Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

Inedito. Discorso pronunciato all’I.P.S.A.A. – Istituto di Stato per l’Agricoltura

e l’Ambiente, di Feltre (BL), il 20 febbraio 2003, alla cerimonia di consegna

della Borsa di studio dedicata ad Alessandro Da Rin Puppel

 

Ricordo di Alessandro Da Rin Puppel

 

Mi è stato chiesto di dire «due parole» per ricordare Alessandro Da Rin Puppel. Ho accettato, ma vedo che mi è difficile farlo: come è possibile parlare degli amici?

Se mi preparassi, riuscirei magari a parlarvi di qualche personaggio storico famoso, ad esempio di Giulio Cesare o di Carlo Magno; di qualche santo, poeta o romanziere. Potrei raccontarvi di qualche scienziato, musicista o benefattore dell’umanità; tanto, a me, di loro, alla fin dei conti interessa ben poco. Li ammiro, potrei studiarli, ma essi restano fuori della mia vita; le loro imprese e le loro opere non mi emozionano più di tanto.

Anche nel campo musicale per me avviene così: quando mi annoio di ascoltare Mozart, gli «chiudo la bocca», cambiando CD, e «salto» a Vivaldi; poi, come niente fosse, ai The Ark, ai Beatles, a Madonna; e non mi faccio alcuno scrupolo, anche se accantono degli artisti, tanto più che li riascolterò, sempre a mia insindacabile volontà, in altre circostanze, e allora riusciranno persino a commuovermi, un pochino, ma niente più.

Perché avviene questo? Perché tutti noi siamo abituati a parlare sempre dei grandi, di quelli cioè che si credono o vengono considerati tali, e di quelli che effettivamente lo sono o lo sono stati, per aver fatto qualcosa di ammirevole. Che sistema!

Dovremmo aiutarci a ricordare meno per simpatie, per istinto e, alla fin fine, secondo il criterio desiderato dai potenti del momento; e a ricordare di più, e con più passione, tante brave persone, rimaste nel nascondimento. Ad esempio chi si è sacrificato per la patria e l’ha fatto non perché abbia voluto, ma perché si è visto costretto a farlo; e anche quelli che hanno voluto sacrificarsi, perché l’hanno ritenuto loro dovere; e ricordare anche le loro spose o, semplicemente, le loro morose, e i loro genitori, partecipi del loro dramma, ma che la storia dei «grandi» vuole dimenticare.

Dovremmo riuscire a ricordare e imitare gli eroi silenziosi del lavoro, quelli che per un’intera vita si sono «rimboccati le maniche», per portare avanti le loro esistenze e, se sposati, le loro famiglie; e quelli che sulle maniche della camicia si asciugavano il sudore della fronte e, di nascosto, una lacrima.

Dovremmo educarci a ricordare l’eroismo di chi ha perdonato, dopo essere stato gravemente offeso o aver subito violenza, magari da parte di un parente prossimo o di un «insospettabile».

E quanti hanno fatto il proprio dovere professionale con puntualità e diligenza, anche nelle giornate in cui avevano la «luna storta» o nei momenti in cui non erano osservati e avrebbero potuto «fare i furbi».

E tutti i bravi studenti, che passano qualche ora, e forse persino troppe ore, della loro irripetibile giovinezza nelle aule; esse, con tutti quei tavolini posti in fila, mi sembrano «aule e banchi di concentramento».

Dovremmo educarci a dimenticare i prepotenti, i disonesti e i guastatori della famiglia propria e di quelle altrui. Leggendo la storia, non dovremmo sentire solo le note stonate e noiose di alcuni, ma le melodie e i canti che si sono levati dal cuore e dalle opere di chi veramente è stato grande, perché è stato autentico in umanità.

Alessandro fu, nel suo piccolo, un grande uomo. Uno di quei ragazzi che ci sono maestri o, se preferite, fratelli o, ancor meglio, i nostri più veri amici.

Per questo di lui, come di ogni vero amico, è impossibile parlare. E’ come quando uno va nel bosco e vede un bel fiore; poi, quando torna a casa, che può dire? Forse riesce a descriverne la forma e la grandezza, ma non trova le parole adatte per indicare la particolare tonalità del bianco, la soavità del profumo e la sensazione d’armonia provata in quell’area prativa. E’ come quando uno cammina per strada e coglie sul volto di un passante, uno sguardo speciale, un tremito sulle labbra, l’affacciarsi di un rossore o di un pallore, un sentimento di paura o di gioia, di calma o di fretta; quali parole riuscirebbero ad esprimere la percezione di tali sentimenti?

Ricordo però un fatto, come fosse ora, anche se sono trascorsi quindici anni. Un giorno Alessandro mi disse: «Voglio migliorarmi» e mi svelò un suo segreto, fatto di dolore e di speranza. Per quanto abituato, come sacerdote, a tante confidenze, ne fui un po’ colpito, perché i segreti si dicono agli amici; egli, dunque, cominciava a sentire in me un amico. Nonostante la gioia, inattesa, di simile rivelazione, le sue parole mi parvero l’espressione di un desiderio di impegno che, dopo un po’ di tempo, sarebbe stato dimenticato. Invece non fu così. Dopo alcune settimane incominciai con sorpresa a rendermi conto che in Alessandro stava succedendo qualcosa, ad un tempo semplice e grande; non soltanto egli si ricordava perfettamente dell’impegno liberamente assunto, ma, nella scia di tale impegno, scaturiva in lui una trasformazione.

Per descrivere quello che vedevo, devo ricorrere a paragoni. Osservando Alessandro più allegro e vispo del solito, e sapendo bene ciò che mi aveva confidato, mi andavo chiedendo: «Come è possibile?». Mi sembrava che dal suo corpo in crescita, dal suo volto allungato, dai suoi occhi buoni, dal suo stupendo sorriso emanasse una luce, che lo rendeva leggero; che dalla sua personalità emanasse una bellezza gagliarda e amabile; quel senso di chiarore, pulizia e pace che la pelle comunica dopo un bagno. Dicono, se non sbaglio, che la luce sia una vibrazione delle molecole dell’aria; se ciò è vero, e anche se non lo è, tra la luce e la musica vi è un rapporto diretto; sono due espressioni, vorrei dire due vibrazioni della bellezza. La bellezza canta, è musica, e il canto è luce in musica.

Cari giovani, amate anche voi la vita, oltre le inevitabili fatiche e i sacrifici ch’essa comporta; amatela!

Voi siete la nostra speranza; voi, che valete infinitamente più di quello che alcuni affermano con eccessiva fretta; ognuno di voi, qual è, con il suo carattere e le sue difficoltà, i suoi doni e i suoi limiti, ci è profondamente caro. Non abbiate paura di sbagliare e cedere, neppure di infangarvi; abbiate paura di amare troppo poco e che la gemma del vostro cuore non sbocci nel ramo fiorito dell’amore. Io vi auguro di essere dei piccoli eroi, anche se gli altri vi criticheranno e vi disprezzeranno, e di non perdere mai la fiducia in voi stessi.

Nella natura, nella stessa umile terra, nei boschi, nelle piante, nel firmamento stellato, nel ribollire gioioso del mare, in tutto ciò che ci circonda, dono del Dio altissimo, noi percepiamo, se siamo trasparenti come lo fu Alessandro, una bellezza sublime. Alessandro stava diventando «trasparente»: la luce sembrava attraversarlo, lasciandogli tra i capelli mossi i bagliori di un’affabile carezza e alle spalle, come un profumo, l’eco dell’armonia di un canto che non sapremmo mai esprimere, ma di cui pure percepivamo il fascinoso incantesimo.

Era impossibile non amarlo. Egli era degno di tutte le nostre fatiche e di tutto il nostro amore. Si era fatto per noi, un po’ alla volta, il più meraviglioso dono della vita, il più sublime e puro completamento del canto dell’amore. Osservarlo, anzi già solo saperlo esistere, ricompensava infinitamente. Anche se era, la sua, un’amicizia che si faceva esigenza di eguale correttezza: la sua bellezza imponeva bellezza, la sua purezza esigeva purezza, come la luce ama la luce. Alessandro aveva trovato in sé, nella volontà di rendersi uomo autentico davanti agli altri e davanti a Dio, soprattutto davanti a Dio, la sorgente dell’armonia che lo rendeva luminoso e amabile.

Conservate anche voi, cari giovani, sul vostro volto e nel vostro agire quel qualcosa di grande, di misterioso e di eterno, che ci rende unici, come esseri umani, fra tutte le creature. E, se non vorrete un domani essere degli infelici, promettete a voi stessi, nel vostro cuore, quello che promise Alessandro: «Voglio fare di me il meglio che sia possibile».

Ciao, Alessandro, luce dolcissima dell’amicizia; aiutaci a essere un po’ più simili a te, un po’ più degni di te!