«L’Amico del Popolo», 25 gennaio
2003, p. 40
Lucia
Da Rin Puppel
Lùcia – come tutti la chiamavamo a Laggio –
ci è stata cara.
Ci conoscemmo nella primavera del 1985, quando
venni nominato vicario parrocchiale di Vigo di Cadore; Laggio ne è la frazione
più popolosa. Mi dissero: «E’ Lucia De Martin, moglie di Silvio Da Rin Puppel,
il sagrestano di Sant’Antonio Abate».
Poi, un po’ alla volta e dalla sua stessa
voce, seppi che era coscritta di Madre Teresa di Calcutta, perché nata
il 10 luglio 1910; che si era sposata il 23 luglio 1933 e che aveva iniziato il
servizio di sagrestana il 31 dicembre 1949. Ed io ero ancora a Vigo quando lo
terminò, il 31 dicembre 1989.
E’ morta nel 2001, il 26 dicembre, e sono
tornato ai piedi del Tudaio, a salutarla.
Don Andrea, all’omelia del funerale l’ha
ricordata come una donna forte e serena, fedele a Dio, alla famiglia, al
lavoro. Era il ritratto che tutti avevamo di Lùcia, da anni.
Eppure, mentre il coro faceva risuonare le
basse volte cinquecentesche della pievanale e le note, ricolme di dolce
malinconia e di speranza, s’intrufolavano tra i fiori e le fiammelle delle
candele, tra me e me, incapace di trattenere il dolore, tornava continuamente a
galla questo ritornello: «Tutto vero, tutto giusto, ma Lùcia era qualcosa di
più!».
La rivedevo sorridente uscirsene dalla
messa, cui aveva partecipato dal suo cantuccio in penombra, ed era come
dicesse: «In Dio mi sento appagata»; scendere i gradini ripidi, e d’inverno un
po’ pericolosi, della scalinata della chiesa; precederci nel ritorno a casa, a
preparare il caffè.
Nei suoi occhi felici, rivedevo quelli vispi
e incredibilmente trasparenti del nipote Alessandro: eccolo alla porta – ci
aveva sentito arrivare – vestito di gagliarda giovinezza! Risentivo Lùcia o
Silvio chiedergli se prendeva qualcosa e la sua risposta, che di solito era un
no, frutto di amorevole desiderio di non disturbare. Risentivo l’angoscia
dell’attesa della sua guarigione; il mesto rintocco delle campane il giorno in
cui lo consegnammo a Dio e alla terra…
Quando la vita ci impone di camminare
assieme, così stretti, così vincolati nella speranza del bene e nel dolore per
il sopraggiungere del male; allora, non contano più né l’età, né il lavoro, né
il grado di parentela, nulla di nulla; e sentiamo, solo allora, che possiamo
pronunciare in pienezza di significato la parola «noi».
Dalla comunione nella speranza, nella
fiducia, nell’amare e nel soffrire, nel resistere assieme allo sconforto, tutto
prende un significato nuovo. La vita, immenso e fragile dono, sembra scorrere
all’unisono, senza ostacoli, senza incomprensioni, pur in corpi diversi.
E resta la pace di un’intesa nel profondo,
di un superamento del bisogno di esprimersi con molte parole; nell’esperienza
dell’amore è inclusa quella del limite delle parole, di quanto poco sappiano
dire Esse restano quaggiù, gradini utili per salire, specchi per vedere meglio;
ma l’esperienza dell’amore in un sol balzo ci colloca oltre e ci consente di
scorgere il panorama in tutta la sua vastità.
E la pace si fa riserbo, che, come una
carezza, avvolge e protegge da occhi indiscreti quelli che amiamo. L’unica
parola consentita, oltre questa intimità, è: «Grazie!».