«Rivista di Diritto Agrario», a.
84°, fascicolo 2, aprile-giugno 2005, pp. 116-123
All’origine del Libero Maso di Coi
Alla pari di altre
realtà della parte alta della provincia di Belluno (in particolare nei comuni
di Colle Santa Lucia e Fodom o Livinallongo del Col di Lana, ma anche di altri
territori dell’alto Cordevole), la formazione delle Regole di Zoldo presenta,
come caratteristica che la differenzia dalle Regole di Ampezzo e del Cadore,
una pressoché costante evoluzione dal maso al villaggio e quindi da una Regola
di maso a una di villaggio, comprendente più masi. Al momento dell’inserimento
del Bellunese nella Repubblica di Venezia (1404), tale evoluzione risulta
sostanzialmente conclusa e ai primi del Quattrocento le Regole di Zoldo erano
dieci, come sono ancora attualmente.
Sarebbe
necessario identificare e, per quanto possibile, ricostruire la struttura dei
masi all’origine delle Regole. Un lavoro mai affrontato, al quale qui
desideriamo dare un primo contributo, nella ricostruzione storica dell’unità
abitativa e del podere che risulta essere il maso originario del villaggio di
Coi.
Per farlo, è stato necessario attenersi e analizzare
scrupolosamente i pochi documenti sinora trascritti e pubblicati, a cominciare
dall’investitura livellaria del maso di Pianaz, del 5 ottobre 1535, rilasciata
a conferma e rinnovazione («causa renovationis») d’altra, precedente,
del 14 novembre 1411. 1
I
titolari
Nell’Investitura
del 1535 troviamo menzionate, per la prima volta, persone di cognome Pellegrini
(nella forma arcaica di de Pelegrin, quale patronimico, cioè
«discendenti di un padre di nome Pellegrino») e, contemporaneamente,
l’affermazione che esse abitavano ai Coi. Si tratta di un Martino, già defunto,
e di suo figlio Nicolò, che non era l’unico, ma gli altri figli non sono
nominati essendo, all’evidenza, rappresentati da costui, molto probabilmente
primogenito. Nicolaus q.m Martini de Pelegrino dai Coi possiede,
infatti, assieme ai suoi parenti o consortes, un pratum, il quale
ab ortu solis (ad est), ed esattamente a parte superiori, a
medio [superiori], fa da confine al podere di una casa che, a Pianaz di
Zoldo, è posseduta dal maso dell’altare di San Mattio della chiesa cattedrale
di Belluno, (altare) di giuspatronato della nobile famiglia bellunese-trevisana
degli Azzoni (…tamquam patronus Altaris… ac antiquitus domus de Azonibus). 2
Poco oltre,
descrivendo i beni del podere di una seconda casa posseduta da tale maso
ecclesiastico, questa volta in villa dai Coi, compare una nuova
citazione dei de Pellegrin-Pellegrini, quali possessori delle terrae, et
prata che, in questo caso, fanno da confine del maso a meridie (a
sud); titolari di tali campi e prati sono, infatti, gli heredes
Nicolai de Pelegrino.
Poiché nella
diligente stesura dell’investitura del 1535, il notaio 3
cita qua e là alcuni passaggi di quella del 1411, permettendo di poter fare
un confronto tra i titolari nei due diversi periodi (olim… nunc…), è
spontaneo chiedersi se il Nicolaus q.m Martini, citato come vivente in
rapporto alla domus di Pianaz al tempo della prima investitura, fosse
diventato punto di riferimento generale, storico sì ma con implicazioni
giuridiche attuali, degli eredi (heredes Nicolai…) al momento della
seconda investitura. A tale domanda, sembra impossibile dare una risposta
positiva, per due ragioni congiunte. Nicolò, anzitutto, nel 1411 avrebbe dovuto
essere l’unico dei discendenti di Martino, senza dire che Martino stesso avrebbe
dovuto essere l’unico dei de Pellegrin, il che non sembra credibile. Anzi, al
contrario è detto espressamente che Nicolò aveva dei consortes ed è
improbabile, per quanto non impossibile, che, nel volgere di 124 anni, essi
siano stati tutti privi di discendenza, sicché nel 1535 vi sarebbero stati ai
Coi solo i discendenti del (presumibile) primogenito.
Più logico
pensare che il nome Nicolò indichi, nelle due citazioni, due persone distinte,
pur legate in linea ascendente o discendente, diretta o indiretta.
Rilevato il dato
certo dell’avvenuta morte, al 1535, del secondo Nicolò, e considerando questa
morte come un fatto avvenuto in un passato prossimo (relativamente vicino e
quindi valevole, nella memoria degli interessati, come punto di riferimento
anche giuridico), analogamente sembrerebbe giusto riconoscere nell’altro Nicolò
(vivente) una persona in grado di rappresentare un punto di riferimento certo,
sia per il notaio che per gli interessati del 1411.
Tanto più che una
pergamena del 1416 parla di un andrea q. nicolai acoi, cioè «dai Coi»; 4 i quali Andrea e Nicolò
non sono riconducibili nell’ambito della famiglia e della domus dei de
Rizzardin, dal momento che, di essi, allora, conosciamo esattamente i nomi, del
tutto diversi: Giovanni, coi figli Antonio e Rizzardo, e il loro parente
Paoletto. Né sono riconducibili a qualche altro ceppo familiare perché – è
perfino superfluo dirlo – nella villa (villaggio) ai Coi fino verso la
metà dell’Ottocento non c’erano altre famiglie che le Pellegrini e Rizzardini.
Se l’identificazione vale, il Nicolò della prima citazione del 1535 sarebbe
morto, pertanto, tra il 1411 e il 1416.
Se, viceversa, il
Nicolò della prima citazione era vivente nel 1535, come quello della seconda
citazione, suo padre Martino poteva essere figlio di un altro Nicolò (di cui
alla seconda citazione), uno dei suoi figli, ognuno con vari discendenti (heredes).
Ci sembra l’ipotesi più credibile, sia tenendo conto del fatto – non scritto
nel documento ma ben noto – che, sino alla fine dell’Ottocento, tutti i
Pellegrini abitarono uniti nell’area su cui sorgeva la prima domus - a meridie, appunto e, per essere più
precisi, esattamente davanti – di quella costruita dai masieri di Pianaz (de
Rizzardin), sicché non sapremmo pensare a un Nicolaus q.m Martini che
non avesse parte al possesso e godimento delle terrae, et prata della seconda
citazione; sia perché allora il numero delle famiglie de Pellegrin deve essere
stato limitato. 5
Di suo Nicolò fu Martino aveva, con gli eventuali fratelli o cugini, la
proprietà particolare del prato che scendeva fin sopra Pianaz.
Avendo collocato
storicamente il Nicolò, di cui alla prima citazione, in rapporto a quello della
seconda, quale suo discendente e forse nipote, si verrebbe quasi a concludere,
ma senza ragioni, che la presenza dei Pellegrini ai Coi sarebbe anticipabile
solo di qualche generazione, rispetto al 1535, e quindi collocabile verso la
fine o, comunque, nella seconda metà del Quattrocento. 6
Per quanto privi
della conoscenza di documenti che mostrino, in forma diretta, il legame tra la
famiglia (il cognome de Pellegrin) e il luogo (la villa ai Coi) in data
anteriore al 1535 (perciò fine o seconda metà del Quattrocento), disponiamo di
alcuni dati che, quando non uno per uno, almeno nel loro complesso portano ad
esserne sufficientemente persuasi.
La pergamena del
1416: I ricordati andrea q. nicolai acoi sono due nomi privi di cognome,
questo è vero; ma che importa? Abbiamo già dimostrato come non siano riconducibili
al casato de Rizzardin, eppure, nel mentre si dice che Coi è villa, non
vi è alcuna menzione, neppure nel 1535, di altre domus ai Coi (dai Coi, acoi)
oltre quelle dei de Rizzardin, dei de Pellegrin e degli abitanti di Col. 7 Si potrebbe allora
avanzare l’ipotesi fossero padre e figlio di Col, oggi borgata di Coi; ma
linguisticamente una simile affermazione non sarebbe sostenibile, in quanto
ancora nel 1584 gli abitanti di Col (due sole famiglie) erano detti de Col,
semplicemente, e non de o da i Coi; 8 in secondo luogo, anche
nel caso si volesse intendere Andrea e Nicolò come abitanti di Col, nulla
cambierebbe, perché essi sarebbe pur stati della stessa famiglia dei de
Pellegrin-Pellegrini, venuti dal maso di Levazono, 9
e logicamente alla stessa data.
La sentenza del 7
gennaio 1398: Essa parla di Regola dey Coy. 10 E’ un documento che, come appare dalla
annotazione finale del notaio copista, i Pellegrini (e gli abitanti di Col)
vollero portare a loro difesa nel corso della causa giudiziaria del 1583-84 e
nel quale si sentivano coinvolti, anche se non li citava, come non cita alcuna
famiglia, ma parla in generale di Regulae. Il documento fa menzione
della Regula dey Coy e dunque, in prospettiva giuridica, in quanto
membri della stessa, li avrebbe coinvolti in ogni caso, fossero pur giunti in
epoca successiva. Ma il documento ha pure una sua importanza in prospettiva
storica, perché – soggettivamente – attesta la consapevolezza (da parte dei
Pellegrini) della loro antica residenza, e – oggettivamente – che Coi era
«sede» di una Regola; è questo dato di fatto che ci importa evidenziare. Una
Regola non poteva essere formata solo da Giovanni de (Rizzar)dino e dal suo
parente Paoletto, i quali 72 anni dopo (nel 1470), pur con due figli e nipoti,
erano chiamati ancora masieri di Pianaz e non regolieri dai Coi.
E’ evidente che a Coi nel 1398 c’erano più di una famiglia e altre famiglie,
tra le quali almeno quella del Nicolò morto prima del 1416, ossia una dei de
Pellegrin (che riportano il documento) e forse (ma solo in linea
ipotetica) una prima dei de Rizzardin.
La dichiarazione
del 1583-84: Alla domanda del giudice: «Li ditti, cioè li suoi vecchi sono
delle antiche famiglie dei Coi?», durante la causa giudiziaria di quegli anni,
la parte avversa Bernardino Rizzardini rispose: «Credo [di sì]. Per mio
ricordo, ma mi riccordo haver sentito a dire alli nostri Vecchi che costori era
dalla cassada da Lavazoi su»; ora, quel antiche famiglie (della domanda)
e nostri vecchi (della risposta), sulla bocca di un uomo già anziano,
indicano la consapevolezza, anche da parte dei Rizzardini, di una antichità di
presenza dei de Pellegrin e degli abitanti di Col che va ben più addietro nel
tempo dello spazio di «qualche generazione».
Il possesso delle
terrae, et prata centrali e della sorgente: Nel 1398 gli abitanti della villa
dai Coi formavano una Regola; la prima domus del maso di Pianaz, a
Coi, è quella dell’investitura del 1411 (attestata tramite il doc. 1535), un
fabbricato quindi di qualche anno prima, con ragionevolezza databile alla fine
o seconda metà del Trecento. Ma casa in una situazione particolare e che tale
sarebbe rimasta ancora a metà Cinquecento, ossia circondata per due lati (nord
ed est) da pascoli e per gli altri due da proprietà di terzi: l’intera fascia
sud (molto ampia, la più soleggiata e comoda per l’agricoltura) da terrae,
et prata dei Pellegrini dai Coi e quella ovest da terrae, et prata
di un Panciera da Mareson. E’ impossibile immaginare un insediamento dei
Pellegrini in epoca successiva alla costruzione della casa dei de Rizzardin,
con innalzamento della loro proprio davanti a quella e l’occupazione materiale
delle terrae, et prata sottostanti, compresa l’area, di vitale importanza,
della sorgente.
Il portale e il fabbricato riscoperti: E’
opinione comune di tutti (Rizzardini compresi) e da sempre ripetuta che la
«casa madre» dei Rizzardini sia quella detta di Sélva, frutto di vari
interventi architettonici, soprattutto del Cinque/Seicento, su strutture
anteriori. Il documento del 1535 attesta che, in tale data, i Rizzardini
possedevano ai Coi solo unam domum ed è impossibile non riconoscerla in
quella di Sélva. Il doc. del 1535 attesta pure che l’abitazione di
quell’anno era la stessa che i de Rizzardin avevano nel 1411. Ebbene, è del 20 aprile
2003 la scoperta sulla facciata di una casa settecentesca, che sorge proprio a
fianco della sorgente, nell’area delle terrae, et prata dei de
Pellegrin, di un portale murato, ad arco ogivale, struttura residua di un
fabbricato più antico e di cui si era perso ogni ricordo. Un portale (e quindi
un fabbricato) certamente anteriore al 1535, il che è sufficiente per dire che
lo è anche del 1411 o, meglio, della data di costruzione della casa di Sélva,
trovando impossibile ammettere che i Pellegrini abbiano voluto e, soprattutto,
potuto costruirsi un’abitazione proprio (e quasi provocatoriamente, ma perché?)
a meridie della casa di Sélva. A questo punto sarà proprio la
datazione del portale rinvenuto a contribuire a meglio datare anche la casa di
Sélva, a rigor di termini di non molto posteriore.
La casa e il podere
Dopo aver accertato, sul fondamento dei
documenti e dei fatti riferiti, l’origine del maso ai Coi nella seconda metà
del Trecento (un po’ prima del 1398), per acquisto e colonizzazione da parte di
alcune famiglie di masieri di Levazono,
dei quali i primi nomi sono icolò, già defunto nel 1411, e suo figlio
Andrea, in base all’investitura del 1535 siamo in grado di stabilirne a
sufficienza pure i confini.
A differenza di quanto creduto sino al 2003,
la domus originaria non sorgeva dove sono le due abitazioni dei
Pellegrini Vésco, ma un cinque/dieci metri più a est e leggermente più a
sud. Il portale d’ingresso della domus è sulla facciata anteriore, vòlta
a sud-ovest, secondo la conformazione del terreno;è costituito da blocchi
squadrati, di varia misura, di pietra nera, sovrapposti lungo il lato maggiore;
il vano misura circa 90 centimetri di larghezza e 200 di altezza; richiederebbe
notevoli lavori di restauro, per essere messo in completa luce. La base del
portale non è al livello del terreno, ma a circa un metro d’altezza, per cui si
accedeva all’abitazione tramite una scaletta, probabilmente in legno, forse
rialzabile durante la notte; tale conformazione garantiva una maggiore sicurezza
alla casa, soprattutto un più difficile accesso agli animali selvatici più
pericolosi, allora probabilmente assai numerosi (volpi, lupi, orsi, come
testimonia Luigi Lazzarin).
Nello spazio antistante sorgevano gli orti,
posti su due terrazze inclinate, per attutirne la pendenza. Il muraglione
maggiore, sottostante le due terrazze, è lungo una trentina di metri e continua
fino davanti alla casa Vésco. La casa originaria faceva dunque parte di un’area
abitativa più vasta, ruotante attorno alla sorgente, il cui pozzo è ora nella
cantina di casa Vésco, mentre l’acqua era condotta all’esterno da un
tubo di pochi metri, per terminare sul nudo prato, lì dove, fino a pochi
decenni fa, esisteva una fontanella e gli anziani ricordano che la signora
Domenica Pellegrini, detta Ménega, vi metteva (come in una specie di
frigorifero) le raganelle, per poi mangiarle, vive.
La casa dei Pellegrini Vésco, ricostruita
nei primi decenni del Novecento, conserva una parte della struttura precedente,
con gradino d’accesso in pietra (ben poco lavorata) e pavimento in somasa,
oltre ad alcuni solai, su due piani. La maestra Maria Teresa Pellegrini ricorda
(estate 2003) che altri solai di casa Pellegrini continuavano verso l’attuale
casa Rizzardini Paléta e la strada pedonale era prima e dopo le due
case, non nel mezzo, come ora. La stessa signora Maria Teresa informa che il
fabbricato in cui è conservato il portale, da ultimo usate dalla signora
Genoveffa Piva, erano state acquistate dai suoi antenati Vésco. I
legittimo chiedersi se la casa Rizzardini Paléta non fosse stata in
origine la stalla e il fienile della casa originaria.
Per la definizione dei confini delle terrae,
et prata del maso (cfr. cartina), si sono seguiti i seguenti criteri:
Poiché l'investitura del maso di Pianaz
ricorda che la proprietà dei Pellegrini (de Pellegrin) giungeva fin sopra
l'abitazione del maso di San Mattio, a Pianaz, appena a ovest del Rù dei
Mulini, questo torrente ha permesso di tracciare la prima linea di demarcazione,
in senso est/ovest. Tanto più che l’investitura del maso di Pianaz accenna a
campi di abitanti di Mareson situati proprio oltre il torrente e persone sia di
Coi che di Mareson sono in grado di indicare la posizione di simili campi,
coltivati fino a pochi decenni or sono.
Partendo dal torrente, poi, il confine è
stato fatto proseguire lungo la mulattiera che da Pianaz conduce a Col di Coi,
secondo il criterio ben noto che i confini seguivano le strade (e questa era
una mulattiera piuttosto importante, lungo la quale transitavano anche gli
abitanti di Zoppè di Cadore quando, in primavera e in autunno, portavano il
loro bestiame a monticare in località La Grava); tale mulattiera, inoltre,
segna ancora il confine tra la Regola Grande dai Coi e quella, a sud, di
Fusine. Poco dopo la località di Palua, attraversata dalla mulattiera, il
confine si fa incerto e nel disegno si sono rappresentate le due soluzioni
possibili. Nella prima si è seguita la stessa isobara della mulattiera,
mentre nella seconda ipotesi si sposta il confine a due isobore più in basso,
ossia al confine attuale tra Regole di Coi e Fusine, credibile come confine
antico dal momento che anche i prati tra queste due isobare (molto produttivi
come fieno) sono anche attualmente posseduti e goduti per lo più dagli abitanti
di Coi.
Dopo Col, casale di Coi, in entrambi i casi
il confine non può che proseguire fin oltre la chiesa (inizi del Cinquecento)
del villaggio, all’altezza dell’antica mulattiera che da Col va a Brusadaz e i
cui terreni sottostanti sono in parte privati in parte regolieri.
A nord/est, nel punto in cui tale mulattiera
incrocia il sentiero che da Brusadaz sale direttamente a Coi (scavalcando la
mulattiera per Col e Pianaz), è legittimo collocare un punto di confine
minimale della proprietà del maso originario su quel lato della collina, come è
legittimo ipotizzare che, per il resto, il limite della proprietà seguisse lo
stesso sentiero.
Dall’incrocio del sentiero da Brusadaz, il
confine non poteva che essere, ancora, lungo la mulattiera che da Col va alle
malghe o Casere. Anche ove sorge l’attuale piazza di Coi (del 1927), la strada
faceva da confine netto tra le due abitazioni dei Pellegrini e dei Rizzardini.
E’ logico che si debba seguire tale mulattiera o antica strada da Coi a Mareson
fin dove essa incrocia il Rù dei Mulini. A questo punto l’area del maso è
individuata su ogni lato.
Al suo centro è segnata poi lato una
divisione in senso est/oves, lungo il piccolo ruscello di Palùa, per indicare
la sottodivisione del maso tra l'unità abitativa dei Pellegrini di Col e quella
degli stessi a Coi. Ma non si tratta di una vera divisione e la riga tracciata
serve solo a una migliore comprensione della struttura interna del maso.
In alto a
sinistra del maso originario dei Coi è individuata un’ulteriore area. Essa risale
il Rù del mulini per spostarsi, lasciando i prati privati a sud/ovest, al Rù de
Vido, che è ancora il confine tra la Regola di Coi e quella di Mareson.
Risalendo detto torrente fino alla mulattiera delle Casere (ponte) e
ridiscendendo lungo la mulattiera stessa verso Coi. Quest’area era quella
utilizzata in modo pressoché esclusivo dai Rizzardini, consorti del maso di
Pianaz andati a stabilirsi a Coi sopra il maso dei Pellegrini, o per motivi di collaborazione
o di controllo.
Il alto a destra del maso originario è
individuata una terza area. Poiché i beni in essa compresi erano fin
dall’origine della Regola di Coi è legittimo ipotizzare facesse parte del maso
originario, ma non è certo, per cui l’area è stata segnata come appezzamento a
sé stante.
1
Archivio comunale di Zoldo Alto, collocazione non precisata, doc. contenuto nel
Registro n. II della Regola Grande dai Coi; pubblicato in: SEGRETARIATO
PELLEGRINI DA ZOLDO, Presentazione del Centro culturale «Amicizia e
Libertà», pro manuscripto, 1998, pp. 15-20; Fl. PELLEGRINI e P. MONEGO, Le
Regole di Zoldo e le investiture della Serenissima; Fiesso d’Artico (VE),
Grafiche La Press srl, 2003, pp. 263-271. – Nel doc. del 1535 non si parla di
maso di Pianaz ma, genericamente, di bona predicti altaris… quae hodie
tenentur, et possidentur ut infrascripti duo procuratores… dixerunt (i due sindici,
et procuratores sono i rappresentanti dei consortes di Pianaz e di
Coi, debitamente autorizzati all’atto), il che potrebbe far concludere che nel
nome del maso sia ricordato anche Coi, mentre ciò non è. Il maso di Pianaz (e
solo di Pianaz) è attestato già da un doc. del 1331, quando fu proprio un Jacobus
de Planacio q.m Donacii a far da rappresentante omnium hominum et
personarum omnium mansorum de dicto plebatu Çaudi (P. MONEGO, In Val di
Zoldo nel Medioevo; Centro culturale «Amicizia e Libertà», 1999, p. 181).
Ancora più esplicito un doc. del 1471 (Fl. PELLEGRINI e P. MONEGO, Le
Regole…, o.c., pp. 252-256), nel quale i primissimi abitatori della domus
posseduta dal maso di Pianaz ai Coi (la stessa del 1411-1535: …olim
[cioè nel 1411, dato che è il doc. del 1535 che parla] habitatam per
Paulettum dai Coi, et Joannem dicti loci dai Coi de Marasono), ovvero misierum
Antonium, et Rezardinum fratres filij q.m sier Johannis de Dina day Coy (primissimi,
perché nel 1411 Antonius Joannis dai Coi abitava ancora a Pianaz), sono
detti, al pari e assieme agli altri di Pianaz, colonos sive habitatores mansi
de Planatio; un’espressione ripetuta ben otto volte. E, ciò, anche
se ormai abitavano stabilmente a Coi e il «dai Coi» era considerato dagli altri
masieri (cfr. doc. 1535: omnes consortes cognominati dai Coi habitanti in
dicta villa dai Coi…) il loro cognome (ma sarebbe prevalso, nei
fatti, il patronimico de Rizzardin, poi Rizzardini).
2
Famiglia ancora esistente; al riguardo: CORPO DELLA NOBILTA’ ITALIANA, Famiglie
nobili delle Venezie; Udine, Ed. Gaspari, 2001, pp. 29-30; A. BURLON e L.
PONTIN, Araldica della Provincia di Belluno; Belluno, Ist. bellunese di
Ricerche sociali e culturali, pp. 52-53.
3 Joannes Franciscus
filius providi viri ser Marci de Mazzochis agromerati [?] de Gladis [?] Bergomensis,
necnon civis, et in collegio Belluni publicus apostolica atque imperiali
auctoritate notarius, et iudex ordinarius.
4
Doc. citato ne «Il Maso ai Coi Bollettino n. 1», p. 19, nota 12.
5
Ancora nel 1584 le famiglie Pellegrini erano soltanto cinque; cfr. Fl.
PELLEGRINI, Il registro n. X della Regola Grande dai Coi di Zoldo; pro
manuscripto in venti copie, 1988; ad es. doc. 53, p. 44.
6
A questa conclusione sembrano indurre anche tre documenti:
1) Una pergamena
del 1454, che afferma: «Item domus posita in Marasono, posessa per ser Piligrinum
de Marasono, tenetur respondere omny et singulo anno ecclesie predicte aut eius
iurato solidos 10»; canone di livello che quel Pellegrino pagava alla chiesa
parrocchiale di San Floriano (Le pergamene della Pieve di San Floriano di
Zoldo (secoli XIV-XIX), a c. di O. CEINER e S. MISCELLANEO; Longarone,
Grafiche Longaronesi, 2002, p. 52.
2) Un accordo del
4 marzo 1470, col quale gli «homines, et regulares de Marasono, et Peculo» e
«magistrum dominum Zardinum, et Antonium fratres filii q.m Joannis de Dina dai
Coi dictae plebis Zaudi, et magistrum Nicolaum sartorem filium dicti
Rizzardini», al fine di giungere a un accordo, si ritrovarono a Fusine «in domo
habitationis sier Vadagnini q.m sier Joannis de Pellegrin de Marasono» (Fl.
PELLEGRINI e P. MONEGO, Le Regole…, o.c., p. 250).
3) Un ulteriore
accordo, del 1471, dove tra i regolieri di Mareson figurano «Gregorius q.m
Joacobi de sier Peregrini de Marason suo proprio nomine, et nomine eius
fratrum, N.N. suo proprio nomine, et nomine eius fratrum, [il testo manca del
nome del regoliere e di una riga, da noi ricostruita a senso; il testo venne
tralasciato dal copista nel doc. da cui è ripreso, per una probabile confusione
tra righe identiche] et nomine Vadagnini eorum patris» (Fl. PELLEGRINI e P.
MONEGO, Le Regole…, o.c., p. 253).
Poiché non c’è
documentazione del cognome de Pellegrin-Pellegrini, a Coi, prima del 1535, il
Pellegrino del 1454, con casa propria a Mareson e vari figli, che portano il
cognome (se è cognome) che deriva da lui, de Pellegrin, e uno dei quali si
trasferisce a Fusine per aprire una nuova casa, sembra collegato anche ai de
Pellegrin-Pellegrini dai Coi, se non proprio il loro capostipite.
Nella nota 359 (p.
96) de «In Val di Zoldo nel Medioevo» P. Monego riporta l’opinione (del 1999)
di don Fl. Pellegrini su questo
Pellegrino, che avremmo trovato nominato nella rinnovazione della investitura
del forno fusorio di Mareson, nel 1442, quale «Pellegrino fu Vadagnino di Dont»
(non disponiamo purtroppo attualmente di simile doc., che sarebbe necessario
verificare, soprattutto per quanto attiene alla provenienza da Dont e, di
conseguenza, all’essere queste persone membri del vasto e importante casato dei
Panciera di Cella, tra le quali un primo Vadagnino compare nel 1372; se ciò
fosse confermato i Pellegrini dai Coi sarebbero un ramo dei Panciera!). Il
Vadagnino del 1442 è molto probabilmente l’erede e discendente di Sabet q.m
Paulucii ser Guadagnini, che è uno dei titolari dell’investitura del forno
nel 1406 (P. MONEGO, In Val di Zoldo…, o.c., p. 258, che è atto di
rinnovazione di investitura precedente, di cui non abbiamo il testo, ma deve
essere stata di almeno 29 anni prima cioè quantomeno nel 1377; ad ogni modo, il
forno (le Fuxinas in Maraxonum) è documentato già nel 1331, era in lite
con il maso di Pianaz e, ovviamente, non era sorto proprio in quell’anno; poi,
nel 1365 compare tra i beni della Mensa vescovile (P. MONEGO, ibidem, p.
83, nota 296). Ma ben prima del forno, ancora nel 1190, Mareson era centro di due
masi, che in quell’anno il canonico bellunese Villano aveva donato al vescovado
di Belluno (P. MONEGO, ibidem, p. 146); tant’è che Mareson era un vicus,
centro abitato piuttosto importante (anzi, il più importante dell’alta
valle del Maè), su cui convergeva l’intera area prativa e boschiva alle pendici
del Pelmo, e Coi era chiamato «Coi di Mareson» (ancora nel doc. del 1535) e
Costa «Costa di Mareson» (così tra i rappresentanti della tota universitas
Zaudi, che vanno a Belluno il 7 giugno 1402, per la Regola dai Coi vi sono Lazarus
de Brusadazo e Bartholomeus de Costa de Marasono. P. MONEGO, ibidem,
p. 248). L’investitura del 1406 ci informa che Costa era un manssus (P.
MONEGO, ibidem, p. 260) e dediti all’agricoltura e alla pastorizia gli
abitanti di Brusadaz lo erano da prima del 1369 (P. MONEGO, ibidem, pp.
211 ss.).
Né escludiamo, né
affermiamo, in linea di principio, l’esistenza di un vincolo parentale tra i
vari de Pellegrin, ma osserviamo che, pur senza sostenere sia avvenuto
l’inverso, già nella seconda metà del Trecento, qualora i Pellegrini fossero
arrivati a Coi (da Levazono, il che è certo) dopo essere stati resi contitolari
del forno fusorio di Mareson, ne avrebbero conservato i diritti sulle montagne
pascolive, alla pari degli altri contitolari, mentre è sicuro che nel
Cinquecento non avevano diritti d’uso sulle montagne pascolive di Mareson,
Pecol, Fusine e dei masieri di Pianaz; e fu proprio per ribadire questa
loro mancanza di
diritti che i Rizzardini li chiamarono in giudizio, come documenta il
voluminoso fascicolo del processo del 1583-84, intitolato «Registro n. X della
Regola Grande dai Coi di Zoldo» (cfr. nota 5).
7
Il doc. 1535 in vero non cita neppure le abitazioni dei de Pellegrin e dei
masieri di Col, ma ciò è ovvio, in quanto non è una descrizione della zona,
come magari vorremmo fosse, ma un atto di investitura esclusiva del maso di
Pianaz; le informazioni sulle realtà circostanti sono perciò riferite (e
dedotte), in generale, in forma indiretta. Per quanto riguarda l’abitazione che
il maso di San Mattio (Pianaz) possedeva ai Coi, il doc. dice: «Item unam domum
olim habitatam per Paulettum dai Coi, et Ioannem dicti loci dai Coi de
Marasono, et filios suos, iacentem in dicta villa dai Coi de Marasono, plebatus
Zaudi, cum stallis, stabulis, terris, et pratis, nunc vero habitatam per
supradictum Vallerium [q.m Baptistae dai Coi] procuratorem, et consortes suos,
videlicet Jacobum q.m Titiani, Zardinum q.m Floriani, Ioannem, Nicolaum, et
Paulum q.m Andrea Tubicini [?], a mane pasculum, a meridie terrae, et prata
heredum Nicolai de Pelegrino, a sero terrae, et prata Ioannis Donati [?] q.m
Jacob de Pantiera da Marasono, a null’hora pasculum». Coi è detto villa,
quindi ha più di una casa, una delle quali sarà pur stata quella dei de
Pellegrin, che avranno avuto pure, anch’essi, stalle, fienili (stabuli, tabià),
ecc., perché non saranno stati giorno e notte all’aria aperta né, avendo prati
e campi, avranno deposto il fieno e i raccolti sotto un frassino!
8
Fl. PELLEGRINI, Il registro n. X…, o.c.; tutto il doc. è in rapporto a
due consortes de Col, in qualche modo privi di cognome, a meno che non
si intenda, come è legittimo, per cognome quel loro «de Col», che li collocava
geograficamente.
9
Fl. PELLEGRINI, Il registro n. X…, o.c., doc. 53, p. 44; testo ripreso
ne «Il Maso ai Coi Bollettino n. 1», p. 18, nota 10.
10
Pubblicata per la prima volta da Fl. PELLEGRINI, Una testimonianza del 1398
sulle Regole di Zoldo Alto; Belluno, Tip. Bongioanni, 1988; poi da P.
MONEGO, In Val di Zoldo…, o.c., pp. 241. La trascrizione, da noi rivista
e uniformata, è riportata in appendice. Anche le note di quella introduzione
richiedono qualche integrazione e correzione, soprattutto dopo la scoperta che consortes
sono i Pellegrini e abitanti di Col, non i Rizzardini, il che porta a qualche
conclusione diversa da quelle avanzate nel 1988.