Inedito, del 2004
Coi. Visita al villaggio
Per la
straordinaria posizione panoramica, a terrazza tra i colossi montuosi del Pelmo
(alle spalle) e della Civetta (di fronte), Còi è uno dei più caratteristici e noti
villaggi della valle di Zoldo e delle Dolomiti.
Cói è parola ladina,
la lingua locale, e significa «Colli».
Nel 1366 la zona
era ancora una foresta, utilizzata come pascoli e per la legna dagli abitanti
del vicino villaggio di Maresón (il più antico della parte alta della valle).
Essi avevano costruito, proprio a Mareson, un forno per estrarre – tramite
fusione – il ferro dal materiale grezzo trasportato dalle miniere di Colle
Santa Lucia, allora in territorio del principe e vescovo di Bressanone. Il forno
fusorio e il bosco erano invece del vescovo e conte di Belluno.
Tra il 1366 e il
1398 alcuni agricoltori, provenienti da Levazono, una località nei pressi di
Pieve di Zoldo, divennero proprietari della zona e vi costituirono un maso,
ossia un’azienda agricola autonoma, con un’abitazione a Col e un’altra sotto
l’attuale piazzetta, vicino ad una sorgente. Sono gli antenati dei signori
Pellegrini, fondatori del Libero Maso.
Quasi
contemporaneamente, sopra quest’ultima abitazione alcuni agricoltori del maso
di Pianaz, vincolato al duomo di Belluno, vi costruirono una loro casa.
Il villaggio
attuale si è sviluppato un po’ alla volta da queste tre unità abitative
originarie.
Per una visita
turistica e culturale, si può partire dall’Hotel «La Caminatha».
Esso prende nome dalla stanza, adibita a cucina, con focolare centrale e
grande camino (in ladino caminàtha), che un tempo era presente in ogni
casa: luogo del ritrovarsi quotidiano come famiglia e con gli amici, della
condivisione delle gioie e delle preoccupazioni.
Sotto l’albergo c’è Cól o Col, ove sorgeva una delle prime
tre unità abitative e che risulta, quindi, il nucleo più vecchio del villaggio.
Nei pressi delle abitazioni era stato scavato il pozzo, ora interrato, ma
certamente meritevole di un recupero archeologico.
Su una casa è visibile un affresco di San Pellegrino e su un’altra di
Sant’Orsola, entrambi opera di Giu Pin, del 2001.
Sopra l’albergo, invece, vi è la chiesa, con la piccola Cappella
originaria, dedicata a San Pellegrino delle Alpi.
Entrando, la prima parte del pavimento (in legno) segna l’ampliamento
del 1902-1903.
Ci sono tre altari lignei. Il maggiore, del 1618, è dello scultore
bellunese Jacopo Costantini e venne portato quassù montato su un carro,
trainato da buoi. Le statue raffigurano il santo protettore, Pellegrino delle
Alpi, la Beata Vergine, il Cristo risorto; poi, in alto a destra (a sinistra
per chi guarda) il papa sant’Urbano I, il patriarca di Aquileja e compatrono
sant’Ermagora; in basso a destra (sinistra per chi guarda) il diacono aiutante
di Ermagora, san Fortunato, e (a destra) sant’Antonio abate. La Via Crucis
originaria della chiesa, del 1765, è stata abusivamente portata a Polpet di
Ponte nelle Alpi, ed è una serie di stampe dei Remondini, di Bassano del Grappa,
dipinte a mano.
Il secondo
altare, di ignoto, è del Settecento e raffigura la Madonna della Cintura (ossia
che offre una cintura a protezione delle partorienti e dei nascituri), il
vescovo africano Sant’Agostino, sua madre Santa Monica e santa Rita da Cascia
(suora dell’Ordine agostiniano).
Il terzo altare è
dedicato alla Madonna del Rosario; l’immagine della Madonna di Pompei è stata
inaugurata il 15 dicembre 1943, ma l’altare è precedente, quantomeno del
Settecento, come testimoniano due antiche statue di San Domenico e Santa
Caterina da Siena (la statua della Madonna che fine ha fatto?).
Ci sono anche
altri oggetti interessanti, dal punto di vista artistico, ad esempio due grandi
angeli portacero, di scuola veneziana, una vecchia statua di San Pellegrino
(forse carnica), tre paliotti di cuoio lavorato, una statua di San Vincenzo
Ferrer, un ritratto di papa Giovanni XXIII e un grande «Cristo delle Rocce» del
pittore Natalino Rizzardini.
La chiesetta in
antico aveva sul davanti (cioè al lato est) un cimitero, nel quale sono stati
ritrovati scheletri di persone di alta statura; di tale spazio cimiteriale è
emerso nel 2003 l’angolo sud-est del muro di cinta. All’esterno della chiesa,
sul lato ovest, vi è un affresco di San Pellegrino, del trevisano Antonio
Monterumici, del 1905, purtroppo molto rovinato dalle intemperie.
Nel 1635 la
chiesa fu visitata dal vescovo Malloni, nel 1654 e nel 1669 dal vescovo
Berlendis (dagli atti della visita risulta che c’era già il campanile e aveva
due campane); nel 1695 giunse il vescovo Bembo (il villaggio aveva 112
abitanti), nel 1732 il vescovo Zuanelli (gli abitanti chiesero e ottennero di
innalzare l’altare della Madonna della Cintura), nel 1928 il patriarca Pietro
La Fontaine.
Proseguiamo la
visita al villaggio. Dalla chiesa parte una fila di frassini, alcuni dei quali
antichi, a fiancheggiare la Strada Béla, che, prima della costruzione
(agli inizi degli anni Sessanta) di quella per Brusadàz, arrivava fino in
località La Crépa («scoscendimento, dirupo»), ove sorge uno spettacolare
gruppo di fienili, o tabià, della prima metà del Novecento, con
caratteristici finestroni per l’aerazione del fieno, alcuni dei quali ora
trasformati in abitazioni signorili. Notevole il grande Crocifisso, anzi
proverbiale, perché di una cosa grande si diceva: «Grande come il Cristo dai
Coi».
La vicina, vecchia latteria meriterebbe una
visita, da concordare con i casari.
Piaza di Zókoi («Piazza degli
Zoccoli») risale al 1924; prima, al suo posto, vi erano alcuni orti e un
abbeveratoio per il bestiame.
Entrando nella
piazza, la prima casa sopra la strada, del Seicento, è architettonicamente la
più importante del paese; si segnala per due porte in ferro battuto, una
bifora, due affreschi d’epoca (uno con data del 1713), la scalinata interna in
pietra di Castellavazzo, a colori alterni, e due stupende stue. Poco
oltre, sullo stesso lato, un interessante tabià in block-bau, del
1778, quindi un gruppo di altre abitazioni caratteristiche e la più antica casa
Rizzardini, detta di Sélva, risalente (nelle fondamenta) alla seconda
metà del Trecento: ha una porta ad arco, un antico corridoio e una vetusta
serratura a palo.
L’abitazione
originaria del maso dei Pellegrini sorgeva esattamente sotto, dove è stato scoperto
un portale murato; essa faceva parte di una più vasta unità abitativa,
comprendente anche l’attuale casa Paléta. Nella casa dei Pellegrini
Vésco vi è ancora il «pozzo» con l’antica sorgente. Da qui partì, ai primi
dell’Ottocento, la famiglia del senatore Clemente Pellegrini, erede di quella
di Daniele Manin, ultimo capo di uno Stato veneto e veneziano nei gloriosi mesi
della rivolta all’Austria del 1848-1849.
Oltre la piazza e
qualche altro fabbricato, di recente costruzione, sorge la casa Pellegrini del
1911; ha, in facciata, un altro frassino secolare, forse risalente alla
costruzione del vicino tabià dei Rizzardini Ogióin, del 1798,
anch’esso in block-bau.
L’ultima casa (o
la prima, provenendo da Mareson) è un condominio di recente costruzione. Sorge
sul Cól da Bedói, il «Colle delle Betulle» (unica zona del villaggio in
cui crescono, e rigogliose). Fino a pochi anni fa esisteva (dagli anni Trenta)
l’albergo «Rifugio Venezia», uno dei primi di Zoldo, che ospitò pure la celebre
soprano Toti Dal Monte.
Poco oltre, un
mulino del Settecento, purtroppo anch’esso in stato di avanzato degrado, pur
essendo, nel suo piccolo, una importante testimonianza antropologica.