Inedito, del 2003
Coi. Due artisti autodidatti
A Coi non sono
nati grandi artisti, ma una schiera di abili artigiani, come l’Andrea artefice del
fienile con l’intaglio della mucca. Originari di Coi sono, poi, la famiglia
degli organari Rizzardini di Pianaz e il pittore Natalino Rizzardini, residente
a Montebelluna (TV).
Tra tutti questi
abili artigiani, due, pur autodidatti, si segnalano: Cristoforo Gio. Maria e
Almerindo Rizzardini.
Cristoforo Gio.
Maria, detto Bia, nacque a Coi il 23 ottobre 1826 e vi morì il 21 aprile
1897. Trascorsa l’infanzia in paese, sui vent’anni si arruolò nell’esercito
austro-ungarico, per lavoro, e venne inviato a Budapest. Nel 1848, quando
scoppiò la rivolta popolare, si trovava in quella città. Prestò servizio per
dodici anni, in Ungheria, Austria e Carinzia, raggiungendo un (non meglio
specificato) grado di ufficiale, come è provato dal possesso della sciabola,
conservata dai discendenti fino al 1916 (durante l’occupazione, venne requisita
dagli Austriaci; il nipote Ermenegildo, del 1909, ricordava come i soldati
l’avevano usata per forare i seci de ram e compiere altri dispetti).
Nel 1858
Cristoforo rientrò in Zoldo, recando alcuni campioni di un nuovo tipo di patate
e di grano saraceno. Il 23 febbraio 1859 sposò la paesana Filomena Maria
Rizzardini (detta Mariéta, da cui il nome del casato di Mariét)
ed ebbero nove figli. Poi, con i risparmi fatti, diede inizio ai lavori della
nuova casa, portata a tetto nel 1892 o 1896, come appare da una nota sulla cól
de ‘l cuért, dove si legge pure che in tutto costò 110 lire !
Nel 1860, con
l’annessione del Veneto al Regno d’Italia, Bia dovette optare tra la
cittadinanza italiana e quella austriaca; scelse la prima e perse la pensione
militare. Allora si dedicò all’artigianato del legno, nel quale era abbastanza
abile, lavorò per sé e per gli amici: fece un suo autoritratto, conservato, le due
stue e il portone intagliati della propria casa. Fece anche qualche
statuetta, dispersa sul mercato antiquario, e una statua di San Vincenzo
Ferrer; vi è memoria di un’altra statua, venduta già allora.
Nell’agosto 2002,
il nipote Erminio Rizzardini, detto Nino, ha regalato la statua di San
Vincenzo Ferrer alla chiesa di Coi. Essa è collocata in una nicchia lignea, che
è probabilmente il capolavoro dell’artista. Dai tratti semplici, quasi
femminei, il Santo si protende verso i fedeli, a porgere la fiamma (che manca),
simbolo della sua eloquenza (per cui veniva invocato a favore dei bambini,
perché non fossero balbuzienti).
La devozione,
diffusa nell’Agordino, tanto che alla periferia di Agordo gli è dedicata una
chiesa, giunse in Zoldo probabilmente per gli antichi contatti di lavoro e
piccolo ma stabile scambio commerciale tra le due vallate. Noi restiamo
piuttosto stupiti all’apprendere che è il frutto della creatività di un
militare austro-ungarico in pensione e ci commuove sapere che nacque come segno
d’amicizia per il cognato Vincenzo Colussi, sposo della sorella minore Lucia
Margherita di Bia, nata nel 1835 e morta a 44 anni, il giorno esatto del
suo compleanno.
Almerindo nacque
a Coi il 21 settembre 1886 e vi morì il 16 agosto 1966.
Fu un emigrante:
nel 1914 era gelataio pasticciere in Ungheria e una decina d’anni più tardi
boscaiolo a Biarritz, sulla costa Atlantica.
Poi ancora gelataio in Ungheria, quindi a Idra e a Padova. Ma la sua
passione era la pittura e l’intaglio del legno, cui si dedicava nei rientri in
valle.
E’ figura non
ancora valorizzata, per quanto nel 1988 la Galleria «Marescalchi» di Cortina
d’Ampezzo abbia ospitato una mostra dei suoi lavori e, in tale occasione, sia
stato presentato il libro «Almerindo. Quadri e Sculture di un pittore della Val
Zoldana», di Giorgio Soavi, con fotografie di Stefano Zardini (B & T
Edizioni, Milano).
Ciò che colpisce
nella sua arte è la semplicità espressiva, unita ad una incredibile, incontaminata
gioia di vivere. Essa viene espressa con la valorizzazione di fiori, foglie,
frutta, uccelli, farfalle, pavoni, navi, volti, edifici e soprattutto nella
evidenziazione meticolosa dei colori.
Per Almerindo al
principio di ogni cosa sembra esservi il colore, tutto gli appare immerso e
muoversi in una giostra di tonalità della luce, in una festosità paesana e popolaresca. Le sue opere
trasmettono a noi la sua intuizione e la sua emozione. Il papa e il boscaiolo,
la principessa e il personaggio, Leonardo, Michelangelo, Verdi, entrano nel suo
umile studiolo montano, sotto alcuni tabià; s’attardano persino nella sua
cucina, a conversare con lui e con sua moglie, in un «tu per tu» di primordiali
emozioni; quelle stesse, nella dignità dell’umile, che l’avevano trattenuto
poco prima con gli amici sulla panca della piazza. Sembra, anzi, che siano
stati proprio quei personaggi a scegliere di mettersi in posa per lui,
Almerindo, complici della sua serena voglia di dipingere.
Fotografo della
bellezza del colore, al quale forme e corpi si arrendono, bizzarri, deformati,
trasfigurati secondo una logica particolare, tutta sua, per superare
continuamente lo spazio limitato della tela, prolungarsi nelle piccole sculture
della cornice e terminare, infine, se ciò mai fosse possibile, in un nuovo,
divertito equilibrio di colori e di forme. La realtà circostante viene
assorbita nel sogno e, se ciò non avviene, messa in discussione, invitata a
farlo, a «prendere per mano» l’opera d’arte di Almerindo, entrare nel suo
girotondo, rielaborarsi e cedere, manifestandolo, a quel tanto di fiabesco che
la anima.
Dal 1958, la
chiesa di Coi possiede un ritratto del Beato papa Giovanni XXIII, fatto in
quell’anno e regalato dall’artista, come appare in una nota autografa sul
retro. La chiesa di Coi possiede, inoltre, dipinta da lui, la croce astile per
i funerali.