«Il
Maso ai Coi. Bollettino n. 1», aprile 2002, pp. 15-20.
La provenienza dal Maso di
Levazono
Stando ai
documenti riportati o citati ne «In Val di Zoldo nel Medioevo»,[1]
la valle del Maè viene citata esplicitamente per la prima volta nel 1031,
come «Çaudes», cioè «Zaudes» (p. 128).
Sulla primissima
organizzazione valligiana ci informano, poi, i documenti immediatamente
successivi e cioè:
1) Una
Deposizione di testimoni, del 1170 (1180 ?), conservata in una trascrizione di
Francesco Pellegrini: documenta che «in Zaudo… fuit mansus iuxta Calcariam» (p.
137);
2) Una Bolla
papale, del 1185, conservata in originale: documenta l’esistenza della «Plebem
Sancti Floriani de Zaudo cum capellis suis, et Comitatum ipsius cum
jurisdictione et districto in pertinentiis ipsius Zaoldi» (p. 142);
3) Un testamento,
del 1190, conservato in una trascrizione di Francesco Pellegrini: documenta che
«in vico Marasono, dominus Villanus Bellunensis Ecclesie Canonicus» possedeva
due «mansi» (p. 146);
4) Un testamento,
forse della stessa epoca, forse conservato in originale: documenta che «iusta
Dozam, iacet una clausura», di proprietà di «Palma soros Alexandri de
Castro», la quale possiede pure «unum pratum in Zopedo, unum pratum in
Valzela» (p. 147);
5) Una
dichiarazione, del 1200, forse conservata in originale, che «in Marasono»
«iacet unus mansus et regitur per Zanucium», e che esso è di proprietà
della chiesa di Santa Croce presso Belluno (p. 148);
6) Un atto di
compravendita, del 1203, conservato in originale: documenta (dopo il «Zanucium»)
altri tre personali: «…in presentia Spinarelli de Cauldio, Hotonis eiusdem
loci, Raini eiusdem loci» (p. 150);
7) Un atto di
compravendita, del 1216, conservato in originale: documenta altri personali («Conradus»,
«Deod[at]us») e l’esistenza dei centri abitati di Dont e Colle (di Astragal):
[2]
«Choeret ab uno latere… ab alio est pratum quondam [3]
Otolini de Donto et ab alio est pratum Conradi Deodi de Colle et ab alio latere
firmat in monte Zopedi» (p. 151);
8) La «storica»
sentenza del 1224, conservata in una trascrizione di G. M. Barcolloni:
documenta tra l’altro, come gli «homines Zaudi» o «Zaudonenses» erano
soggetti, loro malgrado, alla giurisdizione di Belluno e all’aggravio delle
colte, e – soprattutto – che si videro riconoscere il diritto di una
rappresentanza unitaria (con Agordo) tramite la nomina di propri consoli (p.
153);
9) Un atto di
compravendita, del 1281, conservato in una trascrizione di Francesco
Pellegrini: attesta la costruzione del forno di Forno, la nascita del villaggio
di Astragal e i due personali «Sualdus» e «Filippus», testimoni
all’atto medesimo: «presentibus… Sualdo de Stregano Furni Zaudi qu. Filippi»
(pp. 156-157).
Stando a questi
documenti, alla fine del Duecento in Zoldo c’erano la chiesa pievanale (di
Pieve) e sei-otto masi: due (di Calchera e di Dozza) circondavano la medesima
pievanale rispettivamente a ovest e a est, altri due formavano il villaggio di
Mareson, maso o già unione di più masi era Dont (e forse era stata avviata
l’attività di lavorazione del ferro), un altro maso sorgeva a Colle (sopra
Astragal), maso era lo stesso Astragal; c’era infine un centro sorto attorno a
un forno fusorio, detto Forno; Zoppè era ancora «mons» pascolava, cioè
priva di masi e popolazione stabile.
E’ recentissima
la scoperta, da parte della dott.ssa Orietta Ceiner, Direttore dell’Archivio
storico del Comune di Belluno, di un altro documento duecentesco riguardante
Zoldo. [4]
Si tratta di una pergamena del 1289, conservata in originale, di rilevante interesse
sia per la valle che per Casa Pellegrini.
Per quanto
riguarda la valle: è il primo testo che, superando la semplice elencazione
nominale dei masi, cioè della struttura tipica della società zoldana di allora,
ne fa una descrizione. Il maso di Levazono appare come una unità abitativa e
lavorativa già strutturata e con mezzi tali da garantirgli quell’autonomia
vitale, tipica di strutture analoghe sorte nel Medioevo, orgogliosamente
difesa, come attesta, nel 1331, il rifiuto, per noi paradossale, di concorrere
all’apertura e al mantenimento delle strade inter-masali; un diniego che, comunque,
era e venne riconosciuto legittimo. [5]
Molte persone hanno manifestato, in questi mesi, viva curiosità al problema
della localizzazione del maso, antico ed esteso, ma che, al presente, era del
tutto ignorato; o quasi…
Il maso è citato
quattro volte nella pergamena del 1454 come Lavazono. Un confronto, pur sommario,
tra il documento del 1289 e quello del 1454 ci permette di intuire qualcosa
della sua evoluzione storica. Si era scisso in due unità: una, continuatrice
dell’originaria, ne conservava il nome; la seconda era sorta all’interno del
più vasto possedimento iniziale.
Indubbiamente
stimolante la ricerca del motivo del silenzio successivo, pressoché assoluto,
con la mancanza di citazioni persino da parte di Luigi Lazzarin. Non sembra azzardato
ipotizzare un evento calamitoso, ad esempio una delle ricorrenti «brentane» (alluvioni),
o una «livina» (valanga di neve), che avrebbe distrutto quanto meno la
forza-lavoro costituita dai mulini; o forse si era trattato di un gravissimo
incendio. Meno valida sembra la spiegazione di un progressivo abbandono, per
trasferimento nei villaggi vicini, ad esempio a Casal (nel 1454 già «villa»)
o ad altro del circondario della zona in cui aveva i possedimenti e, con grande
probabilità, la sede.
Per quanto
riguarda la Famiglia, il documento del 1289 viene ad essere il testo di riferimento
più antico. Come ricordato dal Monego, [6]
infatti, un fascicolo processuale del 1583-1584, pubblicato nel 1988, [7]
attesta che i masieri di due, su tre, dei masi dai quali è nato il
villaggio alto-zoldano di Coi (Regola nel 1398; [8]
il terzo maso, più o meno coevo, venne fondato dai de Rizzardin-Rizzardini,
come sottodivisione del più vasto maso di Pianaz, di cui erano coloni), [9]
provenivano «dalla cassada da Lavazoi su». [10]
Poiché la sentenza
confinaria del 1369 nomina Brusadaz e Fusine, ma non Coi, sebbene la contesa
fosse causata da beni in darè Dof, che sappiamo essere del maso di Pianaz (e
che avrebbero dunque coinvolto anche i Rizzardini dai Coi), [11]
è legittimo ipotizzare che a quell’epoca sul pianoro di Coi non ci fosse ancora
popolazione stabile, anche se sarebbe giunta di lì a poco, cioè prima del 1398.
poiché l’investitura del 1535 (1411) indica i confini del maso di Pianaz e, «ex
traverso», offre un’idea di quelli limitrofi del maso dei de Pellegrin-Pellegrini
e ci assicura che essi corrispondevano alla fascia territoriale a sud del paese
attuale – quella più soleggiata e (unica) con a disposizione una piccola ma
preziosa sorgente, ancora viva per quanto in fase di progressivo interramento,
a causa di una vicina e recente condotta di scarico – è logico dedurre la
preminenza temporale in progressione d’insediamento e, quindi, nella fondazione
del villaggio.
Poiché, da
ultimo, una pergamena inedita dell’archivio parrocchiale di Gòima (Zoldo Alto),
del 1416, cita tra i testimoni, in un atto di compravendita a Fusine, un Andrea
fu Nicolò dai Coi, [12]
mentre sappiamo per certo che nel 1411 di Rizzardini a Coi ve ne era uno
solo, «Antonium Joannis dai Coi», che pure (presumibilmente nella
cattiva stagione) continuava ad abitare con i «consortes» la
“casa-madre” di Pianaz, possiamo pure sostenere con ragionevolezza che il
Nicolò dai Coi e un altro capofamiglia di Levazono (andato a Col) sono i primi
che, avendo acquistato lassù due nuovi masi, coinvolgendo nella non facile iniziativa
Giovanni di Pianaz (o da lui coinvolti), vi si erano stabiliti. Ed erano
diventati, con ciò, da coloni di un maso non proprio (quello di Levazono),
liberi proprietari dei due nuovi.
I quali masi, pur
abbastanza vasti, non avevano diritto di pascolo sul territorio sovrastante, di
proprietà del maso di Pianaz; ottenuto poi tale diritto e quello di legnatico –
come si dice esplicitamente nel fascicolo processuale – non si erano però visti
concedere quello di erratico; sicché, quando, verso la metà del 1500, un
Pellegrini andò a falciare sui prati collettivi dei masieri di Pianaz, i
Rizzardini avviarono la causa, qui più volte citata e con tutta probabilità
terminata a vantaggio loro e dei consorti di Pianaz; ma pur preziosa occasione,
per i Pellegrini e i loro consorti di Col, per farsi riconfermare i diritti
acquisiti, facendo ammettere da un «avversario» la loro antica provenienza da
Levazono, con la costituzione dei masi originari di Coi e Col.
[1] P. MONEGO, In Val di Zoldo nel Medioevo: appunti e
documenti; Spinea (VE), Centro culturale «Amicizia e Libertà»,1999.
[2] Il Monego, forse incerto sull’ubicazione di Col,
non lo evidenzia, come fatto per le altre parti che interessano Zoldo.
[3] Sottolineiamo questo «quondam», per far
presente che, dunque, Dont esisteva presumibilmente già da un po’ di tempo,
forse da alcuni decenni. Nell’atto, stilato a San Vito di Cadore (quindi al di
là della giurisdizione bellunese, e a San Vito era stato fatto anche il
precedente) compare (al genitivo nel doc.) un «Odolrici faber eiusdem ville»
(di San Vito) quale testimone. E quel «faber» suggerisce e legittima
l’ipotesi che i rapporti tra Zoldani della prima ora e Cadorini fossero
motivati, tra l’altro, anche dalla lavorazione del ferro, che proprio in quegli
anni si era avviata, con le più lusinghiere prospettive.
[4] L’importante notizia è data, con grande modestia,
a p. 19 di: Le pergamene della Pieve di San Floriano di Zoldo (secoli
XIV-XIX), a c. di O. CEINER e S. MISCELLANEO, Parrocchia di San
Floriano in Pieve di Zoldo, Longarone (BL), Tip. Grafiche Longaronesi, 2002,
nota 16. La notizia è che al Fondo Museo, pergamene, dell’Archivio Storico del
Comune di Belluno, la pergamena n. 1 si riferisce a Zoldo e, precisamente, al
maso di Levazono: «…uno manso iacente in Çaudo in loco vocato Levaçonum».
[8] Fl. PELLEGRINI, Una testimonianza del 1398
sulle Regole di Zoldo Alto; Belluno, Tip. Bongioanni, 1988.
[9] Fl. PELLEGRINI, Documenti dei Registri n. I,
II, III, V, VI. VII, della Regola Grande dai Coi di Zoldo, pro manuscripto,
1989, pp. 18-22, la investitura del 5 ottobre 1535, che cita abbondantemente
quella del 14 novembre 1411. e’ il doc. 2 del Registro n. II. Il maso di Pianaz
apparteneva all’altare di San Mattio nella cattedrale di Belluno.
[10] Fl. PELLEGRINI, Il registro n. X, cit., doc.
53, p. 44. Al momento della trascrizione questo toponimo ci lasciò perplessi,
perché sconosciuto; suggestionati dall’ipotetica spiegazione con «Castrum
Laebatii, Castello Lavazzo», forse l’abbiamo persino trascritto in forma
non del tutto esatta. Sarebbe cioè da verificare se, nel testo, è «Lavatoi» o
«Lavazon» e se «Lev-» o «Lav-»; ma non abbiamo a
disposizione l’originale, che dovrebbe essere all’archivio comunale di Zoldo
Alto. La frase citata fa comunque parte di una testimonianza della parte
avversa, che dice: «…2) Che ditti sette regulieri, cioè li suoi vecchi sono
delle antiche famiglie dei Coi; ser Bernardinus credit, subdens: Per mio
ricordo, ma mi ricordo haver sentito a dire alli nostri Vecchi, che costori era
dalla cassada da Lavatoi su; ser Christophorus ignorat». Al momento della
trascrizione del documento non avevamo còlto neppure che i «sette regulieri»
chiamati in causa dai Rizzardini erano gli antenati dei Pellegrini e degli
estinti abitanti di Col (di Coi), per cui S. IRAL aveva potuto scrivere: «Si
trattava di sette famiglie con uno “status” particolare, la cui natura e la cui
origine non sono stati ancora chiariti» (D.GAMBA, Un tabià di Zoldo, pro
manuscripto, 1988, p. 16 n.n.).