Opuscolo pro manuscripto (copie…),
15 dicembre 2003
Breve storia del rosario
Da dove viene il rosario? [1]
Anne Winston-Allen, docente di germanistica alla Southern Illinois University,
negli Stati Uniti d’America, fa il punto sulla questione nel volume «Storie
della rosa. La formazione del rosario nel medioevo». [2]
La cordicella della preghiera
La storiografia tradizionale riteneva che la
sequenza di Ave Maria fosse di origine orientale.
Da una radice indiana shivaita il mondo
islamico aveva tratto l’abitudine di recitare in sequenza ripetuta i
novantanove nomi di Allah, servendosi di apposite catenelle di novantanove
semi. Un analogo sviluppo nel mondo buddhista, sempre derivato da una radice
induista e con possibili influenze musulmane, era stato fatto conoscere
all’Europa da Marco Polo. I crociati – secondo questa ipotesi – avrebbero
portato in Occidente e adattato alla preghiera cristiana tale pratica.
Hanno trovato ampie conferme, invece, le
ipotesi formulate nel 1889 dal tedesco Thomas Esser nel suo «Il rosario della
Madonna». [3]
E’ ormai certo che, nel mondo cristiano, esistevano stringhe o cordicelle per
la preghiera ripetuta fin dai tempi dei Padri del deserto, nei secoli III e IV,
e quindi ben prima delle crociate. Sembra che fossero utilizzate per ripetere i
Padre Nostro, da cui il nome di paternoster attribuito a un antenato dei
nostri rosari. Catenelle simili ai nostri rosari appartennero a Gertrude,
figlia di Pipino I di Francia, morta nel 659, e a Lady Godiva di Coventry,
morta nel 1041.
L’uso di strumenti per tenere il conto di
preghiere è, così, più antico della stessa preghiera dell’Ave Maria, che risale
al VII secolo e si affermò nella forma attuale solo intorno al Mille.
Cordicelle per ripetere l’Ave Maria sono
ricordate con testimonianze abbastanza comuni tra i secoli XII e XIII. Cesario
di Heisterbach (1180-1240), ad esempio, loda le virtù di una matrona che aveva
l’abitudine di recitare regolarmente cinquanta Ave Maria. I laici usavano
corone o rosari – zaplet in tedesco e hoedekins in fiammingo – da
cinquanta, cento o centocinquanta Ave Maria; i religiosi e le religiose
andavano anche molto oltre; le domenicane del convento di Unterlinden, a
Colmar, in Germania, nel secolo XIII recitavano mille Ave Maria al giorno e
duemila alla festa.
Lo specifico del rosario
La Winston-Allen e altri studiosi hanno
fatto notare che, per parlare di rosario, alla ripetizione di un certo numero
di Ave Maria, bisogna aggiungere una serie di meditazioni sulla vita di Cristo
e della Vergine. Nel suo «La storia e la scuola di preghiera del rosario», [4]
don Franz Michel Wuillam nel 1948 scrive (e così gli studiosi dopo di lui) che
il rosario deriva dai salteri della Beata Vergine, che ripetevano da prima
centocinquanta salmi con antifone cristologiche e mariane, poi le sole
antifone, accompagnate da un Padre Nostro o da un’Ave Maria. Questo non spiega,
da solo, come si sia giunti ad inserire le meditazioni sulla storia sacra. A
simile interrogativo, vengono date tre risposte.
I due Domenico
Fino allo studio di Esser, del 1889, era
comunemente ccolta l’opinione che autore e diffusore della pratica del rosario
meditato fosse stato san Domenico (1170-1221), fondatore dei domenicani.
Dal 1889 al 1977 gli studiosi hanno
ritenuto, seguendo Esser, che «inventore» del rosario meditato fosse stato
piuttosto un certosino di Treviri, Domenico di Prussia (1384-1460), con confuso
col primo, per avere lo stesso nome.
Nel 1977, tuttavia, Andreas Heinz [5]
ha scoperto un manoscritto con un rosario meditato precedente di oltre cento
anni a quello di Domenico di Prussia e apparentemente ignoto a quest’ultimo,
nonostante la prossimità geografica. Esso era recitato, intorno al 1300, dalle
suore cistercensi di San Tommaso sulla Kyll, a una quarantina di chilometri da
Treviri.
Oggi vanno diffondendosi presso gli storici
teorie di un terzo tipo, secondo le quali il passaggio dai salteri al rosario
meditato fu un processo graduale, a coronamento del quale Domenico di Prussia detiene
un ruolo fondamentale, in quanto a diffusione della devozione tra il popolo.
Una lenta fortuna
La versione del rosario fatta da Domenico di
Prussia comprendeva cinquanta meditazioni, una per Ave Maria. Era, cioè, ancora
troppo difficile per i semplici fedeli.
Invece il domenicano Alano della Rupe
(1428-1475), fondatore a Douai, in Francia, nel 1470 della prima confraternita
del Salterio della Gloriosa Vergine Maria, obiettava che cinquanta Ave Maria
erano troppo poche, ne chiedeva almeno centocinquanta, e non amava il nome
«rosario», adottato (ma non inventato) dal certosino tedesco, colpevole di ricordare
troppo la letteratura mondana che associava la rosa all’amore profano.
Dove siano stati adottati per la prima volta
gli attuali quindici misteri, cui corrispondono centocinquanta Ave Maria e,
quasi fin da subito, quindici Padre Nostro,
è ancora incerto. Il metodo, proposto da una delle più antiche opere a
stampa sul rosario, il «Salterio di Nostra Signora», pubblicato a Basilea nel
1475, [6]
divenne estremamente popolare con le sei successive edizioni di Ulm, [7]
dove quindici incisioni (non accompagnate, per altro, da una spiegazione
scritta) rappresentavano gli attuali misteri con il giudizio universale al
posto della gloria del paradiso o dell’incoronazione di Maria come quindicesimo
mistero. La loro sostituzione avverrà lentamente, nel corso del Cinquecento.
Gli statuti di confraternite fondate a
Venezia nel 1480 e a Firenze nel 1481, pubblicati nel 1965 [8]
e nel 1977 (ad opera di Gilles Gèrard Meersseman) menzionano i quindici misteri,
indizio possibile di una pratica italiana più antica della tedesca, anche se –
in vero – il fondatore della confraternita di Venezia (Giovanni d’Erfordia) era
un domenicano tedesco.
A poco a poco i quindici misteri vennero
adottati anche dalle confraternite maggiori. La più importante, fondata a
Colonia dal domenicano Jakob Sprenger (1436 o 1438-1495) l’8 settembre 1475, un
giorno dopo la morte di Alano della Rupe, contava suoi membri l’imperatore
Federico III.
In pochi anni le confraternite del rosario
arruolarono centinaia di migliaia di membri, di tutte le classi sociali, e i
loro carattere internazionale e autonomo suscitò le lamentele di chi le
considerava un elemento concorrente alle parrocchie e alle diocesi.
Meno di cinquant’anni dopo la fondazione
della confraternita di Sprenger, il rosario venne duramente attaccato da fra
Martin Lutero, soprattutto per i rozzi abusi introdotti, per cui alcuni
pagavano la recita del rosario fatta da altri, pur ricevendo i relativi
benefici spirituali e le indulgenze.
Pur tuttavia, a parte questi abusi, presto
superati, il rosario divenne una delle pratiche di preghiera più diffuse nel
mondo cristiano, come meditazione giornaliera, di poco più di un quarto d’ora,
sulla storia della salvezza, attraverso la figura e l’intercessione di Maria.
[1]
Rielaborazione di un articolo apparso in «Cristianità», organo ufficiale di
Alleanza Cattolica, a. XXVI, n. 275-276, marzo-aprile 1998, pp. 5-7; poi
ripreso da Massimo Introvigne in «Maria Ausiliatrice», a. XXIV, n. 8, settembre
2003, pp. 13-15.
[2] Stories of the Rose. The Making
of the Rosary in the Middle Ages; Penn State
University Park (Pennsylvania), 1997.
[3] Unserer lieben Frauen Rosenkranz; Paderborn, Schöningh.
[4] Die
Geschichte und Gebetsschule des Rosenkranzes; Vienna, Herder; traduzione
italiana a c. di Rodolfo PAOLI, nel 1951, Storia del rosario; Roma,
Orbis Catholicum.
[5] Die Zisterzienser und die Anfänge des
Rosenkranzes; in: Analecta Cisterciensia, vol. XXXIII,
pp. 262-309, 1997.
[6] Dis
ist Unser lieben Frauen Rosenkrantiz und er von ersten offkummen («Questo
è il rosario di Nostra Signora e com’è sorto la prima volta»); Basilea, Flach,
1475.
[7]
A partire da Unser lieben Frauen Psalter («Il salterio di Nostra
Signora»). Ulma, Dinckmut, 1492.
[8]
ORLANDI Stefano (a c.), Libro del rosario della gloriosa Vergine Maria;
Roma, Centro Intern. Domenicano Rosariano, 1965.