Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Corriere delle Alpi», 20 febbraio 2003, p. 26; «Il Gazzettino», edizione di Belluno,

20 febbraio 2003, p. 14, e 5 marzo 2003, p. 11

 

La commedia antiregoliera

 

Quando un avente diritto va affermando, come ho letto, che le Regole, a cominciare da quella cui appartiene, dovrebbero diventare associazioni culturali, rinunciando d’un sol colpo alla loro identità storica e giuridica, ebbene: tale regoliere per coerenza dovrebbe immediatamente dimettersi (intendo dire: qualora, altrettanto coerentemente, non venga sospeso dai suoi diritti).

E’ assurdo, infatti, continuare ad assistere senza reagire all’andazzo riprovevole, abbastanza diffuso persino tra qualche neo-regoliere, di credersi in diritto, a proposito delle Regole, di dire tutto e il contrario di tutto.

In clima di Sturm und Drang, o nell’ambito delle prove generali di una farsa al Theater an der Wien, la cosa potrebbe essere divertente; ma trattandosi d’un invito «ridendo e scherzando» al suicidio collettivo, da parte di queste istituzioni, le provocazioni hanno dell’irritante e del tragico.

A meno che non sia legittimato dire e scrivere, con la stessa leggerezza, che i comuni dovrebbero diventare associazioni culturali, le banche cooperative agricole, le parrocchie istituti di beneficenza.

Nel caso, poi, di difficoltà amministrative insormontabili, da parte di una Regola, la gestione dei beni può, per legge, essere affidata ai comuni territorialmente competenti. Ma è sorprendente che una Regola già dopo pochissimi anni di ricostituzione legale, come è il caso di quella di Tai e Vissà di Cadore, includa tra le materie che possono formare oggetto di deliberazione ordinaria l’affido dei beni al comune, quasi si sia nati già con la prospettiva di non poter vivere. In ogni caso, la soluzione amministrativa è quella indicata dalla legge, non l’ipotetica (e impossibile) trasformazione della natura giuridica dell’ente.