Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Rivista di Diritto Agrario», a. 84°, fascicolo 2, aprile-giugno 2005, pp. 116-123

 

All’origine del Libero Maso di Coi

 

Alla pari di altre realtà della parte alta della provincia di Belluno (in particolare nei comuni di Colle Santa Lucia e Fodom o Livinallongo del Col di Lana, ma anche di altri territori dell’alto Cordevole), la formazione delle Regole di Zoldo presenta, come caratteristica che la differenzia dalle Regole di Ampezzo e del Cadore, una pressoché costante evoluzione dal maso al villaggio e quindi da una Regola di maso a una di villaggio, comprendente più masi. Al momento dell’inserimento del Bellunese nella Repubblica di Venezia (1404), tale evoluzione risulta sostanzialmente conclusa e ai primi del Quattrocento le Regole di Zoldo erano dieci, come sono ancora attualmente.

Sarebbe necessario identificare e, per quanto possibile, ricostruire la struttura dei masi all’origine delle Regole. Un lavoro mai affrontato, al quale qui desideriamo dare un primo contributo, nella ricostruzione storica dell’unità abitativa e del podere che risulta essere il maso originario del villaggio di Coi.

Per farlo, è stato necessario attenersi e analizzare scrupolosamente i pochi documenti sinora trascritti e pubblicati, a cominciare dall’investitura livellaria del maso di Pianaz, del 5 ottobre 1535, rilasciata a conferma e rinnovazione («causa renovationis») d’altra, precedente, del 14 novembre 1411. 1

 

I titolari

 

Nell’Investitura del 1535 troviamo menzionate, per la prima volta, persone di cognome Pellegrini (nella forma arcaica di de Pelegrin, quale patronimico, cioè «discendenti di un padre di nome Pellegrino») e, contemporaneamente, l’affermazione che esse abitavano ai Coi. Si tratta di un Martino, già defunto, e di suo figlio Nicolò, che non era l’unico, ma gli altri figli non sono nominati essendo, all’evidenza, rappresentati da costui, molto probabilmente primogenito. Nicolaus q.m Martini de Pelegrino dai Coi possiede, infatti, assieme ai suoi parenti o consortes, un pratum, il quale ab ortu solis (ad est), ed esattamente a parte superiori, a medio [superiori], fa da confine al podere di una casa che, a Pianaz di Zoldo, è posseduta dal maso dell’altare di San Mattio della chiesa cattedrale di Belluno, (altare) di giuspatronato della nobile famiglia bellunese-trevisana degli Azzoni (…tamquam patronus Altaris… ac antiquitus domus de Azonibus). 2

Poco oltre, descrivendo i beni del podere di una seconda casa posseduta da tale maso ecclesiastico, questa volta in villa dai Coi, compare una nuova citazione dei de Pellegrin-Pellegrini, quali possessori delle terrae, et prata che, in questo caso, fanno da confine del maso a meridie (a sud); titolari di tali campi e prati sono, infatti, gli heredes Nicolai de Pelegrino.

Poiché nella diligente stesura dell’investitura del 1535, il notaio 3 cita qua e là alcuni passaggi di quella del 1411, permettendo di poter fare un confronto tra i titolari nei due diversi periodi (olim… nunc…), è spontaneo chiedersi se il Nicolaus q.m Martini, citato come vivente in rapporto alla domus di Pianaz al tempo della prima investitura, fosse diventato punto di riferimento generale, storico sì ma con implicazioni giuridiche attuali, degli eredi (heredes Nicolai…) al momento della seconda investitura. A tale domanda, sembra impossibile dare una risposta positiva, per due ragioni congiunte. Nicolò, anzitutto, nel 1411 avrebbe dovuto essere l’unico dei discendenti di Martino, senza dire che Martino stesso avrebbe dovuto essere l’unico dei de Pellegrin, il che non sembra credibile. Anzi, al contrario è detto espressamente che Nicolò aveva dei consortes ed è improbabile, per quanto non impossibile, che, nel volgere di 124 anni, essi siano stati tutti privi di discendenza, sicché nel 1535 vi sarebbero stati ai Coi solo i discendenti del (presumibile) primogenito.

Più logico pensare che il nome Nicolò indichi, nelle due citazioni, due persone distinte, pur legate in linea ascendente o discendente, diretta o indiretta.

Rilevato il dato certo dell’avvenuta morte, al 1535, del secondo Nicolò, e considerando questa morte come un fatto avvenuto in un passato prossimo (relativamente vicino e quindi valevole, nella memoria degli interessati, come punto di riferimento anche giuridico), analogamente sembrerebbe giusto riconoscere nell’altro Nicolò (vivente) una persona in grado di rappresentare un punto di riferimento certo, sia per il notaio che per gli interessati del 1411.

Tanto più che una pergamena del 1416 parla di un andrea q. nicolai acoi, cioè «dai Coi»; 4 i quali Andrea e Nicolò non sono riconducibili nell’ambito della famiglia e della domus dei de Rizzardin, dal momento che, di essi, allora, conosciamo esattamente i nomi, del tutto diversi: Giovanni, coi figli Antonio e Rizzardo, e il loro parente Paoletto. Né sono riconducibili a qualche altro ceppo familiare perché – è perfino superfluo dirlo – nella villa (villaggio) ai Coi fino verso la metà dell’Ottocento non c’erano altre famiglie che le Pellegrini e Rizzardini. Se l’identificazione vale, il Nicolò della prima citazione del 1535 sarebbe morto, pertanto, tra il 1411 e il 1416.

Se, viceversa, il Nicolò della prima citazione era vivente nel 1535, come quello della seconda citazione, suo padre Martino poteva essere figlio di un altro Nicolò (di cui alla seconda citazione), uno dei suoi figli, ognuno con vari discendenti (heredes). Ci sembra l’ipotesi più credibile, sia tenendo conto del fatto – non scritto nel documento ma ben noto – che, sino alla fine dell’Ottocento, tutti i Pellegrini abitarono uniti nell’area su cui sorgeva la prima domus - a  meridie, appunto e, per essere più precisi, esattamente davanti – di quella costruita dai masieri di Pianaz (de Rizzardin), sicché non sapremmo pensare a un Nicolaus q.m Martini che non avesse parte al possesso e godimento delle terrae, et prata della seconda citazione; sia perché allora il numero delle famiglie de Pellegrin deve essere stato limitato. 5 Di suo Nicolò fu Martino aveva, con gli eventuali fratelli o cugini, la proprietà particolare del prato che scendeva fin sopra Pianaz.

Avendo collocato storicamente il Nicolò, di cui alla prima citazione, in rapporto a quello della seconda, quale suo discendente e forse nipote, si verrebbe quasi a concludere, ma senza ragioni, che la presenza dei Pellegrini ai Coi sarebbe anticipabile solo di qualche generazione, rispetto al 1535, e quindi collocabile verso la fine o, comunque, nella seconda metà del Quattrocento. 6

Per quanto privi della conoscenza di documenti che mostrino, in forma diretta, il legame tra la famiglia (il cognome de Pellegrin) e il luogo (la villa ai Coi) in data anteriore al 1535 (perciò fine o seconda metà del Quattrocento), disponiamo di alcuni dati che, quando non uno per uno, almeno nel loro complesso portano ad esserne sufficientemente persuasi.

La pergamena del 1416: I ricordati andrea q. nicolai acoi sono due nomi privi di cognome, questo è vero; ma che importa? Abbiamo già dimostrato come non siano riconducibili al casato de Rizzardin, eppure, nel mentre si dice che Coi è villa, non vi è alcuna menzione, neppure nel 1535, di altre domus ai Coi (dai Coi, acoi) oltre quelle dei de Rizzardin, dei de Pellegrin e degli abitanti di Col. 7 Si potrebbe allora avanzare l’ipotesi fossero padre e figlio di Col, oggi borgata di Coi; ma linguisticamente una simile affermazione non sarebbe sostenibile, in quanto ancora nel 1584 gli abitanti di Col (due sole famiglie) erano detti de Col, semplicemente, e non de o da i Coi;  8 in secondo luogo, anche nel caso si volesse intendere Andrea e Nicolò come abitanti di Col, nulla cambierebbe, perché essi sarebbe pur stati della stessa famiglia dei de Pellegrin-Pellegrini, venuti dal maso di Levazono, 9 e logicamente alla stessa data.

La sentenza del 7 gennaio 1398: Essa parla di Regola dey Coy. 10 E’ un documento che, come appare dalla annotazione finale del notaio copista, i Pellegrini (e gli abitanti di Col) vollero portare a loro difesa nel corso della causa giudiziaria del 1583-84 e nel quale si sentivano coinvolti, anche se non li citava, come non cita alcuna famiglia, ma parla in generale di Regulae. Il documento fa menzione della Regula dey Coy e dunque, in prospettiva giuridica, in quanto membri della stessa, li avrebbe coinvolti in ogni caso, fossero pur giunti in epoca successiva. Ma il documento ha pure una sua importanza in prospettiva storica, perché – soggettivamente – attesta la consapevolezza (da parte dei Pellegrini) della loro antica residenza, e – oggettivamente – che Coi era «sede» di una Regola; è questo dato di fatto che ci importa evidenziare. Una Regola non poteva essere formata solo da Giovanni de (Rizzar)dino e dal suo parente Paoletto, i quali 72 anni dopo (nel 1470), pur con due figli e nipoti, erano chiamati ancora masieri di Pianaz e non regolieri dai Coi. E’ evidente che a Coi nel 1398 c’erano più di una famiglia e altre famiglie, tra le quali almeno quella del Nicolò morto prima del 1416, ossia una dei de Pellegrin (che riportano il documento) e forse (ma solo in linea ipotetica) una prima dei de Rizzardin.

La dichiarazione del 1583-84: Alla domanda del giudice: «Li ditti, cioè li suoi vecchi sono delle antiche famiglie dei Coi?», durante la causa giudiziaria di quegli anni, la parte avversa Bernardino Rizzardini rispose: «Credo [di sì]. Per mio ricordo, ma mi riccordo haver sentito a dire alli nostri Vecchi che costori era dalla cassada da Lavazoi su»; ora, quel antiche famiglie (della domanda) e nostri vecchi (della risposta), sulla bocca di un uomo già anziano, indicano la consapevolezza, anche da parte dei Rizzardini, di una antichità di presenza dei de Pellegrin e degli abitanti di Col che va ben più addietro nel tempo dello spazio di «qualche generazione».

Il possesso delle terrae, et prata centrali e della sorgente: Nel 1398 gli abitanti della villa dai Coi formavano una Regola; la prima domus del maso di Pianaz, a Coi, è quella dell’investitura del 1411 (attestata tramite il doc. 1535), un fabbricato quindi di qualche anno prima, con ragionevolezza databile alla fine o seconda metà del Trecento. Ma casa in una situazione particolare e che tale sarebbe rimasta ancora a metà Cinquecento, ossia circondata per due lati (nord ed est) da pascoli e per gli altri due da proprietà di terzi: l’intera fascia sud (molto ampia, la più soleggiata e comoda per l’agricoltura) da terrae, et prata dei Pellegrini dai Coi e quella ovest da terrae, et prata di un Panciera da Mareson. E’ impossibile immaginare un insediamento dei Pellegrini in epoca successiva alla costruzione della casa dei de Rizzardin, con innalzamento della loro proprio davanti a quella e l’occupazione materiale delle terrae, et prata sottostanti, compresa l’area, di vitale importanza, della sorgente.

Il portale e il fabbricato riscoperti: E’ opinione comune di tutti (Rizzardini compresi) e da sempre ripetuta che la «casa madre» dei Rizzardini sia quella detta di Sélva, frutto di vari interventi architettonici, soprattutto del Cinque/Seicento, su strutture anteriori. Il documento del 1535 attesta che, in tale data, i Rizzardini possedevano ai Coi solo unam domum ed è impossibile non riconoscerla in quella di Sélva. Il doc. del 1535 attesta pure che l’abitazione di quell’anno era la stessa che i de Rizzardin avevano nel 1411. Ebbene, è del 20 aprile 2003 la scoperta sulla facciata di una casa settecentesca, che sorge proprio a fianco della sorgente, nell’area delle terrae, et prata dei de Pellegrin, di un portale murato, ad arco ogivale, struttura residua di un fabbricato più antico e di cui si era perso ogni ricordo. Un portale (e quindi un fabbricato) certamente anteriore al 1535, il che è sufficiente per dire che lo è anche del 1411 o, meglio, della data di costruzione della casa di Sélva, trovando impossibile ammettere che i Pellegrini abbiano voluto e, soprattutto, potuto costruirsi un’abitazione proprio (e quasi provocatoriamente, ma perché?) a meridie della casa di Sélva. A questo punto sarà proprio la datazione del portale rinvenuto a contribuire a meglio datare anche la casa di Sélva, a rigor di termini di non molto posteriore.

 

La casa e il podere

 

Dopo aver accertato, sul fondamento dei documenti e dei fatti riferiti, l’origine del maso ai Coi nella seconda metà del Trecento (un po’ prima del 1398), per acquisto e colonizzazione da parte di alcune famiglie di masieri di Levazono,  dei quali i primi nomi sono icolò, già defunto nel 1411, e suo figlio Andrea, in base all’investitura del 1535 siamo in grado di stabilirne a sufficienza pure i confini.

A differenza di quanto creduto sino al 2003, la domus originaria non sorgeva dove sono le due abitazioni dei Pellegrini Vésco, ma un cinque/dieci metri più a est e leggermente più a sud. Il portale d’ingresso della domus è sulla facciata anteriore, vòlta a sud-ovest, secondo la conformazione del terreno;è costituito da blocchi squadrati, di varia misura, di pietra nera, sovrapposti lungo il lato maggiore; il vano misura circa 90 centimetri di larghezza e 200 di altezza; richiederebbe notevoli lavori di restauro, per essere messo in completa luce. La base del portale non è al livello del terreno, ma a circa un metro d’altezza, per cui si accedeva all’abitazione tramite una scaletta, probabilmente in legno, forse rialzabile durante la notte; tale conformazione garantiva una maggiore sicurezza alla casa, soprattutto un più difficile accesso agli animali selvatici più pericolosi, allora probabilmente assai numerosi (volpi, lupi, orsi, come testimonia Luigi Lazzarin).

Nello spazio antistante sorgevano gli orti, posti su due terrazze inclinate, per attutirne la pendenza. Il muraglione maggiore, sottostante le due terrazze, è lungo una trentina di metri e continua fino davanti alla casa Vésco. La casa originaria faceva dunque parte di un’area abitativa più vasta, ruotante attorno alla sorgente, il cui pozzo è ora nella cantina di casa Vésco, mentre l’acqua era condotta all’esterno da un tubo di pochi metri, per terminare sul nudo prato, lì dove, fino a pochi decenni fa, esisteva una fontanella e gli anziani ricordano che la signora Domenica Pellegrini, detta Ménega, vi metteva (come in una specie di frigorifero) le raganelle, per poi mangiarle, vive.

La casa dei Pellegrini Vésco, ricostruita nei primi decenni del Novecento, conserva una parte della struttura precedente, con gradino d’accesso in pietra (ben poco lavorata) e pavimento in somasa, oltre ad alcuni solai, su due piani. La maestra Maria Teresa Pellegrini ricorda (estate 2003) che altri solai di casa Pellegrini continuavano verso l’attuale casa Rizzardini Paléta e la strada pedonale era prima e dopo le due case, non nel mezzo, come ora. La stessa signora Maria Teresa informa che il fabbricato in cui è conservato il portale, da ultimo usate dalla signora Genoveffa Piva, erano state acquistate dai suoi antenati Vésco. I legittimo chiedersi se la casa Rizzardini Paléta non fosse stata in origine la stalla e il fienile della casa originaria.

Per la definizione dei confini delle terrae, et prata del maso (cfr. cartina), si sono seguiti i seguenti criteri:

Poiché l'investitura del maso di Pianaz ricorda che la proprietà dei Pellegrini (de Pellegrin) giungeva fin sopra l'abitazione del maso di San Mattio, a Pianaz, appena a ovest del Rù dei Mulini, questo torrente ha permesso di tracciare la prima linea di demarcazione, in senso est/ovest. Tanto più che l’investitura del maso di Pianaz accenna a campi di abitanti di Mareson situati proprio oltre il torrente e persone sia di Coi che di Mareson sono in grado di indicare la posizione di simili campi, coltivati fino a pochi decenni or sono.

Partendo dal torrente, poi, il confine è stato fatto proseguire lungo la mulattiera che da Pianaz conduce a Col di Coi, secondo il criterio ben noto che i confini seguivano le strade (e questa era una mulattiera piuttosto importante, lungo la quale transitavano anche gli abitanti di Zoppè di Cadore quando, in primavera e in autunno, portavano il loro bestiame a monticare in località La Grava); tale mulattiera, inoltre, segna ancora il confine tra la Regola Grande dai Coi e quella, a sud, di Fusine. Poco dopo la località di Palua, attraversata dalla mulattiera, il confine si fa incerto e nel disegno si sono rappresentate le due soluzioni possibili. Nella prima si è seguita la stessa isobara della mulattiera, mentre nella seconda ipotesi si sposta il confine a due isobore più in basso, ossia al confine attuale tra Regole di Coi e Fusine, credibile come confine antico dal momento che anche i prati tra queste due isobare (molto produttivi come fieno) sono anche attualmente posseduti e goduti per lo più dagli abitanti di Coi.

Dopo Col, casale di Coi, in entrambi i casi il confine non può che proseguire fin oltre la chiesa (inizi del Cinquecento) del villaggio, all’altezza dell’antica mulattiera che da Col va a Brusadaz e i cui terreni sottostanti sono in parte privati in parte regolieri.

A nord/est, nel punto in cui tale mulattiera incrocia il sentiero che da Brusadaz sale direttamente a Coi (scavalcando la mulattiera per Col e Pianaz), è legittimo collocare un punto di confine minimale della proprietà del maso originario su quel lato della collina, come è legittimo ipotizzare che, per il resto, il limite della proprietà seguisse lo stesso sentiero.

Dall’incrocio del sentiero da Brusadaz, il confine non poteva che essere, ancora, lungo la mulattiera che da Col va alle malghe o Casere. Anche ove sorge l’attuale piazza di Coi (del 1927), la strada faceva da confine netto tra le due abitazioni dei Pellegrini e dei Rizzardini. E’ logico che si debba seguire tale mulattiera o antica strada da Coi a Mareson fin dove essa incrocia il Rù dei Mulini. A questo punto l’area del maso è individuata su ogni lato.

Al suo centro è segnata poi lato una divisione in senso est/oves, lungo il piccolo ruscello di Palùa, per indicare la sottodivisione del maso tra l'unità abitativa dei Pellegrini di Col e quella degli stessi a Coi. Ma non si tratta di una vera divisione e la riga tracciata serve solo a una migliore comprensione della struttura interna del maso.

In alto a sinistra del maso originario dei Coi è individuata un’ulteriore area. Essa risale il Rù del mulini per spostarsi, lasciando i prati privati a sud/ovest, al Rù de Vido, che è ancora il confine tra la Regola di Coi e quella di Mareson. Risalendo detto torrente fino alla mulattiera delle Casere (ponte) e ridiscendendo lungo la mulattiera stessa verso Coi. Quest’area era quella utilizzata in modo pressoché esclusivo dai Rizzardini, consorti del maso di Pianaz andati a stabilirsi a Coi sopra il maso dei Pellegrini, o per motivi di collaborazione o di controllo.

Il alto a destra del maso originario è individuata una terza area. Poiché i beni in essa compresi erano fin dall’origine della Regola di Coi è legittimo ipotizzare facesse parte del maso originario, ma non è certo, per cui l’area è stata segnata come appezzamento a sé stante.

 



1 Archivio comunale di Zoldo Alto, collocazione non precisata, doc. contenuto nel Registro n. II della Regola Grande dai Coi; pubblicato in: SEGRETARIATO PELLEGRINI DA ZOLDO, Presentazione del Centro culturale «Amicizia e Libertà», pro manuscripto, 1998, pp. 15-20; Fl. PELLEGRINI e P. MONEGO, Le Regole di Zoldo e le investiture della Serenissima; Fiesso d’Artico (VE), Grafiche La Press srl, 2003, pp. 263-271. – Nel doc. del 1535 non si parla di maso di Pianaz ma, genericamente, di bona predicti altaris… quae hodie tenentur, et possidentur ut infrascripti duo procuratores… dixerunt (i due sindici, et procuratores sono i rappresentanti dei consortes di Pianaz e di Coi, debitamente autorizzati all’atto), il che potrebbe far concludere che nel nome del maso sia ricordato anche Coi, mentre ciò non è. Il maso di Pianaz (e solo di Pianaz) è attestato già da un doc. del 1331, quando fu proprio un Jacobus de Planacio q.m Donacii a far da rappresentante omnium hominum et personarum omnium mansorum de dicto plebatu Çaudi (P. MONEGO, In Val di Zoldo nel Medioevo; Centro culturale «Amicizia e Libertà», 1999, p. 181). Ancora più esplicito un doc. del 1471 (Fl. PELLEGRINI e P. MONEGO, Le Regole…, o.c., pp. 252-256), nel quale i primissimi abitatori della domus posseduta dal maso di Pianaz ai Coi (la stessa del 1411-1535: …olim [cioè nel 1411, dato che è il doc. del 1535 che parla] habitatam per Paulettum dai Coi, et Joannem dicti loci dai Coi de Marasono), ovvero misierum Antonium, et Rezardinum fratres filij q.m sier Johannis de Dina day Coy (primissimi, perché nel 1411 Antonius Joannis dai Coi abitava ancora a Pianaz), sono detti, al pari e assieme agli altri di Pianaz, colonos sive habitatores mansi de Planatio; un’espressione ripetuta ben otto volte. E, ciò, anche se ormai abitavano stabilmente a Coi e il «dai Coi» era considerato dagli altri masieri (cfr. doc. 1535: omnes consortes cognominati dai Coi habitanti in dicta villa dai Coi…) il loro cognome (ma sarebbe prevalso, nei fatti, il patronimico de Rizzardin, poi Rizzardini).

 

2 Famiglia ancora esistente; al riguardo: CORPO DELLA NOBILTA’ ITALIANA, Famiglie nobili delle Venezie; Udine, Ed. Gaspari, 2001, pp. 29-30; A. BURLON e L. PONTIN, Araldica della Provincia di Belluno; Belluno, Ist. bellunese di Ricerche sociali e culturali, pp. 52-53.

 

3 Joannes Franciscus filius providi viri ser Marci de Mazzochis agromerati [?] de Gladis [?] Bergomensis, necnon civis, et in collegio Belluni publicus apostolica atque imperiali auctoritate notarius, et iudex ordinarius.

 

4 Doc. citato ne «Il Maso ai Coi Bollettino n. 1», p. 19, nota 12.

 

5 Ancora nel 1584 le famiglie Pellegrini erano soltanto cinque; cfr. Fl. PELLEGRINI, Il registro n. X della Regola Grande dai Coi di Zoldo; pro manuscripto in venti copie, 1988; ad es. doc. 53, p. 44.

 

6 A questa conclusione sembrano indurre anche tre documenti:

1) Una pergamena del 1454, che afferma: «Item domus posita in Marasono, posessa per ser Piligrinum de Marasono, tenetur respondere omny et singulo anno ecclesie predicte aut eius iurato solidos 10»; canone di livello che quel Pellegrino pagava alla chiesa parrocchiale di San Floriano (Le pergamene della Pieve di San Floriano di Zoldo (secoli XIV-XIX), a c. di O. CEINER e S. MISCELLANEO; Longarone, Grafiche Longaronesi, 2002, p. 52.

2) Un accordo del 4 marzo 1470, col quale gli «homines, et regulares de Marasono, et Peculo» e «magistrum dominum Zardinum, et Antonium fratres filii q.m Joannis de Dina dai Coi dictae plebis Zaudi, et magistrum Nicolaum sartorem filium dicti Rizzardini», al fine di giungere a un accordo, si ritrovarono a Fusine «in domo habitationis sier Vadagnini q.m sier Joannis de Pellegrin de Marasono» (Fl. PELLEGRINI e P. MONEGO, Le Regole…, o.c., p. 250).

3) Un ulteriore accordo, del 1471, dove tra i regolieri di Mareson figurano «Gregorius q.m Joacobi de sier Peregrini de Marason suo proprio nomine, et nomine eius fratrum, N.N. suo proprio nomine, et nomine eius fratrum, [il testo manca del nome del regoliere e di una riga, da noi ricostruita a senso; il testo venne tralasciato dal copista nel doc. da cui è ripreso, per una probabile confusione tra righe identiche] et nomine Vadagnini eorum patris» (Fl. PELLEGRINI e P. MONEGO, Le Regole…, o.c., p. 253).

Poiché non c’è documentazione del cognome de Pellegrin-Pellegrini, a Coi, prima del 1535, il Pellegrino del 1454, con casa propria a Mareson e vari figli, che portano il cognome (se è cognome) che deriva da lui, de Pellegrin, e uno dei quali si trasferisce a Fusine per aprire una nuova casa, sembra collegato anche ai de Pellegrin-Pellegrini dai Coi, se non proprio il loro capostipite.

Nella nota 359 (p. 96) de «In Val di Zoldo nel Medioevo» P. Monego riporta l’opinione (del 1999) di don Fl. Pellegrini  su questo Pellegrino, che avremmo trovato nominato nella rinnovazione della investitura del forno fusorio di Mareson, nel 1442, quale «Pellegrino fu Vadagnino di Dont» (non disponiamo purtroppo attualmente di simile doc., che sarebbe necessario verificare, soprattutto per quanto attiene alla provenienza da Dont e, di conseguenza, all’essere queste persone membri del vasto e importante casato dei Panciera di Cella, tra le quali un primo Vadagnino compare nel 1372; se ciò fosse confermato i Pellegrini dai Coi sarebbero un ramo dei Panciera!). Il Vadagnino del 1442 è molto probabilmente l’erede e discendente di Sabet q.m Paulucii ser Guadagnini, che è uno dei titolari dell’investitura del forno nel 1406 (P. MONEGO, In Val di Zoldo…, o.c., p. 258, che è atto di rinnovazione di investitura precedente, di cui non abbiamo il testo, ma deve essere stata di almeno 29 anni prima cioè quantomeno nel 1377; ad ogni modo, il forno (le Fuxinas in Maraxonum) è documentato già nel 1331, era in lite con il maso di Pianaz e, ovviamente, non era sorto proprio in quell’anno; poi, nel 1365 compare tra i beni della Mensa vescovile (P. MONEGO, ibidem, p. 83, nota 296). Ma ben prima del forno, ancora nel 1190, Mareson era centro di due masi, che in quell’anno il canonico bellunese Villano aveva donato al vescovado di Belluno (P. MONEGO, ibidem, p. 146); tant’è che Mareson era un vicus, centro abitato piuttosto importante (anzi, il più importante dell’alta valle del Maè), su cui convergeva l’intera area prativa e boschiva alle pendici del Pelmo, e Coi era chiamato «Coi di Mareson» (ancora nel doc. del 1535) e Costa «Costa di Mareson» (così tra i rappresentanti della tota universitas Zaudi, che vanno a Belluno il 7 giugno 1402, per la Regola dai Coi vi sono Lazarus de Brusadazo e Bartholomeus de Costa de Marasono. P. MONEGO, ibidem, p. 248). L’investitura del 1406 ci informa che Costa era un manssus (P. MONEGO, ibidem, p. 260) e dediti all’agricoltura e alla pastorizia gli abitanti di Brusadaz lo erano da prima del 1369 (P. MONEGO, ibidem, pp. 211 ss.).

Né escludiamo, né affermiamo, in linea di principio, l’esistenza di un vincolo parentale tra i vari de Pellegrin, ma osserviamo che, pur senza sostenere sia avvenuto l’inverso, già nella seconda metà del Trecento, qualora i Pellegrini fossero arrivati a Coi (da Levazono, il che è certo) dopo essere stati resi contitolari del forno fusorio di Mareson, ne avrebbero conservato i diritti sulle montagne pascolive, alla pari degli altri contitolari, mentre è sicuro che nel Cinquecento non avevano diritti d’uso sulle montagne pascolive di Mareson, Pecol, Fusine e dei masieri di Pianaz; e fu proprio per ribadire questa

loro mancanza di diritti che i Rizzardini li chiamarono in giudizio, come documenta il voluminoso fascicolo del processo del 1583-84, intitolato «Registro n. X della Regola Grande dai Coi di Zoldo» (cfr. nota 5).

 

7 Il doc. 1535 in vero non cita neppure le abitazioni dei de Pellegrin e dei masieri di Col, ma ciò è ovvio, in quanto non è una descrizione della zona, come magari vorremmo fosse, ma un atto di investitura esclusiva del maso di Pianaz; le informazioni sulle realtà circostanti sono perciò riferite (e dedotte), in generale, in forma indiretta. Per quanto riguarda l’abitazione che il maso di San Mattio (Pianaz) possedeva ai Coi, il doc. dice: «Item unam domum olim habitatam per Paulettum dai Coi, et Ioannem dicti loci dai Coi de Marasono, et filios suos, iacentem in dicta villa dai Coi de Marasono, plebatus Zaudi, cum stallis, stabulis, terris, et pratis, nunc vero habitatam per supradictum Vallerium [q.m Baptistae dai Coi] procuratorem, et consortes suos, videlicet Jacobum q.m Titiani, Zardinum q.m Floriani, Ioannem, Nicolaum, et Paulum q.m Andrea Tubicini [?], a mane pasculum, a meridie terrae, et prata heredum Nicolai de Pelegrino, a sero terrae, et prata Ioannis Donati [?] q.m Jacob de Pantiera da Marasono, a null’hora pasculum». Coi è detto villa, quindi ha più di una casa, una delle quali sarà pur stata quella dei de Pellegrin, che avranno avuto pure, anch’essi, stalle, fienili (stabuli, tabià), ecc., perché non saranno stati giorno e notte all’aria aperta né, avendo prati e campi, avranno deposto il fieno e i raccolti sotto un frassino!

 

8 Fl. PELLEGRINI, Il registro n. X…, o.c.; tutto il doc. è in rapporto a due consortes de Col, in qualche modo privi di cognome, a meno che non si intenda, come è legittimo, per cognome quel loro «de Col», che li collocava geograficamente.

 

9 Fl. PELLEGRINI, Il registro n. X…, o.c., doc. 53, p. 44; testo ripreso ne «Il Maso ai Coi Bollettino n. 1», p. 18, nota 10.

 

10 Pubblicata per la prima volta da Fl. PELLEGRINI, Una testimonianza del 1398 sulle Regole di Zoldo Alto; Belluno, Tip. Bongioanni, 1988; poi da P. MONEGO, In Val di Zoldo…, o.c., pp. 241. La trascrizione, da noi rivista e uniformata, è riportata in appendice. Anche le note di quella introduzione richiedono qualche integrazione e correzione, soprattutto dopo la scoperta che consortes sono i Pellegrini e abitanti di Col, non i Rizzardini, il che porta a qualche conclusione diversa da quelle avanzate nel 1988.