Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

Inedito, per un sito di Cencenighe, del2004

 

Sosta di Cencenighe Agordino

 

Nella multiforme creatività delle genti dolomitiche, Cencenighe da qualche anno ha un suo spazio caratteristico, rappresentato dalle Vetrine d’autore.

Noi, qui, non vogliamo fare la storia di questa iniziativa, nata all’apparenza per caso, secondo una ragione di richiamo turistico. Vediamo in essa; oltre la dinamica del suo costituirsi materiale, ne scorgiamo un’anima e, quasi facendola nostra, tuffandoci in essa, vibrando al fremito delle sue emozioni, abbiamo la gioia di tentare di esprimerla.

Cencenighe è una porta e sulla porta per solito non ci si ferma. Da Cencenighe si accede alle valli del Biois, dell’alto Agordino, della Magnifica comunità di Rocca Pietore, alle terre del Fodom e alla cadorina valle del Fiorentina. Scendendo, invece, si spazia sulla conca di Agordo, sempre accogliente.

Ma Cencenighe ha qualcosa da dire, di tutto suo, d’insostituibile: questo quieto e moderno villaggio, un po’ solatio e un po’ in ombra, solo lui può porgere a nome di tutte le valli circostanti, il benvenuto e l’arrivederci.

Le sue case, la sua strada allungata, le sue piazzette, le sue facciate sembrano abbracciare, mentre le attraversi. Vai oltre, ma ti senti accarezzare; e intuisci che può essere piacevole una sosta, se non altro per ricambiare la cordialità di quel saluto che ti è stato offerto. E ti fermi.

Scendendo dall’automobile, a volte ti senti immergere in un’aria afosa e secca di caldo disarmante, oppure in una piacevole frescura, eco delle ombre delle pinete circostanti; a volte d’inverno t’assale un vento inquieto e impertinente.

Il villaggio si stiracchia e s’apre nelle sue membra, come un giovane corpo adagiato al sole o indifferente alla pioggia, e sorridendo bonariamente ti dice: «Benvenuto, benvenuto, amico, tra la mia gente, nella mia giovane voglia di ridere e scherzare!».

Cencenighe è una vetrina creata da madre natura: valli dell’Agordino, non l’avete capito? I suoi abitanti ve lo sussurrano, e voi li intendete, nella feconda capacità di intesa che unisce le genti di montagna; qui viene offerto il vostro biglietto da visita, qui s’ode il profumo e la musica che regna nella più vasta casa.

Cencenighe è anche la vetrina della vostra arte natalizia.

Nella misteriosa e affascinante realtà del natale di Cristo, si cela l’incanto di ogni inizio. La nascita è la porta della vita e il Natale quella della redenzione; il primo gradino, l’affacciarsi, l’albeggiare di ogni esistenza.

Forse inconsciamente, forse inavvertitamente, Cencenighe ha percepito l’analogia tra il suo collocarsi geografico e quel situarsi nel tempo del Natale e di ogni nascita, al principiare del cammino di ogni esistenza e del compiersi della redenzione.

Fu forse tra le nevi che venne al mondo il Cristo? O mentre verdeggiavano sulle colline di Betlemme gli ulivi della pace? Chissà! Ma Egli nacque una volta per sempre, e dal suo giorno e dalla sua stagione, che neppure conosciamo, si dipartono gli anni dell’era nuova e le gesta, umili o grandi, degli apostoli e dei santi. Fin quassù, fino ai piedi di queste cime dolomitiche. E il canto dei colori sulle vetrine illuminate, nelle lunghe notti che aprono e chiudono i giorni anno, sembra un lontano riflesso (raggio di luna sulle nevi immacolate) della luce che guidò i pastori alla capanna di Betlemme. O della tremolante stella che guidò nel loro viaggio i tre santi Magi.

Fu ed è forse la nascita il meraviglioso sussurrare della vita, a noi che passiamo nel tempo, che c’è un qualcosa di eterno? E Qualcuno, di cui ogni creatura porta nel suo volto un riflesso, che pure un giorno sembrerà svanire? Oh, natale di ogni vita e di ogni vivente, giorno di tutti i giorni; tu, che irrompi continuamente sulla scena del mondo, perennemente invocato, non tardare!

Condividiamo la festa delle vetrine, delle case e del paese che le ospitano; la festa della luce che si sofferma ai portoni delle case di questo Centro dolomitico, vestita di rosso, di verde, d’azzurro, di pallido biancore; la festa della luce che passa, e s’attarda a guardare, come noi, le vetrine.

Ce ne ripartiamo appagati, quasi ci fossimo affacciati s’un’immensa capanna della vita e della luce; procediamo il nostro andare con l’animo rinfrancato. Abbiamo ricevuto un dono di silenziosa e imperturbata pace; eppure, allontanandoci sull’una o sull’altra strada che da Cencenighe si diparte, ci sembra d’udire, sommesse, alle nostre spalle, le parole: «Grazie, anche voi siete stati un dono, per noi!» e, dentro di noi, l’anima che sorride.