«Corriere delle Alpi», 18 gennaio
2004, p. 16
Amiche piante
E’ bello starsene rincantucciati in un
angolo di poltrona, ad ascoltare lo scoppiettare della legna, sul fuoco, e ad
osservare la luce del sole, che si sposta, lenta, sulle pareti, finché l’ultimo
raggio va a nascondersi in un angolo della stanza.
E’ bello guardare il rincorrersi delle nubi,
maestosi cumuli di calda pioggia, respiro della terra sul volto azzurro del cielo.
Baciate dal sole, sembrano dire: «Coraggio, andiamo a prendere la primavera!».
E’ bello soprattutto quando si è stanchi o
convalescenti, come è capitato a me nei giorni scorsi, inseguire con lo
sguardo, oltre i vetri della finestra che sta accanto, la lotta solenne tra il
vento e i robusti rami dei frassini, quasi dita di mani affusolate che s’alzano
verso il cielo alla ricerca di un appiglio nell’aria. E la lite capricciosa fra
la tormenta e le ramaglie dei susini e dei sorbi, posti a guardia e corona
delle verdure dell’orto, avvolto da un gelido manto.
Oh, le piante: esse non sono del tutto altro
da noi!
Le conosciamo da lunghi anni; sappiamo,
rametto per rametto, lo sforzo che hanno fatto, come noi, per crescere. Nella
loro tenace resistenza alle inclemenze dell’aria, leggiamo vittorie che
sentiamo anche nostre, soprattutto quelle dell’infanzia e dell’adolescenza.
Nella loro presenza, nell’esuberanza del loro fogliame, nel loro costante e
quasi impertinente allungarsi, sappiamo leggere gli sguardi dei nonni, il
lavoro dei genitori, i momenti di gioia e di sofferenza della nostra famiglia,
e quelli del villaggio.
Oh, piante, voi non fate alcun male, e noi
vi maltrattiamo!
Lunghe primavere dei vostri legni, lunghi
profumi delle vostre resine, caldi aliti delle vostre fronde, come ignorarvi?
Continuate ancora – vi preghiamo – a restare tra noi, cittadine del villaggio e
membri della famiglia, care presenze; e proteggete col vostro silenzio i nostri
sogni e le nostre speranze, le nostre fatiche i nostri riposi.