«Corriere delle Alpi», 6 gennaio
2004, p. 14
Coi, stupore infinito
Nel suo maestoso isolamento, lassù, Coi, il
più incredibile, singolare, ricercato e amato villaggio di Zoldo, trasuda di
legni antichi, memorie familiari mai del tutto spente, e di albe rosate, su
lunghe distese di neve, imperlata dai tiepidi raggi del sole.
In questi giorni di capodanno, rivestito di
candida bellezza, festeggia il suo perenne intreccio con la natura, aspra,
feconda, accogliente, che lo protegge nelle larghe braccia dei suoi orizzonti.
I suoi abitanti sono passati dai 55
residenti abituali a circa 300. C’è la gioia di salutarsi, perché ci si rivede
o anche solo perché è bello farlo: per la strada, ovunque, tra muraglioni di
neve e posteggi ricavati in ogni possibile slargo della strada.
C’è chi ama tuffarsi tra i bianchi fiocchi,
ancora freschi, chi gioca a palle di neve e chi ha scavato – come non si vedeva
da vent’anni – passaggi tra una casa e l’altra o improvvisato piste da sci,
slittino o bob. Ammettiamolo: sono capitomboli continui, per lo più, ma
divertono, in un espandersi dell’anima che da lungo tempo non riuscivamo a percepire.
Chi osserva, sorride, dalla strada, dai solèr,
dalle panche antistanti le abitazioni, lungo la via.
Sembra d’essere tornati a uno spazio
d’umanità migliore. Più d’uno dice: «Mi piacerebbe abitare qui».
E’ stato riscoperto il gusto dei pupazzi di
neve e, nel farli, è stato necessario riscoprire alcune tecniche fondamentali
d’uso della neve. Se ne vedono un po’ ovunque,solo a spostarsi con calma lungo
la strada del paese. Tutti più o meno grassi e dalla testa sproporzionata e
penzoloni, con bastoni e scope nelle loro immobili mani di ghiaccio e una carota
o un legnetto al posto del naso, gocciolante di brina.
Fotografie a non finire, soprattutto alle
montagne circostanti, al Pelmo e alla catena della Civetta, alle boscaglie
tremolanti al vento e al sole, con quelle trapunte sfilate di balocchi di neve
sui grigi rami dei larici.
E’ certo: larici e abeti sorridono, quando
il sole si intrufola sotto la neve che li riveste e fa loro quel solletico
antico che echeggia per tutta la valle, fino al tramonto: non l’avete sentito?
Vibrazioni della bellezza, nella splendida
semplicità della vita, fedele a se stessa, specchio e rifugio di suoni e di
animali; e di uomini e donne, giovani e meno giovani, fatti meno baldanzosi e, incredibilmente,
più sereni. Come fosse l’emergere e, quasi, l’esplodere della dignità
originaria, di ognuno.
Le piste sono cariche di sciatori, quasi
formiche sulla farina bianca. Coi li osserva muoversi, minuscoli, a cerchi più
o meno ampi e augura loro che, al termine della giornata, abbiano un rientro
sereno alla pianura.
Sarevéde
a duti! 365 di questi
giorni! Ed è stupito, esso stesso, piccolo villaggio, d’essere stato ricercato
e ammirato, ancora una stagione, come sempre.