Opuscolo pro manuscripto del
12 luglio 2005
Discorso per la benedizione
della stele in ricordo di Erwin Maier
[1]
Con grande piacere la mia famiglia ed io vi
porgiamo il più cordiale saluto e il benvenuto in questo giardinetto, chiamato al
Ort di Fiór. Già l’avevamo fatto, e più volte, in questi ultimi mesi e,
forse, persino in questi ultimi anni, al solo pensiero di «fare qualcosa» che
avesse pubblicamente manifestato il perdurare, oltre la morte, del vincolo di
affetto e della consapevole stima per Erwin Maier.
Salutiamo i genitori di Erwin, Lina e
Marino, gli zii, gli amici di Paluzza, gli sportivi e gli Alpini di quella
ospitale comunità. Salutiamo i colleghi di Erwin nell’Arma dei Carabinieri,
soprattutto quelli in servizio a Cortina d’Ampezzo, e il comandante della loro
stazione, mar. Gabassi, che li guida. Salutiamo le autorità civili, il vice
sindaco di Paluzza, Giancarlo Magnani, il vice sindaco di Zoldo Alto, Stefano
Cappeller, l’assessore Marzia Balestra. Salutiamo il nob. Italo Quadrio,
cancelliere dell’Associazione nobiliare triveneta.
Salutiamo voi tutti qui presenti, amici,
che, con la vostra partecipazione ed il vostro fraterno e qualificato assenso,
rendete più completo e gioioso il momento celebrativo, semplice e pur solenne,
che stiamo vivendo.
Senza dimenticare il sig. Prefetto, che,
impossibilitato a partecipare in quanto oggi ricorre pure la festa del patrono
dei Forestali, san Gualberto, non ha mancato di farci noto il suo apprezzamento
per questa iniziativa.
E senza dimenticare, infine, le persone che
hanno inviato un messaggio di saluto. Desidero leggervi alcuni passi di una
lettera giunta da Seveso: [1] «E’ ormai imminente la benedizione della
stele a ricordo e onore di quel grande Erwin Maier, a cinque anni dalla
tragica scomparsa terrena. Partecipiamo ai preparativi, già pronti; sentiamo
quell’ansia positiva e trepidante nel cuore, seguiamo passo passo le mosse di
chi gestisce con discrezione la festa, siamo come ombre presenti con lo
slancio del sentimento.
«Consapevoli sostenitori di Erwin […], ne
ammiriamo le grandi dori di alpinista-carabiniere e le speciali qualità umane.
I valori dell’altruismo, dell’amicizia, in equilibrio con l’entusiasmo e la
tenacia nei suoi impegni… il buonumore sono davvero un insegnamento e un
monito, specie per i giovani, e un grande lascito morale. Come tale, non
dev’essere perduto, ma fatto fruttificare.
«[…] Sicuramente Erwin è contento e sorride
per questa stele, perché è solida e semplice, come lui, quindi un simbolo,
posto tra i fiori alpini, in un órt di casa, tra le montagne che lui
tanto amava, non lontano dalla sua Paluzza.
«E’ un Erwin presente, come di fatto è
ancora. Ecco, forse lui non vorrebbe troppa pubblicità, ma essa è così fine e
discreta, come un’eco che rimbalza di villaggio in villaggio, di cuore in
cuore, per dire: “Vieni a sentire chi era Erwin e tornerai a casa più ricco”.
Non vorrebbe troppo chiasso, ma non ci sarà chiasso quel giorno, solo un’accorata
presenza e una serena comunione di ideali tra amici».
Queste righe descrivono esattamente i
sentimenti e i motivi che ci vedono riuniti.
[2]
Al sito internet www.cjargne.it
per lungo tempo è stata dedicata una pagina ad Erwin. In essa ho descritto
confidenziale come, già dopo la morte dell’amico, avessi progettato porre,
vicino casa, qualcosa in suo onore e in suo ricordo. E come ne avessi fatto
cenno a mio padre, il quale ora, e da dieci mesi, «vigila e approva con la sua
presenza nascosta questo fiore speciale nel suo órt di fiór e,
sorridendo compiaciuto, va discorrendo con Erwin, come con tutti i nostri
cari». [2]
La stele, [3] nella quale si è concretizzato il
desiderio, è una lastra di marmo d’Istria, lucido sulla parte anteriore e
discato sugli altri tre lati. E’ alta 130 centimetri, larga 20, dello spessore
di 15 centimetri alla base e 7,5 in alto. Reca, incise in carattere Arial, le
semplici parole carniche «Mandi Frut», che possono essere rese in italiano
quali «Arrivederci Ragazzo».
La scelta del marmo d’Istria era moralmente
d’obbligo, per me. Anzitutto per la sua bellezza, data da quel particolare
biancore venato d’un tenue giallino, che sembra imprigionare la luce del sole e
il calore degli ondulanti pianori e delle scogliere della penisoletta della
Venezia Giulia, degradanti verso il pacifico mare Adriatico. Poi a motivo di
una lunga sintonia e, potrei quasi dire, di un richiamo affettivo e familiare
verso quel lembo del nostro primo oriente. Quanto mi fece conoscere dell’Istria
il prof. Francesco Semi! Quanto ci aiuta a volgere lo sguardo a quella terra il
dott. Mario Dassovich! Noi non dimentichiamo le dolorose vicende legate
all’illustre figura del vescovo mons. Antonio Santin!
E, poi, strettamente unito alla penisola
istriana, sempre ci apparve e si affaccia alla nostra mente il nome della città
di Fiume, ove un fratello del nonno paterno, Michele, aveva trasferito la sua
famiglia, vissuto i suoi anni felici e, infine, subito la tragedia della seconda
guerra mondiale e della morte dei figli. Come avremmo potuto noi, i rimasti,
lasciar scivolare su quelle pagine di sofferenza, di una città e di una
comunità, il velo dell’oblio? Non sarà mai, da parte nostra; «indeficienter»,
«inesauribilmente», come dice nel suo stemma, scorre verso di essa, Fiume, la
memoria e la speranza di un’alba nuova. E seguiamo dalle pagine del suo
mensile, la voce dei fratelli profughi, rappresentati dal «Libero Comune in
esilio».
Infine, ma non da ultimo, la scelta del
marmo d’Istria accende in noi quasi una nostalgia dell’illustre Dalmazia, le
cui vicende seguiamo con affetto, scorrendo le pagine della rivista
dell’Associazione nazionale Dalmata, rivista diretta dal nob. Nicolò Luxardo De
Franchi, al quale rivolgiamo, se pure da lontano, un saluto rispettoso e
cordiale. Con lui ripetiamo le parole iniziali dell’inno dalmata: «Popol
d’Italia, avanti avanti / bagna nel mar le tue bandiere, gente di mille
primavere / l’ora dei forti tornerà!». [4]
Istria, Dalmazia, Fiume, terre amate! Il
vento dei monti sembra recare a noi l’eco del vostro antico gemito di libertà.
Al vostro gemito corrisponde il nostro impegno.
[3]
La celebrazione odierna si compie nel giorno
detto, qui a Coi, Festa de le curadure, ossia «Festa della [definitiva]
pulizia» dei campi, che, fino alla prima guerra mondiale, occupavano
interamente i declivi e s’aprivano ondeggianti d’orzo, frumento, fave e patate,
attorno al paese.
Questa festa, che abbiamo voluto ricordare
sui manifesti delle iniziative turistiche della valle, da alcune generazioni
non si celebrava più, conseguenza dell’abbandono generalizzato, per quanto non
totale, dell’agricoltura. «Non totale», dicevo, e, infatti, quest’anno la
nostra latteria sociale celebra i 120 anni di ininterrotta attività, una delle
pochissime in provincia di Belluno ad aver raggiunto questo traguardo.
La Festa de le curadure coincideva,
comunque, il 12 luglio, con il giorno nel quale, religiosamente, si festeggiano
i santi Ermagora e Fortunato. Ermagora, vescovo, fu il primo patriarca di
Aquileia; Fortunato era il suo diacono. Subirono entrambi il martirio. Sono i
patroni della diocesi di Udine e, quindi, anche della Carnia, e, dopo San
Pellegrino, sono pure patroni spirituali del villaggio di Coi.
Era giusto, pertanto, evidenziare, come
facciamo oggi, il legame che, tramite i santi Ermagora e Fortunato, esiste fin
dai tempi antichi tra Coi e la Carnia.
Volgete lo sguardo attorno, alle imponenti cime
che segnano l’orizzonte del cielo, e comprenderete come ciò possa essere
accaduto.
Di fronte a noi, solitario nella sua
maestosa bellezza, vi è il Pelmo. Ai suoi piedi, tra ghiaioni e nevai quasi
perenni, sgorgano centinaia di sorgenti, le cui acque, gelide e purissime, si
convogliano verso il fondovalle, formando ora un’incantevole pozza e quasi un
minuscolo lago tra i mughi e i rododendri, ora un ruscello che scivola nascosto
tra i muschi. Alcuni di questi percorsi d’acqua già dalle alte quote, oppure al
di sotto dei supremi altopiani alla base delle pareti rocciose, assumono un
aspetto di torrente. Abbondanti d’acque rumorose, scavano solchi profondi nel
terreno, mettono in evidenza e quotidianamente lucidano i massi di cui il
terreno si compone. Questi torrenti sembrano tracciare nel fitto delle
boscaglie, e indicare al percorso delle mulattiere, un prima e un dopo. Sembrano,
a volte, quando altre circostanze li facciano percepire come tali, dei confini
naturali. E così, in effetti, furono intesi, ovunque, sulle nostre montagne
alpine.
Fin da bambino, accompagnando qualche adulto
alla custodia della mandria del villaggio, nei quotidiani spostamenti da un
pascolo all’altro sulle pendici più fertili del Pelmo, mi venne spiegato che,
secondo l’antichissima e quasi sacra tradizione, saremmo potuti arrivare al
massimo, verso nord-ovest, al torrente chiamato Ru Biénc, appena oltre il
costone delle Lendine. E’ vero che, qualche volta, andavamo oltre, sino al Pian
di Fóp e, persino, al Pian di Bùei; ed era legittimo, poiché ormai anche quelli
erano divenuti pascoli del villaggio. Ma sapevamo bene che in antico non era
stato così e attraversavamo il Ru Biénc sempre con un po’ di timore e con il
senso confuso di violare un tabù. Sì, perché esso segnava, fin dal tempo dei
Romani, il confine tra il municipio di Zuglio Carnico, del quale l’intero
Cadore faceva parte, e il municipio di Belluno, al quale, col nostro estremo
lembo di terra, appartenevamo noi della valle di Zoldo, noi di Coi.
Ancor oggi, dopo tanti anni e tante vicende,
quando giungo al torrente di Ru Biénc provo uno strano, irrazionale timore; ho
la sensazione di attraversare un limite che non dovrei valicare e l’anima viene
invasa da un senso di mistero.
Fin da adolescente, poi, volgendo lo sguardo
all’altra montagna, al Coldai, sapevo che lì, ove il canalone che la separa dal
restante gruppo della Civetta lascia il posto al verde della boscaglia; che lì,
ove l’occhio individua un minuscolo pianoro, sulla parete di roccia che lo
sovrasta in modo quasi perpendicolare, e così pure in altri due punti di quella
zona, lì sono incise le iscrizioni romane di confine tra Zuglio Carnico e il
Bellunese. Il confine segnato dal Ru Biénc trovava da sempre in quelle
iscrizioni la sua conferma ufficiale, incisa nella roccia da ignoti esecutori
di un ordine dei funzionari dell’impero romano. Di qua il Bellunese, di là il
Cadore e, storicamente, Zuglio Carnico.
Eppure, io mi sono sempre chiesto se un
confine storico, che nessuno può cancellare né vuole farlo, debba rappresentare,
come sembrerebbe, un punto di divisione e non essere inteso e divenire,
piuttosto, un punto di unione, come ho sempre ritenuto. Non il luogo in cui ci
si allontana, ma ci si incontra; non il luogo in cui si prendono strade
diverse, ma ove entrambe le strade convergono; non il luogo in cui si diventa
estranei gli uni agli altri, ma quello in cui ci si dà la mano e si diventa
amici. Il luogo in cui, provenendo da comunità e da storie separate, si
apprende, un po’ alla volta, a conoscersi meglio, a rispettarsi, a non divenire
mai, col pretesto di quel confine, gli uni nemici degli altri, gli uni contro
gli altri, ma gli uni fratelli degli altri.
Nella mia amicizia verso Erwin coltivavo
questo desiderio di fraternità e mi sembrava che tutte le paure infantili del
Ru Biénc si trasformassero, finalmente, in un abbraccio festoso e divertito.
Quel comando che avevo ricevuto da bambino: «Non andare oltre!», finalmente
poteva essere da me superato, nell’altro, che il cuore mi dettava ed era
l’esatto opposto: «Vai oltre il confine!». Certo, non per diminuire l’altro con
la propria presenza, violarlo nella sua identità, condizionarlo e ridurlo a sé.
Ma, al contrario, per avere la gioia di conoscerlo; per avere la gioia,
conoscendolo, di imparare a scoprirlo nella sua identità.
Finché, inaspettatamente, mi venne dato di
intuire che anche lui, Erwin, condivideva lo stesso sentimento, che questo
sentimento in noi era uno slancio luminoso e trasparente, che si rafforzava,
via via, in nuovo desiderio di conoscenza e in nuovo slancio. In noi, nelle
nostre anime, nel nostro più profondo e totale slancio di vita, pur così
diversi per tanti motivi, vi era un’identica disponibilità vicendevole; non
divisione, ma sintonia di spiriti.
Questa stele conserverà in sé, anche quando
il mio corpo avrà cessato i suoi giorni terreni, il desiderio d’incontro che ci
fu tra Erwin e me, e il grido gioioso e potente delle nostre anime, amiche, che
per quanto possibile lo attuarono.
[4]
A riguardo dell’amicizia, c’è purtroppo, una
concezione superficiale e inesatta.
Nella maggior parte dei casi è confusa con
il sentimento che l’accompagna, fatto di benevolenza vicendevole; l’amico – si
dice – è colui del quale ci si può fidare e col quale ci si può confidare.
Tutto ciò è vero; eppure l’amicizia, nella sua essenza, è qualcosa di più e di
diverso dal sentimento.
E’ fondata sul riconoscimento di una dote
dell’altro e, assieme, sul riconoscimento, da parte dell’altro, di una dote in
noi. Se non c’è questo riconoscersi vicendevole, non si può parlare di
amicizia. Le qualità che l’amico apprezza nell’amico possono essere di valore
diverso, di grado inferiore o superiore. Può trattarsi di una qualità del
corpo, com’è la bellezza o la prestanza fisiche; oppure essere una qualità del
carattere, quali la tenacia o la mitezza; oppure una qualità intellettuale,
come la capacità di apprendere una lingua straniera; può trattarsi, infine, di
una dote spirituale, qual è l’altruismo o la religiosità. Più un’amicizia è
fondata sui valori superiori, più è gioiosa e duratura; più è fondata su quelli
inferiori – per quanto siano e restino valori – è soggetta al loro venir meno.
In ogni caso, l’amicizia non può fondarsi
che su un oggetto positivo e volgere verso una meta positiva, altrimenti
sarebbe (confusa con la) complicità. Anche i ladri tra loro possono chiamarsi
ed essere amici, ma non lo sono, in vero, perché non si aiutano ad essere
migliori, ma semplicemente a raggiungere il possesso disordinato di alcuni beni
materiali. La loro solidarietà è contro terzi, cui reca un danno, mentre la
vera amicizia non è contro nessuno e non ha bisogno, per esistere, di
danneggiare altre persone. La vera amicizia è, come nel mondo dello sport e
delle professioni oneste, una solidarietà ed uno stimolo vicendevoli, per
superare, con la forza dell’unione e dell’incoraggiamento reciproci, le
difficoltà individuali al conseguimento dei risultati umani, atletici o
professionali, desiderati. Nell’amicizia c’è, come è comunemente rilevato, un
atteggiamento vicendevole di fiducia, quasi l’uno dicesse all’altro: «Tu puoi
farcela», «Io ti aiuterò a farcela».
Nella misura in cui alla fiducia si unisce
la constatazione gioiosa che l’amico fa i progressi desiderati e raggiunge i
traguardi sperati, diventa stima. Ed è la stima la colonna portante
dell’amicizia, ed ogni vera amicizia può reggersi solo sulla stima e finché la
stima non ceda il posto alla delusione.
Tutto questo avviene a livello di singole
persone, come pure tra comunità e popoli. Quante barriere psicologiche esistono
ancora al mondo, nonostante e ben al di là delle organizzazioni internazionali!
Quante prove di mancanza di fiducia tra comunità, magari confinanti; quanto
disprezzo di chi sta oltre il nostro terreno culturale, etnico, religioso,
economico, scambiato spesso per un nemico o almeno come un pericolo, quando è
solo un essere umano che sta due passi oltre la linea di confine che abbiamo
psicologicamente innalzato!
Quanta poca conoscenza c’è anche tra
comunità appartenenti a uno stesso territorio montano! Quanto poco noi di Zoldo
conosciamo alcune valli del Cadore e la Carnia, quanto poco anch’esse sanno di
noi!
Ci sarà un giorno in cui tutto questo sarà
superato e si sarà felici non di allontanarsi, ma di avvicinarsi; di aiutarsi,
non di contrastarsi; di conoscersi, non di disprezzarsi; di desiderarsi nella
reciproca identità e diversità, non nell’annullamento di sé stessi in un anonimo
conformismo e cosmopolitismo. Sono certo che questo giorno arriverà. Ho
riflettuto a lungo prima di giungere a questa certezza e mi sono convinto che,
nel nostro futuro, non potrà essere che così.
I rapporti interpersonali e internazionali
prima o poi dovranno fondarsi sull’amicizia, cioè sulla conoscenza, la fiducia
e la stima, gli uni degli altri, gli uni per gli altri. Non può essere solo
l’organizzazione turistica o commerciale a spingere le persone a spostarsi, e a
spostare i propri capitali, da un continente all’altro del pianeta. Non è accettabile
che l’anima dei rapporti tra le nazioni e le comunità sia il commercio dei beni
materiali, ovvero la ricerca prioritaria del benessere economico e dell’utile
finanziario. Né è accettabile che ci si sposti quasi solo per motivi di riposo
dal lavoro, per un turismo che, in quanto ferie lavorative, entra ancora nello
schema mentale che assegna all’economia la funzione primaria di mettere in
rapporto i popoli, finché c’è l’utile, e poi di contrapporli.
E’ necessario imparare l’arte dell’amicizia,
che è bello trovarsi, conoscersi, aiutarsi con gratuità, senza porre tutto ciò
in termini di guadagno economico. Noi abbiamo il diritto di credere, e lo hanno
le nuove generazioni – cui affideremo i nostri villaggi, le nostre comunità e
il mondo – che l’amicizia non è una parola vuota o un sentimento passeggero e
illusorio, ma il più alto degli ideali umani, il più entusiasmante degli
impegni e, nello stesso tempo, una possibilità alla portata di tutti, una ben
raggiungibile vittoria su certo torpore egoistico o rassegnato che, a volte,
inquina la bellezza del vivere. Noi già lo crediamo e lo proponiamo, con tutta
la forza del cuore, con lo slancio della maturità, con la consapevolezza
dell’esperienza: il domani sarà migliore dell’oggi, più umano e fraterno.
[5]
Con brevi frasi ho tentato di far percepire
che l’amicizia è qualcosa di assai più grande del sentimento che l’accompagna.
Pur tuttavia, andando col pensiero ad Erwin, per il quale facciamo tutto
questo, e con il quale alcuni di noi hanno vissuto minuti, ore e giornate di
indimenticabile, di totale amicizia; pensando a lui e percependo, ancora, la dolorosa
realtà del silenzio delle sue labbra, non possiamo fare a meno di ammettere che
l’amicizia è, pur anche, un sentimento profondo, in noi, purificatore
dell’anima e nobile.
L’impossibilità di esprimerla ad Erwin, e di
ricevere da lui i segni tangibili dell’atteso contraccambio, continua a
sorprenderci, quasi non riuscissimo ad ammettere il suo definitivo distacco
terreno; e, per certi aspetti, è effettivamente così.
Come successe al momento in cui apprendemmo la
terribile notizia, ci coglie un senso di vertiginoso stordimento e l’anima si
dibatte, lacerata dal dolore, tra l’interrogativo del perché e la tentazione di
non ammettere l’accaduto, trovando rifugio in un comprensibile ma
irragionevole: «Sarà mai vero?». E’ inutile, non ci sono risposte, tanto meno
esaurienti…
Sappiamo d’aver avuto in Erwin un grande
dono ed egli continua ad essere per noi uno sprone a dare il meglio di noi
stessi, cominciando dal presente ed oltre ogni presente, verso orizzonti larghi,
e, quando Dio vorrà, infiniti, come quelli ai quali, con uno scatto improvviso,
lui è giunto.
Al rifugio «Quintino Sella», sul monte Rosa,
una targa riporta una poesia di Tagore, che a me sembra, anzi sono certo sia
stata, nella sostanza, anche l’ultima preghiera di Erwin:
Io sono qui,
[Signore,]
soltanto per
cantare
il tuo canto;
nel tuo
meraviglioso universo,
dammi
il mio piccolo
posto.
***
Ancora grazie d’essere venuti.
[1] Lettera di Renza, Pietro, Monica e Paolo
Malvezzi, di Seveso (MI), del 6-7 luglio 2005.
[2] Ibidem.
[3] Da questo punto alle parole «Al vostro
gemito corrisponde il nostro impegno…» il testo è stato pubblicato ne «La Voce
di Fiume» del novembre 2005, p. 13
[4] «La Rivista Dalmatica», n. 1,
gennaio-marzo 2005, p. 21.