«Stile Zoldano», n. … , dicembre
2002, p. 7, come prima parte della presentazione
del libro «In Val di Zoldo nel
calamitoso 1631» di P. Monego
Dalla peste alle rogazioni
Ricordo quelle metà primavera del tempo
delle elementari, concluse nel 1967. Chierichetto, scendevo con i paesani fin
sotto i fienili di Col, per attendere la processione delle rogazioni, che
saliva lungo il ripido sentiero del Carpè.
La guidava don Ernesto, la formava un
gruppetto di fedeli, per lo più donne, in preghiera e, nelle soste, in canto.
«A peste, fame, et bello», cantava don Ernesto; «Libera nos,
Domine», gli rispondevano, sempre in canto, i fedeli. Poi c’era la
benedizione, con la povera croce di legno, recata dal chierichetto di Fusine.
E tutti si inginocchiavano! Io non sapevo
che «bisognava» farlo e me ne restavo in piedi, ammirato di quella fede.
La processione riprendeva, con altre
litanie. Si chiedeva a Dio la liberazione da molti mali, oltre che dalla peste,
dalla carestia e dalla guerra.
Ricordo quei 16 agosto in cui, già
adolescente, mi trovavo a falciare sul prato vicino alle Pale e,
all’improvviso, da Pianaz giungeva un festoso scampanio e nostro padre spiegava,
a noi fratellini, che quei rintocchi stavano a indicare l’inizio della Messa in
onore del patrono, San Rocco.
Com’era bello ascoltare, tutti insieme, il
concerto di quelle campane; ed era festa! Anche per noi, per l’intera valle! E
sembrava più bello persino il lavoro!
Non potrò mai parlare o ascoltare una
riflessione sulla peste senza sentir affacciarsi in me il ricordo dolcissimo di
quelle lontane esperienze.
La prima mi parlava di fame, e sapevo cos’è;
di guerra, e potevo immaginare cosa sia; di peste, e mi venivano a mente i
malati di lebbra, dei quali ogni tanto parlavamo, all’ora settimanale di
catechismo. Intuivo la peste come una realtà orrenda, micidiale, davanti alla
quale non sarebbe legittimo scherzare, ma saggio chiedere a Dio, con estrema serietà
(inginocchiati nell’erba bagnata dalla rugiada e, a volte, dalla pioggia), la
liberazione.
La seconda esperienza mi accennava a una
vittoria sulla peste e mi offriva il nome dell’«eroe» liberatore: San Rocco.
Questo santo, però, non convinceva quella mia innata curiosità e ricerca del
vero, che mi aveva portato a fondare con alcuni amici la S.P.I.P., Società
privata investigazioni private (doveva restare segreta, eppure sui paracarri
della strada, prima e dopo la nostra casa, avevamo scritto S.P.I.P. con la
vernice rossa e disegnato una freccia, per indicarne la sede). Quanto a
devozione a San Rocco, sono rimasto quello di allora: non mi ha mai «portato le
prove» d’aver vinto le varie pestilenze, per cui…
Eppure, come appresi un po’ alla volta, San
Rocco era un personaggio venerato in moltissime località: a Coi la vecchia
statua di San Pellegrino secondo qualcuno (compreso don Ernesto)
raffigurerebbe, in realtà, il «Santo della peste»; a lui è stata dedicata,
inoltre, la chiesa di Bragarezza e quella di Gavaz. E, dunque?
La vecchia statua di San Pellegrino, allo
scoppio di qualche temporale estivo veniva portata all’esterno della chiesa e
condotta, in una piccola processione, attorno alle mura perimetrali, per
scongiurare la grandine. E ovunque, sulla porta delle stalle, era posta
un’immagine di Sant’Antonio Abate a protezione degli animali e, ancor più,
degli uomini dagli imprevisti attacchi di violenza degli animali, ad esempio
dai calci di qualche mucca fastidiosa. Avevo la percezione, divenuta poi
certezza, che simile fede in Dio e fiducia nei santi, fosse troppo condizionata
dai bisogni particolari. Uno slancio dell’anima troppo simile al mendicare,
mentre l’anima stessa sente che è dignitoso pregare solo nel tu-per-tu filiale,
suggerito e insegnato dal «Padre nostro».