Libro a c. di «Ladins!», 2004 [?],
pp. …
La spiritualità ladina
Esistenza di una
spiritualità ladina: si est
Al di là delle dispute, anche animate,
dell’ultimo decennio, non ci sono dubbi che, quella ladina, è sorta, ovvero sia
stata percepita inizialmente e definita come una realtà linguistica. E’ merito
indiscutibile e imperituro dei glottologi aver individuato l’esistenza, dove
riscontrata e nelle modalità riscontrate, di aree linguistiche ladine. Un senso
di doverosa gratitudine deve essere espresso, anche da me, in quest’ottica, al
professor Giovan Battista Pellegrini.
Pur tuttavia, dopo aver riconosciuto alla
lingua, nell’analisi della nostra questione o, meglio, della nostra realtà
un’importanza fondamentale, essenziale e permanente e aver stabilito in essa
l’elemento tipico di identità dei suoi fruitori, non sarebbe scientifico attendersi
che le comunità di lingua ladina riconoscano esclusivamente nella lingua, come
di fatto non avviene, il criterio oggettivo e costitutivo della loro identità
complessiva.
Se il linguista, infatti, osserva e studia i
«fruitori di una parlata ladina» in quanto «di una parlata ladina» (della cui
esistenza e consistenza è lui giudice e garante), l’antropologo, il sociologo,
lo storico e altri studiosi osservano e studiano i «fruitori di una parlata
ladina» in quanto fruitori. Data per certa l’esistenza delle parlate ladine,
questi ultimi studiosi si sentono e sono autorizzati a compiere i passi
scientifici che, di conseguenza, ritengono opportuni. L’antropologo, il
sociologo, lo storico, ecc., studiando le comunità di lingua ladina, non si
accontentano di prendere in esame l’effettiva diffusione della lingua, il suo
grado di permanenza tra i vari gruppi sociali o la sua evoluzione in
prospettiva storica. Lo fanno e ne ricavano utili indicazioni; ma ad essi, più
che le parlate, interessano i soggetti parlanti, visti nelle varie loro
dimensioni, quali soggetti inseriti in una più vasta cultura generale, di cui
sono ad un tempo trasmettitori e modificatori, testimoni ed artefici. La stessa
lingua ladina, in questa prospettiva, non può essere intesa che come un dato oggettivo
e, nel contempo, suscettibile di modificazioni, essendo strumento vivo di
persone vive.
A livello popolare e secondo una prima
formulazione concettuale della verità appena espressa, si è perciò giunti ad
affermare che l’identità delle comunità di lingua ladina è data, insieme con la
medesima lingua, dagli «usi e costumi». Questo binomio, forse proprio a causa
di un certo fascino intessuto di misterioso che gli deriva dalla sua genericità
(cioè da un suo aspetto precario e non scientifico), si è imposto nel parlare
collettivo, dei diretti interessati, dei loro osservatori e persino, a volte,
in dibattiti tra studiosi. «Usi e costumi» sono diventati, in qualche modo, la
parola d’ordine di quanti, per romanticismo o con animosità, hanno rivendicato
alle comunità ladine un’identità ben oltre la lingua; gli «usi e costumi» sono
stati percepiti, allora, come lo smisurato orizzonte di un oceano oltre il
quale (o nel quale) le comunità ladine avrebbero potuto porre il fondamento
delle più varie attese e scorgervi l’America, il continente nuovo di una
secolare redenzione. L’espressione «usi e costumi» ha, naturalmente, anche un
significato positivo; pur prestandosi a generalizzazioni indebite, può essere
intesa in un senso più specifico di «usanze e tradizioni», «ritualità e
costumanze», «tecniche consuetudinarie e folklore». Esplicazioni che, come si
vede, conservano abbondanti margini di adattabilità soggettiva, ma che, pure,
individuano un secondo criterio di identità (oltre al primo, della lingua) ed
esso è di ordine antropologico, se non più specificamente etnico. Mi sembra
innegabile, infatti, che, nella ricerca e nella individuazione di questo
secondo criterio, si mostri di partire da una posizione intellettuale ben
precisa riguardo al «mondo» ladino e dalla persuasione che esso sia una entità
etnica specifica, dotata (inevitabilmente secondo questo assioma) di proprie
modalità espressive, oltre la lingua parlata, nei «linguaggi comportamentali»,
che mi sembra l’espressione sinonima scientificamente più accettabile di «usi e
costumi».
In quest’ultima accezione, escludendo altri
assiomi e indebite speranze, è possibile, e persino necessario, riconoscere
l’esistenza del secondo criterio di identità delle comunità ladine: i linguaggi
comportamentali.
Tutto questo, d’altronde, vale sia per le
comunità ladine che per le altre comunità storiche, maggioritarie o minoritarie
che siano in un determinato territorio, presenti o passate. E, per tutte, è
legittimo e doveroso chiedersi se l’identità consista solo in modalità espressive,
dirette o indirette, per giungere sùbito ad ammettere che un terzo criterio di identità,
e non il minore, deve essere identificato nell’animus che sottende alle
espressioni, nella particolare sensibilità che fa da motore interiore alle
individuate estrinsecazioni, in una parola: nella sua spiritualità. Lì, infatti,
ovunque sia, dove abbiamo linguaggi comportamentali specifici, sussiste, nel
contempo, una spiritualità specifica. Non essendo stata una nostra invenzione
l’ammissione e l’affermazione del sussistere di linguaggi comportamentali
(popolarmente «usi e costumi») ladini, è nostro dovere di coerenza scientifica
ammettere pure l’esistenza di una spiritualità ladina.
***
Caratteri della
spiritualità ladina: quid est
Il termine spiritualità è stato
preferito al sinonimo spirito, perché quest’ultimo può far immaginare
una realtà immateriale, come è l’anima, tanto più che proprio nelle parlate
ladine spirito è sovente sinonimo di anima umana.
Né questo termine si riferisce, come si è
indotti a credere, alle realtà immateriali e trascendenti, di cui si vorrebbe
fare un’analisi o studio; né, tanto più, si riduce a quelle particolari realtà
trascendenti e immateriali che chiamiamo religiose.
Spiritualità è il dinamismo interiore,
cosciente e insieme pre-cosciente, che compenetra e caratterizza dall’interno
ogni cultura e in tutti gli aspetti di essa. Si identifica con l’«anima di una
particolare cultura» e l’ «anima della comunità» che in essa si riconosce;
ovvero, a livello individuale, nell’ «anima» di una determinata maggioranza o
minoranza di persone che compongono tale comunità. [1]
E’ nostro desiderio contribuire a far
prendere coscienza, ossia a portare a livello di consapevolezza, l’esistenza e
le modalità d’essere della spiritualità ladina, cioè delle popolazioni di
lingua ladina, quali concretamente sono. Non è necessario, né importa che questa
spiritualità sia in misura più o meno vasta diversa e originale rispetto a
quelle delle comunità limitrofe (o non limitrofe) non ladine; importa coglierla
per quello che è. Nel contempo, proprio per la definizione cui crediamo doverci
attenere, scientifica, non possiamo limitarci ai fenomeni esclusivamente
esterni, alle sue manifestazioni, né – tanto meno – a quelle meramente
religiose. Sarebbe errato limitarci all’analisi delle ritualità religiose, come
pure, all’opposto, eluderle; ritenerle uniche manifestazioni della spiritualità
o, al contrario, marginali all’interno della più vasta «anima» ladina. Nulla di
oggettivo ci autorizzerebbe a ciò.
Il dinamismo interiore, che costituisce una
spiritualità, mette in atto, e documenta l’essere in atto di due dinamismi: un
modo specifico di percepire la realtà e un modo specifico di rapportarsi con
essa.
***
Un proprio modo di
percepire
La prima realtà che, ognuno e sempre, percepisce
e con la quale è chiamato ad entrare in rapporto è il proprio io. Già nella
comprensione del proprio io, ognuno percepisce lo «spazio» che gli appartiene e
quello che non detiene, ovvero il mondo oltre l’io, con il quale, pure, ognuno
deve entrare in relazione. E questo «mondo oltre» [2] si svela, un po’ alla volta, formato da
altri soggetti che l’io percepisce, altrettanto gradualmente, posti a due
livelli, rispetto a sé: alcuni sono ad un livello simile al suo (la madre, i
familiari, la comunità, nelle sue articolazioni e nei suoi ampliamenti); altri
soggetti si svelano all’io di natura diversa da sé e dai primi, per delle
innegabili diversità di essere, cioè di rapportarsi all’io stesso (l’ambiente e
gli esseri che lo popolano o, semplicemente, compongono). La spiritualità
ladina, come ogni altra, ha a che fare, in misura diversa, con ognuno di questi
livelli di percezione e relazione.
Poiché, come stiamo osservando, un elemento
essenziale della cultura (ladina e non solo) è la sua spiritualità, è legittimo
di conseguenza dedurre che la realtà ladina può essere compresa a pieno quando
se ne individuino, studino e tengano presenti non solamente la lingua parlata,
i linguaggi comportamentali e gli elementi oggettivi (tecnici) che costituiscono
la prima e i secondi, ma anche e non secondariamente quando se ne apprenda il dinamismo
interiore, l’ «anima» delle comunità ladine. E questo apprendimento culturale,
che, unico, permette la comprensione della civiltà ladina, non può essere fatto
in modo indiretto, limitandosi allo studio e alle analisi intellettuali della
realtà ladina, ma deve essere accompagnato dalla volontà e disponibilità, anche
in ordine di tempo, di lasciarsi coinvolgere in modo diretto nell’esperienza
storica vivente, ossia nell’identità delle comunità ladine. [3]
E, ciò, è tanto più vero, se si considera
che ogni spiritualità è, per sua natura, ad un tempo creatività e fissità, arte
e tecnica, oggettività e soggettività, dati di fatto e rielaborazione, epoca
per epoca e comunità per comunità, dei pur stabili dati di fatto, uguaglianza e
varietà all’interno di uno stesso contesto culturale e, nel nostro caso,
possibilità e realtà di un insieme di elementi oggettivi comuni, tra le
comunità ladine, e un insieme di rielaborazioni diverse dei medesimi elementi.
Da un punto di vista oggettivo, il dato
reale che, in forma costante e radicata, deve essere percepito dai ladini, a
riguardo della società è l’identità e a riguardo dell’ambiente è la situazione
montana.
Sull’identità e sul suo significato c’è un
gran parlare, in parte giustificato. A mio parere l’identità non è altro che la
storia di una persona o di una comunità vista in quel suo attimo fuggevole che
chiamiamo «il presente»; è l’ieri in quanto si affaccia nell’oggi e lo riempie
di sé; il «ci sono», in quanto un «ci sono» che non si è creato o si sta
creando dal nulla, quasi fosse dotato di una purezza astratta e irreale, ma in
quanto estrema conseguenza di un «ci sono stato». Identità è il presente reale,
l’oggi consapevole della sua dimensione storica, l’oggi in quanto scelta di
appartenere alla propria dimensione storica ovvero, da un punto di vista
storico, la storia in quanto realtà viva, attuale, fatto presente.
Ebbene: il dato oggettivo dell’identità
evidenzia che il mondo ladino bellunese (situato nel territorio amministrativo
della provincia di Belluno) è costituito da sei comunità, storicamente distinte
(di aree storiche distinte), ovvero caratterizzate da altrettante identità
storiche: 1) Il Cadore: comunità di ladini veneto-friulani; 2-4) L’Agordino,
Rocca Pietore e Zoldo: comunità di ladini veneto-bellunesi; 5) L’Ampezzo:
comunità di ladini veneto-tirolesi; 6) Il Fodom: comunità di ladini tirolesi.
Questo significa che nel mondo ladino provinciale c’è un elemento unificatore (la
base linguistica ladina), assieme a una varietà di elementi linguistici
diversificati e a ben sei identità storiche. Nel complesso, pertanto, da un
punto di vista oggettivo e fermandosi a questi due elementi, il mondo ladino
bellunese è radicalmente e storicamente diviso.
Queste differenze oggettive, essendo reali,
non possono essere sottaciute o guardate con fastidio; devono, anzi, essere
valorizzate per ciò che rappresentano per ogni comunità e, ad un tempo,
riconosciuta la loro importanza, coordinate con il secondo dato di fatto
oggettivo del mondo ladino: la situazione montana.
L’ambiente montano è un dato oggettivo
comune a tutto il mondo ladino, bellunese e non bellunese. Un dato
macroscopico, totale; non vi è area ladina che non sia di montagna; i ladini
sono, per loro natura, degli alpigiani o montanari; la spiritualità ladina,
sotto ogni profilo, può essere compresa a pieno e sviluppasi totalmente solo in
rapporto ad un ambiente montano. E’ fatta di legni, pietre, muschi, ghiaioni,
distese prative, boschi, malghe, torrenti, ampi orizzonti, cime, campi di neve,
bufere di vento, selvaggina, solitudini e piazze di villaggio, rintocchi di
campanili aguzzi e scoppiettio di legna sui focolari; e di molte altre cose che
gli altri, i non ladini, o non hanno o hanno diversamente, con una percezione
complessiva simile – forse – ma non eguale, con un’eco interiore diversa, con
un diverso rimpianto quando questo ambiente si fa lontano. E con una tenace
volontà di difenderlo, perché percepito come il proprio, cioè insostituibile,
come è insostituibile il corpo, e sentito come un insostituibile valore.
Quante volte ho fatto questa esperienza
diretta! «Allontanandomi dalla città e dai suoi centri periferici (che pur amo,
e tenacemente, per le ricchezze di umanità), lasciando un po’ alla volta alle
spalle i villaggi della pianura e del fondovalle, ho la sensazione struggente
di compiere dentro di me e per me un atto di coraggio; quello di apprendermi a
ignorare, e abbandonare al loro scontato destino, le piccole sicurezze, le
rassegnate quieti (…). L’anima si fa vigile e soppesa, verso nuovi rapporti di
valore, cose e situazioni. Molte, allontanandomi da esse, smarriscono la loro
effimera valenza, sbiadiscono, ammutoliscono, scompaiono nel nulla. Nel
contrasto mi elevo e, abbandonando, ho la gioia di elevarmi, affrancato da
troppe convenzioni, stagno di morbosità; pregusto abitudini semplici, amiche di
vere conquiste, spose fedeli della libertà». [4]
***
Un proprio modo di
rapportarsi
Dalla particolare forma di percezione, che
caratterizza ovunque la spiritualità ladina, si sviluppa, ovvia conseguenza,
una particolare forma di rapportarsi con la società e con l’ambiente naturale.
Nei confronti della comunità, ovvero delle
persone, considerate singolarmente o in quanto membri del gruppo sociale, la
spiritualità ladina tradizionale è caratterizzata dalla presenza di due
«filtri» culturali, non esclusivi ma pur sempre importanti.
Primo «filtro» è la tendenza, netta, a
rapportarsi socialmente, ad opera dell’io, per il tramite della grande famiglia
del parentado o casato; ad ogni modo con riferimento alla famiglia. Una
tendenza agevolata e ufficializzata dalle culture (secondo le varie epoche e i
vari luoghi) dominanti. Nel modo comune di parlare è ancora frequente l’omettere
il cognome di una persona, spesso diffusissimo in un villaggio, per indicare il
nome di casato. Per fare come esempio il mio caso, io non vengo indicato dai
paesani come «Floriano Pellegrini», ma al Furian di Beretìn, perché del
casato Pellegrini Beretìn. In
alcuni comuni (ad es. in Cadore) il nome di casato è stato ufficializzato, con
la registrazione all’anagrafe civile; in altri (come in Zoldo) ciò non è
avvenuto, ma il modo di rapportarsi e rapportare le persone è identico. La vita
comunitaria delle Regole, d’altra parte, è sempre avvenuta e ancora avviene in
base alle famiglie, che sono i titolari delle Regole, non i singoli regolieri;
pure l’assegnazione dei lavori collettivi o a piódech (di natura
pubblicistica e obbligatori, non di volontariato, come molti credono) avveniva
per fuochi ossia famiglie. Anche in ambiente ecclesiastico vi era la
stessa impostazione; in Zoldo, ad esempio, la raccolta delle decime
obbligatorie per il parroco non avveniva per singole persone, ma per casati, e
questi erano distinti tra da mas (da maso, cioè le famiglie contadine) e
da fór (da forno fusorio, cioè le famiglie dei lavoratori del ferro).
Questo «filtro» culturale aveva evidenti
aspetti positivi, a cominciare dalla valorizzazione delle stesse famiglie, ma
anche dei limiti, come il pericolo di una insufficiente attenzione al valore e
al ruolo delle singole persone.
Il secondo «filtro» è l’evidente tendenza a
sottolineare la figura maschile e, in contrappeso, a sminuire socialmente il
ruolo di quella femminile. Anche in questo, la spiritualità ladina non ha un
carattere esclusivo; pur tuttavia ha, o aveva, anche questo carattere.
L’insegnamento cristiano ha educato ad equilibrare questa visione istintiva, ma
non è riuscito a sradicarla. E’ noto l’uso abituale del «voi» nel parlare tra
marito e moglie e sono note varie forme di rispetto nei confronti della donna;
pur tuttavia, la visone di fondo maschilista è ben documentata da proverbi,
«usi e costumi» e persino dalle regolamentazioni o consuetudini normative
locali. Era proibito alle donne, ad esempio, occupare in chiesa posti accanto
agli uomini; identica separazione doveva essere osservata nelle
processioni. La donna riusciva ad avere
un ruolo sociale importante quando, «eccezion che conferma la regola», avesse
avuto dei caratteri attribuiti
normalmente all’uomo, ad esempio la proprietà dei beni immobili o, nel caso di
vedovanza, il potere di rappresentare la famiglia. Le norme di alcune Regole
testimoniano e conservano ancora una visione maschilista, magari con l’eccezione
del «privilegio» delle donne «padrone di casa». La visione maschilista, in
vero, non permetteva alla fin fine neppure una piena valorizzazione dell’uomo,
perché fondata quasi esclusivamente sulla capacità di ricoprire un ruolo
sociale dominante, attraverso la proprietà (e la sua produzione, nel lavoro) e
la fecondità (strettamente connessa, in quest’ottica, con la prima). Un’analisi
che si sforzi, come deve, d’essere senza pregiudizi, coglie inoltre che, in
tale contesto culturale la figura maschile era altresì gravata da particolari
doveri, anche di tutela nei confronti delle donne, sicché, in definitiva, non è
facile dare una valutazione complessiva; si è portati a sottolineare l’uno o
l’altro aspetto, in modo esclusivo, e ne risulta una visione facile da
memorizzare ma non del tutto esatta. Ritengo necessario si proceda con
precisione nella raccolta dei dati e con cautela nella valutazione generale.
Nei confronti dell’ambiente, la percezione
della realtà montana circostante quale realtà onnicomprensiva, che impone il
suo modo di relazionarsi, suscita incontro e scontro, amore e odio, slancio
verso la comunione e lotta per difendersi, gioia e paura, stupore e timore.
La natura o, se vogliamo, la montagna è un
soggetto che impone un rapporto di priorità e di forza. La montagna precede e
supera l’esistenza dei suoi singoli abitatori, umani e non umani; nel suo
grembo tutto si evolve, il cessare è tanto normale come l’iniziare, eppure la
montagna in sé stessa permane. «L’esperienza quotidiana mostra che tutto esiste
e tutto passa; uomini e cose non sono da sé stessi e, quindi, non esistono in
senso assoluto, ma sono stati e sono resi partecipi dell’essere. Ci sono, per
misteriosa gratuità, e nel volgere di un certo tempo non ci sono più; eppure,
frattanto, ci sono, ovvero esistono, continuano a ricevere l’esistenza. Gli
esseri del mondo, tra cui l’uomo, vivono la loro traiettoria terrena sospesi a
una fuggevole concretezza, assaporando quella vita che continuamente viene loro
data e continuamente sfugge loro di mano; sul presente batte il sole ed è già
notte, e l’alba eternamente risorgente. – La provvisorietà, pur spiacevole, non
è percepita dalla cultura ladina con senso di angoscia e, cioè, come un limite
da sconfiggere o, in qualche modo, scongiurare; è accettata, come un ovvio dato
di fatto. L’attenzione è sempre puntata sul positivo del presente e nell’oggi è
dato, ed è quindi moralmente giusto, essere felici».[5] Dal senso della priorità cronologica, la
spiritualità ladina deduce con estrema facilità una specie di priorità
ontologica della natura; e la caducità degli esseri viventi non sembra essere,
in questa prospettiva, una debolezza metafisica (la contingenza), ma la
situazione normale e, con ciò, fondamentalmente positiva, nella sua
ineluttabilità.
La montagna, poi, si presenta nella sua
forza, vitale, feconda nei campi e nelle stalle, ma anche distruttiva,
attraverso alluvioni, temporali, grandinate sui campi, bufere di vento.
All’essere umano, al ladino, non resta che accettarla nella sua realtà, gioire
per la sua fecondità ed essere ben consapevole della sua energia distruttiva.
Con la natura non si scherza; essa dà tutto, ma può anche chiedere tutto; è
generosa e, ad un tempo, spietata. Il ladino non sceglie il tipo di rapporto
con la montagna, ma lo accetta, con ragionevole consapevolezza. «La luce del
sole riscalda e feconda, ma può abbagliare e inaridire; l’acqua disseta e
purifica, ma può annegare e inondare. La montagna non illude né inganna, la durezza
è il segnale della sua sincerità; l’acciaio del suo splendore non ammette di
fondersi con il fango delle leggerezze e dei compromessi; si sa». [6]
Nel conto del «dare e ricevere», l’uomo in
questo rapporto ha tutto da guadagnare. A chi l’ama, la montagna si svela nella
sua bellezza abissale.
«Eccola, Dèa o Dio, divinità comunque,
adagiata nella gestazione del mondo, pulsante di sangue verde, forte come il
nero, e biondeggiante di sole. Un susseguirsi di rigogliosi seni, che il vento
accarezza e rassoda, suo angelo (…). Mentre corri libero sui suoi pianori, ne
sali le cime, ti arrampichi sulle sue pareti rocciose, ti rinfreschi all’acqua
gelida dei suoi torrenti, oppure riposi nella freschezza delle sue erbe in
fiore, intuisci che la sua essenza vitale, sempre rinnovata, altri la
riceveranno in dono. Tu l’ascolti, grato, senza dir parola. Il tuo viaggio
nell’inquietudine è finito; la cappa di nebbie che di tanto in tanto avvolge la
tua anima, si è sciolta; non hai più bisogno, come prima, di cercare fuori
quella riconciliazione con te stesso, che ora senti dentro. La pace della
montagna ti avvolge, è con te e con il tuo spirito; e senti nascere il
desiderio di espanderla, comunicandola». [7]
Dal senso della bellezza dell’ambiente di
vita, la spiritualità ladina sviluppa un proprio senso estetico, esprimendolo
nel gusto musicale (dai fischietti e dalle erbe sonore dei ragazzi ai canti
patriarchini, dai cori paesani ai campanót o concerti di campane, dal fischiettare
ritmico al piacere dei campanacci al collo delle mucche al pascolo), degli
intagli (sulle assi dei fenili, nelle stue, sugli oggetti da lavoro
ecc.), delle decorazioni e dei ricami e merletti, [8] ad es. sugli abiti e in particolare su
qualche capo del vestiario; nel gusto dei fiori, abbondanti, alle finestre e
negli orti. [9]
***
Lo spirito mitificatore
ladino
Carattere non esclusivo, ma importantissimo,
saliente, ineliminabile della cultura ladina, della sua spiritualità e identità
è quel particolare dinamismo interiore che ritengo giusto definire «spirito
mitificatore ladino». Non è un attributo esclusivo del ladino e sarebbe molto
utile un confronto con le altre culture, sia antiche che viventi e soprattutto
con quelle delle aree linguistiche limitrofe: veneta, carnica, tirolese e
trentina. E’ un lavoro che non è mai stato intrapreso, eppure sarebbe
essenziale.
Allo spirito mitificatore ladino ho dedicato
uno studio nel 2000, [10] e da esso ricavo la seguente, ampia
citazione.
«Alla base del dinamismo mitificatore vi è
lo stupore, ossia la gioia primordiale dell’intuizione; alle fondamenta di
quello razionalizzatore vi è, al contrario, lo sforzo del concetto. Tra stupore
e ragione vi è la dialettica che esiste tra intuizione e concettualizzazione.
La prima scrive le frasi iniziali del pensiero; ed è ancora un suo abbozzo (…).
La ragione, invece, chiude la porta della conoscenza; quel che è dentro è
salvo, ciò che resta fuori è l’altro, materia per ulteriori concetti, per
successivi dati, ma egualmente positivi ossia definiti. – “Fare” i concetti,
razionalizzare, ridurre a positivo è necessario, ma è pure un astrarre dalla
vita, che procede in modo irrazionale, senza soluzioni di continuità. –
Diciamo “oggi”, “ieri” e, così dicendo, poniamo a guardiana del confine tra i
due l’ora di mezzanotte. Più in generale dividiamo il tempo in mesi, anni,
periodi; ma tra mese e mese, anno e anno, epoca ed epoca vi è, in realtà, una
continuità sostanziale (…). Quello che avviene al livello della dimensione
tempo, si verifica pure al livello della dimensione spazio; la cultura ladina
lo percepisce in modo vivissimo (…). Lo spirito mitificatore corrisponde al
primo tentativo di chiarire il rapporto temporale e spaziale tra gli esseri
della natura-ambiente e tra quel particolare abitatore della natura e
dell’ambiente circostante che è l’uomo, il montanaro stesso. – Sviluppare lo
spirito mitificatore significa, di conseguenza, prolungare fin dove
ragionevolmente possibile il momento fuggevole e permanente dell’intuizione,
anche se, nel frattempo, vengano date o siano date delle motivazioni razionali
in merito al tipo di rapporto tra gli oggetti di cui ci si va occupando, nello
stupore dell’intuizione».
E’ questo un aspetto della spiritualità
ladina che, per la sua importanza e vastità, non posso trattare in un solo
incontro, qual è questo.
***
Prima conclusione
Affermare l’esistenza di una spiritualità
ladina equivale, a mio vedere, ad affermare l’esistenza del mondo ladino.
Poiché sono convinto dell’esistenza della prima, difendo con ardente
consapevolezza il diritto ad esistere del secondo. Un giorno sorgerà su questa
pallida Terra, che ci ospita, un senso di più gioiosa amicizia vicendevole, di
più fruttuosa accettazione della diversità delle spiritualità e delle identità?
Forse un giorno non sarà più necessario combattere per dire che si esiste; quel
giorno è affidato alle nostre volontà, al nostro studio, ma non è ancora nato.
Mentre lavoriamo per costruirlo, ribadiamo,
ad alta voce, il carattere del nostro essere, pronunciamo senza paura il nostro
nome. Spiritualità viva è anche questione di un dignitoso coraggio.
[1] In «Lo spirito ladino di Zoldo» (Centro
culturale Amicizia e Libertà, 2001, p. 3), avevo introdotto il concetto di Weltanshauung
ed avevo osservato: «Questa pubblicazione… permetterà di intuire… i dinamismi interiori
e la “spiritualità” o, per meglio dire, la Weltanshauung degli abitanti
di Zoldo, e come tali beni, specificamente culturali, rischino d’essere
annullati dalla Weltanshauung attualmente dominante, ricca di stimoli e
risultati, tecnologicamente avanzata e cosmopolita, ma, proprio per la sua
forza, inavvertitamente incline all’eliminazione delle altre identità
culturali».
[2] Si tratta, all’evidenza, di una categoria
psicologica. Ma è interessante tener presente che nella metafisica e
religiosità popolari si parla di «l’altro mondo», in senso assoluto, come lo
spazio vivente ultraterreno, sfuggevole all’esperienza sensitiva, ma dedotto,
quasi per istinto, dalla constatazione precoce della fuggevolezza delle cose e
della caducità delle esistenze.
[3] «Chi viene in montagna, chi sale sulle
Dolomiti e non si sforza di mettere in seconda linea il proprio razionalismo,
pur così produttivo di bene, per lasciarsi coinvolgere e, potrei dire, quasi
travolgere dall’intuizione dello spirito profondo delle cose, lì dove opera il
grande palpito della vita; chi non ammette che in queste sensazioni di stupore
e di provvisorio appaiano luci di verità dimenticate; chi non crede, con la
forza della fede, l’entusiasmo e la purezza di un credente, che questa è la
strada per cogliere il panorama stupendo dell’unità originaria, è inadatto a
vivere in sé lo spirito del mito creatore», tipicamente ladino («Lo spirito
ladino di Zoldo», cit., p. 109). E continuo, quasi exempli gratia,
quando invece è un canto liberatorio dell’anima: «Ah, il brivido della prima
volta, e sempre! Il respiro sospeso e il tuffo, nel fragore delle immense
cascate; la vertigine dell’abisso e le profondità infinite, le mille voci e il
canto della vita, e il tesoro della parola ritrovata!:
-
la bianca
distesa della neve e il verde prato: il ritratto della tua fresca primavera;
-
le rosseggianti
albe e i tramonti infuocati: il tuo bagno d’aria, mattiniero e serale;
-
il passerotto
morbidone, che canta nascosto sul ramo: le carezze pomeridiane affiancati, sulla
lunga staccionata del rifugio;
-
il profumo del
pane e della selvaggina: voi due, gorgoglio e fragranza, lungamente attesi;
-
il melodioso
rintocco delle campane laggiù, nel fondovalle: lassù, ove la luna rallegra le
stelle, va un pallido bacio».
[4] «Lo spirito ladino di Zoldo», cit., p. 101.
[5] «Lo spirito ladino di Zoldo», cit., p. 107.
[6] «Lo spirito ladino di Zoldo», cit. p. 111.
[7] «Lo spirito ladino di Zoldo», cit. p. 110.
[8] Una collezione di pizzi e merletti zoldani
è visitabile presso il Museo dell’Amicizia Erwin Maier» di Paluzza.
[9] Nella primavera 2004 ho lavorato per porre
in essere, a Coi di Zoldo, un esplicito Ort di Fior ladino, con
l’interramento di varie qualità di fiori autoctoni. Il lavoro, per quanto abbia
richiesto molta cura e molto tempo, è stato pienamente appagante.
[10] Cfr. «Lo spirito ladino di Zoldo», cit.,
p. 3. Studio poi ripreso nello stesso «Lo spirito ladino di Zoldo», alle pp.
101-115.