Opuscolo
pro manuscriptofatto per le nozze d’oro di Marcella Pellegrini e Alfredo
Rizzardini,
28 novembre 2003. Dedica: «Felicitazioni e auguri. – Ho creduto bene offrire
la
trascrizione di due piccoli quaderni di temi, scritti dalla nostra Antonietta
(1939-2001) nel 1952, quand’era in quinta elementare. Composizioni semplici,
rimaste tra le sue poche, altrettanto semplici carte, da essa custodite
gelosamente, come il tesoro prezioso della sua infanzia, ancora ricca di
speranze. Queste pagine possono suscitare in noi un sentimento di malinconia, e
ciò un po’ avviene. Ma, e con più ragionato fondamento, potranno costituire un momento
di riflessione e condurre a un grazie più
grande a quel Dio della vita dal quale tutto riceviamo,
anche
se non tutto comprendiamo. – Testimoniano serenità, amore alla natura, al paese
natio, alla famiglia, al lavoro; in qualche caso, però, lasciano trapelare le
difficoltà e paure della bambina che le scriveva. – In esse anche noi, in
parte, possiamo riconoscerci e, per loro mezzo, percepire con freschezza i
valori nei quali pure voi, cari Sposi d’oro, foste educati e che segnarono la
vostra vita: la semplicità, la laboriosità, la fede. – Con rinnovati auguri di
bene».
Coi nel 1952 secondo Antonietta
La latteria
Coi, 24 gennaio 1952 – Dentro la nostra
latteria ci sono molte cose. Appena che si entra, si vede una stanza dove
pesano il latte. Vicino c’è un tavolo; su questo il casaro scrive il peso del
latte che porta la gente. Dall’altra parte c’è una scala che porta alla
soffitta. In un angolo c’è una vasca con un rubinetto. Sopra questa vasca sta
una credenza e dentro ci sono dei provini. Poi ci sono ancora altre tre porte.
In una stanza il casaro fa il formaggio, la ricotta ed altre cose. Nella
seconda stanza ci sono delle vasche con dentro acqua e il casaro vi porta il
latte, in un vaso, e lo mette nell’acqua, perché venga la panna, per fare il
burro. Lì dentro c’è anche la macchina dove fanno il burro, ma la ruota si deve
girare a mano e si fa molta fatica, invece tanti la mettono ad elettrico e non
fanno fatica. Nella terza porta c’è la stanza dove mettono il formaggio ed
altre cose. Lì dentro c’è anche il fornello per scaldare la stanza.
Il burro
Coi, 25 gennaio 1952 – Alla mattina presto il
casaro va nella latteria e fa fuoco. Poi prende una caldaia, un po’ più piccola
di quella che fa formaggio, piena d’acqua, e la mette sopra il fuoco e la fa
bollire. E il casaro va nella stanza del latte e prende una cosa di ferro
bucata e screma la panna e la mette in un vaso. Poi prende il vaso e la porta
nella caldaia, ché si riscaldi un po’. E poi la mette nella zangola. Mentre la
mette nella zangola, arriva un uomo o una donna per menare la ruota, perché
venga il burro. Quando il burro è venuto, il casaro lo mette in una scodella un
po’ grande. Quando è lì, lo scola, lo lava, lo batte, prem[endo]lo in uno
stampo. Ma, prima di metterlo nello stampo, lo pesano. Resta il siero, ma un
po’ differente da quello del formaggio.
Il latte
Coi, 26 gennaio 1952 – Il latte in gran
parte (circa 87 per cento) è acqua. In quest’acqua è sciolto lo zucchero del
latte, che si [chiama] lattosio; è sciolta la caseina e l’albumina. Sono
sospese moltissime gocce di grasso. Nel latte ci sono moltissimi microbi. Il
latte fermenta o, come si dice, va a male e inacidisce, perché lo zucchero si
trasforma in acido lattico. Quando il latte è acido o quando si mette il
caglio, la caseina si coagula e con essa si fa il formaggio. Lasciando riposare
il latte, le goccioline di grasso, che è leggero, vengono a galla (via per
sopra)e formano uno strato di panna, con cui poi si fa il burro.
Il formaggio
Coi, 28 gennaio 1952 – Io non sono andata a
vedere come fanno a fare il formaggio, perché non ho potuto. Ma ieri è venuto
il mio cugino Nicolò, che fa il casaro a Brusadaz, e mi ha detto come si fa. Si
prende una caldaia un po’ grande, di rame, lucida di dentro, e si mette sul
focolare e si mette dentro il latte spannato. E si lascia fino a che il
termometro segna trentacinque gradi. Quando il termometro ha segnato, si toglie
la caldaia dal fuoco e si getta il caglio disciolto. E, mentre viene tutto a
galla, si prende la lira e si sbatte bene fino che è fino. Poi lo si mette
ancora un po’ sul fuoco e si mescola ben bene con la rotella, perché non si
attacchi al fondo. Dopo si toglie dal fuoco e si va giù con le mani e se lo
toglie e se lo mette nello stampo. E poi si mette sotto un sasso, perché si
scoli ben bene. Poi si toglie, si mette sugli scaffali e si sala da un verso e
l’altro giorno dall’altro.
Il casaro
Coi, 31 gennaio 1952 – Il casaro è il papà
di Aristide, di Benito, di Ada. Il casaro è un uomo alto, un po’ magro, serio.
Alla mattina si alza presto, per andare alla latteria. Quando è vicino alla
porta della latteria, apre la porta, accende il fuoco, spanna il latte e versa
la panna nella zangola. Intanto arrivano le donne con il latte e lo colano e
lui e lo pesa e scrive quanti chilogrammi di latte hanno portato. Dopo fa il
formaggio. E lucida ben bene la caldaia. Spazzola il pavimento, lava la zangola
e il termometro. Quando ha finito di far tutto, chiude la latteria e va a casa.
Storia del formaggio
Coi, 4 febbraio 1952 – I primitivi erano
tutti pastori. Io penso come avran fatto a fare il formaggio e il burro. Avran
preso quei vasi di terra che avevano inventato. I caseifici sono delle grandi
latterie, che fanno tanto formaggio. Nei caseifici vi sono tanti casari, che
lavorano il formaggio. La scrematrice è una macchina che screma il latte; nella
nostra latteria non c’è la scrematrice, ma nella latteria di Mareson è la
macchina che screma. La nostra latteria è di quelle più vecchie. I formaggi più
buoni sono il Grana ed il Gorgonzola.
Amministrazione
Coi, 2 febbraio 1952 – La latteria è una
società per azioni. I soci sono quelli che hanno pagato un’azione. Noi qui, da
Coi, siamo quasi tutti soci. I soci alla latteria hanno una regola: che devono
portare il latte non spannato e senza gettare acqua nel latte. Se qualcuno
avesse gettato acqua, gli fanno pagare la multa. Il presidente è quello che
tiene a conto le cose della latteria e, se manca qualche cosa, la
provvede. Il nostro presidente si chiama Carlo. Il nostro cassiere si chiama
Giovanni. Lui porta i soldi o le bollette della latteria, che i soci devono
pagare. Il segretario è uno di Pianaz, che si chiama Pietro. Lui fa i conti
della latteria. Ci sono anche quelli che aiutano il presidente a dare fuori
il formaggio, burro e ricotta.
Regola
Coi, 4 febbraio 1952 – Ieri sono venuti ad avvertire
che alle due c’era regola. Quando vanno a regola, ho sentito (i bambini mi hanno detto) che parlano forte. Io non ho
mai sentito, ma li ho visti ad andare alla latteria. Quando vanno dicono: «Cosa
diranno adesso alla regola?». Alla regola vanno donne e uomini. E’ andata anche
la mia mamma alla regola. La regola ieri l’hanno tenuta lunga un’ora. Alla
regola uno domanda e l’altro risponde e pare che abbiano sempre ragione, anche
se hanno torto. Ho sentito che tanti dicono sempre quelle parole e fanno un
chiasso del demonio. Quando hanno finito, vengono a casa, brontolando.
La mia casa
Coi, 6 febbraio 1952 – La mia casa si trova
sopra la strada che va a Mareson. La mia casa è grande. Vicino alla mia casa
c’è un giardino e una fontana. Avanti la mia casa c’è un bel piazzale. Prima
d’arrivare sul piazzale, per entrare in cucina, ci sono tre o quattro scalini.
E’ tutta imbiancata. Ha quattordici o quindici finestre, con le imposte rosse e
verdi. E il focolare ha un camino lungo, che va a finire sul tetto. Sul tetto
si vedono tre camini, che, quando è mezzogiorno, si vedono tutti e tre che
fumano. Ha il tetto di lamiera zincata; in tanti posti si vede la ruggine, che
è stata [causata dal]la pioggia. D’estate si sentono bei canti di rondini e di
uccelli, che sono sull’albero di ciliegio e sul sorbo di cacciatore. Invece
adesso si sente qualche giorno, quando non c’è vento, ma quando sarà d’estate
torneranno tutti.
Nella mia cucina
Coi, 8 febbraio 1952 – La mia cucina è molto
grande. Nella mia cucina ci sono due finestre, che la rischiarano. Nella cucina
c’è un grande lavandino, dove si lavano i piatti e le scodelle. Ha il pavimento
di piastrelle esagonali, di color rosso. C’è una tavola grande, con una
tovaglia coi quadretti rossi e marrone. Intorno alla tavola ci sono quattro
sedie. E una lunga panca. C’è una cucina economica, con lo smalto bianco, e
sopra ci sono delle piastrelle bianche. Un po’ più in là c’è la cassa, dove si
mette la legna. E delle panche per sedersi. E la credenza.
[Rifacimento] La mia cucina è grande ma
bella. Appena vicino alla porta c’è l’attaccapanni e sotto c’è il lavandino e
il secchio dell’acqua. La mia cucina è rischiarata da due finestre. Il
pavimento è di piastrelle rosse, che hanno la forma esagonale. In un angolo c’è
la cucina economica. Ogni giorno si fa il fuoco e sopra vi bollono tante cose.
Il soffitto è tutto imbiancato e la lampada pendola, ma poi c’è anche la gabbia
del lucarino [= lucherino], che canta e rallegra la cucina. Lui canta e
trilla da mattina a sera. Appesi ai muri ci sono: quadri, calendari e, infine,
lo specchio e l’orologio, che fa tic tac. Vicino alla finestra ci sta una panca
lunga, vicino c’è una tavola grande e lunga. La mia cucina è sempre pulita, ma
quando è sporca si lava.
La mia camera
Coi, 12 febbraio 1952 – La mia camera è
sopra la cucina. E’ grande come la casa, ma un po’ più bassa. Per andare nella
mia camera, si salgono due scale. C’è una porta di legno, di color rosso, dove
si entra. Ci sono due finestre grandi, che la rischiarano. Ed un’altra
finestra, che di fuori è chiusa con le imposte, e lì mettiamo fagotti, e di
dentro è chiusa con una tendina bianca. Nella mia camera ci sono due letti. Uno
è da una persona e sta vicino al muro e lì dormo io. Vicino al mio letto c’è un
comodino nuovo, con il di sopra con il color che somiglia il marmo. E
subito vicino c’è il letto da due persone e lì sta la mia mamma e il mio babbo.
E lì vicino c’è un altro comodino, compagno di quello vicino al mio
letto; un po’ più in là c’è una sedia. Sopra il mio letto c’è un quadro, con
l’immagine di Sant’Antonio di Padova. E sopra quello di mia mamma e di mio
babbo ci sono due quadri, uno di Sacro Cuore di Gesù e l’altro di Sacro Cuore
di Maria. C’è un armadio, dove si mettono le vesti delle feste. Ci sono altri
due comodini, un po’ più grandi.
La giornata in casa mia
Coi, 13 febbraio 1952 [giorno del
compleanno] – Alla mattina mi alzo tante volte con la mia mamma, per andare
nella stalla, ad aiutarla, e andare a portare il latte alla latteria. Quando mi
alzo con la mia mamma, prima di venire fuori dal letto guardo sulla finestra,
se vedo il chiaro della luna. Poi vengo fuori dal letto, mi prendo le calze e
me le metto. Dopo prendo la sottoveste e me la metto anche quella, e prendo la
maglia e la sottana e me le metto. Quando mi sono vestita, spengo la lume e
chiudo la porta di camera con la chiave e vengo in cucina. Quando sono in
cucina, accendo il fuoco; prendo un paiolo e scaldo la zuppa, fatta di farina
di fave, per la vitella. Dopo prendo il paiolo e rovescio la zuppa nella
secchia e vado nella stalla e do da bere alla vitella. Quando la vitella ha
finito di bere, prendo il vaso e vado alla latteria. Torno a casa e metto sopra
il damangiare; quando è caldo, vado a chiamare la mia cugina Imelda.
Mangiamo e ci prepariamo per venire a scuola. Alla sera, quando vado fuori di
scuola, vado a casa e mi tiro fuori il grembiule e mi metto la giacca e
vado ad aiutare la mamma nel fienile e nella stalla. Quando ho finito di
aiutarla nella stalla, l’aiuto in casa, e dopo vado a dormire.
I più bei mobili di casa
mia
Coi, 16 febbraio 1952 – Il più bel mobile di
casa mia è la credenza. Questo mobile è alto ed è nel muro, così occupa meno
spazio. Davanti ci sono i vetri e dentro ci sono dei piccoli scaffali. Su
questi ci sono: chicchere, bicchieri, piatti e altre cose. Di sotto è tutto in
legno, anche i cassetti. Nella credenza è tutto messo in ordine e pulito. Ma
nella mia cucina non c’è solo questo, ci sono anche altri mobili: c’è un mobile
che tiene dentro la legna, a me piace molto, è di color marrone e il piano è
dipinto a olio. Lì mettiamo molte cose. Quando è sporco, io prendo una secchia
e un pezzo di sapone. Non basta solo questo per lavare, ma prendo anche una
spazzola e uno straccio, e metto nella secchia acqua calda e fredda e getto
dentro un pugno di soda. Lavo tutti i mobili bene e me li godo tanto a
risciacquare e pulire.
I tappeti
Coi, 18 febbraio 1952 – Io ho visto un bel
tappeto, di un bel colore. Questo tappeto aveva su un pavone su di un prato
e un albero e sopra c’era il cielo, con un bel colore azzurro. Ci sono tanti
che fanno bei tappeti. La maestra ci ha letto, su di un libro, di quelle che
fanno dei più bei tappeti. Queste donne sono della Persia. Lavorano tutta la
loro vita, ma non finiscono, che sono dei figli dei figli, e fanno su le cose
meravigliose. Nella mia camera io avevo due tappeti, ma si fanno rotti tutti.
Mi piacerebbe molto avere uno di quei tappeti della Persia.
Riassunto: le case
Coi, 19 febbraio 1952 – Il padre di tre
bambini che erano in vacanza, disse che avrebbe fatto un bel regalo a quello
dei tre che avesse costruito la più bella capanna. Il più vecchio andò nel
bosco, in mezzo alle querce, il secondo andò su una collina, dove c’erano dei
sassi, e l’ultimo non videro dove fosse andato. Alla sera tornarono tutti tre
contenti alla loro casa e mangiarono. Alla mattina dopo, alle ore sei, sono
andati tutti al lavoro. Dopo due o tre giorni il più vecchio, che si chiamava
Mario, aveva finito di fare la sua capanna. Il padre disse che non importava se
aveva finito, perché, fino a che non avevano finito tutti, non andava a vedere.
Allora Giulio, che era il secondo, fece presto anche lui a farla; era ancora
l’ultimo che doveva ancora finirla. Dopo due o tre giorni la finiva anche lui.
Quando l’ha finita, è andato a casa contento e ha detto: «Ho finito». Alla
mattina dopo il padre e la madre sono andati a inaugurare le casette. E sono
andati vicino alla casa di Mario: era ben fatta, di fuori era tutta di rugiada
e di dentro aveva un bel tappeto di muschio; aveva il tetto di fronde e, quando
pioveva, si bagnava tutta. Dopo sono andati sul colle e hanno visto la casa di
Giulio, che era fatta di sassi e aveva il tetto di ginepro. E lontano era la
casa di Piero, fatta di tegole e di mattoni, ma non era stata fatta da lui, era
stato il figlio del fornaciaio ad aiutarlo.
I muratori
Coi, 26 febbraio 1952 – Per fare una casa
adoperano pietre, calce e travi. Prima di fare una casa, preparano i sassi. Io
ho visto i fratelli di Giovannina che andavano a prendere i sassi e menarli
con la slitta via la chiesa. Hanno fatto un bel mucchio. Quando hanno
finito di menare i sassi, hanno scavato le fondamenta per fare su la
casa. Dopo hanno chiamato i muratori, per fare la casa. Questi muratori
lavoravano tanto. C’erano degli uomini che facevano la malta, ed erano giovani,
che andavano di corsa su per il ponte, con le secchie, con le carriole, con i
sassi. Il muro della casa cresceva ogni giorno, perché c’erano tanti muratori.
I bambini non potevano andare a vedere come facevano, perché li sgridavano e li
cacciavano via. Se volevano vedere, dovevano aspettare che venisse la domenica,
perché non c’erano. Si vedeva ogni tanto che facevano le finestre e lì si diceva
che veniva una camera o una cucina. Conforme che era il tramezzo dove
veniva la finestra.
La cucina che mi piace
Coi, … 1952 – La cucina che mi piace di più
è quella di mia zia [Vittoria]. Questa cucina è vicina alla mia. Tante volte io
vado nella sua cucina, che è molto bella. Sulle finestre ci sono tanti vasi di
fiori e su un bel vaso c’è una bella pianta di edera. Questa edera gira intorno
alla cucina. In un angolo c’è il lavandino, vicino al lavandino c’è la
cassapanca. In mezzo c’è una piccola tavola con una tovaglia e in mezzo alla
tavola c’è un fiore. Ci sono due sedie, con il cuscino, e una cucina economica,
con lo smalto azzurro. In un angolo c’è anche la credenza: su ci sono
intagliate foglie e fiori. Questa cucina è sempre in ordine. E’ bella e anche
pulita.
La mattina
Coi, 4 marzo 1952 – Io non mi alzo mai
quando è [già] il sole, alla mattina. La mattina si divide così: notte, alba,
aurora. Io mi alzo tante volte con la mia mamma, quando è l’alba e il cielo è
ancora stellato. Ma pian piano le stelle se ne vanno. Dopo viene l’aurora e si
vedono tutte le montagne indorate. Intanto spunta il sole e la luce scende pian
piano dalle montagne e fa brillare la neve. Alla mattina c’è anche la brina, e
il sole la scioglie; alla mattina è anche freddo, ma quando c’è il sole,
riscalda tutta la campagna.
[Rifacimento]
E’ ancora notte e le cose non si vedono, perché sembrano annerite nel buio.
Intanto l’alba s’affaccia e diventa un po’ chiaro. La mamma in quel momento si
alza. Scende in cucina e si mette alle faccende. Va anche in stalla a
rigovernare le mucche. Nel cielo le stelle s’impallidiscono e si perdono
nell’azzurro. Il sole dietro le montagne manda il suo chiarore e le fa
diventare di un color rosa. I bambini ancora dormono, a quell’ora, ma la loro
mamma li sveglia, perché devono andare a scuola. Mentre il sole manda i primi
raggi, il gallo viene giù dalle stanghe e canta chicchirichì. Il sole si alza
di più e illumina le cose coperte di brina ed esse brillano; ma intanto la
brina si scioglie.
La luce
Coi, 5 marzo 1952 – La luce è formata da
tante onde luminose. La luce è formata da sette colori, ma noi non li vediamo.
A noi che manda la luce è il sole, che manda i raggi. La luce viene in onde; se
la luce trova un corpo si ferma e fa ombra. I sette colori sono: rosso,
arancio, giallo, verde, azzurro, indaco, violetto. Ma più in là del violetto e
del rosso vi sono altri colori.
Scende la notte
Coi, 11 marzo 1952 – Quando è notte, si
vedono in cielo la luna e le stelle; nel mezzo ho visto la stella polare. Per
le case si accende la luce. Quando viene notte, per le strade non si vede
nessuno. Ma, passando vicino ad una casa, si sente uno che legge, un altro che
fa chiasso. Nessuno per le strade fa chiasso. La notte è lunga e le stelle
brillano nel cielo. In tante case ci sono le luci spente e sono andati a
dormire. Io tante sere vado a prendere il pane e sento tutto un miagolio. Si
vedono i pipistrelli in volo. D’estate, alla sera, si sentono i grilli che
cantano: è una meraviglia. D’estate, alla sera, io vado nel giardino con la
scodella, a mangiare; ma adesso alla notte scende la brina e si vede proprio
che è ancora inverno.
Io mi pare
Coi, 12 marzo 1952 – Io mi pare di essere
nelle caverne, vestita di pelle di animali feroci. La caverna è scura e umida e
dentro ci sono le tele di ragno. Essere seduta vicino al fuoco, su di un sasso.
Guardo che non passino animali e non entrino nella caverna. La legna è poca:
come devo fare? Andare di fuori, a prenderla? Prendo un ramo acceso ed esco; la
notte è scura, perché il cielo è nuvoloso. Sono sotto un albero, col ramo
acceso, e prendo la legna, e mi vedo venire incontro un animale e mi metto a
urlare, perché vengano uomini ad aiutarmi ad ucciderlo. E, lì, mi vedo venire
ad aiutarmi quelli che sono nella mia caverna. Uccidiamo l’animale ed essi se
lo prendono sulle spalle ed io prendo la legna ed entriamo nella caverna. Io
faccio fuoco, perché è quasi morto. Uno ha detto: «La carne la [ar]rostiamo o
la mangiamo così?». Allora io, che avevo molta fame, me ne sono presa un pezzo
e me lo sono mangiato. Io la notte avevo più paura del giorno dagli animali.
Mi
pare di essere nell’antica Roma. Mio papà fa il negoziante, mia mamma sta in
casa, a lavorare. Io con la mia sorellina Elisabetta siamo nel giardino, con i
pesciolini, che giochiamo. Tante volte andavo con le mie compagne Lucia e
Bruna. La mia sorella, quando non mi vedeva, domandava alla mia mamma dove ero
andata. All’orizzonte era tutto rosso, ormai era sera. Io alle mie compagne ho
detto: «E’ ora di andare a casa, ché è ormai sera»; «Sì, ma fermati ancora un
po’». Ma io ho detto loro: «Salve» e me ne sono andata a casa. Mia mamma ha
detto che ero tutta sporca e di lavarmi. Ho preso l’anfora e non c’era acqua
per lavarmi. Quando mi sono lavata, è entrato il mio babbo. Dopo, abbiamo
acceso le tòrcole e io sono andata a dormire, perché c’era troppa gente.
L’acqua
Coi, 19 aprile 1952 – L’acqua zampilla, cade
dalle nuvole, cristallina scorre nel ruscello, rotola [tra] i sassi, precipita
dalla montagna, annega le campagne, canta, lava, fa girare le ruote del
mulino, si frantuma in tante gocce, disseta molte cose, nel mare evapora e il
vapore torna nel cielo.
Pioggia
Coi, 22 aprile 1952 – Il vento tace per un
momento e cade la pioggia, bella pioggia sottile e calma. Non scrosci
improvvisi, solo gocce minute e fitte; uno spruzzo immenso. La pioggia leggera
cade e cade senza far male sugli alberi in fiore, sui fili di seta dell’erba,
sulle foglie nuove e lucenti di ogni umile siepe. Nell’aria è tutto un brusio,
un fruscio dolce di gioia. E il sole, appena appena nascosto da un velo di
nuvole, sembra una grande lampada velata.
Una goccia d’acqua
Coi, … aprile 1952 – Tante gocce d’acqua
sono venute giù dal cielo come pioggia. Vengono giù in tante e vanno sulla
terra. Qualcuna va giù per un buco di talpina e fa giri qua e là nella buca.
Tante invece vanno sui fiori e, quando viene fuori il sole dalle nuvole, queste
gocce si fanno di tutti i colori. Tante insieme fanno un piccolo ruscello sotto
la terra. Le gocce non solo vanno nella terra, ma tante e tante volte vanno nel
nostro corpo, e queste andranno nell’occhio o nel sangue, e vengono fuori
quando noi sudiamo. Le gocce si vedono ogni mattina anche sulle erbe, che
girano su e giù per le foglioline o per i petali dei fiori: è la rugiada.
Una passeggiata
Coi, 28 aprile 1952 – Ieri siamo entrati in
scuola e abbiamo detto alla maestra: «Oggi c’è fiera a Forno». Allora la
maestra ha detto: «Volete che andiamo anche noi a fiera?». E noi tutti abbiamo
risposto: «Sì». E tutti insieme, contenti, siamo andati a casa a prepararci.
Quando sono stata preparata, mia cugina Imelda è venuta a chiamarmi e siamo
andate via alla piazza. Ma prima di arrivare alla piazza, la nonna di
Erminia mi ha detto: «Vai dentro, in casa, e sul tavolo c’è il pane:
prendilo!». Allora mia cugina Imelda è andata dentro, lei, a prenderlo. Quando
è tornata fuori dalla casa, siamo andate via alla piazza e lì c’era la
maestra, che ci aspettava. E la maestra ha detto ad Aristide: «Aspetta i
bambini che mancano e poi vieni anche tu a Brusadaz». E tutti noi, che eravamo
con lei, siamo andati. Quando siamo stati a Brusadaz, la maestra è andata a
dire agli scolari di Brusadaz e al maestro che andavamo a fiera. E gli scolari
di Brusadaz facevano tutto un chiasso, perché volevano venire anche loro. La
nostra maestra è venuta fuori e ci ha detto: «Venite dentro, a vedere la
classe, se è compagna di quando andavate voi». Ma nessuno voleva andare
dentro, perché avevamo paura del maestro. Allora la maestra ha preso Irene e
l’ha mandata dentro, e così tutti noi siamo andati dietro. E gli scolari di
Brusadaz sono corsi tutti fuori di scuola, perché dovevano andare a prepararsi.
Allora la maestra ci ha letto un compito ed era bello e lungo. E il maestro ha
chiamato Giovannina, per farle leggere un compito degli scolari di quarta, ed
era lungo anche quello. Poi siamo venuti fuori di scuola e siamo stati lì,
avanti alla scuola, per aspettare gli scolari di Brusadaz. Quando sono
arrivati, siamo partiti e siamo andati giù per un sentiero, tutto fangoso, e si
doveva andare a piano, per non sporcarsi. Dopo un poco, in giù, abbiamo
trovato il prato grande di Vincenzo e lì c’era un formicaio grande e, toccandolo
con la mano, restava l’odore di acido formico. Ancora più in giù, quasi nello
stradone, abbiamo trovato un po’ di bario. Quando siamo stati giù nello
stradone, erano tre uomini che lavoravano e ci siamo messi tutti a destra e siamo
camminati, osservando molte cose. Gli alberi che sono vicino al Maè avevano
messo fuori le foglie e abbiamo visto tanti uomini che lavoravano. E un po’ più
giù abbiamo visto una donna, che aveva una mucca, che non voleva camminare, e
il maestro le ha dato con l’ombrello e così la mucca si è messa a camminare.
Quando siamo stati a Dont, abbiamo visto l’acqua del Maè che andava alla
segheria, in un letto di legno. Quando siamo passati via il paese di
Dont, si è messo a piovere e, allora, si è presa Aristide e io Ezio, perché non
avevano l’ombrello. Ed anche altri scolari, che non avevano l’ombrello,
andavano sotto l’ombrello di uno scolaro che lo aveva. Dopo un pezzo in giù,
c’era una donna che aveva l’ombrello nello zaino e il maestro l’ha tirato fuori
e l’ha aperto e l’ha dato alla donna. Dopo, la maestra mi ha detto: «Dai
l’ombrello a questi due e tu vieni con me?». Allora io ho dato l’ombrello a
Ezio e Aristide e io sono andata con la maestra. Quando siamo stati a Forno,
siamo andati su per una strada che conduce ad Astragal. Su per questa strada
c’erano molti petali dei fiori che erano caduti. Quando siamo stati ad
Astragal, abbiamo preso la strada che va a Calchera e lì, per quella strada,
c’erano molte farfalle, [ce n’]erano di bianche e anche di bianche e rosse ed
erano molto belle. E a Calchera c’erano degli abeti argentati. E siamo
passati tutti i paesi e finalmente siamo arrivati a Pieve e siamo andati a
vedere la chiesa. Questa chiesa è fatta in stile gotico. In questa chiesa ci
sono quattro altari: quello delle Anime fatto tutto di legno e pare che sia
fatto di marmo l’altare della Madonna del Rosario, l’altare dell’Assunta e
quello maggiore. Il soffitto è tutto dipinto. Questa chiesa è fatta quasi tutta
in legno. Quando siamo venuti fuori, siamo andati alla cooperativa, a mangiare.
Venuti fuori, siamo andati a vedere la casa della maestra e poi siamo andati a
Forno. C’erano tanti banchi e c’era tutto un suonar di trombette. Arrivò la
corriera, siamo saliti su e siamo ritornati a casa.