Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

 

Opuscolo pro manuscripto, 6 dicembre 2004

 

Opuscolo per i 20 anni di sacerdozio

 

Sembra siano pochi e, invece, sono trascorsi vent’anni dalla mia ordinazione sacerdotale, avvenuta il 6 dicembre 1984! Per questo anniversario, ho pensato di presentare e offrire alcune meditazioni spirituali, sulle virtù, fatte stampare nel 1606 dal padre gesuita Luca Pinelli.

L’opuscolo familiare da cui le ho tratte, [1] è scritto in un italiano arcaico: adopera parole che oggi non sono più in uso o con significato diverso (ad esempio: «però» ha il senso di «perciò»); in molte parole, a differenza di quello che si fa ora, compaiono le doppie o, al contrario, sono omesse. La stessa punteggiatura è in parte diversa; di frequente, ad esempio, i due punti corrispondono al punto e virgola e il punto e virgola equivale ad un punto fermo. E le citazioni? Sono tra parentesi, rotonda o quadra, non tra virgolette.

Nella presente trascrizione di alcune pagine del libro citato, ho rispettato scrittura e punteggiatura originarie, ma aggiunto gli accenti a «è», «perché» e «né».

Gli insegnamenti morali, che leggiamo, possono sembrare duri, esagerati; ma questa impressione corrisponde al vero? O non è vero, piuttosto, che la concezione morale oggi di moda è in stridente contrasto con quella cristiana, qui testimoniata?

Con la loro schiettezza, queste antiche pagine possono far del bene; stimolare, se non altro, a una verifica sui valori comportamentali in cui realmente crediamo; sui modelli di donna e di uomo che, ritenuti giusti e onesti, consapevolmente o meno, ci ispirano. [2]

 

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Pagine da «Delle virtù contrarie alli vitij Capitali» di padre Luca Pinelli

 

Questa Imagine, la quale è come Proemio della Seconda Parte, rappresenta il felice esito del virtuoso. Rappresenta ancora l’effetto della Virtù, che accompagnare l’anima del virtuoso, passando di questa vita, e con giubilo consegnarla à gli Angeli, acciò la conduchino nel Cielo, per godere il frutto delle sue virtuose opere. Il tutto è cavato da San Chrisostomo nell’Hom. 8 e 23. sopra la Genesi, dove tra le molte lodi delle virtù fanno forti, e conservano i virtuosi per tutta questa misera vita, e nel passare all’altra, si fanno fedeli compagne loro, e placando il Giudice non solo liberano loro da i tormenti, e pene, ma anco gli conducono à i beni eterni, et ineffabili. Simile a questo scrive San Giustino Filosofo, e Martire nella questione 124. Si come dice egli i Virtuosi non sono di questo mondo, così la gloria, e premio loro non è posta nelle cose terrene di questa vita, perché non vi è cosa nel mondo, che sia degno premio della virtù.

 

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Dottrina dell’Humiltà. Contraria alla Superbia.

 

L’Humiltà secondo San Tomaso nella 2. 2. questione 161. è una virtù la quale raffrena l’animo dall’appetito di cose grandi, e sopra sé, et insieme inclina la persona a sentire bassamente di sé. Hor se questo sentimento sarà solamente ne gli atti esteriori, sarà Humiltà falsa, ma se sarà con affetto interno, sarà vera Humiltà.

Il seggio dell’Humiltà è fondato sopra il vero conoscimento della bassezza nostra, et hà cinque scalini. Il primo è, fare poco conto, e di cuore disprezzare se stesso. Il secondo scalino è, dimostrare esteriormente questo interno dispregio, cioè ne i movimenti, nel vestire, e ne gli essercitij bassi, e vili. Il terzo scalino è, sopportare con patienza, quando è disprezzato da gli altri.

Il quarto scalino è rallegrarsi, e ringratiare Iddio di essere da gli altri disprezzato, ancor che la parte inferiore ne senta disgusto. Il quinto è, non solo fuggire le lodi humane, ma desiderare di essere da tutti disprezzato, non per cerimonia, ma desiderare, che ogn’uno tenga per certo, ch’egli sia degno di essere da tutti disprezzato.

Gli effetti, e segni della vera Humiltà sono dodici, posti da S. Benedetto i Reg. capitolo settimo, e dichiarati da San Tomaso nell’articolo sesto.

Primo segno è, reprimere gli occhi, e tenerli bassi.

Secondo, Dire poche parole, e convenienti, e con voce bassa.

Terzo, Non essere facile, e pronto al riso.

Quarto, Tacere sin che sia dimandato.

Quinto, Nelle sue attioni non scostarsi mai dalla via commune, e conforme al suo stato.

Sesto, Tenersi inferiore a gli altri.

Settimo, Credere, e confessare di essere inhabile a cose maggiori.

Ottavo, Volentieri confessare i suoi difetti.

Nono, essere forte, e patiente in eseguire in cose commandate, ancor che fussero aspre, e dure.

Decimo, Regolare la sua volontà ad arbitrio de’ suoi maggiori, ò superiori.

Undecimo, Non seguitare la propria volontà.

Duodecimo, Temere Iddio, et esser ricordevole di quanto hà egli commandato. E dice San Tomaso che il timore di Dio è radice dell’Humiltà. Cassiano lib. 4. capitolo 39. aggiunge due altri segni.

Primo, Non celare cosa alcuna al suo superiore.

Secondo, Non contristarsi, ò sdegnarsi dell’ingiuria fattali.

Intorno al sesto segno, cioè, che il vero humile si deve stimare inferiore à gli altri, conforme à quel dell’Apostolo ad Philipp. 2. [In humilitate superiores sibi invicem arbitrantes;] Nota San Tomaso nell’ articolo terzo. Accioche tale giudizio si faccia con verità, deve la persona conferire le sue imperfettioni con le perfettioni de gli altri, e così si troverà inferiore a quelli: Overo deve pensare, che negli altri siano molte virtù, e perfettioni occulte, per le quali gli sono superiori. Il Prelato ancora s’egli è humile, si deve stimare inferiore alli suoi sudditi, e questo nell’affetto interno dell’anima sua, e non ne gli atti esteriori, per non dare occasione ai sudditi d’insuperbirsi: come avertì Sant’Agostino in Reg. terzo, tomo primo. [Ne dum nimium servatur humilitas, regendi frangentur autoritas.]

La Glosa ordinaria sopra San Matteo capitolo terzo, pone tre gradi della perfetta Humiltà.

Il primo è, soggettarsi al maggiore, e non preferirsi all’eguale.

Il secondo, Soggettarsi all’eguale, et non preferirsi al minore.

Il terzo è, sottomettersi al minore.

Il primo è bastante.

Il secondo è soprabbondante.

Il terzo è perfettissimo, che empie ogni giustitia, e questo hebbe Christo quando volse essere battezzato da San Giovanni Battista.

Sant’Anselmo libro de Similit. capitolo decimo mette sette gradi dell’Humiltà, li quali San Tomaso nell’articolo sesto reduce a quei dodici di San Benedetto, posti di sopra.

Primo è conoscersi contentibile.

Secondo, Dolersi di quelli, che lo fanno contentibile, che sono i proprij difetti.

Terzo, Confessare a gli altri di essere contentibile.

Quarto, Volere essere tenuto veramente per tale.

Quinto, Sopportare quando ciò li sarà detto.

Sesto, Rallegrarsi quando sarà trattato contentibilmente.

Settimo, Desiderare, e amare tutto ciò.

San Gregorio nel Regist. lib. secondo, capitolo 24. dice, che non è gran cosa, che noi siamo humili con quelli, che ci honorano, perché questo tutti lo fanno, et è facile a fare; ma dovemo essere humili con quelli: dalli quali patiamo adversità, e disgusti, et in questo si prova la vera Humiltà.

 

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Dottrina della Magnanimità. Contraria alla Vanagloria.

 

Magnanimità significa grandezza d’animo, e Magnanimo vuol dire uno, che ha animo a cose grandi: Et perché tra i beni esteriori di questa vita, il più grande è l’honore; onde l’huomo ogn’altra cosa pospone per fuggire il vituperio, et havere l’honore: Da qui è, che la Magnanimità è circa gli honori, sì come la fortezza è circa le cose difficili, et ardue. Non che la Magnanimità inclina ad andare appresso gli honori del mondo, overo a fare cosa inconveniente per acquistare gli honori: perché essendo la Magnanimità virtù contraria alla Vanagloria, non inclina a questi atti, i quali sono vituperabili. Ma si dice essere circa gli honori, perché la Magnanimità inclina a fare cose honorate, et opere degne d’honore.

San Tomaso nella secunda secundae alla questione centesima vigesima nona, articolo 3. ad 4. dice, che non è impossibile, che uno sia humile, et Magnanimo insieme:  impercioche trovandosi nell’huomo qualche dono di Dio, e considerando l’huomo tal dono, la Magnanimità lo inalza a fare cose grandi, et honorate: In oltre trovandosi insieme nell’istesso huomo qualche difetto per l’infermità della natura, l’Humiltà fa, che l’huomo considerando il proprio difetto, senta bassamente di sé, et così secondo diverse considerationi, sono diverse virtù.

Le proprietà, e segni del Magnanimo sono questi.

Primo, al Magnanimo non piace di ricevere beneficij da gli altri, che egli in contraccambio, non ricompensi con molto più.

Secondo, A gente bassa non mostra mai tutta la sua grandezza, e virtù, altrimente fa con persone di qualità.

Terzo, Grandemente li dispiace l’adulatione, e la sumulatione, Onde Cicerone nel primo libro de officijs dice, che il Magnanimo non è fallace, et è amicissimo della verità.

Quarto, Fa più conto delle cose honeste, che delle utili, perché le utili si cercano per sovvenire a i difetti, i quali repugnano alla Magnanimità.

Quinto, Non fugge da chi lo minaccia: Onde Seneca nel libro de Quat. Virt. dice, che il Magnanimo non si espone à i pericoli, come il temerario, né li fugge, come il timido.

Sesto, Nelle adversità non si lamenta, né piange, perché essendo questo segno di poco animo, è contrario alla Magnanimità.

I vitij contrarij alla Magnanimità sono questi.

Il primo contrario è la Vanagloria: dove è da notare, che essendo la Magnanimità circa l’honore, dal quale nasce la gloria, seguita, che anco la Magnanimità sia circa la gloria.

Hor la Vanagloria cercando disordinatamente la gloria, tira l’huomo à varij vitij, per farlo venire à quella.

Ma la Magnanimità per opere ragionevoli, et honorate cerca gloria.

Di più il vanaglorioso stimando molto di essere lodato da gli huomini, non si cura di gloriarsi in cose false, ò in cose terrene, e vane. Ma il Magnanimo dice Aristotele nel quarto libro del’Ethica, al capitolo terzo, cerca la verità delle cose, le ricchezze, potentati, et altre cose terrene non stima per grandi, né si cura di essere lodato da gli uomini.

Il secondo contrario è la pusillanimità, impercioche questa angustia l’animo, e ritrahe la persona dalle cose grandi, e da i fatti maravigliosi.

Al contrario la Magnanimità dilata il cuore dell’huomo, e lo inalza à cose onorate, e fatti eroici.

Il terzo è la Presuntione, perché se bene il Magnanimo aspira a cose grandi, nondimeno quelle cose non eccedono la propria facoltà, essendo che la grandezza dell’animo datagli da Dio, hà proportione con quelle cose grandi, che pretende fare. Ma il Presuntuoso pretende più di quel, a che si estendono le sue forze.

Il quarto contrario è l’Ambitione; Impercioche l’Ambitione è appetito disordinato dell’honore, e l’ambitioso per conseguire l’honore, hora finge di essere umile, hora molto si vanta, adula quei, da cui spera favore, promette molto senza animo di farlo, e fa altre indegnità.

Ma la Magnanimità inclina a gli honori, come conviene, secondo l’ordine della ragione.

Et il Magnanimo non fa mai cosa alcuna indegna, ò mal fatta, ma per opere onorate, et buone cerca di acquistar maggior honore.

 

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Dottrina della Liberalità. Contraria all’Avaritia.

 

Perché dal donare, che è atto proprio di Liberalità ne nasce, che colui, che dona libera la cosa donata dalla sua custodia, e dominio; Di più libera l’animo suo dall'affettione, che potrebbe porre in quella cosa, da qui è, che questa virtù è detta Liberalità.

S. Ambr. serm. 81. Basil. ser. ad Divit. Avar. dicono, che Iddio ad alcuni dà più di quel, che è a loro necessario, acciò acquistino il merito della buona dispensatione: Conforme a questo S. Tom. 2. 2. q. 117. dice, che la virtù della Liberalità ci inclina ad usare bene i danari, e le altre ricchezze, dateci da Dio; E che il buono uso delle facoltà non consiste solamente in provedere alla sua casa, ma anco in dare ad altri; Anzi il donare è più proprio di questa virtù, che il spendere per sé; Onde il Liberale è più lodato dal dare ad altri, che dal spendere per sé.

La ragione di questo è, perché a spendere per i nostri bisogni, la natura istessa ci inclina, e se alle volte si spende meno, che bisogna, procede dall’Avaritia, ò dall’affettione del giuoco, ò di altro vitio: Ma per dare ad altri liberalmente, (non aiutandoci tanto la natura) vi è necessaria la virtù della Liberalità. Questa è dottrina di Aristotele lib. quarto, Ethic. capitolo primo, e di S. Tomaso nel luoco citato.

Nota ancora S. Tomaso, che la Liberalità non sempre inclina a dare, ma alle volte anco inclina a conservare i beni, per impiegarli poi utilmente; Si come alla fortezza del Soldato appartiene non solo usare la spada contra nemici, ma anco a politia, e conservarla nel fodero per usarla al suo tempo: E questo è atto di Prudenza il cui officio è drizzare, et ordinare la Liberalità, come anco ordina le altre virtù morali: E ben vero, che utilmente spendere i danari, è maggior prudenza, che utilmente conservarli.

I segni del vero liberale, secondo Aristotele, e San Tomaso, ne i luoghi citati sono tre. Primo, Dare molto. Secondo, Ricevere poco. Terzo, Dimandare nulla. E si contengono in questi due versi: Si quis in hoc mundo vult multis gravis haberi: / Det, capiat, quaerat; plurima, pauca, nihil.

Dare molto s’intende in opere licite, et buone, e darle per pietà, e non per iattantia, altrimente non sarebbe Liberalità, ma vitio, perché la virtù non inclina ad opere cattive.

Di più dare molto s’intende conforme alla facoltà, perché un povero può essere liberale, se egli liberamente da conforme al suo havere, benche sia poco.

Dice Aristotele nel luogo citato, che due cose sogliono impedire la Liberalità; Il timore di venire in necessità, è massimamente in quelli, che hanno provato, che cosa è, havere bisogno.

L’altro è l’amore: Impercioche quei, che hanno travagliato in acquistare la robba, l’amano come loro parto, Onde con difficoltà se ne privano.

Aggiunge S. Tomaso, che per ordinario coloro, che non hanno acquistato ricchezze, ma li sono venute acquistate da altri, sogliono essere più larghi in spendere, e donare, perché né essi hanno travagliato in acquistarle, né hanno sperimentato necessità, e bisogno.

Boetio de Consol. lib. secondo, prop. quinta dice, che i liberali sono a tutti cari, e prima di lui Aristotele libro quarto, Ethic. cap. primo disse, che tra tutti i virtuosi liberali sono grandemente amati.

I Contrarij della Liberalità sono due.

Primo, è l’Avaritia, impercioche quella inclina a dare volentieri, et anco insegna a non stimare tanto le ricchezze, che per esse l’huomo commetta cose indecenti, et illecite.

Al contrario l’Avaritia piglia volentieri per sé, et è stretta in dare ad altri.

Di più lo sfrenato appetito delle ricchezze, non si cura né di Dio, né de gli uomini.

Secondo, Gli è contraria la Prodigalità, perché la Liberalità inclina a donare quanto, e come conviene secondo l’ordine della retta ragione.

Ma la Prodigalità nel dare eccede il dovere: Dove è da avvertire, che l’Avaritia, e la Prodigalità sono due estremi tra sé contrarij, e la Liberalità stà nel mezo.

Hor l’Avaro ama la robba più che convenga. Il Prodigo non si cura di essa. Il Liberale si come non eccede nell’amor della robba, così non manca di haverne conveniente cura.

Di più l’Avaro manca nel dare, et è troppo nel ricevere, et ritenere. Il Prodigo al contrario, è troppo nel dare, e manca nel conservare la robba. Il Liberale non eccede nel dare, né meno manca nel conservare il suo.

 

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Dottrina della Castità. Contraria alla Lussuria.

 

Il nome di Castità dice San Tom. 2. 2. q. 151. che viene da castigare, impercioche la concupiscenza de i diletti carnali, a guisa di Fanciullo viene raffrenata, e castigata dalla ragione. Di modo, che il proprio di questa virtù è, moderare, e regolare gli appetiti sensuali, secondo la retta ragione.

Castità dunque è un’habito, che inclina la persona ad astenersi dalle voluttà veneree, e si acquista, come gli altri habiti, con atti frequenti, benche per acquistare l’habito della Castità sono necessarie tre compagnie. La prima è Fortezza d’animo, per domare la carne, inclinata all’incontinenza. La seconda è Diligenza per resistere a i primi assalti delle tentationi. La terza è Accortezza, per le molte occasioni, che occorrono.

Sono tre sorte di Castità.

La prima è Castità coniugale, per la quale i consorti si astengono da’ piaceri illeciti.

La seconda è Castità Vedovile, per la quale i vedovi ricusano non solo gli illeciti, ma anco i leciti piaceri della carne, i quali se si rimaritassero, potrebbono lecitamente havere.

La terza è Castità Verginale, la quale secondo Sant’Ambrosio libro primo de Virginit. è una integrità senza contagione alcuna.

E San Tomaso 2. 2. questione 152. dice, che la perfettione della Castità Virginale consiste nel proposito di conservare la sua integrità, e di astenersi perpetuamente dalle delettationi veneree, e che detto proposito può havere varij fini honesti; ma il più eccellente, et il più perfetto è, privarsi di quei piaceri per amore di Dio, il che rende la virginità più gloriosa, e l’arricchisce di merito.

E per questo S. Cipriano libro de Virginit. chiama i Vergini parte più illustre della gregge del Christo, e fiore della Santa Chiesa.

Dice di più San Tomaso, Quantunque la Verginità sia virtù sopra la Castità, sì come la Magnificenza è sopra la Liberalità, e sia eccellentissima virtù, e come scrive Santo Ambrogio libro de Virginit. per la sua rara bellezza, amata dal Supremo Rè; nondimeno lo stato de Religiosi, et il Martirio sono più eccellenti della Verginità, la ragione è questa: perché i Vergini all’amore di Dio pospongono solamente i piaceri della carne; ma i Religiosi pospongono anco la propria volontà, e quanto possono havere in questo mondo; et i Martiri danno la propria vita per amor di Dio: E’ dottrina di Sant’Agostino libro de Virgin. cap. 45. et 46.

Oltre di questa Castità, che tiene in freno la Concupiscenza della carne; Vi è un’altra, la quale i Teologi dimandano Castità spirituale, et è quando la mente dell’huomo per unirsi col suo creatore, si astiene di affettionarsi ad altre cose.

Et di questa Castità s’intende quel di S. Agostino lib. de mend. cap. 20. quando dice, che la castità del cuore è un moto dell’anima ordinato, il quale non sottomette le cose maggiori alle minori.

Il contrario di questa castità si dimanda Fornicatione spirituale, et è quando la mente nostra si affettiona a qualche cosa contra l’ordine della legge di Dio.

La Pudicitia propriamente è segno della Castità; impercioche pudicitia diviene da pudore, parola latina, che vuol dire verecundia.

Onde quello si dice pudico, che si vergogna di fare atti lascivi: l’astenersi dunque da tali atti, come sono sguardi, toccamenti sensuali, e simili, è segno della Castità interna; Benche gli Auttori alle volte confondono pudicizia, e Castità, e pigliano l’una per l’altra.

La Castità è una gioia, che non la perde, se non chi la vuole perdere; Onde dice Sant’Agostino libr. 1. de Civitate, capitolo decimo ottavo, che la violenza altrui non toglie la Castità dall’anima, né la santità dal corpo, perché l’una, e l’altra è servata dal fermo proposito della continenza.

Dove è da notare, che la persona può ben essere sforzata quanto alle potenze esterne; ma non può essere sforzato l’animo, nel quale stà il consenso.

Onde non perde la Castità la persona, che non consente al male, ancor che per forza fusse violata; ma come disse Santa Lucia a Pascasio, in tal caso si raddoppia la corona.

Dice di più Sant’Agostino, che il vero virtuoso tolera qual si voglia pena, e danno più presto, che consentire al male; Si come Susanna volse più presto gridando essere infamata con pericolo di essere dopò anco lapidata, che perdere la pudicitia, et offendere Iddio.

Onde non è casta quella persona, la quale stà in pericolo di essere per forza violata, et ella per paura dell’infamia consente, e non dimanda né anco un minimo aiuto gridando.

 

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Dottrina della Mansuetudine. Contraria all’Ira.

 

Per intendere la natura della Mansuetudine, è necessario dire qui una cosetta dell’Ira suo contrario, et è, che l’Ira è uno appetito inordinato di castigo, ò vendetta, il quale appetito per essere molto vehemente in tal modo turba la ragione, che non la fa giudicare rettamente.

Da qui è, che l’Irato nel castigare fa molti errori, dando il castigo à chi non lo merita, ò più, che merita, ò quando non deve.

Hora contra questo vitio dell’Ira sono due virtù, una si dimanda Clementia, l’altra Mansuetudine. Proprio della Clementia, è inclinare il superiore à mitigare il castigo, e la pena de’ sudditi.

Onde Seneca libro secundo de Clemen. capitolo terzo dice, che la Clementia è una lenità del Superiore verso gl’inferiori in costituire le pene.

Della Mansuetudine poi è proprio raffrenare, e mitigar l’impeto dell’Ira in qual si voglia, ò sia Superiore, o suddito, dal che ne nasce, che mitiga l’Ira, ò non si da il castigo, ò si da moderato, come conviene, conforme alla retta ragione: Onde ambedue queste virtù concorrono al medesimo effetto, cioè di usare benignità, con questa differenza.

La Clementia usa benignità mitigando la pena esterna. La Mansuetudine usa benignità, mitigando la passione, et impeto dell’ira.

San Tomaso 1. 2. questione 157. dice, che la Mansuetudine è virtù morale, et lo prova con Aristotele libro primo Ethic. capitolo ultimo, perché la Mansuetudine regola l’appetito della vendetta conforme alla retta ragione, il che è proprio della virtù morale.

La perfettione, et eccellenza della detta Mansetudine non è piccola: Impercioche l’Ira talmente suole turbare l’huomo, che non solo non lo fa giudicare, né operare rettamente, ma anco lo fa uscire talmente fuora di sé, che pare più bestia infuriata che huomo.

Hor la Mansuetudine mitigando l’Ira fa stare l’huomo sì sopra di sé, che lo fa e giudicare, et operare rettamente.

Di più lo dispone, et ordina alla cognizione di Dio, nella quale consiste la nostra beatitudine.

Onde San Dionisio Areopagita in epistola ad Demoph. dice, che la Mansuetudine fece Mosè degno, che gli apparisse Iddio. San Tomaso dando la ragione di questo dice, perché la Mansuetudine mitigando l’Ira, rende l’huomo tranquillo, perilche è più atto a conoscere massimamente le cose divine.

Aggiunge ancora, che il Mansueto non contraddice alla verità, come suole contraddire l’Irato: et è dottrina di Sant’Agostino libro secondo de Doctrina Christiana, capitolo settimo dove dice, che il Mansueto non contraddice né alla sacra scrittura, né ad altre verità, ancorché li siano ripresi vitij: per questo è più disposto, e più capace della cognitione di Dio, e della cognitiione di se stesso.

Gli effetti, et i segni della Mansuetudine tra gli altri, sono questi.

Primo, doppo di havere ricevuto qualche disgusto, ò ingiuria, non desiderare di farne vendetta, perché dove è la Mansuetudine, toglie l’impeto dell’Ira, e così toglie la causa della vendetta.

Secondo, Non minacciare a chi li fa oltraggio.

Terzo, Non sdegnarsi, né mormorare contra Iddio delle proprie tribolationi, né della prosperità de cattivi.

Quarto, Non contendere massimamente con insolenti, et inquieti.

Salomone Ecclesiast. Capitolo primo, et 3. dice, che il Mansueto è accetto a Dio, et a gli huomini, perché verso Iddio, pigliando con pronto animo quanto sua Maestà li manda, si mostra obediente suddito. Verso gli uomini, ò tacendo, ò mansuetamente rispondendo, tolerando quanto li viene fatto di male, si mostra virtuoso, et [in bono vincendo malum,] tutti placa, et a tutti è grato, è anco dottrina di Santo Agostino libro primo de Serm. Dom. in mon. capitolo terzo.

Christo Signor nostro fra le otto beatitudini, nel secondo luogo mise la mansuetudine Matt. c. 5. dicendo: Beati i Mansueti, perché essi possederanno la terra.

E se bene San Bernardo per la terra intenda il corpo, il quale è posseduto, e dominato dall’anima del’huomo mansueto.

E Sant’Ambrosio intenda l’istesso, ma dopo la Resurrettione, pure altri come San Girolamo, e San Chrisostomo intendono il Cielo, il quale David nel salmo vigesimo sesto chiama terra de’ viventi, essendo che questa è più presto terra di morti, ò di morienti.

Hor questa terra celeste, nella quale si veggono, e si posseggono i beni, che il Signore ci ha preparati, l’Ira fa perdere, e la Mansuetudine fa possedere.

 

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Dottrina dell’Astinenza, et della Sobrietà. Contrarie alla Gola.

 

In due cose il Goloso fa eccesso, nel mangiare, e nel bere, per questo la Gola ha due virtù contrarie; Astinenza, et Sobrietà, quella è circa i cibi, questa è circa il bere. L’Astinenza dunque è una virtù, che inclina l’huomo ad astenersi da cibi come, e quando conviene, conforme alla ragione.

Dice Sant’Agostino libr. 2. q. Evang. cap. 11. et lo conferma San Tomaso 2. 2. q. 146., che la persona nell’Astinenza deve havere l’occhio a tre cose.

Prima, alle Persone, con le quali vive, et con quelle si deve accomodare nel tempo di mangiare perché se uno senza causa volesse prevenire, ò differire l’hora del mangiare; costui turbarebbe gli altri, e non sarebbe astinente; perché non farebbe secondo la retta ragione.

Di più si deve accommodare nella qualità di cibi, perché se uno, quando per tutti si è fatto allesso, egli volesse arrosto; non vi sarebbe quella quiete, che a virtuosi si conviene: Hò detto (senza causa) perché se uno per negotij urgenti, ò per debolezza, ò per altra ragionevole cagione, prevenisse, ò differisse il mangiare, overo cercasse altra sorte di cibi, non lasciarebbe di essere virtuoso, perché non sarebbe contra la ragione; Ma quando ciò facesse per capriccio, sarebbe vituperabile.

E queste due cose si devono intendere fuor del tempo, che ci obliga a digiunare, perché all’hora tutti ci dobbiamo accommodare al precetto della Santa Chiesa.

Secondo, Deve havere l’hocchio a se stesso, che quel, che mangia, lo mangi con debito modo: perché sono alcuni, dice Santo Agostino, che mangiano poco, ma non hanno pacienza; e quel poco lo mangiano sì ingordamente, che non vi può essere la virtù dell’Astinenza.

Altri se ben mangiano più, nondimeno sono sì contenti, che avendo i cibi avanti, e bisognando aspettare, senza toccarli, con tranquillità li riguardano, e questi sono Astinenti.

Terzo, Bisogna havere l’occhio alla sanità che pigli quei cibi, et in tanta quantità, che non li noccia: E vincersi in questo, cioè, non mangiare cibi nocivi, ò più che bisogna, è segno di generoso Astinente.

Dice San Tomaso articolo 1. ad 4. che non è Astinente colui, il quale con fastidio, e lamenti si astiene dal mangiare, perché essendo l’Astinenza virtù, opera non con fastidio, ma con allegrezza, e serenità di mente.

Secondo, Né colui è Astinente, il quale per acquistare lode humana, si astiene dal mangiare, perché il fine dell’Astinenza è la gloria di Dio.

L’altra virtù contraria alla Gola è la Sobrietà, la quale inclina la persona à servare la debita misura nel bere, non qual si voglia, ma quello, che con la sua fumosità turba il capo, come è il vino, e ciò che può imbriacare.

Nota San Tomaso nella q. 149. artic. 3. che bere vino in sé non è male, ma può essere malo da qualche circostanza, come a dire, se uno per il vino facilmente si alterasse.

Secondo se havesse fatto voto di non bere vino.

Terzo, Se altri si scandalizassero, come averte l’Apostolo ad Rom. 114.

Quarto, Se ne bevesse troppo. Perché il troppo vino (come l’istesso Santo Dottore scrive alla q. 149. art. 1) impedisce l’uso della ragione più, che il troppo mangiare. Onde l’Eccl. cap. 31. dice, il bere sobriamente è sanità dell’anima, e del corpo, et il troppo vino è cagione di molte ruine.

La Sobrietà conviene a tutti, ma principalmente conviene a questi.

Primo, A Giovani, nei quali per il fervore dell’età la concupiscenza è vehemente, et col vino si fa più sfrenata, per questo l’Apostolo ad Tit. c. 2. ordina, che i Giovani si essortino ad essere sobrij.

Secondo, Alle donne, le quali non avendo tanto valore per resistere alle concupiscenze, si debbono guardare dal vino, che turba il cervello, e fa le concupiscenze più gagliarde, per questa causa dice Valerio Mass. libro secondo, capitolo primo, che anticamente le donne Romane non bevevano vino: E S. Paolo 1. ad Tim. 3. vuole, che le donne siano Sobrie.

Terzo, A i vecchi, i quali dovendo istruire gli altri, bisogna che la ragione stia nel suo vigore, ma il troppo vino la turba, e però l’Apostolo vuole, che anco i Vecchi siano Sobrij ad Tit. cap. 2.

Quarto, A i Vescovi, et à gli altri Ministri della Chiesa per la medesima causa, et anco perché devono attendere à gli officij spirituali con mente divota, al che aiuta la Sobrietà, onde 1. ad Tim. cap. 3. si raccomanda al Vescovo la sobrietà, come necessaria.

Quinto, Et ultimo à i Rè, et à Signori acciò governino i popoli, come conviene; per questo il Savio ne i Proverb. cap. terzo, proibisce di dare vino a i Rè, acciò giudichino rettamente.

 

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Dottrina delle virtù Contrarie all’Invidia.

 

Dell’Invidia si è detto di sopra conforme alla dottrina di S. Giovanni Damasceno libro secondo, de Fid. capitolo duodecimo, che è un dolore, ò tristezza del bene altrui. E perché gli atti principali dell’invidioso sono tre, per questo l’Invidia, ha tre virtù à se contrarie.

La prima si dimanda Gaudio.

La seconda Misericordia.

La terza Nemesi.

Il primo atto dell’Invidioso è contristarsi del bene del prossimo, in quanto quel bene scema della sua utilità, e guadagno, overo oscura la sua gloria, ò lode. E secondo questo atto l’Invidia ha per contrario il Gaudio, il quale ci fa rallegrare del bene del prossimo, come fusse nostro, e questo Gaudio nasce dall’amore, che portiamo al prossimo, e quanto l’amore è maggiore, tanto maggiore viene ad essere il Gaudio. Così insegna San Tomaso nella questione 28. della 2. 2.

Questo Gaudio ha tre difetti. Primo, Non è puro. Secondo, Non è perfetto. Terzo, Non è continovo.

Non è puro, perché quando la cosa amata è absente, l’assentia cagiona tristezza nell’amante. E perché il prossimo da noi amato, non è sempre presente, e più delle volte è travagliato, per questo il Gaudio, che di lui habbiamo, è mescolato con tristezza; E però l’Apostolo ad Rom. 12. ci essorta a rallegrarci con quei, che si rallegrano, et à piangere con quei, che piangono: Non è così il Gaudio, che habbiamo di Dio, come appresso si dirà.

Secondo, Non è perfetto, perché quanto più si conversa con il prossimo, tanto più imperfettioni si scuoprono, e così si scema l’amore, e conseguentemente il Gaudio. Al contrario Iddio, quanto più si tratta con lui, tanto più perfettioni si scuoprono, e tanto più si ama, et il Gaudio cresce.

Terzo, Non è continovo, perché non stando il prossimo sempre nel medesimo stato per gli odij, et inimicitie manca l’amore, e manca il Gaudio, ma in Cielo questo gaudio sarà puro, perfetto, pieno, et perpetuo.

Il secondo atto dell’Invidioso è rallegrarsi del male del prossimo, e secondo questo l’Invidia ha per contrario la Misericordia, la quale ci inclina a dolerci, et a tristarci del male del prossimo: Onde S. Agostino libro nono, de Civ. capitolo quinto dice, che la Misericordia è una compassione del nostro cuore dell’altrui miseria.

Da qui è, come ben nota Aristotele libro secundo, Retho. capitulo nono, che gli invidiosi non sono misericordiosi, né i misericordiosi sono invidiosi.

Dice di più Aristotele nel capitolo ottavo, che quei mali sono più miserabili, et compassionevoli, de quali la fortuna è cagione perché all’hora si hà male, di donde si sperava bene.

Ma sopra tutti, coloro sono segni di compassione, i quali facendo bene, ricevono male.

San Tomaso secunda secundae, questione trigesima, mette quattro sorti di persone, le quali per ordinario sogliono sempre essere misericordiosi.

Primo, Sono i Vecchi. Secondo, I Savij, et Prudenti. Terzo, I deboli. Quarto, I Timidi.

La ragione è, perché tutti questi considerano, che anco a loro può accadere del male. Al contrario non sogliono essere misericordiosi questi.

Primo quei, che si riputano felici, e sì potenti, che non temono male alcuno.

Secondo, gli Iracondi, perché apprendono, che quei, che fanno loro ingiuria, overo oltraggio, siano degni di castigo, et non di compassione: Onde ne i Proverb. capitolo vigesimosettimo dice il Savio, che l’Ira non ha misericordia.

Terzo, i Superbi, i quali tenendo gli altri per imperfetti, pensano, che degnamente patischino, e così non hanno loro compassione.

L’Eccellenza della misericordia è grande poi che in Osea capitolo sesto, et Matteo capitolo duodecimo si prepone al sacrificio.

Secondo, Chi sovviene à i difetti, et necessità altrui, il che è proprio della misericordia, dà segno, che in lui sia valore, bontà, e perfettione.

Terzo, Perché ci fa simili a Dio, le cui misericordie sono sopra tutte l’opere sue; come si dice nel Salm. 144.

Il terzo atto dell’Invidioso è dolersi, et attristarsi anco del bene, che hanno le persone sante, e giuste, le quali sono degnissime di quel bene: E secondo questo l’invidia hà per contrario una virtù, che si chiama Nemesi, che vuol dire Zelo, la quale ci inclina à rallegrarci del bene de’ buoni, et ad attristarci del bene, che hanno i tristi, e peccatori, conforme à quel del Salm. 72 [Zelavi super iniquos, pacem peccatorum videns] è dottrina di San Tomaso 2. 2. questione 30. art. 3. ad 2. et questione 36. art. 3. ad 3.

 

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Dottrina dell’Allegrezza.  Contraria all’Accidia.

 

Di sopra si è ragionato del Gaudio, che è contrario all’Invidia, il quale nasce dalla carità del prossimo, e ci inclina a rallegrarci del bene di lui.

Hora qui ragionaremo del Gaudio, delle cose spirituali divine, il quale è contrario all’Accidia; Impercioche questa ci fa sentire tristezza, e fastidio delle cose spirituali: Al contrario quello nelle istesse opere spirituali ci fa sentire contento, et allegrezza.

Hor questo gaudio nasce ancora dall’amore, che portiamo alle cose spirituali, et quanto è l’amore, tanto è il Gaudio, e se non vi sentiamo Gaudio alcuno, è segno, che le cose spirituali non ci sono a cuore. E perché tra le cose spirituali divine Iddio tiene il primo luogo, et il secondo luogo tengono le nostre divotioni, et opere spirituali: Da qui è, che il nostro Gaudio deve essere primieramente in Dio, e dopo nell’attioni, et opere spirituali, le quali mirano Iddio come loro ultimo fine.

Il Gaudio dunque, che habbiamo di Dio, dice S. Tomaso 2. 2. questione 28. artic. 2. non hà mescolata tristezza alcuna, né la può havere per causa sua: perché essendo Iddio bene infinito, et immutabile, non può havere male alcuno, il quale cagioni in noi tristezza, ò dolore; et per questo l’Apostolo ad Philippens. 4. vuole, che sempre ci rallegriamo nel Signore; Di più la presenza della cosa amata apporta sempre gaudio all’amante, hor essendo Iddio per gratia sempre presente a chi l’ama, secondo quel di San Giovanni Epist. 1. capitolo quarto, chi stà nella carità, stà in Dio, et Iddio sta in lui, seguita, che cagioni sempre Gaudio nell’amante. Ma il Gaudio, che habbiamo delle attioni spirituali, hà mescolata tristezza, quando ci sono impedite, ò turbate.

Nota di più San Tomaso nel luogo citato, che in questa vita il nostro Gaudio, così di Dio, come delle cose spirituali non può essere pieno, e perfetto, perché trovandoci noi lontani dalla nostra patria, et in essilio in una valle di lagrime, habbiamo occasione più di piangere, che di rallegrarci.

L’altra ragione è, perché non godendo noi Iddio perfettamente, né possedendolo compitamente, seguita, che né anco il Gaudio sia perfetto, e pieno.

Il Gaudio ancora, che nasce dall’affettione, che poniamo alle cose spirituali, non può essere perfetto per le molte imperfettioni. Ma in Cielo il nostro Gaudio sarà perfetto, pieno, e continovo, così lo dice Isaia capit. 35. il quale parlando de’ Beati, dice, otteneranno Gaudio, et allegrezza, e fuggirà da loro ogni dolore, e gemito.

Si come dall’Accidia nasce la negligenza, e pigritia sì nelle cose di Dio, come nel bene oprare; così al contrario, dal Gaudio nasce la diligenza, la quale amorevolmente ci spinge innanzi, mostrandoci primieramente Iddio, acciò talmente ci uniamo con sua divina Maestà, che ci facciamo un spirito con lui: Benché essendo Iddio pelago infinito d’ogni perfettione, non si giunge mai a riva, perché (come  ben dice San Tomaso nel artic. 3.) sempre si trova più da desiderare, e da far maggiore unione, onde chi da dovero vuole navigare in questo pelago, non si ferma, perché la diligenza, che nasce dal Gaudio, sempre lo tira innanzi a più perfetta unione con Dio, e crescendo l’unione, cresce anco l’amore, e proportionatamente cresce il Gaudio, e così l’amante diligente entrando in Dio per amore, entra nel Gaudio, secondo quel di S. Matteo cap. 25. [Intra in gaudium Domini tui.]

Secondo, La diligenza ci mostra l’opre spirituali, spronandoci a farle come conviene, cioè, con due conditioni.

Primo per puro amore, e gloria di Dio, che è fine loro, et egli sarà di esse Giudice, e remuneratore.

Secondo, Con fervore, perché fare l’opere spirituali con tepidezza, è cosa indegna di uno, che fa professione di amore.

Il Gaudio, che la persona virtuosa sente dell’opera buona, che ella fa, non toglie né il merito a quel, che la fa, né toglie la perfettione all’opera; poiché l’opera buona di sua natura apporta allegrezza a chi la fa, come scrive Aristotele nel primo Ethic. 2. Perché essendo il Gaudio virtù, ò atto di virtù, non toglie, ma più presto aggiunge perfettione all’opera.

Onde David nel Salmo nonagesimo nono ci essorta a servire al Signore in allegrezza; et l’Apostolo 2. ad Corinth. capitolo nono dice, che Iddio ama l’allegro donatore.

Di sopra si è detto, che la tristezza ancor che sia di cose lecite, se è troppa, è mala, perché impedisce le buone, et virtuose attioni.

Non è così il Gaudio, il quale quanto è più grande, tanto più aiuta à bene operare.

Di più essendo egli conforme alla ragione, non può essere male.

 

 



[1] Brevi meditationi sopra li sette peccati capitali, - E virtù à loro contrarie. – Con una dichiaratione breve di ciascuno di detti Vitij, perché si habbino à fuggire. – E delle Virtù à loro opposte per acquistarle. – Composte dal P. Luca Pinelli della Compagnia di Giesù. – In Brescia, Appresso Pietro Maria Marchetti. Con licenza de’ Superiori. MDCVI.

[2] Le immagini sono riprese dal testo, ingrandite al 200 per cento [in questa edizione per il sito le immagini o meglio xilografie non sono riportate].