Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Lo spirito ladino di Zoldo», pro manuscripto, 2001, pp. 84-98

 

Usanze e credenze relative ai morti

 

Tra fede e natura

 

La morte è un fatto biologico, la cessazione della vita di un organismo. Ma l’uomo riflette e questa esperienza radicale ha sollevato molti interrogativi: «Con la morte è finito tutto? È solo morte del corpo o c’è un aldilà?». Le risposte, pensate e vissute, costituiscono uno degli elementi centrali di ogni cultura.

Fin dal suo sorgere, poco prima del Mille, con immigrazioni da zone già completamente cristiane, e da lunga data, la comunità di Zoldo ha legato la sua storia, la sua cultura e la sua visione «ufficiale» della morte al cristianesimo. La parola evangelica di Gesù ha fornito l’indicazione consolante che la morte è un passaggio, doloroso ma provvidenziale, per entrare nella pienezza della vita, di cui l’esistenza terrena è solo l’anticipazione e, per certi aspetti, un tempo di prova morale.

Le croci nei cimiteri e sui posti ove è accaduta una disgrazia, il complesso delle pratiche di suffragio e la presenza stessa dei cimiteri attorno alla chiesa parrocchiale (ma non solo), luogo essenziale di aggregazione sociale, mostrano il legame convinto e unanime della cultura religiosa con il «mondo dei trapassati». La fede è, dunque, il primo e di gran lunga il più importante elemento della cultura storica di Zoldo in risposta agli interrogativi suscitati dalla morte.

Questa cultura, impregnata di vita di fede, privilegia la parte attiva sulla riflessione; in concreto: la preghiera di suffragio. Si sviluppava nella certezza della continuità del dialogo con i propri cari defunti e nel distacco generale delle abitudini quotidiane dalle ricercatezze esteriori, giudicate vanità, vanitas vanitatum, e sentite o non idonee a esprimere l’umiltà o ingannatrici sulla caducità della condizione terrena. Cimiteri e riti erano invece ricchi di interiorità e di partecipazione nella preghiera, dignitosamente spogli di ogni altro ornamento.

Alcune tradizioni, comunque, non riflettono direttamente la concezione cristiana; non la contraddicono, ma partono da altre intuizioni, più legate al mondo degli istinti che alla ragione e alla fede, eppure presenti in forma non marginale e, quindi, parte integrante della cultura storica locale.

Si può parlare, per comodità, di tradizioni legate alla «natura», intendendo con questo termine l’ambiente vitale e la sua risonanza psicologica prolungata, nei sentimenti primari dell’accettazione, dell’abbandono o della paura, fino al punto da divenire a sua volta elemento culturale, per quanto previo ed inconscio.

«Natura», in questo senso, è l’insieme dei fenomeni ambientali, il mutare delle stagioni, il risveglio della vegetazione, i temporali, la solitudine, la spossatezza dovuta al lavoro agricolo, la contemplazione degli immensi panorami, la lotta per ricavare dalla terra il frumento e il fieno, la sensazione di lontananza tra villaggio e villaggio, il confronto ricorrente con la morte di un paesano o di un parente e, non di rado, di una persona giovane. «Natura» sono le lunghe notti invernali, mentre il vento infuria sulle distese di neve, la mancanza di illuminazione lunare e, anche, il fascino profondo dei boschi, il richiamo istintivo alla fecondità e alla riproduzione, la gioia dell’amicizia e dell’amore; ed è molte altre cose.

Questi elementi, parti ed espressione della natura, erano sentiti con tanta forza da costituire, assieme alla fede, gli ingredienti della locale cultura ladina.

Nei suoi racconti «Àdel» e «Nina», Orsola Rizzardini ha offerto una documentazione e uno specchio dell’attaccamento tradizionale alle forze della vita e all’ambiente in cui si materializzano; la fuga o la simpatia nei loro riguardi, l’attesa del loro svelarsi e la paura di restarne schiacciati; l’immediatezza e l’istintività, insomma, del rapporto con l’ambiente. In questo confronto, l’esperienza apprende che la vita è lotta e dialettica continue con la morte, con la minaccia quotidiana alla fecondità e fertilità della terra, delle piante, degli animali, delle persone, e di tutte le creature. Tutti gli esseri viventi stanno sulla stessa «barca», subiscono i medesimi stimoli e hanno in comune il medesimo linguaggio di fondo.

Ho fatto una breve indagine in alcuni paesi del Cadore (Pozzale, Sottocastello, Vigo, Làggio, Lorenzago) e ho avuto degli scambi informativi con persone di alcune località della pianura veneta. Ho confrontato le informazioni raccolte, secondo l’età dei testimoni, ed ho notato che Zoldo, in quanto a tradizioni sui morti, è maggiormente legato alle valli del Fodóm che alla pianura veneta e, ancor meno, al Cadore centrale, mentre ha degli agganci culturali con le tradizioni di Vigo e Làggio, relativamente periferici e isolati rispetto agli altri paesi del centro Cadore. Anche in questi ultimi paesi, comunque, l’allontanamento dalla sensibilità tradizionale è decisamente più marcato che nella valle di Zoldo. Né si trovano alcune tradizioni zoldane, né appare il forte legame con la natura; mi è persino sembrato (è un’ipotesi) che alcune tradizioni legate ai morti siano, per quanto riguarda la provincia di Belluno, tipiche di Zoldo.

A Pozzale e Sottocastello, ad esempio, ho sentito parlare di segnài dati dai morti ai vivi e di contatto con le anime dei defunti, di visioni e apparizioni di demoni quali superstizioni; in Zoldo la valutazione negativa, ove c’è, è sfumata. Non ho sentito parlare di tradizioni di streghe, demoni e anime che ballano nei tabiài, né di contatti con l’aldilà tramite le vacche e gli animali della stalla; in Zoldo, invece, le credenze con simili protagonisti sono abbastanza numerose, al punto che sarebbe fattibile uno studio specifico.

Le credenze relative ai morti possono essere distribuite in due gruppi che, superficialmente, potrebbero essere chiamati «dei fatti» e «delle fantasie»; ma, per rispetto alla forma mentis in cui sono nate, è meglio parlare di «fatti che hanno per protagonista il mondo umano che circonda il defunto» e «fatti che hanno come soggetto il defunto stesso». Le prime tradizioni sono controllabili dalla comunità e dai suoi membri, le seconde si muovono esclusivamente su un piano interiore. Per questa loro ultima caratteristica, si potrebbe anche parlare di fatti o tradizioni culturali «oggettive» o «soggettive», accadimenti cioè nei quali ha preminenza la dimensione esteriore o quella interiore.

 

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Tradizioni «oggettive»

 

Tra gli aspetti tradizionali «oggettivi» vi è, anzitutto, il viatico.

Quando una persona era giunta agli ultimi (presunti) attimi di lucidità mentale o, comunque, quando diventava evidente che il suo declino biologico, pur lento, era inesorabile, i parenti chiamavano il parroco o il (un) suo sacerdote collaboratore, perché l’ammalato potesse ricevere l’Eucaristia, quale nutrimento per il viaggio verso l’eternità o, meglio, l’Eterno; da qui la parola «viatico» o «nutrimento per il viaggio». Tale celebrazione è una pratica di fede dalle profonde radici umane e teologiche, sempre tenuta in grande considerazione dalla Chiesa.

Il rito era compiuto in forma pubblica e solenne. Il sacerdote, indossati in sagrestia o in canonica i paramenti sacri, si faceva accompagnare da un uomo, con l’ombrello rituale, e da un chierichetto con una campanella; quanti sentivano il tintinnio accorrevano al rito, sospendendo i lavori nei prati o nei campi. Giunto alla casa del morente, il sacerdote entrava nella sua camera, da solo, per aver modo di ascoltare l’eventuale (ma di fatto scontata) confessione del morente; le persone accorse e i parenti restavano all’esterno, in ginocchio, a pregare. Il coinvolgimento della popolazione e la sospensione momentanea del lavoro erano elementi caratteristici della celebrazione del viatico; ben diversamente da quanto avviene oggi; senza voler aggiungere che la morte sovente ci coglie lontani da casa e dal paese nativo, in una anonima stanzetta d’ospedale.

L’ampio fazzoletto usato per asciugare il sudore dal volto del morente, era conservato per anni, con cura religiosa, riposto in un cassetto di memorie familiari. Questo bisogno di contatto fisico e quasi sacro richiama una consegna morale, di cui l’erede si sentiva investito; e fa venire alla mente il gesto compiuto dal profeta Elia quando, prima di lasciare questo mondo, offrì il suo mantello e con esso il suo potere e la sua missione a Eliseo (ricordo, tra parentesi, il gesto analogo compiuto da Paolo VI con il card. Luciani, quando a Venezia gli mise sulle spalle la propria stola; ricordo pure che i sacerdoti novelli avevano l’usanza, ora abbandonata, di conservare e incorniciare il fazzoletto usato nella prima messa come purificatoio del calice, a segno dell’impegno alla fedeltà).

A seguito della morte, il cadavere veniva lavato e posto sul proprio letto, senza essere poi rivestito da un lenzuolo. Se era un bambino, il letto era abbellito con fiori di carta, assai diffusi, preparati da ragazzi e adulti e conservati per ogni evenienza. Sovente, ancora in giornata, il corpo era posto in una bara, semplicissima, «kuatre brége», di colore chiaro, in stile ladino, che qualsiasi uomo (più o meno abile falegname) sapeva realizzare.

La bara rimaneva scoperta sino al momento d’essere portata in chiesa, per la messa funebre e poi, se non si poteva farla subito, a causa ad esempio delle forti precipitazioni nevose, fino al momento della sepoltura. Se il defunto era un bambino o un ragazzo, si utilizzava anche in chiesa l’ornamento floreale usato in casa. Se la morta era una ragazza o una giovane nubile, il corpo era vestito alla maniera nuziale, quasi che, per essa, la dipartita da questo mondo fosse stata (e così era intesa) l’incontro e lo sposalizio con Cristo, al pari delle vergini consacrate (le suore). Un gesto umile e solenne gesto, quasi a «riparare» la tragedia di una vita non giunta a realizzazione nel matrimonio; a me sembra una tragica testimonianza di come la donna era vista nella prospettiva matrimoniale, nella quale solamente avrebbe trovato la sua realizzazione sociale.

A tutti i defunti, comunque, almeno negli ultimi decenni, tra le mani, incrociate sul petto, era posta una corona del rosario, segno dell’umiltà, necessaria all’anima al momento di presentarsi davanti a Dio, come pure della fede avuta in vita, e dell’ impegno a pregare gli uni per gli altri, che avrebbe continuato a congiungere vivi e trapassati. Mi sembrano, in vero, intuizioni molto profonde!

La notizia della morte si diffondeva rapidamente.

Alla sera, dopo la cena (consumata verso le 18.30 o 19, a seconda del periodo estivo o invernale e delle consuetudini di famiglia), il paese intero, dai piccoli ai grandi, si raccoglieva nella stua o in un’altra stanza, adatta per capienza, a recitare il rosario, al quale avrebbe fatto seguito, per i parenti stretti, la veglia notturna. Il rosario era recitato per intero, 150 Ave Marie (in latino, naturalmente), il che non è poco!; il Gloria Patri al termine di ogni decina era sostituito dal Requiem. Seguivano le litanie mariane, recitate inginocchiati per terra, oppure con un ginocchio su una sedia o una panca, con il viso alla parete. Ricordo benissimo simili momenti, di parziale disordine esterno, quando c’era chi si girava verso la porta, chi verso al fornél, chi verso la tavola… E non era finita (noi bambini, pur desiderosi di non farlo, ci annoiavamo): seguivano le litanie, litanie di mòrt. Che consistevano nel ripetere 150 volte, a due cori (metà a testa), la preghiera: «Anime sante, anime purganti, pregate Iddio per noi, che noi ricorriamo a voi. Requiem aeternam dona eis, Domine». La recita avveniva con un ritmo incalzante (probabilmente, mi si perdoni la piccola malignità, un po’ tutti cercavano di giungere presto al termine della preghiera, anche se, essendo tradizionale, nessuno voleva tralasciarla, ed è stato solo a seguito della fortissima emigrazione che ciò è avvenuto).

Dopo le litanie mariane, ognuno aveva ripreso il suo posto a sedere. Il ritmo andava aumentando verso il mezzo della preghiera, per distendersi in uno strascicato «Domineee» e già l’ altra metà dei presenti aveva intonato un nuovo «Anime sante, anime purganti…». Seguiva, sempre a due cori, il De Profundis, che tutti gli adulti sapevano a memoria. Infine una preghiera «pro eo» o «pro ea» (per lui o per lei), a seconda del sesso del defunto.

Desidero far notare che solo eccezionalmente questi incontri di preghiera erano diretti da un maschio, dovendolo fare la «paróna de kasa» (si sa, tra l’altro, che sono più le vedove che i vedovi…).

Mi è stato detto che nei paesi del centro Cadore gli uomini si mettevano in una stanza attigua, ma separata dalla stua: lo facevano per pregare meglio? In Zoldo non mi è apparsa l’usanza di questa separazione. Fosse accorsa più gente del previsto (ma il numero dei partecipanti poteva essere calcolato con precisione: era obbligo morale per ogni famiglia del villaggio, la vila, mandare un suo membro a rappresentarla), si sarebbe lasciata aperta la porta della stua e gli intervenuti si sarebbero disposti lungo il corridoio o in locali (kàneve) attigui, senza distinzione di sesso. Simili incontri di preghiera, in buona sostanza ancora amati e praticati, erano (e sono) una fondamentale testimonianza vicendevole di fede e solidarietà nel momento del dolore.

I parenti del defunto attendevano i compaesani nella stua. Chi entrava li salutava, porgendo le condoglianze in modo silenzioso o, comunque, con poche parole, un cenno del capo, una stretta di mano tra sessi diversi e un bacio tra pari sesso. Gli uomini si levavano il cappello, le donne si coprivano il capo con un velo scuro; tutti avevano la propria corona del rosario; molte donne recavano ed estraevano dalle capaci tasche delle gonne o, meglio, del grembiule sovrastante, al garmàl, un libretto di devozioni e tutte, in caso di richiesta, sarebbero state in grado di dirigere la preghiera. Si respirava un sentimento di virile e familiare compostezza, ben lontana dal silenzio imbarazzato o dall’ oscura paura oggi frequenti.

Non si distribuivano, al termine, né prima, alimenti o bevande; nulla in assoluto. Se qualcuno però si fermava, richiesto, per rendere meno lunga (psicologicamente) la veglia notturna, avrebbe partecipato a una mensa più o meno frugale, imbandita nel corso della notte. Per lo più si rifaceva la polenta (un piatto che, secondo la valutazione popolare, permette di fare sempre una bella figura) e non sarebbe mancato qualche boccale di vino. Il clima, pur serio, si distendeva; la morte a volte è esorcizzata più da una «trovata» spiritosa che da una meditazione concettosa; come l’Amore, anche la Morte teme di essere svegliata da Psiche. Si racconta che un giovanotto durante una veglia ne escogitò una divenuta famosa: legò una sottile e invisibile cordicella alla mano e al braccio destro del morto. Quando la cuoca rovesciò sul tagliere l’invitante polenta, egli si rivolse (fosse stato per il desiderio di fare uno scherzo o, più verosimilmente, al fine di mangiare quanta più polenta poteva) al cadavere in tono di burla e domandò: “Gén vusto anka ti? Ne vuoi anche tu?». Poi tirò la cordicella e la mano fece segno di: «No!». Impaurite, le donne presenti fuggirono, e il giovane poté godersi con più abbondanza la «crema di mais».

Veglia notturna a parte, al termine del rosario «dei morti» gli intervenuti passava ad aspergere il corpo del defunto con un rametto d’ulivo (quello della domenica delle Palme), intinto nell’acqua benedetta. Acqua che era presente in ogni famiglia, presa in chiesa, in apposite circostanze liturgiche, ed era posta in una tazza accanto al letto funebre. La benedizione consisteva nel tracciare un (rapido) segno di croce sul cadavere. Fatto ciò, ognuno usciva, senza altri saluti ai parenti.

Le parenti del defunto dovevano osservare un lutto detto «stretto», che comportava l’obbligo di abiti esclusivamente e totalmente neri; esso durava per la vedova sette anni e per le altre familiari tre. Seguiva un altro anno di «mezzo lutto», nel quale le donne potevano usare abiti grigi. Ma, di fatto, il susseguirsi delle morti dei parenti, l’età avanzata della vedovanza (è auspicabile) e altre circostanze di necessità (è prosaico, ma, ad esempio, non c’era gran ricambio nei vestiti quotidiani) o di convenienza (la fedeltà morale o ideale al defunto), facevano sì che dai cinquanta anni in su, circa, le donne fossero pressoché sempre vestite di nero. Gli uomini, al contrario, non avevano l’obbligo di particolari segni di lutto (che, dunque, non erano neppure ipotizzati); solo nel secondo dopoguerra comparve una striscia di tessuto nero sul risvolto della giacca, poi sostituita da un bottone rivestito di panno scuro, portato anch’esso all’occhiello della giacca.

A differenza delle località cadorine consultate, dove le donne durante gli anni di lutto severo si recavano in chiesa con in capo un lungo ed elegante scialle di lana nera leggera e con frange lunghe un trenta centimetri (veramente molto elegante e nessuno oggi, usandolo magari per manifestazioni folkloristiche, ne sospetta la mesta funzione originaria!), in Zoldo le parenti più vicine al defunto (sorelle, zie, sàintola o madrina) per la processione e la messa d’esequie usavano un ampio fazzoletto bianco con i merli (non le frange), che tenevano sul capo, aperto a quadrato. Negli ultimi decenni, nella parte alta della valle le processioni funebri si svolgevano così: aprivano il corteo tre chierichetti, quello di mezzo con la krós da mòrt, seguivano gli uomini, il sacerdote, la bara (recata a spalle, tramite un sostegno in legno, avente due lunghe aste, davanti e dietro, per poggiarlo sulle spalle dei portatori; se ne conserva ancora uno nella chiesa di Coi); seguivano i parenti e chiudevano la fila le donne.

In Cadore, ove la moneta corrente era poco usata, l’ offerta al sacerdote in caso di morte della paróna de ciasa era un lenzuolo nuovo che, piegato, si poneva sulla bara. Non mi è stato raccontato di usanze simili nell’alto Zoldo.

Morire era detto «tirà i ùltem», «fare gli ultimi (respiri)»; «tirà i skarpét», «buttare gli “scarpetti”» (il fenomeno è reale ed ha una spiegazione medica nelle contrazioni involontarie e più o meno evidenti delle gambe durante la fase terminale); «andà via ko ki àutre», «andare con gli altri» cioè svenire, perdere coscienza.

Segnài dell’avvicinarsi della morte erano ritenuti: l’eccessiva preoccupazione di concludere un affare, uno strano e insolito interesse per qualche realtà terrena, una insolita ansietà, la preoccupazione di dover fare questo o quello, tirare a strattoni le coperte verso il viso, adirarsi senza ragione con i familiari e non mostrare più gratitudine per le loro premure.

 

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Tradizioni «soggettive»

Una credenza comune, che per noi è però già tradizione «soggettiva»,  parla di un altro segno dell’ avvicinarsi della morte: l’udire, da parte di qualche parente o amico, un colpo forte e ingiustificato, una specie di tonfo, sul comodino, nel corridoio, sulle pareti della camera da letto. Il colpo o i colpi dovevano essere uno o tre, come il lento bussare di un essere invisibile, che è la personificazione della morte. In qualche raro caso, anziché dei colpi, il «segnale» era stato un urlo prolungato, un richiamo, il sentirsi chiamare per nome e comandati di andare in un certo posto.

Si racconta, ad esempio, che un agricoltore, mentre era nella sua malga, per lavoro, per ben tre volte venne chiamato da una misteriosa voce femminile, lontana ma nitida: uscì dal fienile e non vide nessuno, così tutte e tre le volte, eppure era sicuro d’ aver sentito pronunciare il suo nome. Il giorno seguente, al mattino presto, fu raggiunto da un paesano, che gli recava la notizia della morte della figlia, avvenuta il giorno innanzi e proprio a quell’ora.

I segnài erano per lo più (guarda caso) all’imbrunire, alla sera e di notte. Sovente erano narrati dalle nonne, desiderose di tenere a bada i nipotini e di farli andare a letto presto; nella maggioranza dei casi, comunque, erano convinte della loro autenticità e li presentavano come tali. L’effetto didattico era raggiunto: creavano una tale paura nei bambini che, neppure di giorno, avrebbero avuto il coraggio di andare in soffitta (naturalmente priva di illuminazione), nei lunghi e bui corridoi (penso a quelli da me visti presso il casato Rizzardini Sélva) o negli altri posti ove, a detta delle nonne, avrebbero potuto incontrare le anime dei defunti.

Non è esatto parlare di credenze spiritiche, in quanto non c’è un richiamo, la voluta evocazione delle anime dei morti; né di satanismo, in quanto, egualmente, satana in queste tradizioni ha una parte minimale e non viene mai invocato.

I segnài potevano essere concordati, in anticipo, tra due viventi, con patto di questo tipo: «Se morirò prima io, te lo farò sapere con un colpo sulla parete della camera»; potevano pure essere minacciati: «Se non ubbidisci, verrà a trovarti il nonno (morto) e scuoterà il tuo letto; vedrai ke bél ke l’é (lo spavento)!».

Si era certi che a volte le anime potessero «sfondare» il muro che separa questo mondo dal loro e apparire, per consolare o minacciare castighi. Qualche anima di persona particolarmente malvagia non veniva accolta neppure all’inferno ed era costretta a vagare, per pena, in questo mondo (diciamolo: che bella consolazione per noi, che abitiamo in questo super-inferno!); di esse non si scorgeva mai il viso. Le bianche farfalline che, alla sera, giravano attorno alla fiamma della lucerna, erano considerate di queste anime.

Oltre che con visioni e apparizioni, le anime dei defunti potevano intervenire con rumori e suoni strani. Nel cuore della notte, durante il sonno o mentre, ancora al buio, ci si recava in montagna a falciare, era possibile udire urla e rumori terribili, del tipo sibili, colpi violenti di cose che sbattono tra sé e si rompono, bestemmie, risa beffarde, conati di vomito; oppure, inversamente, musiche dolci, canti deliziosi in lingue sconosciute, parole serene, la pronuncia amabile del proprio nome, un silenzio carico di pace.

L’apparizione per un rimprovero capitò, ad esempio, a un uomo malvagio. Mentre attraversava il bosco, di notte, per raggiungere il villaggio, sentì l’aria assumere la consistenza di un velo di seta e scivolare lungo i suoi fianchi, mentre una voce pronunciava il suo nome con tono severo.

Per consolare, invece, l apparizione capitò a una madre, affranta per la perdita prematura di un figlio. I fatti si sarebbero svolti così: una notte, non è certo se in sogno o nel dormiveglia, vide una schiera immensa di bambini che, felici e sorridenti, giocavano su un prato; uno, però, stava in disparte e piangeva: era suo figlio. Mossa dallo stupore e dal dolore, gli chiese perché non giocava. «Non posso», fu la sua risposta, «finché tu continui a piangere per la mia morte. Mi trattieni a te, al tuo dolore, non mi permetti di andare libero nella felicità di Dio». Fosse un sogno o una realtà, da quel giorno la madre non sentì più il bisogno di piangere.

Un’altra volta, durante la guerra del 1915-1918, una sposa piangeva la lontananza dal marito e lo immaginava caduto in battaglia. Ma un giorno, durante un sonnellino accanto al focolare, sentì bussare alla porta e vide entrare un uomo anziano, sconosciuto e di alta statura, che si fermò un po’  di tempo al suo fianco, senza dire nulla, e poi ripartì. Al termine della guerra, il marito tornò a casa sano e salvo e, venuta l’occasione, la moglie gli raccontò della strana visita. Al che, il marito si fece spiegare dettagliatamente l’aspetto dell’uomo e poi concluse: «Quello era mio padre!». La sposa non aveva mai visto il suocero, che, nel momento della sofferenza morale, era venuto a consolarla.

Un giovane si era ammalato, le sue forze diminuivano di giorno in giorno e tutti, immaginando non lontana l’ora del distacco, cercavano di stare il più possibile in sua compagnia. Accortosi delle premure insolite di cui veniva circondato, una volta egli disse a una sorella che l’assisteva: «Sai, quando non ci siete voi, quando non c’è nessuno, viene N. e si siede qui, sul bordo del letto. Mi ha detto: “Qui dove sono io non si sta male, non aver paura di venire”». N. era un’altra loro sorella, morta da qualche anno. Quel giovane era di carattere estroverso e per nulla favorevole a dar credito ai «segnali»; morì di lì a pochi giorni.

Un altro «fatto»: un padre aveva la brutta abitudine di castigare con eccessivo rigore i propri figli, che, perciò, qualche volta, all’imbrunire, temendolo, tardavano a rientrare. Divenuti giovinetti, desideravano maggiore libertà e trovavano un alleato nella nonna. Ma questa morì e i ragazzi cominciarono a dormire all’aperto, piuttosto che affrontare il padre autoritario. Una sera il padre, finalmente preoccupato che al figlio che non rientrava fosse successa una disgrazia, vide l’ombra della madre scendere leggera verso il porcile, vuoto. Seguì quella ombra e trovo il figlio nascosto. La madre era venuta a fargli capire che non si comportava correttamente.

Alcuni fratellini avevano perso la giovane madre e ne provavano, come è comprensibile, immenso dolore. Nei suoi ultimi mesi di vita, la madre riusciva ad alimentarsi solo con latte. Dopo la morte, in suo ricordo sulla tavola della cucina era lasciata sempre la sua tazza, con dentro un po’  di latte. Una mattina i fratellini la trovarono vuota e pensarono avesse attirato l’attenzione di un gatto, per cui vi posero un coperchio; all’avvicinarsi, il gatto l’avrebbe fatto cadere e loro l’avrebbero scoperto. Nonostante questa precauzione, la tazza, riempita alla sera, al mattino seguente era vuota. Allora gli orfani capirono che la madre veniva a visitarli, per far loro comprendere che, dal Cielo, li proteggeva, lasciando quella prova del suo passaggio.

Un nonno aveva lasciato in eredità ai nipoti, quale unico oggetto di valore, un grande specchio, con una bella cornice. Appeso alla parete con una cordicella, nella parte superiore era leggermente inclinato in avanti. Un giorno si staccò e cadde a terra, ma – nonostante quella inclinazione – non si ruppe. Il nonno, che era solito riflettersi in quello specchio, era intervenuto con una mano invisibile a salvare quell’unico oggetto di valore.

Dopo qualche anno di assenza, un emigrante aveva deciso di tornare al paese natale. Giunto, ovviamente a piedi, al villaggio precedente al suo, incontrò un paesano e decisero di fare assieme l’ultimo tratto di strada. Era sera inoltrata. Giunto davanti alla propria casa, l’emigrante salutò l’amico e si ritirò, a riposare. Il giorno seguente, incontrati degli altri paesani, raccontò loro di quell’incontro e si sentì rispondere: «Non sai che N. è morto qualche mese fa?». L’amico era apparso all’amico, per rendergli più felice il ritorno.

Secondo la fede popolare, può capitare che le anime dei defunti appaiano per solo loro piacere. Un uomo, ad esempio, secondo la consuetudine si era recato di buon mattino a falciare. Era ancora buio, quando giunse sul prato prescelto e, con sorpresa, vide e sentì un uomo battere la falce (per affilarla), senza interrompersi e senza levare il capo: era un dannato dell’inferno, costretto a quella pena per tutta l’eternità.

Un altro uomo stava rientrando a casa e, secondo il noto tragitto, stava camminando presso il muro di cinta del cimitero, quando vide due belle anatre bianche, appollaiate proprio sopra quel muro, e desiderò catturarle, per poi mangiarle. Aveva con sé un sacco vuoto, le prese e le mise dentro; gettò il sacco in spalla e riprese il cammino. Fatto appena un centinaio di metri, sentì che il sacco era diventato leggero e, giratosi, vide le anatre di nuovo sul muro. Simile fatto si ripeté varie sere: l’uomo prendeva le anatre e queste uscivano inspiegabilmente dal sacco. Capì infine che si trattava dell’anima di due dannati, rifiutate dalla terra benedetta del cimitero e anche dall’inferno, e costrette a vagare per l’eternità sulla terra.

Un terzo uomo stava rientrando al villaggio dopo il suono della «campana dei morti» (l’ultima del suono serale, che invita a recitare un Requiem). All’improvviso, sentì giungere dalla boscaglia il rumore di un fruscìo, si fermò per capire cosa stava succedendo e scorse un essere umano con le mani al viso, in gesto di pianto dirotto, e un fiotto continuo di sangue dal naso. Era un altro dannato, punito per l’eternità in quella maniera.

Vi erano comunque anche delle apparizione diciamo così serene, quali le seguenti.

Gli anziani di Coi mi raccontavano che d’autunno, al momento del raccolto nei campi, anche i morti tornavano, per festeggiare con i parenti la mietitura, auspicabilmente abbondante. Si davano appuntamento, a gruppi, nei fienili, per i balli notturni, quando aveva terminato di ballare la gioventù del paese. Nelle case vicine a tali tabiài, si potevano udire i colpi degli zoccoli e delle scarpe di legno o dàmbre sulle assi dell’alkèr (la parte più larga del fienile e dove, in alcune circostanze, si svolgevano i balli). Era un rumore simile a quello dei ferìei, quando si batte la fava. I morti ridevano e cantavano in una lingua sconosciuta, sino all’apparire delle luci dell’ alba.

Scendendo da Coi a Fusine, lungo il sentiero detto Al Karpè, una volta una donna vide alcuni esseri umani seduti a una mensa, riccamente imbandita: mangiavano, bevevano e cantavano; poi scomparvero. Erano senza dubbio dei morti, perché poco più sotto, vicino ad un cespuglio di noccioline da monte, si può vedere ancora (lo mostrarono anche a me, da bambino) il buco per entrare (o uscire) dall’inferno. E, qualche metro più sotto, vi è la biforcazione dei sentieri detta La Kros de le Strade, dove, se uno passava senza fare il segno cristiano della croce, sarebbe diventato cieco o paralitico o, comunque, avrebbe avuto una punizione divina; ciò, però, non si era mai verificato.

Non ho mai sentito, in assoluto, che simili tradizioni «soggettive» fossero narrate da maschi adulti, né che costituissero tra essi argomento di seria conversazione. Si ammetteva la possibilità di un incontro diretto e costante con l’oltremondo o, meglio, che gli abitanti dell’aldilà potessero ottenere da Dio, per speciali ragioni, la facoltà di tornare sulla terra, di solito a protezione dei propri cari. Le tradizioni da me ascoltate, confermano la fede nella possibilità di rapporti con il mondo che trascende quello terreno e immediato. Hanno un contenuto e un messaggio finale positivi, nonostante l’ambientazione lugubre e degna dei migliori romanzi gialli. Mai ho udito di morti che abbiano portato male, al di là della minaccia di un castigo, in funzione antiautoritaria.

Linguisticamente, le apparizioni erano definite con una frase e non con un solo termine: véde i mòrt, sentì i mòrt, véde le anime di mòrt, sentì ‘n segnàl. Non ho trovato le espressioni véde le anime oppure véde i spiriti. Era sconosciuto il concetto di fantasma.

 

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Il «Sodalizio pei morti» di Brusadàz

 

Brusadaz è un villaggio le cui famiglie originarie fanno parte della Regola Grande di Coi. Da lì partì un parente di méda Caterina, zia Caterina Rizzardini, cognata del nonno paterno, Floriano. Tramite quella parentela, giunse nella nostra famiglia una testimonianza vivente e qualche documento scritto di quel villaggio.

Un elegante manoscritto di cm 12.5 x 18 di altezza, sulla dura copertina di colore marrone porta incise a stampa (con inchiostro giallo) le parole «Sodalizio pei morti». Ha sessanta fogli: due sono in bianco, il terzo manca (si nota che è stato tolto), altri cinque sono scritti con grafia nitida e inchiostro nero e rosso; ne seguono altri dieci in bianco, tre scritti, uno in bianco mezzo strappato, trenta bianchi integri e sette usati per scrivere, ma capovolgendo il quaderno; c’ è infine un foglio bianco.

È una testimonianza concreta dell’amore ai morti diffuso nella comunità regoliera. Si vede anche il rispetto per la domenica, la preoccupazione di non lasciare i giovani nell’ozio, la devozione alla Madonna, la docilità al parroco e, non meno importante, il desiderio di trovarsi insieme a cantare. I nomi degli iscritti, col relativo nome di casato, mostrano il successo avuto dall’associazione e il suo diffondersi fino a Zoppè di Cadore.

Eccone, di sèguito, la trascrizione integrale.

 

COSTITUZIONE

Brusadaz li 13 Settembre 1856.

Nel nome di Dio onnipotente, della Beata Sempre Vergine Maria, di San Giuseppe e San Lorenzo, e di tutti gl’altri Santi Tutelari, e Prottettori. Così sia.

Animati i sottoscritti dalla pura intenzione di accrescere le opere pie nei giorni festivi, di suffragare le Anime Sante del Purgatorio e di promuovere contemporaneamente la cristiana coltura in particolare della gioventù, si propongono sotto la speciale protezione della gloriosa Madre di Dio, Maria Santissima sotto il titolo di Carmelitana.

Al qual effetto hanno divisato che si frequentino dei giorni festivi nella Chiesa di San Giuseppe di questo villaggio (come sotto vien determinato) alternativamente l’Uffizio dei Morti e della Beata Vergine: onde la Santa Festa sia condegnamente santificata, ritirate le persone dai varii divertimenti e dall’ozio padre dei vizi e per fomentare la pietà cristiana, la divota lezione, e la Devozione verso le Anime Sante del Purgatorio e la Madonna Santissima.

Siccome poi ogni cosa per aver sussistenza e durata deve essere organizzata e sistemata, così questa pia adunanza si dà il nome di Sodalizio pei Defunti.

Perciò tutti i partecipanti dovranno adunarsi annualmente nel giorno stabilito onde eleggere un Direttore, che avrà l’obbligo di riscuotere e tenere cassa dell’annua contribuzione, d’investire le somme rimaste fondo di Cassa, alla qual cosa dovrà assistere e firmarsi uno degli assistenti ed Anziani, senza cui è nullo l’Atto, di far quelle spese che sono indispensabili per il decoro delle Funzioni da praticarsi e come elemosine di Messe, ed il giorno della nuova nomina presentare i suoi conti al Sodalizio. Laonde questa Corporazione viene ordinata così: I) Un Direttore, annuale o triennale; II) Un suo Assistente, con le stesse attribuzioni e diritti; III) Due Anziani o Coristi, e due loro sostituti, che dovranno stare due per parte del Coro, perché le funzioni non vengano interrotte con l’alternativa di una Festa cadauno come principale cantore, ed Ebdomadario. Il diritto ed uffizio più grave si è la firma sui atti susseguenti.

Per ottenere tutti e singoli i ricercati effetti si sottomettono volontariamente, scientemente e liberamente alle seguenti e venture condizioni o Capitoli. Capitoli:

I) È pio desiderio del Sodalizio che i suoi membri fra l’Ottavario dei morti, e in una delle festività della Beata Vergine si accostino devotamente alli Santissimi Sacramenti.

II) Si canterà nella Chiesa di San Giuseppe ogni Prima Domenica del Mese e tutte le feste della Madonna il suo Uffizio, e tutte le Terze l’Uffizio dei Defunti, all’una delle quali possibilmente essendo in paese sono tenuti i consodali ad intervenirvi. Questa Ufficiatura incomincerà ciascun anno colla prima di Aprile, e terminerà colla prima di Ottobre inclusive.

III) La Vigilia di San Giovanni Battista, o l’antivigilia (se cade in giorno di festa) sarà Uffizio Solenne a Suffraggio dei defunti, all’ora di terza. N.B. L’Elemosina sarà quella fissata nei Capitoli Parrocchiali per queste funzioni, e fino a tanto che non è il suo fondo necessario per coprire questa spesa, il Parroco potrà, se così gli piace, assumerla dalla Cassa Morti, ossia Austriache Lire 9 :43.

IV) Quelli che non potessero intervenirvi alle Ufficiature suesposte, saranno obbligati di supplire con una terza parte del Santissimo Rosario.

V) Tutti i membri sottoscritti o che si sottoscriveranno, dovranno contribuire annui Centesimi trenta (c. 30), in mano del Direttore o suo Assistente, e ciò prima del giorno 24 Giugno di ciascun anno. Quelli che non corrispondessero fedelmente almeno anche per l’arrettratto dentro il successivo saranno cancellati dal novero dei consodali perdendo ogni diritto.

VI) Succedendo la morte di un membro, gli altri saranno obbligati di accompagnarlo alla sepoltura, e gli uomini di più ancora di portarlo gratis; essendo poi assenti, alla nuova recitargli cinque Pater, Ave e Requiem con un De Profundis. Di più il Direttore dovrà dalla Cassa per celebrare una S. Messa a suffraggio dell’anima del Defunto.

VII) Nel giorno della funzione 23 Giugno, radunatisi i consodali dopo il Divino Uffizio, elegeranno o confermeranno le cariche suesposte; dalle quali, essendo giudicati abili mediante l’elezione, non potranno esonerarsi. Proponendosi più di uno per carica, si passerà alla votazione.

VIII) [seconda versione] Nel caso che per le mutate circostanze e per bisogni ora non previsti, ed in un tal tempo emergenti e necessarj, si dovesse alterar quello che ora è fissato, gl’incaricati del Sodalizio presenteranno a Monsignor Ordinario Diocesano, quelle riforme che verranno conosciute indispensabili, onde con la di lui approvazione acquistino forza per la debita osservazione.

IX) [seconda versione] Il Molto Reverendo Parroco pro tempore avrà l’obbligo della sorveglianza tanto per l’adempimento dei Capitoli, quanto perché non abbia ad essere pregiudicato né suoi Diritti e Doveri.

 

DECRETO D’ISTITUZIONE

N. 1106. Dilecto Nobis in Cristo adm. Rev. D. Parocho S. Nicolai de Fusine de Zoldo Salutem in Domino. Visis Capitulis hic adnexis pro Sodalizio Defunctorum in Ecclesia S. Josephi de Brusadaz Paroeciae tuae subiecta istituendo, et cum nihil in eis reperimus reprehensione dignum, imo omnia laudabilia, et ad cultum Dei pro inovendum apprime apta, ipsa recognoscimus et approbamus, et sodalitium ipsum institui permittimus in Domino.

Belluni ex Curia Episcopali die 28 Novembris 1858.

L.S.+ Joannes Episcopus – Angelus D. Volpe Cancell. Ep.

 

CARICHE

Brusadaz li 3 Settembre 1856. Radunatisi nella Chiesa di San Giuseppe dopo il Divino Uffizio, Cantato il Veni Creator ecc. si elessero i seguenti a piene voci per il corrente anno: Direttore De Marco Mìel Marco, Assistente de Marco Braghéssa Batta fu Valent., Anziano dalla parte della Sacrestia Angelo Mìel de Marco, Sostituto dalla stessa parte Pietro de Marco Min, Anziano dalla parte opposta Giuseppe Penine de Marco, sostituto dalla stessa Angelo Zea de Marco.

23  Giugno 1857: Direttore De Marco Mìel Marco, Assistente dal Mas Vedélla Giacomo, il resto confermati.

Li 23 Giugno 1858: Vennero confermati nelle Cariche già esistenti.

Li 22 Giugno 1861: Il Direttore e l’assistente vennero confermati, Anziano dalla parte Sacristia de Marco zia. Gio., assistente de Marco Min Pietro, Anziano dalla parte opposta De Marco zia. Nicolò, assistente de Marco fenut Giuseppe.

Li 23 Giugno 1864: Vennero confirmatti nelle Cariche li seguenti: 1) Gio. Batta de Marco Oeja fu Marco, 2) De Marco Miel Angelo Assistente, 3) De Marco Finestre Giuseppe, 4) De Marco Perine Giovanni fù Vincenzo, 5) De Marco Finestre Giacomo. – Parte opposta : 1) De Marco Giovanni Casa, 2) De Marco Min Pietro Assistente, 3) De Marco Braghessa Valentino, 4) Bortolotti Nicolò sudetto, 5) De Marco Casa sudetto Nicolò.

Oggi 29 Giugno 1867: Doppo Dieci Anni venero esoneratto dal Servizio di Cassiere De Marco Miel Marco con piena esateza e onoratezza in tutto il suo Servizio, senza altro, con il relativo suo Buon Servire. Sottoscritto dalli sudetti.

Oggi li 29 Giugno Anno 1867: Radunatti li Consodalli unitti è Confirmato le Cariche su esposte comme segue: 1) Cassiere Diretore De Marco Min Antonio fu Gio. Batta, 2) Assistente De Marco Oeja Nicolò fù Angelo, Tutti due nella medesima Autorità tanto nel ricevere quanto nel Esborsare; Li Coristi fù Confirmatti li Medemi.

Li Coristi Anno 1868 De Marco Oeja Abramo Abbonatto, De Marco Valentin di Gio. Batta Abbonato.

Domenico De Marco Cassiere l’anno 1869, Nicollò Bortolotti Assistente l’anno 1869.

Oggi 23 Giugno 1875: Venero confirmati in quali[tà] di Coristi, Parte della Sacrestia Giovanni De Marco Oeja Anziano, Fain Pietro di Giovanni Assistente, Nicolò De Marco Oeja Assistente; Parte opposta De Marco Valentino di Gio. Batta Anziano, De Marco Pietro Min fù Gio. Batta Assistente, Bortolotti Nicolò Assistente. – Per impreviste occasioni Oggi 23 Giugno 1875 Venero confirmati i Sudetti Cantori: Parte della Sagrestia Giovanni Oeja Anziano, Nicolò De Marco Oeia Assistente, Fain Pietro di Giovanni idem; Parte opposta Vallentin de Marco Anziano, Bortolotti Nicolò Assistente, De Marco Min Pietro idem.

 

Elenco Consodali 1856-1857

Elenco dei Consodali 1856 Leàdi [= legati, elencati] col 23 Giugno 1857: Agostino Tomaselli Pievano, D. Pietro Follador qualle Cuoperatore, Innocente de Marco, Teresa de Marco Rizzardini, Anna de Monego de Marco, Pietro de Marco Miel, Teresa de Luca de Marco, Angelo de Marco Miel, Giovanna de Marco de Marco, Giovanni Mattiuzzi, Vittoria de Marco sua moglie, Teresa Mattiuzzi, Maddalena Mattiuzzi, Giovanna Mattiuzzi, Gasperin Antonio, Libera sua moglie, Pietro, Giuseppe e Domenico figli, de Marco Miel Valentino, de Marco Miel Marco, de Marco Miel Girolamo, de Marco Miel Maria, Cattarina moglie di Marco, Maddalena moglie di Girolamo, Giuseppe de Marco Penine, Lucia sua moglie, Cattarina figlia, Maria figlia, Vincenzo de Marco, Tomasina sua moglie, Domenico suo figlio, Florian de Marco Braghessa, Antonia sua moglie, Gio. Batta suo figlio, Giammaria Fain, Maria sua moglie, Giovanni figlio, Pierina sua moglie, de Marco Lucia Tajao, de Thono Cattarina, de Marco Pellegrin Fenestra, Margarita sua moglie, de Marco Gio. Batta Braghessa, Maria sua moglie, Maria sua figlia, Giuseppe fratello, Pietro de Marco Min, Angelo de Marco Zea, Dorotea sua moglie, Cattarina sua figlia, Nicolò suo figlio, de Marco Vicare Nicolò, de Marco Vicare Giovanni, de Marco Vicare Giovanna, Lorenzo de Marco Volp, Maria sua moglie, Antonia sua figlia, Giacomo dal Mas Vedella, Marta sua moglie, Giuseppe fratello, Giambatta fratello, Orsola, Marianna moglie di Gio. Batta, Vicenzo di Giacomo, Lucia sua moglie, Costa Fresch Domenico, Vicenzo Fresch Costa, Giovanna sua moglie, Antonio figlio, Giovanni dal Mas, dal Mas Pietro Boriccio, Domenica moglie, Pietro figlio, Bortolotti Giammaria, Lucia moglie, Giovanni Bortolotti, Gio. Costa Frata, Antonio figlio, Maria moglie, Maria Teresa sorella di Ant., Nicolò suo figlio, Giovanni figlio, Belfì Vicenzo, Monica moglie, Fortunato Fain, Margarita Madre, Maria moglie, Andrea Piva, sua moglie, Pellegrini Giovanni Beretin, Cattarina Tomaselli, Don Pietro Follador, de Marco Andrea Finestra, de Marco Catarina sua moglie, de Marco Giuseppe Finestra, de Marco Pellegrina sua moglie, de Marco Pollonia sua figlia, de Marco Volp Giovanni Battista, Antonio de Marco Braghessa, Mattiuzzi Bortola fu Pietro, Pellegrini Teresa di Giovanni, Osvaldo Colusi fu Paulo, Maria Panciera ora Colusi, Michiel Bortolotti, Pierina sua moglie, Maddalena de Marco Min, Gio. Batta de Marco Min, Caterina sua figlia, Antonio suo figlio, Maria moglie di Antonio Min, Pietro de Marco Min fù Marco, Vicenzo de Marco Min, Maria moglie di Pietro Min, Marco de Marco Min fu Marco, Lucia Bortoloti moglie di Giovanni, Rizzardini Francesco di Gabriele, Maria Luigia sua moglie di Francesco, Giuseppe de Marco Taiao, Antonia moglie di Domenico Fresch, Andrea Pelegrini Vesco, Iral Antonio di Antonio Crozola, de Marco Volp Marco, Caterina sua moglie, Pietro Rizzardini Zuanuz, Pietro Gio. Batta di Vincenzo, Giovanni Scarzanella Biliot di Angielo, Giomaria Scarzanella Biliot di Angelo, Giovanna moglie di Giovanni Scarzanella, Gio. Batta Rizzardini fu Paolo, Vincenzo Collusi del fu Santo, Pollonia Balestra ora Collusi, Vallentin Zacanin del fu Lorenzo, Catarina sua moglie, Nicollò Bortolotti del fu Pietro, Francesco de Marco Braghesa, Giovanni Martin Colombin, Lucia Scarzanela sua moglie, Matio de Marco Finestra, Figlia di Giuseppe, Menega Bortolotti moglie di Pietro, Maria Bortolotti sua figlia, Nicolleta Bortolotti sua figlia, Rizzardini Giomaria fu Paolo, Rizzardini Bortolo fu Paolo, Vitoria moglie di Giovanni dal Mas, Giovanni figlio del fu Giuseppe Miel, Anna Maria figlia del fu Giuseppe Miel, Perina dal Mas fu Pietro, Rosa moglie di Andrea Piva, Anna moglie di Gio. Batta Rizzardini fu Paolo, Giomaria di Giacomo dal Mas Vedela.

 

Li 6 Febrajo francò con Austr. Lire 6: Pietro dal Mas di Giacomo Vedella, Giacomo Vido fu Paolo, Filomena moglie di Giacomo Vido, Antonia moglie di Gio.. Batta Colussi, Domenica moglie di Santo Colussi, Pietro Zallivani Iral Nuci, Antonio suo figlio Iral Nuci, Catarina Zachanin ora Zallivani Nuci, Inocente Carllet Collusi, Catarina figlia Floriano Brag[h]essa, Otorina moglie di Roco Iral.

 

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Appunti per una valutazione

 

Le tradizioni culturali di Zoldo relative ai morti nel secondo dopoguerra hanno subito delle modificazioni rivoluzionarie, la «forma mentis» ha perso l’equilibrio tra i vari elementi in «gioco», in particolare tra la fede (ancora unanime e ben codificata, come mostra il sodalizio di Brusadaz) e la natura.

Le tradizioni «soggettive» nascevano dall’ affermazione della possibilità di un rapporto con i defunti, ma non erano culturalmente elaborate, né sentite socialmente impegnative; non avevano, in altre parole, una strutturazione concettuale e una filosofia di supporto, che permettesse loro uno sviluppo. Venivano piuttosto relegate, onestamente o sbrigativamente, al complesso mondo delle paure inconsce o infantili, per quanto – e qui sta l’elemento culturale che è andato smarrito – come manifestazione di una infanzia o debolezza permanente dell’essere umano in relazione alla vita. Di tale debolezza le tradizioni relative ai morti costituiscono ad un tempo un tentativo di comprensione e la materializzazione della comprensione già in atto.

Nella cultura storica il rapporto con la natura era vissuto in senso positivo, solare, quasi di fusione fisica del proprio essere con l’universo nel suo complesso, per assorbirne nutrimento, energia e fecondità. In questa fusione tra essere umano e natura, veniva esaltata in particolare la figura maschile, unica titolare del lavoro e della casata, dei muscoli e della sessualità attiva (mentre quella femminile era vista solamente come passiva, la terra che accoglie il seme; ma la vita sta tutta nel seme, non nella terra). La moglie e i figli erano, in qualche modo, il primo campo, la prima terra di conquista, d’abbondanza e possesso di un uomo «per bene». Questa sensibilità non può essere dimenticata, neppure in questa riflessione.

Il rapporto con l’aldilà viene così a configurarsi, oltre che specchio di paure primordiali, quale tentativo, tenacemente e virilmente perseguito, di espansione della propria vitalità oltre la barriera tragica del sepolcro, quasi una «penetrazione» nel mondo del divino, una inevitabile sfida al limite posto dal Creatore all’esistenza terrena.

Oggi la sensibilità è molto diversa. I ragazzi delle nuove generazioni se la cavano a suon di battute superficiali: «I nostri vecchi avevano la pancia vuota e allora credevano di vedere i morti; povere anime (i viventi, che credevano tali cose) !». Alcuni, ma rari, soggiungono ancora: «Ma valk tóka ése…». Chi fa una simile affermazione simile, suscita attorno a sé l’imbarazzo o battute sarcastiche; e il discorso cade. A me è sembrato bene presentare queste pagine di storia locale; mi è parso argomento degno di una più sincera e meno preconcetta riflessione.