciuti bisogni familiari, cui far fronte con un guadagno stabile, l’avevano costretto a ripartire per la città e tornare al suo lavoro. Era preoccupato per la moglie e i figli, lontani, e per loro aveva fatto molti sacrifici. Quando il lavoro glielo permetteva, tornava al paese. Allora si accorgeva che i figli crescevano e che la moglie, Anna, per quanto premurosa, era più stanca di un tempo e a volte un po’ afflitta.

Gli anni trascorsero in fretta. Ad uno ad uno, i figli s’erano sposati. Quando la moglie era rimasta sola, l’aveva invitata in città; ma, dopo pochi mesi, la poverina era morta.

Allora Alberto, ormai in pensione, aveva deciso di tornare definitivamente alla sua terra, alle sue montagne.

La casa paterna l’aveva accolto con i ricordi e le gioie di un tempo e tanta malinconia.

Alberto guardava attento quelle pareti, alla ricerca di una risposta al suo richiamo e trovava solo silenzio. Allora usciva, a incontrare i pochi amici dell’infanzia.

D’inverno, quando la temperatura lo permetteva, si attardava sulla panca della piccola piazza, a godersi il caldo del sole e a conversare, al ricordo dei tempi passati. Finché, uno per volta, gli amici ripartivano; allora anche Alberto si avviava verso la sua casa, nella solitudine.

Accendeva la stufa per scaldare la stanza, bolliva un po’ di latte, si sedeva a sfogliare un giornale, e non gli importava se era di giorni prima; intanto aspettava che qualcuno lo venisse a trovare.

Quelle, però, erano giornate di freddo, la primavera tardava ad apparire e le montagne, in alto, erano ancora coperte dal manto bianco e gelido della neve accumulata in lunghe nevicate…

 

***

 

Alberto si scosse dalle sue riflessioni, rientrò in casa, indossò il cappotto pesante, uscì e si avviò lungo la strada del cimitero.

La tomba della moglie era un po’ trascurata; lo vide. Non poteva incolparne i figli lontani. Sentiva rimorso per il lungo tempo che non v’era andato. Cercò di fare un po’ di pulizia, poi s’inginocchiò e, in silenzio, incominciò a raccontare alla moglie gli avvenimenti delle ultime giornate, quanto gli avevano scritto i figli e la sua solitudine. Infine, le rivolse un bacio e si avviò verso l’uscita del cimitero, solo e più triste più che mai.

Giunto nelle vicinanze della propria casa, incontrò la vecchia amica Elsa. Zitta, frettolosa, a testa bassa, era diretta alla stalla; sembrava non accorgersi di lui. Alberto conosceva l’astio che gli portava, ma non poteva porvi rimedio: negli anni giovanili c’era stato tra loro un piccolo idillio, ma Alberto aveva scelto Anna, con la quale aveva condiviso tutta l’esistenza.

- Elsa, chiese Alberto, non saluti i vecchi amici? Fingi di non conoscermi?

E aggiunse:

- Mi dispiace, Elsa; chi può conoscere il proprio destino? Ciò che è passato è ormai un ricordo; nessuno può tornare indietro.

Elsa si fermò e gli porse la mano; e lui la strinse forte. Poi si avviò verso casa. «Povera Elsa», pensava tra sé, «invecchiata nella solitudine e nel rimpianto della giovinezza!».

 

***

 

La giornata era calda, il cielo splendeva limpido e le montagne, avvolte in un manto bianco che si andava sciogliendo al caldo del sole, brillavano di luce. Nei prati l’erba era spuntata rigogliosa, nei campi la terra sembrava attendere gli agricoltori ed essi erano pronti ad iniziare i conosciuti lavori. Sui rami degli alberi, spogli fino a pochi giorni prima, erano apparse le foglie e l’aria era animata dal canto degli uccelli, smaniosi di creare il nido per le loro covate. D’attorno, nelle profonde boscaglie, i ruscelli, gonfi d’acqua per le disciolte nevi, scendevano rumorosi; nelle loro onde, limpide e fredde, portava a valle le foglie e gli sterpi che s’erano accumulati nel loro letto durante la secca.

Alberto stese la giacca sull’erba, al bordo della strada. Si adagiò, nell’aria calda di sole, a guardare l’azzurro del cielo e le splendore delle montagne; poi, lentamente gli occhi si chiusero, al pensiero dei suoi cari. Suo figlio Giorgio era diventato geometra e lavorava in una grande azienda; s’era sposato a Tiziana, che in quel momento era di sicuro intenta ad accudire al loro piccolo Luca. Sua figlia Marina s’era sposata con Enzo, un insegnate come lei, e li sapeva impegnati a educare una fiumana di giovani, per avviarli preparati alla vita futura. La loro era stata una famiglia felice, sin quando c’era la mamma; poi… Giorgio e Marina avevano insistito perché tornasse in città e andasse ad abitare da uno di loro, come preferiva. Egli non aveva accettato, ma per accontentarli, in qualche modo, aveva fatto istallare il telefono. Così quasi tutte le sere il telefono squillava e la voce dei figli era sempre a portata d’orecchi. «Papà come stai?», chiedeva Marina oppure Giorgio.

S’informavano della salute e per fortuna era buona, ma il suo animo era triste e non lo manifestava, per lasciarli tranquilli.

Quando il sole stava per tramontare e l’aria si rinfrescava, Alberto si rialzò e rientrò in casa. Accese la stufa e mise a bollire il caffè.

Mentre pensava a cosa preparare per cena, sentì bussare alla porta. Al suo «Avanti!>, si presentò Elsa, con in mano una pentola fumante. Con fare burbero ma buono gli disse:

- Ho pensato che ti avrebbe fato bene un buon piatto caldo, di minestra e fagioli; di certo tu non ti prendi il lusso di fartela.

Alberto era stupito, ma felice; la ringraziò e la invitò a bere un po’ di caffè. Elsa aveva un carattere piuttosto chiuso. Nell’aspetto non rivelava i suoi 65 anni, nel modo di fare era ancora giovanile e nel vestire era piuttosto elegante. L’impegno di accudire alla madre, inferma, le aveva impedito di pensare seriamente al matrimonio ed ora il progetto di sposarsi era svanito. Ma sentiva il bisogno di un dialogo con l’uomo che in gioventù aveva acceso in lei la fiamma di un amore che non si era mai spento.

Così, nei giorni successivi, Elsa tornò a far visita ad Alberto, con la scusa di prendere una tazza di caffè e, intanto, si rinsaldava la loro amicizia. Elsa era affettuosa e aperta, nel dialogo, e raccontava le gioie e i dolori della sua difficile giovinezza. Alberto ritrovava, in sua compagnia, un clima di serenità, che lo aiutava a sopportare le ore di solitudine, nelle quali pensava ai tempi lontani, ai figli e ai nipoti.

D’estate, per alcune settimane, sarebbero venuti a fargli compagnia. Oh, quanta gioia nel rivederli! Il suo casolare sarebbe risuonato di allegria, nel frastuono delle loro voci giovanili e a volte di canti e suoni! Allora, a far piena la sua felicità, non sarebbe mancato che Anna, la sua compagna affettuosa e amata...

 

***

 

Ogni giorno, alla mattina o al pomeriggio, Alberto faceva una passeggiata e rientrava per l’ora di pranzo o di cena. L’aria pura, anche se fredda, lo aiutava nello spirito e rinvigoriva il suo fisico. Sceglieva ogni giorno un itinerario diverso. Se, per caso, lungo la strada incontrava qualche conoscente, si fermava a conversare, fosse pur stato per ripetere le cose del giorno prima. Anche con Elsa, alla sera, tornava di frequente sui medesimi argomenti, su qualche pettegolezzo e su cose all’apparenza insignificanti, ma tutto ciò contribuiva a fargli trascorrere delle giornate serene.

Si era ai primi dell’estate; l’aria calda ed il cielo sereno lo invogliavano a delle passeggiate più lunghe, fino ai limiti del paese.

Una mattina si propose di andare fino alle malghe. Non era molto lontano e, pian piano, si incamminò lungo il sentiero,  con il suo bastone in mano, desideroso di camminare. Di tanto in tanto si fermava, a prender fiato, e pensava alle molte volte che, da fanciullo, aveva percorso quella mulattiera, con la gerla in spalla, per andare a raccogliere legna o condurre gli animali al pascolo. Non si sarebbe mai aspettato, quello che stava per succedere.

All’improvviso un piede scivolò sulla ghiaia. Cadde. Pensò non fosse successo niente di grave; ma, quando fece per rialzarsi, fu bloccato da un dolore tremendo alla caviglia destra. Si alzò, egualmente, e cercò di incamminarmi verso casa. Invano: il dolore era troppo forte. Con molta fatica si trascinò fino alla stalla e lì si sedette, sul bordo della strada, aspettando il soccorso del primo passante. Trascorse così quasi un’ora.

Finalmente vide arrivare Paolo, il malgaro, con il secchio al braccio, diretto alla stalla per la mungitura serale. Pur vergognandosi, un po’, lo chiamò. Paolo accorse. Costatato la gravità della contusione, ritornò in paese a chiedere alla moglie e al figlio. Con loro arrivò anche Elsa. Alberto fu trasportato a casa e immediatamente fu avvertito il medico. Quando questi venne, osservò la caviglia, che nel frattempo si era gonfiata, e prescrisse il ricovero immediato.

Alla sera giunse Giorgio, lo caricò sulla sua automobile e lo portò all’ospedale, dove gli fecero l’ingessatura necessaria.

La degenza durò quindici giorni.

Fu ricondotto a casa da Enzo e Marina. Il rivederli, ancora prima delle ferie estive, gli fece un immenso piacere immenso. Alla sera telefono Giorgio, e poté parlare anche con Tiziana e con il piccolo Luca. Fu per lui una grande gioia, sentirli vicini. Tanto più che Marina ed Enzo si fermarono alcuni giorni. Elsa assicurò che avrebbe provveduto ai suoi bisogni, sino alla sua completa guarigione. E, in effetti, essa si prese cura di tutto, fino a quando poté riprendere a camminare da solo.

Aveva ripreso a passeggiare sino in fondo al paese, al suo inizio o, all’altro lato, sino alla chiesa. Ormai la fioritura nei prati e nei campi era completa. Dal loro verde, cosparso di fiori variopinti, emanavano aliti di fragranza e di benessere. Le rondini volavano nel cielo limpido, volteggiando larghe, con cinguettii festosi, prima di tornare alle nidiate, nascoste sotto le grondaie, al riparo dal sole.

Alle volte, al mattino, anche se l’erba era ancora morbida di rugiada, si sdraiava sul prato. Poi, lontano da voci umane, si racchiudeva nei suoi pensieri e s’appisolava. Alle volte, alla sera, era risvegliato dalla voce di Elsa:

- Alberto, non vieni a casa? Il sole tramonta, l’aria si fa umida e ti fa male alla schiena. La cena è pronta. Fai star in pensiero la gente…

Non diceva mai: «Mi fai stare in pensiero».

Alberto si alzava e si avviava, lui davanti e lei dietro, mai fianco a fianco, col viso coperto dal suo fazzoletto variopinto.

 

***

 

Il tempo scorreva veloce, come le acque che scendono dai monti, con il loro mormorio che sembra l’eco di note stonate; e giunse il momento della venuta dei figli.

Arrivarono tutti assieme. Le loro macchine sostarono nella piccola piazza. Alberto li aiutò a scaricare i bagagli e a sistemarli nelle loro camere. I giorni seguenti, con in braccio Luca, si divertiva a guardar il loro va e vieni.

Elsa rimase in disparte. Giorgio e Marina, sapendo quanto aveva fatto per lui e volendo mostrare la loro gratitudine, insistevano che  partecipasse ai loro incontri, ma Elsa era timorosa di disturbare.

Il giorno della partenza fu triste, sia per Alberto che per i suoi figli e nipoti. Pensavano, certo, ai problemi della sua età. Ma avevano fiducia in Elsa e, prima di andarsene, le fecero visita e le assegnarono una cospicua somma, sia come regalo, sia come anticipo nel caso di suoi bisogni.

Elsa ormai faceva parte del suo vivere quotidiano e, rimasto solo, si precipitò a trovarlo, con una tazza di brodo caldo.

Il giorno seguente, Alberto si recò alla tomba di Anna. I figli l’avevano coperta di fiori e Alberto si commosse a quella dimostrazione di affetto. Alla sera non si fermò a guardare la televisione, come al solito, e andò a letto presto. Ma non gli possibile addormentarsi e dovette alzarsi, a prendere un sonnifero; allora, finalmente, il sonno lo colse.

Si svegliò a mattino inoltrato, quando sentì bussare con forza alla porta. Era Elsa, che gli chiedeva, spaventata:

- Alberto, stai poco bene? Sono già le dieci passate. Come mai questo ritardo?

E lui, dalla camera:

- No, no, sto bene. Solamente ieri sera ho tardato a prender sonno e, così, ho recuperato quest’oggi.

Elsa fece una risata:

- Per fortuna, ci hai fatto prender paura!

Alberto scese ad aprire, poi andò in cucina e si fece la barba. Poi bevve la tazza di latte, che Elsa aveva preparato. Arrivava puntuale, ogni giorno, scaldava il caffè e raccontava le nuove del paese, poche, in vero, e sovente tristi.

Era una giornata piovosa; le nebbie si spargevano lungo i pendii della montagna e nascondevano allo sguardo lo spettacolo delle bellezze della natura. Triste e annoiato, Alberto pensava al da farsi e non gli veniva a mente nulla. Allora uscì a prendere un po’ di legna per la stufa (Elsa l’accendeva tutte le sere; anche se durante il giorno c’era stato il sole, la sera era piacevole sentire il caldo tepore del fuoco). Poi si mise tranquillo sul divano, a pensare ai tempi passati. Della sua giornata sapeva già lo svolgimento; e che alla sera avrebbe squillato il telefono, e Giorgio o Marina gli avrebbero chiesto, come al solito, se stava bene…

 

***

 

Quella sera Elsa si era fermata più del solito. Alla televisione trasmettevano un bel film, ed entrambi erano interessati a vederlo.

Elsa si era seduta a fianco di Alberto. C’era silenzio, un silenzio profondo nella stanza. Alberto sentiva, con beatitudine immensa, il calore che si emanava dal corpo dell’amica. Le mise un braccio sulle spalle e l’accostò a sé. La baciò e la strinse con più forza. Elsa non disse nulla, ma il suo viso si era bagnato di lacrime. Le chiese se era felice e rispose di non esserlo mai stata tanto.

La serata passò in un baleno.

Alberto chiese ad Elsa se voleva restare con lui, a dormire. Elsa non rispose. Ma quando egli si avviò verso la camera, Elsa lo seguì, con passo titubante, ma con viso sereno.

Quando si alzarono, il sole entrava da una finestra, annunciando una splendida giornata. Non dissero nulla, ma nel brillare dei loro occhi si poteva intravedere una felicità ritrovata.

Elsa si vestì, fece il caffè, come sempre, poi si avviò verso casa, non senza dargli un ultimo, timoroso bacio sulla guancia.

 

***

 

«Come sempre quando il tempo lo permetteva, ero andato a passeggio lungo il sentiero fuori del paese. Era un pomeriggio pieno di sole, che invitava a camminare. Mi ero avviato con passo spedito, guardandomi continuamente attorno e osservando con occhi acuti quel panorama meraviglioso. Respiravo il profumo del fieno steso ad essiccare.

«Il mio mondo mi abbracciava, con tutta la sua bellezza. La terra che mi aveva creato, s’apriva ai miei occhi e ai miei piedi cosparsa d’erba novella, tinta di fiori dai mille colori. Il mio paradiso mi abbracciava con tutte le sue forze, accogliendomi sempre più, con rispetto e amore.

«Ad un tratto m’ero fermato. M’ero tolto la giacca, l’avevo distesa sull’erba e m’ero adagiato sopra. Sentivo un malessere dentro di me, avevo l’impressione che mi mancasse il respiro. Cominciavo a spaventarmi. Cercavo di alzarmi, con il proposito di tornare a casa, ma le forze lentamente mi mancarono. Compresi che era un infarto. Mi distesi, allargai le braccia e, ancora una volta, guardai le mie montagne, mentre i miei occhi si chiudevano per sempre e salivo verso i cieli infiniti.

«Allora mi volsi a guardare il mio corpo inerme, il suo viso sereno. All’improvviso sentii una mano stringere la mia e una voce angelica che mi chiamava: era Anna: “Andiamo Alberto”, mi diceva, “ora più nessuno ci può dividere; mai più.»

 

Tramonto

[Componimento senza data]

 

Dense nubi oscurano il cielo

il sole è scomparso

la fitta pioggerella

cade violenta

spinta da un vento prepotente

la malinconia m’invade.

al pensiero al ricordo lontano

a quel sogno realizzato invano

ormai, troppo tardi.

Il tempo oscura

La mente mia

invade l’anima di malinconia

ricorda il tuo uomo

ma non dimenticarmi.

Era un mattino d’agosto,

la giovinezza imperava,

ma lentamente un sogno spariva.

 

La mia casa

[Racconto senza data. E’ stato rispettato completamente l’originale]

 

Mi era doveroso far cenno alla mia casa, costruita dai miei nonni, molti anni fa. Si ergeva al limite della piccola piazza che faceva centro al paese. Una casetta con cucina un piccolo tinello e tre camere d’aletto al I piano nien[t]e di lussuoso ma assai assai comode. Il portico era comprensivo di una scala che portava al primo piano. Le finestre della cucina davano sulla piazza mentre quelle delle camere spazzavano sulla valle. Quando il sole splendeva erano immerse dalla luce caldo dei suoi raggi, dal mattino alla sera.

I miei nonni vi avevano abitato tutta la loro vita, sostenendosi dal piccolo orto ed una muca che era sostenuta dai sacrifici estivi per il fieno necessario per il mantenimento invernale. Papà provvedeva ai suoi bisogni sin tanto non creò la sua famiglia, ma già erano vecchi e poco bastava per tirar avanti. Alla loro morte, mio padre ereditò la casa e si prodigò ad abbelirla a suo piacere.

Tutti gli anni che ne seguirono si trascorreva l’estate in un clima radioso. Io e mia madre già in Giugno andavamo a goderci il caldo sole d’estate. papà ci ragiungeva in agosto così in una allegra compagnia si godeva, il tempo libero da ogni impegno.

Ma il tempo passava inesorabile. Papà era maturato per la pensione così decise di andare al paese. Nel fratempo (Già laureato) decisi di sposarmi, andando ad abitare nella casa dei miei.

Andavo al paese quando il tempo lo permeteva in quanto il mio lavoro di Giometra mi lasciava un po’ di libertà.

Giorgio cresceva bene ed era felice quando si prospettava di andare al paese.

Quando mancò papà e mamma già nello stesso anno. Per un po’ di anni andai di sfuggita al paese. Poi con l’andar di anni, sentii più che mai quel richiamo! E quando decisi di andar in pensioni accennai ad ANNA di trasferirci al paese anche perché Giorgio era intenzionato di sposarsi. Con entusiasmo Anna accettò questa prospettiva. Così dopo il matrimonio di Giorgio, le lasciamo casa nostra e partimmo per il paese.

 

Un giorno nel Kosovo

[Racconto scritto due volte. Primo titolo era: «Uno dei tanti». E’ stato rispettato completamente l’originale, ma tra i due testi ci sono parecchie varianti]

 

La pattuglia era arrivata al limite del colle, un po’ di riposo, prima di prosseguire. In fondo valle, poche case sparse adornate da prati e campi, in questa primavera un po’ piovosa. Le dimore protete da steccati in legno massiccio, più che altro la fuori uscita del bestiame. Un acre fumo stava diradandosi e così la vallata in fondo valle si presentava bella più che mai.

IGOR guardò più attentamente accorgendosi che laggiù c’era anche la sua casa.

Si rivolse al suo superiore pregandolo di lasciarlo libero, per poter andare a salutare i suoi cari. Era da tempo che aveva lasciato la casa paterna per arruolarsi al K.K. e combattere i serbi che facevano da padroni nella sua terra.

Il comandante ZORAN diede il permesso, pregandolo di non far tardi. IGOR si mise il fucile in spalla e fronteggiò il ripido sentiero, un po’ sdrucciolevole per la pioggia caduta al mattino.

Voltò l’angolo di un promontorio apparve da lontano, la sua casa.

Innoridito dallo spettacolo, che si presentava ai suoi occhi. Della dimora non rimaneva che un cumulo di macerie fumanti. La stalla, il laboratorio dove papà e IGOR lavoravano il legno. La casa vera e propria. Tutto era andato in fumo.

Il ragazzo pensò che i suoi. Papà, mamma, la sorellina di 8 anni e ancora EROS di cinque anni, se ne fossero andati. Ma dove?corse più che poté verso casa chiamando ad alta voce i suoi cari. Ma un silenzio spetrale lo accompagnava lungo la sua corsa verso casa.

Varcò il cancello ma il suo sguardo rimase impietrito alla vista macabra che si presentò ai suoi occhi.

Tuta la sua famiglia giaceva sull’erba ancora bagnata di rugiada, intrisa di sangue. Papà e mamma ranichiati uno vicino all’altro, più in là, la piccola Alba e ancora [Eros] riverso su un fianco, con il volto iriconoscibile. I fucili mitragliatori avevano fato scempio dell’intera famiglia. IGOR con il cuore che le scoppiava dal dolore, cercò di unire quei miseri corpi, portandoli sotto il porticato di casa. Poi prese un lenzuolo (che stava steso per asciugare) e coperse i corpi dei suoi cari.

Non aveva più lacrime, si sentiva perduto, solo, senza famiglia, senza casa. Che fare?

Dalla fondina estrasse la rivoltella. In quel momento una mano le si appoggiò alla spalla e la voce del comandante IGOR! Non farlo abbiamo ancora bisogno di te: la lotta e lunga e sanguinosa il Kosovo e terra nostra e dobbiamo renderla libera e indipendente.

IGOR si alzò prese il fucile e si avvio lungo il sentiero per unirsi ai compagni di lotta.

 

Ottantanni

[Componimento senza data. E’ stato rispettato completamente l’originale]

 

Correre, correre. Alcuni cadono a mezza via. altri prosseguono il loro cammino, sin quando raggiungono la meta. Altri la superano con slancio vivendo nei ricordi del passato.

Questo passato che racchiude gioie e dolori, quando parenti ed amici, ci lasciano per sempre. Ma per alcuni la vita continua così velocemente che quando ti azzardi a contarli i tuoi anni sono ottanta o quasi. Il tempo è volato assieme alle stagioni quando l’inverno gelido penetrava nelle tue membra e poi il caldo Estate ti dava un po’ di respiro. Quante fatiche! quanto sudore ha bagnato la tua fronte! Mentre i pensieri tormentano il tuo cervello!

La giovinezza e volata come il volo delle rondini nello spazzio infinito. Poi il pensiero di volare dal nido paterno crearsi una famiglia, avere dei figli che nel tempo se ne andranno. Ancora solo. Ho con la moglie, unica compagna che mestamente ti darà un conforto, raccontandoti la sua giovinezza sin quando ti incontrò e si innamorò di te per divenire la tua sposa. Le stesse cose di sempre un po’ ti aiutano a ricordare, poi ti annoiano (sempre le stesse cose).

Ho racconti la verità, oppure racconti bugie, e allora la verità è una sola ed è la migliore.

Ora i ricordi di un tempo, vagano a percorrere il cammino del tuo passato, soffermarti nei punti più importanti del tuo vagare anno per anno, ma poi tutto si accumula tutto sovrapone uno sull’altro e il pensiero si confonde per non incanalarti nella realtà della tua vita.

Ottantanni son tanti, ma se il destino ti concede di arrivare in buona salute: non è poi un traguardo irragiungibile.

Aiuta il tuo corpo a godere dell’aria sana, una buona alimentazione corretta e soprattutto un buon libro da leggere, e amare il prossimo come te stesso.

Dio ti aiuterà a superare i momenti difficili che ancora ti aspettano.

Io ti attendo al traguardo dei novanta (sempre se sarò autosufficiente) contrariamente ci vedremo aldilà.