Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Corriere delle Alpi», 26 ottobre 2003, p. 15

 

Tra difficoltà e fedeltà

 

Di questa stagione, alle sei del mattino è ancora notte fonda; per alcuni mesi sarà così e peggio. Poi tornerà la misericordiosa primavera, a riscaldarci di eterne promesse e di nuovi fremiti di vita.

Alle sei del mattino, mentre godo quieto l’ultimo sonno, mi giunge dalla strada un corto rumore di clacson, discreto e affettuoso: è il saluto di chi parte, da quassù, dai Coi, a 1500 metri di altitudine, e va nel Longaronese e nella Val Belluna, giorno dopo giorno, a lavorare.

In giornate come queste, con la temperatura che scende tranquillamente sotto lo zero, so che la prima cosa che han dovuto fare è stata quella di munirsi di un accendino e scaldare la chiave, per poter aprire le portiere della macchina. I tergicristalli sono gelati? Il fondo stradale è coperto da un insidiosissimo strato di ghiaccio? Bisogna andare! Le catene pronte per l’occorrenza, nel viaggio di ritorno, quando non sia già in quello di andata.

Alla stessa ora, poco più poco meno, mi giungono dalla strada le voci sommesse di altri compaesani, diretti ai lavori della stalla. Per ogni mucca hanno dovuto provvedere una novantina di fasci di fieno. L’abbeveratoio di alcuni è nella stalla, per altri ancora all’aperto, nel candore gelido della neve e dell’aria pungente. La monticatura estiva è possibile, a queste quote, solo da metà giugno a metà settembre; e le mucche, non conoscendo la differenza tra giorni feriali e festivi, richiedono una presenza quotidiana.

Quel giovane ha la passione dell’agricoltura? Vorrebbe sposarsi? Che difficile trovare una sposa che condivida la sua passione lavorativa, la sua impostazione di vita. I modelli di comportamento presentati dai giornali e dalla televisione sono crudamente diversi.

«E allora? Ma cosa vuoi scrivere? Non giova a nulla», mi dicono. «Forse gioverà poco, pochissimo», tento di replicare. «Te pùele te sparagnà la fadiga, ormai per chéste robe se pùel di su al Miserere o al Confiteor». Forse è vero, il domani lo dirà. Non mi nascondo che la vita attuale ha esigenze particolari e costi elevati.

La montagna da sola, con il suo incantesimo e la sua fecondità, non può farcela. Essa sarà uccisa dalla solitudine, da quanti la cercano solo come un’amante occasionale, per poi discostarsene di nuovo, abbandonandola al suo destino, alle sue fredde stagioni.

Ma desidero credere che, con una politica più saggia, la vita in montagna potrebbe riprendere slancio, anche in settori non turistici. Lo dico in base alla mia piccola, ma concreta esperienza personale. Amo questa terra boscosa e montuosa, come terra feconda oltre che come terra ospitale. L’ho conosciuta così tanti anni fa, ormai, e non mi ha mai tradito. Ho inteso la sua fecondità: l’ho sentita modesta, ma fedele. Accostandola, per lavorarla, ne ho visto emergere una segreta bellezza, ho sentito di poterla plasmare, e che si faceva mia, quando solo l’avessi rispettata ed amata. Nella sua durezza, mi ha dato molto; nei suoi prolungati silenzi, ho inteso parole vere, luminose come tutto ciò che è essenziale.

«Ce la faremo, mia Terra», vado pensando. So di non ricorrere un sogno, ma di formulare un progetto, carico di speranza. E ringrazio chi mi dà l’esempio di una dignità non perduta.