Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Lo spirito mistificatore ladino», pro manuscripto, 2001, pp. 4-5 e 42-74

 

Proverbi e modi di dire di Zoldo

 

Le scelte grafiche

 

…dal punto di vista linguistico, mi era impossibile distaccarmi dalla fonte della parlata zoldana realmente conosciuta, ossia di Coi di Zoldo, che č dunque quella qui riferita e sui cui testi ho fatto le mie analisi…

Sono come in italiano le lettere a, b, d, e, f, i, l, m, n, o, p, r, t, u, v, z. Il suono intermedio tra «a» ed «e» č stato reso con «ä»; la «c» come in «carro» č stata resa col «k» (che trascrive pure la «q»), quella dolce come in «cielo» con «č» anziché con «ĉ» e, a differenza dell’Istituto, ho preferito aggiungere sempre la vocale «i» o «e», per rendere piů facile la lettura […]. Fin dove possibile, ho accentato le «e», per evidenziarne la pronuncia aperta («č») o chiusa («é»); la «g» come in «gamba» e la «ğ» (anziché «ĝ») come in «gente» e, anche in questo secondo caso, scrivendo pure le annesse vocali «i» o «e»; la «gn» č stata resa con «ň». Ho sempre accentato, ove possibile, la vocale «o», per indicare se č aperta («ň») o chiusa («ó»). Come giŕ il prof. Enzo Croatto («Il Lessico Zoldano», p. 105), ho notato il passaggio da «s» sonora intervocalica ad un suono intermedio tra la affricata sonora «ğ» e la sibilante sonora palatalizzata «ž», ma ho creduto sufficiente rendere questo suono con il segno «ğ». La consonante «v» tra due vocali in zoldano č appena pronunciata, ma non ho reso questa aspirazione con un segno grafico particolare, ritenendo sufficiente averla qui segnalata. La «famosa» «z» presente ad esempio in «žima» («cima») č stata resa (appunto) con «ž».

Non ho condiviso la scelta dell’Istituto di rendere i verbi «č» con «e» ed «ha» con «a», ma, per renderli di piů facile lettura, ho scritto «é» (in dialetto la vocale č chiusa) e «ŕ». Ho utilizzato gli apostrofi, ad esempio negli articoli «un, an» e «il, al», ossia «’n, ‘l», secondo la pronuncia. Ho distinto l’italiano «no» dall’equivalente zoldano, che corrisponde perň al «non», rendendo quest’ultimo con «». Ho accentato i verbi all’infinito, per evidenziarne il tempo ecc. (cosě «» č «fare» (non «egli fa», cioč «fa»), «stŕ» č «stare» (non «questa», cioč «sta»), ecc. Ho utilizzato la grafia in corsivo anche all’interno delle parentesi, per far intuire sůbito che si č in presenza di un termine o di una frase in lingua non italiana.

Ad ogni espressione ho aggiunto una traduzione letterale (tra «…») e qualche spiegazione integrativa.

Nella ricerca dei «modi di dire» abituali e dei proverbi zoldani, effettuata nel 1986, avevo incontrato alcune difficoltŕ. Mi era evidente, anzitutto, che la lingua italiana, sia come vocabolario che come sintassi, č utilizzata con sempre maggiore frequenza, benché quella dialettale sia ancora preminente ; la scolaritŕ obbligatoria, com’ era impostata, non poteva che portare a una simile valorizzazione.

Nell’ ultimo decennio, perň, c’ č stato un certo recupero del senso d’ identitŕ, anche linguistica: si č costituito un gruppo ladino, le Amministrazioni comunali della valle hanno riconosciuto ufficialmente il carattere ladino della cultura locale e hanno operato fattivamente per il recupero della toponomastica. Le organizzazioni operanti sul territorio (quali Il Museo delle genti di Gňima e il Segretariato Pellegrini da Zoldo) hanno sentito il bisogno di una esplicita dichiarazione del loro carattere ladino ; sono stati compiuti nuovi studi storici e linguistici, dedicati alla valle zoldana, alle valli limitrofe e, piů in generale, all’ area dolomitica. Tra gli studi che interessano Zoldo, desidero ricordare la pubblicazione, nell’ anno 2000, degli scritti inediti dello storico Luigi Lazzarin, morto ancora ai primi del Novecento.

Resta pur vero che l’uso meno frequente della parlata storica e le profonde mutazioni del contesto socio-economico costituiscono, e costituiranno nell’ immediato futuro, una difficoltŕ oggettiva per la sopravvivenza proprio delle espressioni linguistiche tipiche. Giŕ nel 1986 mi rendevo conto che alcune di esse, da me registrate nei paesi della Regola Grande dai Coi, relativamente piů isolati, sarebbero parsi nuovi agli abitanti di qualche altro paese o ai giovani della stessa Regola.

Una seconda difficoltŕ, al momento della ricerca, era stata la catalogazione, prima, e l’ eliminazione, poi, di un certo numero di espressioni dialettali o proverbiali che, a una piů attenta analisi, non potevano essere intese quali parte del patrimonio della cultura storica, ma diffuse solo negli ultimi decenni e in concomitanza con la lingua italiana. Alcune espressioni forse erano in uso da prima, ma in una forma che non era  possibile ricostruire. E’  il caso, ad esempio, del detto «Róba del komůn, róba de nissůn», attualmente assai diffuso pure in Zoldo ; esso non poteva essere accolto, per la semplice osservazione che in zoldano «nessuno» č «negůint» ; non č possibile, pertanto, la ricostruzione (fosse pure legittima) del detto in parlata zoldana.

Le espressioni raccolte offrono, tuttavia, la possibilitŕ di intuire, e «ricostruire» culturalmente, il contesto umano e sociale che le ha generate. Esse ci offrono l’ immagine di Zoldo quale comunitŕ agricola e pastorale. Non ho rintracciato detti che riflettano il mondo minerario, e questo mi č sembrato particolarmente importante e puň (nel 1986 scrivevo «potrebbe») essere giustificato pensando alla mancanza di una vera e propria attivitŕ mineraria in Zoldo (nel 1986 ipotizzavo, giustamente ma in modo ancora troppo limitato, alla «mancanza di un’ attivitŕ mineraria di massa nelle ultime generazioni, per cui il patrimonio culturale legato a quel mondo sarebbe andato perduto…»). Avevo intuito che la societŕ zoldana si rivela «un popolo di contadini (…), boscaioli e pastori (…) dal momento che (secondo la documentazione linguistica attuale) tutti si riconoscevano nelle similitudini tratte tudini tratte dalla natura e dall’ agricoltura, mentre non dovevano essere molti, visto l’ abbandono linguistico, che si riconoscevano nel linguaggio minerario».

Viene documentata, inoltre, al di lŕ di un certo influsso linguistico come tale, la mancanza di un reale apporto di immagini (linguistiche) dal mondo veneto-veneziano ossia, piů in generale, da quello dei lavoranti stagionali fuori valle, pur indubbiamente numerosi ; segno, a suo modo, di un mai avvenuto scambio culturale profondo tra gli emigranti e quanti rimanevano, e, piuttosto, di una «frattura», con la sensazione del passaggio a una cultura diversa, nonostante le occasioni continue di contatto, a livello personale o, per i bisogni collettivi, di Regola.

Molte espressioni sono dure, immediate, piuttosto rozze, elementari nella formulazione e nel contenuto, ma non banali e solo raramente volgari. Riflettono un mondo umano che conosce la fatica del lavoro agricolo, attento a trovare giorno per giorno i mezzi necessari a vivere con dignitŕ, privo di veri interessi politici e piuttosto individualista, per quanto animato dalla condivisione degli ideali morali e spirituali. Vengono considerate biasimevoli la superficialitŕ, la pigrizia, la presunzione, l’ ingenuitŕ, la volgaritŕ.

 

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1. Sul corpo umano

 

1. Ése bél kóme ‘l sól.

«Essere bello come il sole», cioč molto bello.

 

2. Ése brut kóme ‘l pekŕ.

«Essere brutto come il peccato», cioč molto brutto.

    

3. Ése bén infenŕ.

«Essere ben colmo di fieno», cioč molto sazio.

 

4-5. Ése fňrte kóme ‘n tňr (‘n órs).

«Essere forte come un toro (un orso)», cioč molto forte. Sugli orsi in Zoldo, segnalo alcune pagine del libro postumo di Luigi Lazzarin.

 

6. Ése ‘n tóko.

«Essere un (buon) pezzo», cioč una persona robusta.

 

7. Ése lónk e sék kóme ‘n bakét.

«Essere lungo e magro come un bastone», cioč piuttosto alto di statura, ma di costituzione magra.

 

8-9. Ése sék kóme ‘n bakalŕ (an skopetón).

«Essere magro come un baccalŕ (un merluzzo)», indipendentemente dalla statura.

 

10-11. Avč i ůeğe (le réğe) spěž (spěže).

«Avere gli occhi (le orecchie) aguzzi (-e): vedere o sentire bene, fisicamente.

 

12-13. Avč le mŕin dä butěro (dä mčrda).

«Avere le mani di burro (di merda)», cioč senza forza.

 

14-15. Avč le mŕin dä préve (dä dotór).

«Avere le mani da prete, da dottore», cioč delicate, incapaci di fare lavori pesanti ; oppure : che dimostrano che non si fanno lavori pesanti e, dunque, che si č oziosi.

 

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2. Su azioni legate al corpo

 

16. Vive de spirito sék.

«Vivere di spirito asciutto», cioč di solo spirito : mangiare poco.

 

17. Al sak ůeit sé rovčrsa.

«Il sacco vuoto si rovescia», cioč : chi mangia troppo poco, non puň andare avanti.

 

18. Tirŕ ‘l kul apéde tŕula.

«Portare (tirare) il sedere presso la tavola», cioč mettersi a tavola.

 

19. Kurŕ fůera dut.

«Levare fuori tutto», cioč mangiare fino in fondo, per grande fame o ingordigia.

 

20. Maňŕ kó i dént ŕut.

«Mangiare con i denti alti», cioč controvoglia.

 

21. Ése skrepŕ.

«Essere ingordo».

 

22. Sé sğionfŕ.

«Gonfiarsi», cioč mangiare esageratamente.

 

23-24. Fŕ na bóna karésema (fŕ karésema polito).

«Fare una valida quaresima (fare bene quaresima, per mezzo della pratica del digiuno)», cioč : fare penitenza, per qualche disavventura della vita, non tanto per amore di Dio.

 

25. Ése ars.

«Essere arido» : č riferito a persona o terreno molto assetato.

 

26. Béve kóme na górna.

«Bere come una grondaia», cioč senza misura.

 

27. Tirŕ i konfěn.

«Fare i segni di confine» : urinare sul terreno, facendo delle strisce.

 

28-29. Stŕ serŕ su (kóme le sólve).

«Stare rintanato (come le talpe)», cioč condurre una vita eccessivamente ritirata.

 

30. Čiapŕ su e ‘ndŕ via.

«Prendere su (le proprie cose) e partire» : partire precipitosamente o «insalutato ospite».

 

31. Žénža dě né ari né stari.

«Senza dire né “ari” né “stari”», senza dire una parola : fare qualcosa velocemente, senza perdere tempo in chiacchiere.

 

32. Skanpŕ kóme ‘ l diŕul da l’ ŕiva santa.

«Scappare come il demonio dall’ acqua santa», cioč «darsela a gambe levate».

 

33. Avč ‘ l fůek sóta i pč.

«Avere il fuoco sotto i piedi», cioč aver voglia di allontanarsi di fretta, come si avesse il fuoco sotto i piedi. 

 

34. Fŕ dói vŕrek.

«Fare due passi», cioč una passeggiata o, meglio, una camminata per distensione, ovvero senza obbligo di giungere a una meta (chi «passeggiava» un tempo?).

 

35. Tirŕ drét.

«Tirar dritto» : nel senso fisico di camminare senza fare soste (č il senso prevalente) e in quello morale di «andare per la retta via» (poco presente).

 

36. Fŕ la strada de ’l diŕul.

«Fare la strada del diavolo», ossia all’ indietro, fisicamente ; era anche un passatempo dei bambini : il gioco consisteva nel vedere quanto tempo uno aveva il coraggio di camminare all’ indietro senza voltarsi.

 

37. Ése leděer kóme na gata.

«Essere leggero (nel camminare) come una gatta», camminare senza far rumore.

 

38-39. Ése kóme na saéta (‘n lěore).

«Essere (veloce) come un lampo (una lepre)».

 

40. Ése sgěbol kóme na skirŕta.

«Essere agile (nel camminare) come uno scoiattolo».

 

41-42. Andŕ via (tastolŕ) kóme na kŕura.

«Camminare (barcollare) come le capre», cioč con titubanza, per mancanza di forza nelle gambe, qualche altra malattia, ubriachezza, ecc.

 

43. Ése stórno kóme na féda.

«Essere frastornato come una pecora», essere intontito, impacciato, come a volte lo sono le pecore, nei loro movimenti.

 

44. Andŕ kó ’l kul in su.

In un detto italiano : «Andare con le gambe all’ aria», rovesciarsi.

 

45. Gé la pudč.

«Potergliela», essere piů forte di…

 

46-47. Sbräğiŕ (sbaregŕ).

«Sbraitare», piangere disperatamente.

 

48. Fŕ le skafe.

«Fare le smorfie», per dispiacere, tipico dei bambini rimproverati, che abbassano nel contempo il capo.

 

49. Fŕ ‘l petél.

«Fare il pettegolo» ma nel senso di : avere un modo di parlare lamentoso, come a volte fanno i bambini.

 

50-51. Čiapŕ ‘n sgorlón (na sgorlŕda).

«Prendere una scossa», fare un sobbalzo, sobbalzare per una paura.

 

52. Čiapŕ na striměda.

«Prendere un “raggelamento”», come dire : «restare di ghiaccio».

 

53. Skižŕ de ůeğe.

«Schiacciare di occhio», «fare l’ occhiolino».

 

54. Andŕ a sé sfregolŕ.

«Andare [presso una persona] a fare [o farsi fare] complimenti», un atteggiamento normalmente biasimato, in quanto manifestazione troppo esplicita del desiderio di rapporto sessuale.

 

55. Tirŕ a žiménto.

«Portare a cimento, far arrabbiare», ma usato per lo piů nel senso, positivo, di : eccitare sessualmente un uomo.

 

56-57. Gé la ( ‘l) dŕ (via).

«Dargliela (-lo)» : in senso comune (al femminile), significa : fuggire ; ma equivale a : concedersi (davanti o dietro) e, quindi, biasevolmente, ad essere «persona facile», affettivamente capricciosa.

 

58. Nó l’ é karne in bekarěa ké tňsto o tardi nó vada via.

«Non c’ č carne in macelleria, che presto o tardi non vada via (non sia venduta) : chi si sposa prima e chi dopo, non č mai troppo tardi.

 

59. Sudŕ kóme ‘n tňr.

«Sudare come un toro (che ara)», cioč in abbondanza.

 

60. Ése strŕk e mňrt.

«Essere stanco e morto», cioč molto stanco.

 

61-62. Ése strŕk kóme avč portŕ ledŕm (sas).

«Essere (molto) stanco come (s’ ) avesse portato letame (sassi)». Il letame era portato nei campi e nei prati, per concimazione ; i sassi erano condotti per la costruzione delle abitazione, delle stalle, dei muri di sostegno, ecc., essendo di fatto sconosciuti i mattoni.

 

63. Davčrde ‘l fórno.

«Aprire il forno», cioč sbadigliare senza educazione.

 

64. Andŕ a dormě kó le pite.

«Andare a dormire con le galline», cioč coricarsi troppo presto.

 

65. Sé brodolŕ duta nót.

«Girarsi [nel letto per] tutta la notte» : dormire male.

 

66. Veiŕ kó  la luna e dormě kó ‘l sól.

«Vegliare con la luna e dormire col sole», cioč essere assonnato, come quando non si dorme durante la notte. A volte ha un senso ironico, come a dire che si vorrebbe fare le «ore piccole» , ma essere anche in piena forma, il che non č possibile.

 

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3. Su salute, malattie e sofferenze

 

67. Ki k’ ŕ la salute (ké stŕ bén), l’ é ‘n siór.

«Chi ha la salute (sta bene), č un signore (un ricco)», ha una grande ricchezza.

 

68. Veně da na bóna žóka.

«Venire da un buon ceppo», appartenere a una famiglia sana, o fisicamente o economicamente, a seconda del tipo di conversazione che si sta facendo.

 

69-70. Veně su polito (kóme ké sé půel).

«Crescere bene», o fisicamente o in generale, a seconda della conversazione.

 

71. Avč ‘ l sank ké bói.

«Avere il sangue che bolle» : č detto dei giovani, pieni di vita e di desideri affettivi.

 

72. A fa balŕ ki véğe e fa stŕ kěel ki dňven, ‘l é ‘n afŕr sčrio.

«A far ballare gli anziani e far star fermi i giovani č un’ impresa disperata».

 

73. Trónba de kul, sanitŕ de kňrp.

«Tromba di culo, sanitŕ di corpo» : lo scoreggiare č segno di salute ; detto quando succede in modo troppo «vistoso».

 

74. Mčio ride ké piande.

«Meglio ridere che piangere» ; di solito il detto č citato quando c’ č una allegria eccessiva, per un tentativo benevolo di giustificarla, dicendo che, alla fin fine, nella vita non si puň sempre soffrire.

 

75. Méte via duti.

«Mettere via (seppellire) tutti» : avere lunga vita.

 

76. Sénpre sŕin nó sé půel sta, senpre mal ňŕnka.

«Sempre sani non si puň stare, sempre (nel) male neppure» : salute e malattia vanno e vengono.

 

77. Ki ké nó můer inte kuna, i ge n ŕ da provŕ (véde) pě de una.

«Chi non muore nella culla <cioč tutti>, deve provare (vedere) <nella vita> piů di una [sofferenza] ».

 

78. Kan ké l’ é fenida una, skoménža kél’ ŕutra.

«Quando č finita una, comincia un’ altra» : le disgrazie o le sofferenze a volte vengono a grappoli, una dopo l’ altra.

 

79. Oňi pňrta ‘l só batél, óňi kasa la só krós.

«Ogni porta il suo battente, ogni casa la sua croce» : tutti hanno qualche sofferenza, piů o meno visibile o nascosta nell’ intimitŕ domestica.

 

80. Sé la čiapŕ.

«Prendersela», cioč sia offendersi che ammalarsi.

 

81. Ki ké la čiŕpa, sé la tén ; ki ké l’ ŕ, sé la renkůra.

«Chi la prende, se la tiene ; chi ce l’ ha, se la cura» : ognuno deve essere il primo medico di sé stesso.

 

82. Avč na bruta žěera.

«Avere una brutta cera (colorito)» : star poco

bene.

 

83. Avč na žěera kóme ‘l mur.

«Avere un colorito (bianco) come il muro» : essere pallidi.

 

84. Ése kóme na pita baňada.

«Essere come una gallina bagnata», abbattuti per umiliazione, rimprovero o circostanza avversa.

 

85. Gé n’ avč na dňse.

«Avercene una dose (abbondante)» : essere molto ammalati

 

86. Gé n avč pěen an sak.

«Averne un sacco pieno», di sofferenze.

 

87. Ése su la gratěkola (kóme san Laurénž).

«Essere sulla graticola (come san Lorenzo)» : trovarsi in acute sofferenze.

 

88. Stŕ su le spine.

«Stare sulle spine» : essere inquieto.

 

89. Nó savč pě da ké banda sé ğirŕ.

«Non sapere piů da che parte volgersi», cioč come uscire da una situazione difficile.

 

90. Kan ké nó lé sta pě inte, le vén fůera.

«Quando non stanno piů dentro, traboccano» : quando si č ricolmi di tristezza, non si riesce a nasconderla.

 

91. Avč ‘ l molěn inte la tésta.

«Avere il mulinello nella testa» : essere confusi, frastornati.

 

92. Andŕ fůera dé kaséla.

«Uscire dal cassetto» : uscire di mente.

 

93. Duti i sént i sůei.

«Tutti sentono [affetto per] i propri [familiari] », non č perciň da meravigliarsi se non si notano grandi manifestazioni dolorose per eventi tristi che toccano gli altri.

 

94. Sé nó sé próva, nó sé konprénde.

«Se non si sperimenta, non ci comprende» : il detto si riferisce normalmente alle situazioni dolorose, per cui significa : chi non ha provato la sofferenza per qualche lutto o sventura, non puň capirla realmente.

 

95. La rabia da da séra, sé la lasa da domŕn, e kéla da domŕn, da da séra.

«La rabbia della sera si [deve] lasciare [sfogare] al mattino [seguente], e quella del mattino alla sera [seguente] », cioč non si deve mai agire sospinti dalla collera.

 

96. Ése pi de lŕ ké de ka.

«Essere piů di lŕ che di qua» : stare molto male, «con un piede nella fossa».

 

97. Tirŕ i skarpét.

«Tirare gli “scarpetti”», cioč morire.

 

98. Andŕ (via) kó ki ŕutre.

«Andare (via) con quelli altri» : morire.

 

99. Restŕ sék.

«Restare secco» : morire.

 

100. Morě kóme ‘n kan.

«Morire come un cane», nella solitudine.

 

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4. Sui comportamenti in generale, con immagini  fisiche

 

101. Sé teně su.

«Tenersi su», cioč non perdere il decoro della propria persona, né svilire l’ onore dei propri cari o la pulitezza della casa.

 

102. Ése ‘n sfondrŕ.

«Essere uno sfrontato», una persona spudorata ; il detto ha, perň, un significato passivo di «persona grandemente disprezzabile».

 

103. Tirŕ darč.

«Tirare dietro, seguire», in un triplice significato : 1) fisico, «seguire una persona» ; 2) materiale, «lanciare qualcosa alle spalle» ; 3) morale, «rassomigliare» a qualche parente, ad es. al padre, in una abilitŕ lavorativa.

 

104. Méte su i ůeğe.

«Mettere su gli occhi» : interessarsi di una cosa (di solito in senso negativo, per rubarla) o di una persona (in senso positivo, per aiutarla o amarla).

 

105. Nó véde l’ óra.

«Non veder l’ ora» : essere impaziente, di fare una cosa o di allontanarsi.

 

106. Ése kóme ‘l spórk inte i ůeğe.

«Essere come lo sporco negli occhi», essere una realtŕ o persona moleste.

 

107. Sé ‘l véde ‘na mčrda, al vůl la maňŕ.

«Se vede un escremento, vuole mangiarlo» : essere ingordi.

 

108. Kalŕ le réğe.

«Calare le orecchie» : farsi umili o venir umiliati.

 

108. Tirŕ le réğe.

«Tirare le orecchie» : a parte la circostanza del compleanno («Maschilitŕ/femminilitŕ…» p. 75 nota 81), significa : 1) richiamare o rimproverare (tirŕ le reğe a…) ; 2) farsi attenti, curiosare.

 

109. Inte pär na réğia, fůera pär kél’ ŕutra.

«Dentro per un orecchio, fuori per l’ altro» : non tenere in considerazione le parola (di offesa, esortazione, ecc.) che si sono ricevute.

 

110. Tirŕ su de ‘l nas.

«Tirar su di naso», disapprovare, facendo una certa smorfia con il naso.

 

111. Sé sofiŕ ‘l nas.

«Soffiarsi il naso» : rivelare quel che si pensa o masturbarsi.

 

112. Méte fůera al nas.

«Mettere fuori il naso» : guardare dalla finestra.

 

113. Méte su i mostŕči.

«Mettere (su) [far crescere] i baffi» : diventare severo.

 

114. Sé půel sé sparaňŕ ‘l fiŕ.

«Si puň risparmiarsi il respiro» : non vale la pena insistere, darsi da fare.

 

115. Sofiŕ su ‘l fůek.

«Soffiare sul fuoco» : contribuire a tener desta una lite, a far nascere un disaccordo.

 

116. Sé mňrde la lénga.

«Mordersi la lingua» : per la rabbia d’ aver compiuto uno sbaglio e, soprattutto, d’ aver detto una parola eccessiva.

 

117. Sautŕ su.

«Saltare su» : arrabbiarsi, alzando il tono di voce.

 

118. Parŕ du dé dut.

«Mandar giů di tutto» : fare le esperienze piů dolorose, saper superare le situazioni piů difficili.

 

119. Ése pan pär i měei (tůei…) dént.

«Essere pane per i miei (tuoi, ecc.) denti» : non essere persona a me (a te, ecc.) gradita ; oppure : persona con la quale bisogna confrontarsi, che non si riesce facilmente a conquistare (al proprio modo di vedere, ecc.).

 

120. Avč la barba lónga.

«Avere la barba non lunga (perché non curata)» : come il precedente.

 

121. Aužŕ le spŕle.

«Alzare le spalle», come a dire : «Non me ne importa nulla» ; un gesto di sfida.

 

122-123. Méte su le mŕin (le ónğe).

«Mettere su le mani (le unghie)», cioč impossessarsi di una cosa in modo illecito, rubare.

 

124. Sé lasŕ čiapŕ la man.

«Lasciarsi prendere la mano», cioč perdere il controllo della situazione (familiare, ecc.).

 

125. Dŕ na man.

«Dare una mano», aiutare.

 

126. Ňŕnka i dét dé la man i é duti kompŕin.

«Neppure le dita della mano sono tutte eguali» : i figli e le persone sono diversi tra loro.

 

127. Sé maňŕ le ónğe.

«Mangiarsi le unghie», dalla rabbia o dal pentimento di qualche azione compiuta.

 

128-129. Sé skaudŕ ‘l sank (al pis).

«Scaldarsi il sangue (l’ urina)» : arrabbiarsi.

 

130. Pisŕ ‘nkóra inte lét.

«Urinare ancora a letto» : essere infantili.

 

131. Tól an spin da’ l kůer.

«Togliere una spina dal cuore» : sollevare (una persona) da un peso morale.

 

132. Sé tól la spěža de…

«Prendersi la soddisfazione di…».

 

133. Nó stŕ inte de le bragése.

«Non stare nei pantaloni» : non saper trattenere la gioia (in generale) o il desiderio sessuale.

 

134. Mostrŕ ‘l kul.

«Mostrare il sedere», comportarsi con una movenza artefatta, per richiamare l’ attenzione, magari con un motivo positivo, ma il modo resta biasimevole.

 

135. Dŕ via ‘l kul.

«Dare il sedere», come malaugurio, equivalente al «mandare al diavolo».

 

136. Ése un ké sé ’l půel te la frakŕ, al te la frŕka.

«Essere uno che se puň imbrogliarti, ti imbroglia».

 

137.Čiapŕ su dal včrs stňrt.

«Prendere (su) dal lato sbagliato», cioč in antipatia.

 

138. Gé dŕ inte.

«Darci dentro», lavorare con entusiasmo.

 

139. Tirŕ  ‘l kul indarč.

«Tirare indietro il sedere», cioč non volersi impegnare, ad esempio nel lavoro di cui si parla ; mostrare paura, in una situazione imbarazzante.

 

140. Ki l’ ŕ fata, só dan.

«Chi l’ha fatta [la m.], suo danno», ognuno deve portare le conseguenze del suo agire.

 

141-142. Žotigŕ dé kéla gamba (dé kél pč).

«Zoppicare di quella gamba (di quel piede)» : avere una inclinazione, ad es. lavorativa, o un affetto speciale per una persona o una cosa ; anche : avere un certo difetto, quello «di quella gamba».

 

143. Méte sóta i pč.

«Mettere sotto i piedi» : umiliare, opprimere.

 

144. Tirŕ dé kalkŕin.

«Tirare il calcagno» : seguire, andare a trovare volentieri una persona, quindi essere innamorati o fortemente amici.

 

145. Dŕ na pedŕda.

«Dare un calcio», minaccia di un castigo, in generale.

 

146. Fŕ kóre.

«Far correre», come il precedente.

 

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5. Sui comportamenti in generale, con altre immagini

 

147. Ése ‘n žést žénža fónt.

«Essere una cesta senza fondo», non saper conservare  un segreto ; oppure : essere incontentabile.

 

148. Ése na paróna spótega.

«Essere una padrona dispotica»,  persona autoritaria.

 

149. Ése la disperažión de só pare e de só mare.

«Essere la disperazione del proprio padre e della propria madre», cioč uno (un ragazzo o giovane) scapestrato.

 

150. Ése na brónža skučrta.

«Essere un tizzone acceso ma nascosto» : non essere limpido, sincero, nel modo di parlare o, ancor piů, di comportarsi, per cui, al di lŕ dell’ apparente rettitudine, si nascondono le intenzioni meno buone.

 

151. Ése impastŕ de bausěe.

«Essere impastato di bugie», del tutto insincero.

 

152-154. Ése négre kóme ‘l kaměn (na brónža, la kóda de ’l mus).

«Essere nero come il camino (un tizzone spento,  il membro di un mulo) : essere annoiato o arrabbiato oltre misura.

 

155. Ése négre kóme la bórsa de le ŕnime.

«Essere nero come la “borsa delle anime”» ; questa borsa era usata un tempo dal sagrestano per raccogliere, in chiesa, le offerte a suffragio delle anime dei defunti, ed era per lo piů di velluto nero ; il detto, pertanto, significa, essere sporco nel corpo e nei vestiti (ad es. un carbonaio), o molto infastidito («rotto») ; non ho notato un significato spirituale.

 

156. Ése ‘n karnevŕl.

«Essere un carnevale», ridicolo, per qualche comportamento fuori del comune ; č un rimprovero bonario.

 

157. Ése (kóme) kél däi piůeğe.

«Essere (come) quello dei pidocchi», una persona che spulcia e, quindi : essere eccessivamente pignoli.

 

158. Ése  ‘n užél su la rama.

«Essere come l’ uccello sul ramo» : essere impazienti, inquieti.

 

159. Ése ombrós.

«Essere ombroso», permaloso.

 

160. Ése ‘n mus vestě da le féste.

«Essere un mulo vestito a festa» : essere una persona volgare, che crede di far colpo sugli altri per un comportamento «perbene».

 

161. Ése ‘n póržél da lavadůre.

«Essere un maiale da (mantenuto con le) lavature (di cucina) : essere sozzo.

 

162. Ése ‘n sgčrlo.

«Essere un “agitato”», in continua agitazione ma inconcludente, come fanno le persone sciocche.

 

163. Ése na laňa.

«Essere una lagna», un lamento continuo.

 

164. Ése (kóme)  kél däl formŕi.

«Essere (come) quello del formaggio», ossia il fattore che, ogni autunno, passava a chiedere ai contadini la percentuale dei raccolti da consegnare al proprietario ; la situazione mostra un contesto sociale non-zoldano ; pur tuttavia, ho incluso questo detto, perché molto diffuso. Tale amministratore era visto di cattivo occhio, come naturale ; il detto pertanto significa : essere quello che va a «ispezionare», curiosare.

 

165. Ése ‘n lůdro.

«Essere un lurido», una persona sregolata e sozza.

 

166. Ése ‘n žavatón.

«Essere un ciabattone», una persona trasandata e disordinata, piů che povera.

 

167. Nó ése farina da fa ňstie.

«Non essere farina da fare ostie <per l’altare> », essere cioč un «pocodibuono».

 

168. Ése na kŕňa.

«Essere una cagna», una persona che si dŕ a tutti, magari solo in senso morale e, quindi, che segue l’ opinione dei vincitori del momento.

 

169-170. Ése ‘n kŕn (‘ n fiól de ’n kan).

«Essere un cane (un figlio d’ un cane)», una persona disprezzabile, come nel detto «’n bastardo».

 

171. Méte su del duro.

«Mettere (su) del duro», cioč diventare severi.

 

172. Méte su krésta.

«Mettere su cresta» : diventare altezzoso, superbo.

 

173. Fŕ veně la tésta kóme ‘ n darlěn.

«Far diventare la testa come una gerla [colma] » : annoiare, ad es. con una proposta troppo insistente.

 

174. Petenŕ.

«Pettinare», ma anche «fare una romanzina».

 

175. Andŕ a konbŕte.

«Andare a combattere» : interessarsi, prendersi cura.

 

176-177. Čiapŕ su.

«Prendere su» : se riferito a una persona significa prenderla in simpatia o antipatia («čiapŕ su bén o mal», cfr. n. 137) ; se riferita a un lavoro, significa : intraprenderlo ; se affermato in senso assoluto, il detto significa : decidersi (come «čiapŕ inte»).

 

178. Nó avč ‘n bén.

«Non avere un bene» : essere irrequieto.

 

179. Stŕ a vardŕ su sót.

«Stare a guardare il soffitto» : fantasticare.

 

180. Sautŕ ‘l fós.

«Saltare il fosso» : decidersi, farsi coraggio.

 

181. Fŕ dut an kuarantaót.

«Fare tutto un Quarantotto» : fare confusione, «casino», come politicamente fu nel 1848.

 

182. Stůfa anka i Sŕint.

«Irritare anche i santi» : essere del tutto indisponente.

 

183. Skusa via.

«Cavarsela», compiere qualcosa di meno impegnativo al posto di quella prevista, ad es. fare una piatto unico per cena anziché la cena abituale, una visita di pochi minuti anziché la tradizionale, ecc.

 

184. Teně ‘ l mókol.

«Tenere il moccolo [della candela, tra due amanti] » : essere il «terzo incomodo», fare la parte dello stupido, voler essere presente quando non č richiesto.

 

185. Méte la pežéta.

«Mettere il rammendo» : impicciarsi nelle faccende altrui.

 

186. Fŕ paska.

«Fare Pasqua» : essere molto contento ; normalmente espresso in assoluto, a volte con l’ aggiunta «pär…».

 

187. Maňŕ angioli frit.

«Mangiare angeli fritti», cioč «aria fritta» : fantasticare ; riferito a chi, non accontentandosi del cibo preparato, vorrebbe quello che, di fatto, non c’ č.

 

188. Sentě ‘l ténp.

«Sentire il tempo», accorgersi del cambiamento del tempo : avere un umore strano, agitato, magari troppo allegro, senza una ragione apparente, per cui se ne cerca la causa nell’ influsso atmosferico.

 

189. Avé půek da sé skónde.

«Avere poco (motivo) per nascondersi», perché ormai il cattivo operato č noto.

 

190. Sé pčrde via.

«Perdersi» : farsi soprappensiero oppure distrarsi.

 

191. Tirŕ indarč.

«Tirare indietro» : impedire, ostacolare.

 

192. Stŕ a rumigŕ.

«Fermarsi a ruminare» : pensare continuamente, troppo, a una cosa, ad es. a un torto suběto.

 

193. Andŕ in bródo de ğiůğiole.

«Andare in brodo di “leccornie” » : essere troppo sdolcinato, lasciarsi andare  a eccessive manifestazioni di contentezza.

 

194. (Sé) konpaňŕ.

«Accompagnar(si)», fare coppia, mettere assieme persone o cose dalle qualitŕ o dagli interessi simili, «compagni», abbinare.

 

195. Avč bisóin de ’n sčrvo darč.

«Avere bisogno di avere dietro (essere accompagnati da) un servitore : essere disordinato.

 

196. Andŕ in žérka dé só mare.

«Andare in cerca di propria madre» : cercare la causa di un fatto o di un avvenimento.

 

197. Sé usŕ.

«Abituarsi».

 

198. Fŕ an nosaikč.

«Fare un non-so-cosa», essere spaccone.

 

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6. Sull’ intelligenza e l’ esperienza

 

199. Méte i pč pär bas.

«Mettere i piedi a terra» : invito a essere concreto.

 

200-202. Ése an skatůrlo, ‘n talók, ‘n sénpio.

«Essere uno sciocco».

 

203. Nó sé sa de ké mňrt ké s’ ŕ da morě.

«Non si sa di che (tipo) di morte si deve morire».

 

204. Ulč véde le budéle.

«Voler vedere le budella», cioč capire il meccanismo, il funzionamento di qualcosa ; anche : aprire e non saper piů chiudere un marchingegno.

 

205. Ulč petŕ su de ’l nas.

«Voler sbatterci il naso», cioč sperimentare di persona il valore di una cosa, anche a costo di fare una  brutta esperienza.

 

206. Žerkŕ la luna inte ‘l póž.

«Cercare la luna nel pozzo» : avere aspettative o fare progetti senza fondamento.

 

207. La prima óta i sé marida pärkč nó i sa, la segónda da ‘l bón tenp k’ i ŕ.

«La prima volta [le persone] si sposano perché non conoscono [le difficoltŕ], la seconda a causa del [troppo] tempo in ozio che hanno», per cui non pensano a cose giudicate piů serie ; un giudizio drastico sull’ inopportunitŕ delle seconde nozze.

 

208. Katŕ ‘l indrét.

«Trovare il dritto», la soluzione.

 

209. Gavŕ sank da’ l mur.

«Trarre sangue dal muro» : pretendere l’ impossibile.

 

210. Savč koňóse la dréta da la žŕnka.

«Saper distinguere la destra dalla sinistra» : avere un minimo di intelligenza.

 

211. Avč ‘n sin de sal inte la tésta.

«Avere un po’  di sale nella testa», come il precedente.

 

212. Savč na karta pě de ’l lěbre.

«Sapere una pagina piů del libro» : essere saccente.

 

213. Nó savč dě mésa žénža mesŕl.

«Non saper dire messa senza messale» : essere poco esperto, come un sacerdote che non sapesse celebrare la messa senza il messale (in effetti, perň, non puň far senza).

 

214-215. Ése an tululů, an tibidói.

«Essere uno sciocco».

 

216. Kapě ‘n žókol pär an žavŕt.

«Capire zoccolo per ciabatta», una cosa per l’ altra.

 

217. Avč i dént da lat.

«Avere [ancora] i denti da latte», cioč avere un modo di ragionare infantile, poco esperto.

 

218. Ése ňrbo kóme na vedéla.

«Essere cieco come una vitella» : non rendersi conto dei pericoli, come non li scorge una vitellina che va per la prima volta al pascolo.

 

219. Nó véde da ’l nas a la bóka.

«Non vedere dal naso alla bocca» : non vedere a breve distanza, essere ingenuo.

 

220. Kan ké nó gé n’ č (inte la tésta), nó gé n’ é.

«Quando non ce n’ č (nella testa), non ce n’ č» : se manca l’ intelligenza o il buon senso, non c’ č nulla da fare, si puň aspettarsi di tutto.

 

221. Fŕ kóme ‘n čiŕp de féde.

«Fare come un gregge di pecore» : andare tutti in un senso o nell’ altro, senza riflessione personale ; essere un «pecorone».

 

222. Avč ‘na tésta kóme ‘n ravanél.

«Avere una testa (dura) come una rapa». Gli abitanti di Costa erano soprannominati «Ravaněei».

 

223. Avč ‘na tésta da bate čiódi.

«Avere una testa da battere chiodi», cioč dura come quella dell’ incudine, sulla quale nelle fucine zoldane si batteva il ferro e si preparavano (tra l’ altro) i famosi chiodi.

 

224. Avč ‘na tésta ké nó la maňa ňŕnka le sorěže.

«Avere una testa che non mangiano neppure i sorci», cioč completamente vuota : essere sciocco.

 

225. Ése tóndo kóme na žarěesa.

«Essere rotondo come una ciliegia», che si gira nel senso in cui viene spinta e, quindi, essere senza personalitŕ, infantile.

 

226. Sé inmaržě la tésta.

«Marcirsi la testa», cioč avere una fissazione.

 

227. Nó véde pě lóntŕn de la pónta de ’l nas.

«Non vedere piů distante della punta del naso» : essere ingenuo.

 

228. Ése sénža pekŕ oriğinŕl.

«Essere senza peccato originale», cioč ingenuo.

 

229. Gé la méte sóta  ‘l nas.

«Mettergliela sotto il naso» :  offrire la dimostrazione lampante di certa veritŕ.

 

230. Fŕ véde kuŕnt běei ké sé é».

«Fare vedere quanto belli si č» : mostrare la propria stupiditŕ.

 

231. Avč l’ etŕ de ’l mamo.

«Avere l’ etŕ dello sciocco», riferito a un adolescente che ha un comportamento sciocco, per scusarlo a metŕ, dicendo che nell’ adolescenza le stupidaggini sono in qualche misura normali.

 

232. Ése indarč kóme la kóda de ’l mus.

«Essere indietro come la cada del mulo» : essere immaturo.

 

233. Avč pasŕ i sét ŕin.

«Aver superato i sette anni», inizio dell’ etŕ di ragione, secondo la mentalitŕ di allora ; riferito a una persona che, vista l’ etŕ, dovrebbe comportarsi in modo serio, ma non č cosě. Significa anche : č ora di prendersi le proprie responsabilitŕ.

 

234. Avč an sin de konprendónio (de kél ké sé dis).

«Avere un po’  di intelligenza (di quello che si dice)», cioč di «sale nella testa».

 

235. Skomenžŕ a davčrde i ůeğe.

«Cominciare ad aprire gli occhi», a rendersi conto della veritŕ di qualcosa ; si dice pure : «Sé skoménža a davčrde i ůeğe kan ké l’ é óra d’ i serŕ» : tante cose si capiscono sempre troppo tardi e, giunti agli ultimi istanti di vita, ci si renderŕ ancora conto di cose non immaginate, ad esempio della meschinitŕ di qualche parente.

 

236. Sé inaskňrde.

«Accorgersi», rendersi conto.

 

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7. Sul lavoro e l’ impegno

 

237. Sé gavŕ ‘l pan de bóka.

«Levarsi il pane di bocca» : fare notevoli sacrifici (ad esempio per portare avanti la casa, il lavoro, la famiglia).

 

238. A skomenžŕ duti é bóin.

«A cominciare tutti son capaci», la bravura si mostra nel portare a termine il lavoro intrapreso.

 

239. Duti da da sera, sě e no da doman.

«Tutti alla sera, [chi] sě e [chi] no al mattino» : in genere alla sera tutti si dicono disponibili a fare qualcosa, ma giŕ al mattino seguente sono pentiti ; significa : č necessario riflettere prima di agire e parlare.

 

240. Fin ké sé ul e pó ankóra.

«Fino che si vuole e poi ancora» : avere ottenuto o avere in abbondanza.

 

241. Óňi bél bal stufa.

«Ogni ballo [pur] bello annoia» : anche le occupazioni piů interessanti possono diventare noiose, perché la novitŕ fa piacere.

 

242-243. Avč la nŕňera (ňŕňera).

«Avere [battere] la fiacca».

 

244. Fŕ dornada.

«Fare giornata», cioč portare a termine le occupazioni programmate per il tal giorno ; oppure, generico, impiegare utilmente il proprio tempo.

 

245. Róba fata pär fňrža, nó val na skňrža.

«Cosa fatta per costrizione, non vale una scorza», cioč nulla, moralmente, perché non riesce a mostrare il vero sentimento o impegno.

 

246. Nó sé žavariŕ.

«Non interessarsi, occuparsi [di qualcosa] ».

 

247. Ki nó é bón da na banda, nó é bón ňŕnka da kél ŕutra.

«Chi non č abile da una parte, non č capace neppure da un’ altra» : chi non dimostra capacitŕ di sapersi organizzare in un settore della vita, in un lavoro, facilmente non sa organizzarsi neppure in altri campi.

 

248. An sin pär óm, se fa dut.

«Un po’  per uomo (per ciascuno), si fa tutto» : con una buona collaborazione nelle piccole cose si fanno anche quelle grandi.

 

249. Pě de kósě, sé můer.

«Piů di cosě, si muore» : fare il massimo.

 

250. Tant fa ‘n žókol ké ‘n žavŕt.

«Tanto fa uno zoccolo che una ciabatta» : lavorare senza passione, con disordine, senza badare se si prende in mano uno zoccolo o una ciabatta.

 

251. Spetŕ la mana da ‘l žěel.

«Aspettare la manna dal cielo» : essere degli scansafatiche.

 

252. Nó valč la kandéla.

«Non valere la candela» : riferito a un impegno che garantisce un risultato troppo modesto e inferiore alle stesse spese necessarie per attuarlo.

 

253. Sé vive na óta sóla.

«Si vive una sola volta», quindi non vale la pena affaticarsi troppo e fare troppe rinunce.

 

254. Tirŕ ‘n mus pär la kóda.

«Tirare un mulo per la coda» : costringere una persona a fare delle azioni ; concludere un giudizio sfavorevole in base all’ inerzia di una persona, che appare ostinata e testarda

 

255. Fŕ ‘l més dé mai.

«Fare il mese di maggio» : il detto «gioca» sul «mai», che puň essere inteso quale avverbio o come nome di mese, per cui significa : rimandare l’ esecuzione di qualcosa «alle calende greche».

 

256. Tant  skomenžŕ e tant feně.

«Tanto cominciare e tanto concludere» : fare (un lavoro, qualcosa) molto presto ; č un elogio a fatto compiuto.

 

257. Kó le čiŕkole nó sé sé pasuda.

«Con le chiacchiere non ci si sazia».

 

258. Kól kŕut de ‘l lét nó sé bóie le peňŕte.

«Col caldo del letto non si (fanno) bollire le pentole» : chi rimane a lungo a letto, alla mattina, lavora poco, si procura quindi poca ricchezza e fors’ anche poco nutrimento.

 

259. Al mestěer ké s’ inkŕrna.

«La professione che “entra nella carne”» : imparare un lavoro ; la frase era detta per consolare quando ci si feriva, nel lavoro ; come a dire : «sbagliando s’ impara».

 

260. Oňůn la só strada.

«Ognuno [ha] la sua strada» : ogni persona ha diritto di scegliere il lavoro che le č piů congeniale.

 

261. Sé té méte ‘n čiódo, té ‘l méte su ‘l tuo.

«Se metti un chiodo, lo metti sul tuo» : anche il piů piccolo lavoro che si fa, torna a proprio vantaggio.

 

262. Stŕ a vardŕ ki ŕutre.

«Restare a guardare gli altri» : non avere voglia di impegnarsi, nelle uniche occupazioni cui si č certamente tenuti : le proprie.

 

263. Ki ul valk, sé ‘l faže.

«Chi vuole qualcosa, se la faccia» : č inutile aspettarsi la comprensione e la solidarietŕ altrui.

 

264. Kél k’ č fat inkůei, nó ‘l č pě da fa dómŕn.

«Quello che č fatto oggi, domani non č piů da fare», cioč : «chi ha tempo, non aspetti tempo».

 

265. Kón an kólp nó sé taia ‘n péž.

«Con un colpo (solo) non si taglia un abete» : se si vuole ottenere qualcosa, bisogna insistere, darsi da fare.

 

266. Al ténp nó sé ‘l véde.

«Il tempo non si vede» : quando si giudica un’ azione č facile non rendersi conto del sacrificio di tempo impiegato per realizzarla.

 

267. Nó aužŕ na pŕia.

«Non alzare una paglia» : non voler faticare ; č un rimprovero.

 

268-269. Fŕ vŕlk (andŕ via) a la bonŕža (a la bóna, a la bóna dé Dio).

«Fare qualcosa (camminare) alla meno peggio (alla buona di Dio)».

 

270. Ése bón da vŕlk (nó ése bón da nia).

«Essere capaci di (fare) qualcosa (non essere capaci di fare nulla) : essere abili per lavorare, in generale, o in un determinato lavoro ; ma significa pure : essere fecondo (non castrato), come spiegato in «Maschilitŕ/femminilitŕ…».

 

271. Kél ké nó ‘l é da domŕn, nó ‘l é ňŕnka da da séra.

«Quello che non č al mattino, non č neppure alla sera» : le qualitŕ o abilitŕ che non si evidenziano nell’ infanzia o nell’ adolescenza (il mattino della vita), non emergeranno neppure piů avanti negli anni.

 

272. La féda ké begeréa, (la) pčrde ‘l bokón.

«La pecora che “bela a lungo”, perde il boccone» : chi chiacchiera, non fa fatti, non «mangia».

 

273. Sé fŕ in kuŕtre.

«Farsi in quattro» : darsi da fare al massimo delle forze.

 

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8. Sulla ricchezza e il risparmio

 

274. Sé maňŕ fůera dut.

«Mangiarsi fuori tutto» : consumare tutte le proprie ricchezze.

 

275. Ése kóme ‘n frate da butěro.

«Essere come un frate (addetto alla raccolta) del burro» : essere malconcio, negli abiti e nelle calzature, come un frate mendicante.

 

276. Kan ké sé ŕuža la gonéla, sé ŕuža (anka) la skudéla.

«Quando si allunga la gonna, si alza (anche) la [misura di cibo nel]la scodella» : man mano che i figli crescono, bisogna aumentare il loro nutrimento.

 

277. Kél ké ‘l é andŕt bén na óta, půel andŕ bén ‘n ŕutra.

«Quello che č andato bene una volta, puň andare bene una seconda» : č un invito al risparmio di quanto, frettolosamente, si sarebbe tentati di credere superfluo.

 

278. Kan ké sé kréde de ése in žima, sé sé kata da ’l pč.

«Quando si crede di essere in cima, ci si trova ai piedi, (nel fondo)» : la fortuna č imprevedibile, le situazioni possono sempre capovolgersi, č dunque saggio non insuperbirsi nei momenti di successo.

 

279. Óňi pan l’ ŕ la só krósta.

«Ogni pane ha la sua crosta» : ogni lavoro comporta un sacrificio.

 

280. Un fa e un désfa.

«Uno fa e uno disfa» : a volte, dopo che gli antenati hanno accumulato ricchezze, c’ č chi le sperpera.

 

281. Ése inte na bót de fčr.

«Essere in una botte di ferro» : al sicuro.

 

282. Sé maňŕ (ŕnka) la soménža.

«Mangiarsi anche la semente» : rimanere senza cibo.

 

283. Sé maňŕ ‘l pastréž.

«Mangiarsi anche il “cibo per il pastore”, l’ ultima razione» : restare senza cibo

 

284. Pudč maňŕ pólenta fréda.

«Poter mangiare polenta fredda», quindi avanzata, il che significa avere una mensa abbondante e in generale : essere nell’ abbondanza.

 

285. Ése duta marénda inprestŕda.

«Essere tutta merenda a prestito» : riferito a un regalo o a un favore che impegna al contraccambio o alla restituzione.

 

286. Avč sčnpre le mŕin inte skarséla.

«Avere sempre le mani in tasca» : non saper risparmiare.

 

287. Misčria fa misčria.

La povertŕ non facilita gli sforzi di chi vuol superarla, ma crea nuove difficoltŕ.

 

288. Pär andŕ in malora , nó gé ul masa.

«Per andare in disgrazia, non ci serve molto (impegno, tempo)» : non č necessario compiere chissŕ cosa, per trovarsi nei guai, č quindi necessario vegliare continuamente sul proprio comportamento.

 

289. Avč la mŕnega larga.

«Avere la manica larga» : con una sfumatura positiva : essere generosi e non rigidi nel giudicare gli altri ; con un senso negativo : essere spendaccioni.

 

290. Kan ké nó gé n’ é pě, gé n’ é ankóra.

«Quando non ce n’ č piů, ce n’ č ancora» : ha due significati : 1) quando non si hanno piů risorse materiali, non č da disperare, perché si trova ancora un sostegno o un aiuto ; 2) presumere di poter «spendere e spandere», senza accorgersi che ad un certo punto ci si trova nell’ assoluto bisogno.

 

291. Ki nó ŕ kura del žentčsimo, nó val an milčsimo.

«Chi non ha cura del centesimo, non vale un millesimo» ; il centesimo č la piů piccola moneta, il «millesimo» non č moneta, ma č termine abbinato per indicare che si vale «meno di meno» ; significa : chi non sa risparmiare le piccole cose, dimostra di essere una persona di poco valore, superficiale.

 

292. ‘l é ‘l půek ké fa ‘l tant, ‘l é le frégole ké fa ‘l pan.

«E’  il poco che fa il molto, sono le briciole che compongono un pane».

 

293. Andŕ in darč kul.

«Andare alla rovescia» : retrocedere, passare da una situazione migliore a una peggiore (anche ammalarsi).

 

294. Sé maňŕ la karne e pó anka i ós.

«Mangiarsi la carne e poi anche le ossa» : consumare tutte le proprie sostanze.

 

295. Tant fa ‘l masa ké ‘l masa půek.

«Tanto fa il troppo che il troppo poco» : non č bene esagerare, in nessun senso.

 

296. Avč le skarséle mónde.

«Avere le tasche pulite» : essere senza soldi.

 

297. Restŕ mónt.

«Restare puliti», cioč senza soldi.

 

298. Avč i bank de le Bernarde.

«Avere i cassoni delle figlie del Bernardo» : queste sorelle di Coi erano proverbialmente ricche, sicché il detto significa : avere molta ricchezza.

 

299. Nó savč da ké banda sé ğirŕ.

«Non sapere da che lato voltarsi» : non conoscere una soluzione alle proprie difficoltŕ.

 

300. Čiapŕ un e maňŕ dói.

«Prendere uno e mangiare (consumare) due» : spendere piů di quanto si guadagna.

 

301. Pě sé ŕ e pě sé ularŕve avč.

«Piů si ha e piů si vorrebbe possedere».

 

302. Nó savč pě ké sant čiamŕ.

«Non sapere piů che santo invocare» : trovarsi in una situazione molto critica.

 

303. Avč la bóka pě granda de la pŕnža.

«Avere la bocca piů grande della pancia» : avere un tenore di vita superiore alle proprie possibilitŕ.

 

304. Avč ‘n žókol e ‘n žavŕt.

«Avere uno zoccolo e una ciabatta» : essere malconci.

 

305. Čiŕpa e tasi!

«Prendi e taci!» ; č un benevolo comando ad accettare un regalo, senza fare tanti complimenti.

 

306. Méte via vŕlk.

«Mettere via qualcosa» : risparmiare.

 

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9. Sulla ricchezza e la societŕ

 

307. Al pan di sčrvi l’ ŕ sét króste.

«Il pane dei servi ha sette croste» : il lavoro servile č faticoso, il guadagno č «sudato» sette volte.

 

308. Al diŕul al la fa su ‘l můčio pě grant.

«Il diavolo la fa (la m.) sul mucchio piů grande» : la fortuna a volte si comporta in modo diabolico, andando ad arricchire chi non ha bisogno e lasciando il povero in una povertŕ sempre maggiore.

 

309. Pär něa nó i ŕ studiŕ.

«Per nulla non hanno studiato» : riferito con diffidenza alle persone che hanno studiato : l’ hanno fatto per il loro interesse, per ingannare la povera gente.

 

310. Ki nó ŕ sŕntoi, nó ŕ božolŕi.

«Chi non ha padrini, non ha ciambelle» : i “božolŕi” erano il dolce che tradizionalmente veniva regalato dai padrini di battesimo ai figliocci, a capodanno ; significa : chi non ha protettori, non va avanti nella societŕ.

 

311. ‘l infčrno pär i puarét, al paraděs pär i sióri.

«L’ inferno (č) per i poveri, il paradiso per i ricchi» ; si ironizza sull’ aldilŕ, affermando che, ci sia o non ci sia, ai ricchi il paradiso non serve, perché l’ hanno giŕ in questo mondo.

 

312. Sé nó sé ŕ, nó sé ŕ ňŕnka resón.

«Se non si ha (ricchezza), non si ha (riesce ad avere) neppure la (giusta) ragione» : se si č poveri non si viene ascoltati, non si trovano difesa e difensori.

 

313. Nó méte ‘l kapél inte kasa de na sióra.

«Non mettere il cappello in casa di una signora» : non č bene che un giovane sposi una donna di condizione sociale superiore alla sua.

 

314. La róba de ki ŕutre la é senpre pě bóna.

«La ricchezza degli altri č sempre piů amabile <della propria> » : cosě sembra ed č, purtroppo, una invidia pericolosa.

 

315. ‘l é da sé inkontentŕ de ‘l onést.

«Bisogna accontentarsi dell’ onesto», senza inutili invidie.

 

316. Ki sparŕňa, la gata mŕňa.

«Chi risparmia, la gatta mangia» : c’ č chi risparmia (per darsi da vivere) e chi, piů scaltro (ma anche disonesto) si mantiene con le ricchezze fatte dagli altri.

 

317. Kóme sé falo a fa róba? Róba!

«Come si fa a fare ricchezze? Ruba!» ; secondo la tradizione, il detto č nato ai piedi del monte Pelmo, quando qualcuno chiedeva alla montagna il segreto della ricchezza e l’ eco rimandava l’ ultima parola, cambiata di significato.

 

318. Montŕ su ‘l skŕin.

«Montare sullo scagno», il detto ha presente la situazione delle stalle tradizionali, ove le donne mungevano stando sedute su uno sgabellino a tre piedi (‘l skŕin), sul quale molto facilmente rimbalzava un po’  di letame ; soggetto sottinteso del detto č, dunque, il letame (la mčrda) ; il detto significa : quando una persona di bassa condizione sociale si arricchisce, ed č l’ abbreviazione del proverbio: «Kan ké la mčrda la mónta su ‘ l skŕin, o ké la spůža o ké la fa dan» : quando una persona di bassa condizione si arricchisce, o diventa superba, o «puzza» di un qualche imbroglio, compiuto per arricchirsi. Il detto contiene, dunque, un giudizio molto severo nei riguardi di quanti da poveri si fanno ricchi, giudicandoli come «traditori» della classe sociale cui appartenevano.

 

319. Nó avč né arte né parte.

«Non avere né arte (abilitŕ professionale), né parte (corporazione professionale di appartenenza)» : essere degli incapaci.

 

320. Óňůn sé grata le sue.

«Ognuno si tratta le sue (piaghe)» : ognuno cerca di mettere a posto sé stesso, non si puň contare sempre sull’ aiuto degli altri.

 

321. Béta sfažŕda la můer pasůda.

«Elisabetta sfacciata muore sazia» : bisogna avere il coraggio di chiedere ciň di cui si ha bisogno, se non si vuol vivere (giungere alla morte) nella miseria.

 

322. Kan ké nó ‘l é pě něa da mónde.

«Quando non c’ č piů nulla da mungere» : riferito alle persone che, quando non hanno piů tornaconto, si allontanano, rompendo l’ (apparente) amicizia.

 

323. Ki ké nó ŕusa, la bóka pŕusa.

«Chi non osa, la bocca riposa» :chi non ha coraggio, non riesce neppure a darsi da vivere.

 

324. Da i ladri de kasa nó sé gé skanpa.

«Dai ladri di casa non si sfugge» : non c’ č modo di difendersi da un familiare disonesto.

 

325. Kan nó mňrde (maňa) kan.

«Cane non morde (mangia) cane» : le  persone della stessa condizione sociale o dello stesso carattere si sostengono tra loro.

 

326. Sióri kó i sióri, puarét kó i puarét.

«Ricchi coi ricchi, poveri coi poveri» : ci si trova meglio nella propria categoria sociale ; una smoderata ambizione di apparire ciň che non si č, conduce a far brutte figure.

 

327. Okór ónde le růede pärkč le vade.

«Bisogna ungere le ruote <del carro> perché vadano» : bisogna fare qualche favore o qualche regalo, se si vuole ottenere che una persona agisca nel senso da noi desiderato.

 

***

 

10. Sull’ astuzia e l’ ingenuitŕ

 

328. Dut i mat  i fa i só at.

«Tutti i matti fanno i loro atti» : quando uno fa stranezze, č per…

 

329. Nó savč né da ti né da mi.

«Non sapere né da “ti” né da “mi”» : non essere «né questo né quello», essere ambiguo, per mancanza di personalitŕ, quindi anche ingenuo.

 

330. Gé fŕ ‘l órt.

«Fargli l’ orto» : raggirare una persona, come le si costruisse attorno la staccionata di un orto. Con questa espressione si indicava, inoltre, un vangatore che superava l’ altro  e giungeva al lato opposto del campo, secondo la sua striscia di terra da vangare, sicché il superato veniva a trovarsi nella non onorifica posizione di essere stato «imprigionato» nel suo pezzo di terra ancora da zappare.

331. Fŕ ‘ n sét.

«Fare uno strappo, un taglio» : fingere di andare in un senso, per andare poi in un altro, senza essere notati ; fingere uno scopo e coltivarne un altro. Lo si diceva, ad esempio, delle mucche che, scappando a oriente di un pianoro, inaspettatamente ricomparivano ad occidente.

 

332. Kréde de gé la fa a ki ŕutre.

«Credere di fargliela agli altri» : di essere piů furbi ; č un invito alla modestia e alla prudenza.

 

333. Ése ‘n sóčio.

«Essere un socio», cioč un furbacchione.

 

334. Sé dŕ la žapa su ’n pč.

«Darsi la zappa su un piede» : mettersi nei guai o farsi del male, da sé stessi.

 

335. Andŕ inte peňa.

«Andare nella zangola» : mettersi nei guai.

 

336. Andŕ inte la tana de la bólp.

«Andare nella tana della volpe» : mettersi ingenuamente in una cattiva compagnia o in una situazione rischiosa, come chi inavvertitamente entrasse nella tana di una volpe.

 

337. Pär nó savč né lěede né skrěve…

«Per non saper né leggere né scrivere… : riferito a chi si finge un incapace, per farsi commiserare, e intanto fa spudoratamente i suoi interessi.

 

338. Gé la fŕ anka al diŕul.

«Fargliela (la truffa) anche al diavolo» : essere veramente astuti.

 

339. Tomŕ (andŕ) inte (drét e sék).

«Cascare (andare) dentro» : cascare <nella trappola> (di filato)»  : fare quello che gli altri si aspettavano si facesse.

 

340. Ése furbo kóme na bólp.

«Essere furbo come una volpe», cioč molto astuto.

 

341. La maňŕ.

«Mangiarla», come dire «L’ ha bevuta», cioč : credere a una cosa falsa, raccontata da qualcuno.

 

342. Gé fŕ la fůia.

«Fargli la foglia» : fare qualcosa di male, senza che gli altri se ne avvedano ; imbrogliare.

 

343. Ride e fride.

«Ridere e friggere», ma equivalente a «frignare, piagnucolare» : ridere e piangere per motivi futili, come erroneamente si pensa facciano i bambini.

 

344. Vardŕ ‘l črba ke krés.

«Guardare l’ erba che cresce» : sognare ad occhi aperti, astrarsi dalla realtŕ e concentrarsi su fantasie, come si stesse contemplando la crescita invisibile dell’ erba.

 

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11. Sulla prudenza in generale

 

345. Kóme ké sé sé vénde, sé vén vendůi.

«Come (con il valore con il quale) ci si vende, si viene venduti» : si viene trattati nel modo in cui ci si fa trattare, secondo il metro che noi offriamo per essere giudicati.

 

346. Kó la kŕža ké sé menestréa, sé vén menestrai.

«Con il mestolo che si usa per versare la minestra, si viene <pure> serviti» : come il precedente.

 

347. Stŕ su la sua.

«Stare sulla sua» : non immischiarsi nelle faccende altrui ; in qualche caso : disinteressarsi.

 

348. De ki ké nó sé fida, nó ‘l é da sé fidŕ.

«Di chi diffida, bisogna diffidare».

 

349. Avč dói sóldi de móna inte skarséla.

«Avere due soldi di inesperto in tasca» : č sempre bene rimanere in atteggiamento umile e dissimulare l’ eventuale conoscenza di qualcosa, piuttosto che fare i sapientoni e poi trovarsi coinvolti in situazioni spiacevoli.

 

350. Nó lasŕ la strada véğia pär la nůeva.

«Non lasciare la strada vecchia per la nuova» : si deve abbandonare una situazione, ad esempio professionale, solo quando si č sicuri di raggiungerne una migliore ; non si deve aver fretta nei  cambiamenti.

 

351. Nó butŕ via ‘l kapél véğe infěn ké nó s’ ŕ kél nůef.

«Non buttare via il cappello vecchio fino a che non si ha quello nuovo» : come il precedente.

 

352. Avč ‘n sin de restél.

«Avere un po’ di rastrello», cioč una misura e un freno (nel divertirsi, spandere, ecc.).

 

353. Avč ‘n sin de reliğión.

«Avere un po’ di religione», qualche principio morale, lasciarsi guidare dalla coscienza e non solo dal desiderio.

 

354. Al č i mus ké ŕ sempre räsón.

«Sono gli asini che hanno sempre ragione [ossia il raglio] ; č da sciocco credere di avere sempre l’ ultima parola, come si avesse esperienza in tutto.

 

355. Senža sal, nia nó val.

«Senza sale, nulla [nessun cibo] vale [ha gusto] » ; č necessario avere un pizzico, almeno, di buon senso, «avč ‘n sin de sal inte la tésta».

 

356. Andóe (kan) ké manko sé kréde.

«Dove (quando) meno si crede» : il male, l’ inganno, la disgrazia possono giungere da chi e quando meno si immagina ; cosě la fortuna.

 

357. Nó l’ č mai dit ‘l ůltema.

«Non č mai detta l’ ultima [parola] » : non ci si deve scoraggiare, non si deve credere irrimediabile una situazione negativa.

 

358. Nó sé sa mai masa.

«Non si conosce mai abbastanza» : riferito alle persone e al motivo dei loro comportamenti ; quindi un invito alla prudenza e a una giusta diffidenza

 

359. Dapó ‘l é masa tarž.

«Dopo č troppo tardi» : bisogna riflettere e agire per tempo.

 

360. Duti běei da dňven, duti bóin da mňrt.

«Tutti belli da giovani, tutti buoni da morti» : si invita a non esagerare nei giudizi, soprattutto a favore dei defunti, che la compassione porterebbe a giudicare con eccessiva benevolenza.

 

361. Kél ké nó ‘l é veňů inte ‘n an, vén inte ‘n dě.

«Quello che non č successo in un anno, avviene in un giorno» : fortuna e sfortuna cambiano rapidamente il loro corso.

 

362. Fŕ ‘l diŕul pě brut de kél ké ‘l é.

«Fare (dipingere) il diavolo piů brutto di quello che č [nella realtŕ] » : vedere le cose piů complicate del giusto, vedere pericoli inesistenti.

 

363. Andŕ a desedŕ le véspe.

«Andare a svegliare le vespe» : suscitare una questione, quando si poteva evitarla, almeno per  quieto vivere.

 

364. Andŕ a le kurŕ su.

«Andare a prenderle», le botte, le disgrazie, le critiche: avere un comportamento imprudente.

 

365. Fŕ de na móska ‘n kavŕl.

«Fare di una mosca un cavallo» : vedere le difficoltŕ piů grandi del reale.

 

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12. Sul parlare e tacere

 

366. Tant la skoménža e tant la feněs.

«Tanto comincia e tanto finisce» : cosě comincia e cosě finisce ; equivale all’ italiano «Non ho piů intenzione di discutere!».

 

367. La menŕ pärkč sé ‘l ŕ inte bóka.

«Menarla [la lingua, solo] perché la si ha in bocca» : parlare a vanvera.

 

368. Kél ké bói inte peňŕta.

«Quello che bolle nella pentola» : quello che si pensa realmente.

 

369. Méte an strópol inte bóka.

«Mettere un tappo in bocca» : costringer(si) a tacere.

 

370. I gat i vén du da ’l kučrt.

«I gatti scendono dal tetto» : sta per essere detta la veritŕ.

 

371. An bél tase nó l’ č mai pagŕ.

«Un bel tacere non č mai pagato (a prezzo sufficiente) : il tacere ragionevole, a tempo opportuno, ha un valore superiore a qualsiasi prezzo.

 

372. Nó ‘l č da dě dut kél ké sé sa, né maňŕ dut kél ké sé ŕ.

«Non č da dire tutto quello che si sa, né (da) mangiare tutto quello che si ha».

 

373. Mesedŕ la polénta.

«Mescolare la polenta» : voler portare il discorso, con alcuni giri di frase, alla conclusione desiderata, per farla accettare all’ interlocutore, senza che si accorga.

 

374. Taiŕ kůrt.

«Tagliare corto» : non voler fermarsi a conversare, concludere velocemente una conversazione.

 

375. Nó dě pě ňŕnka bak.

«Non dire piů (nulla,) neppure “bak”» : non  dire altro, non saper contraddire.

 

376. Teně la lénga inte di dént.

«Tenere la lingua dentro dei denti» :conservare un segreto.

 

377. Davčrde ‘l sak.

«Aprire il sacco» : confidarsi, parlare senza paure o riserve.

 

378. Andŕ inte e fůera kól discorso.

«Andare dentro e fuori nel parlare» : essere illogico.

 

379. Sé té tase té sbŕlie, sé té parle té sbŕlie dói óte.

«Se taci sbagli, se parli sbagli due volte» : non si riesce ad avere un comportamento che soddisfa tutti.

 

380. Sé nó sé sa, ‘l é mčio tase.

«Se non si č a conoscenza, č meglio tacere» : invito alla prudenza nel valutare le cose di cui non si č pratici.

 

381. Otŕ la péta.

«Voltare la torta» : cercare di cambiar discorso.

 

382. Mŕnko sé parla e pě bén sé sta.

«Meno si parla e meglio si sta».

 

383. Dě an bél sě o ‘n bél no.

«Dire un franco sě o un franco no» : decidersi, parlare chiaro.

 

384. Kó ‘l  muto nó sé kónpra téla.

«Con il muto non si compera tela» : con chi non si fa intendere, non si conclude alcun affare (ad es. un matrimonio).

 

385. La mňrt nó sé l’ augura ňanka a le béstie.

«La morte non si augura neppure alle beste».

 

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13. Sulla riservatezza

 

386. Nó sé lasŕ intende ňanka da ‘l aria.

«Non lasciarsi intendere neppure dall’ aria» : non dire a nessuno quanto si pensa o si fa.

 

387. ‘l č da teně l’onór inte de le pňrte.

«Bisogna tenere l’ onore dentro delle porte [di casa] » : č da proteggere l’ onore della famiglia ; non si devono raccontare agli estranei i fatti domestici, piacevoli o spiacevoli che siano.

 

388. Nó sé é paróin (de dě kél ké sé ůl) ňŕnka inte kasa sua.

«Non si č padroni (di dire quello che si vuole) neppure in casa propria».

 

389. Tirŕ inte.

«Tirar dentro», nel senso comune di «far entrare» e in quello specificio di «dare accoglienza, ospitalitŕ» e, soprattutto, «ammettere alla propria confidenza» ; il detto ha una valenza negativa, sostenendo che č un atteggiamento che  bisognerebbe evitare.

 

390. Ése na kŕža forŕda.

«Essere come una schiumarola» : non saper tenere un segreto.

 

391. Andŕ a mostrŕ ‘l kul in ğiro.

«Andare a mostrare il sedere in pubblico» : mettere in piazza le proprie debolezze o le presunte grandezze.

 

392. Tól su da na banda e portŕ da kél ŕutra.

«Prendere (su) da una parte e portare dall’altra» : riferire a terzi, illecitamente, una informazione ; spettegolare.

 

393. Andŕ in ğěro a la sómenŕ.

«Andare qua e lŕ a seminarla» : spettegolare per le strade o le case.

 

394. Avč dut an čiň ti čiň mi.

«Avere tutto un “ehi, tu” “ehi, io” : avere troppa confidenza nel modo di trattare con una persona.

 

395. Andŕ a sonŕ (bate) i kučrče.

«Andare a suonare (battere) i coperchi» : andare in giro a pettegolare.

 

396. Stŕ su la sua.

«Stare sulla sua (situazione)» : non immischiarsi negli affari altrui ; ha un tono un po’  di raccomandazione, un po’  di constatazione del valore pratico (perché moralmente č discutibile) di non badare troppo agli altri.

 

397. Teně da inte de le pňrte.

«Tenere dentro delle porte (di casa)» : non svelare ad estranei le vicissitudini domestiche.

 

398. Nó ‘l é da mostrŕ ‘l kul a duti.

«Non č da mostrare il sedere a tutti» : non sono da raccontare a tutti le proprie debolezze, credendo di farsi compatire, perché quasi sempre si ottiene l’ effetto contrario, di essere derisi e disprezzati.

 

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14. Sulla bontŕ e cattiveria

 

399. A duti manka valk.

«A tutti manca qualcosa», per cui č meglio essere tolleranti che intransigenti.

 

400. Arivärŕ anka pär ti (lu, lori…) al kastigamŕt.

«Arriverŕ anche per te (lui, loro…) il castigamatti», cioč «uno che farŕ rigar dritto».

 

401. Drežŕ ‘l frontin.

«Drizzare la visiera [del berretto] », cioč far «rigar dritto» una certa persona, di cui si sta parlando.

 

402.Kresemŕ.

«Cresimare» : nel rito della cresima, il vescovo dŕ un leggero schiaffo al cresimando, per ricordargli che si č assunto l’obbligo di difendere la fede, anche a costo di qualche avversione ; nel detto popolare tale schiaffo simbolico č visto come reale e il vescovo č «Kél ké kreseméa», cioč un «castigamatti», e in qualche modo un prepotente.

 

403 Gé n dŕ pě ke sé půel.

«Dargliene piů che si puň», picchiare con violenza.

 

404. Kóme na mare no l’ é negůint.

«Come una madre non c’ č nessuno» : solo il suo amore č veramente disinteressato.

 

405. Bén fat, fat něa.

«Bene fatto, fatto niente» : dopo aver lavorato e fatto del bene, non č da aspettare la ricompensa altrui ; per gli altri le fatiche sopportate sono come niente.

 

406. Tirŕ ‘l sas e skónde la man.

«Tirare il sasso e nascondere la mano» : essere falsi.

 

407. Ulč ‘n bén de l’ anima.

«Volere un bene dell’ anima», volere molto bene.

 

408. Sé čiapŕ su i kňrni.

«Prendersi [reciprocamente] sulle (per le) corna» : entrare in disaccordo

 

409. Nó fa mal a na móska.

«Non fare (del) male a una mosca» : essere inoffensivi, incapaci di fare del male anche all’ essere piů debole, come puň essere una mosca.

 

410. Sé čiapŕ pär i kavči.

«Prendersi per i capelli» : litigare.

 

411. Sé tirŕ su (du) pär péde.

«Tirarsi (mettersi) ai piedi (a fianco)», fare ciň con affetto, per dare prova di amicizia.

 

412. Konžŕ pär le féste.

«Conciare per le feste», in senso ironico, quindi : bastonare o, comunque, trattare molto male una persona.

 

413-414. Sbŕte i dént inte ‘l kól (fŕ maňŕ i dént).

«Sbattere i denti in gola (far mangiare i denti)» ; č la minaccia di simile castigo, qualora si faccia (o si ripeta) certa azione.

 

415. Tirŕ du dä le spése.

«Eliminare dalle spese», cioč uccidere ; riferito sia agli animali che (e soprattutto) alle persone invise.

 

416. Skavežŕ le kóste.

«Rompere le costole» ; č una minaccia di castigo, di «darle di santa ragione», se verrŕ fatta una certa azione.

 

417. Ulč bén kóme i ůeğe de la tésta.

«Voler bene come (a)gli occhi della testa», volere molto bene.

 

418. Méte (fŕ) kňrni e krós.

«Mettere corni e croce» : «méte mŕl», far sorgere contrasti tra le persone, come c’ č un contrasto tra il diavolo (i corni) e Cristo (la croce).

 

419. Fŕ la barba al mus.

«Fare la barba a un mulo» : fare un favore a persona che non lo sa apprezzare o che, pur apprezzandolo nel suo valore, č ingrata.

 

420. Na mare arléva děes fiói, děes fiói nó i é bóin de manteně na mare.

«Una madre alleva dieci figli, dieci figli non sono capaci di mantenere una madre» : la rivalitŕ tra i fratelli a volte č grande e c’ č tra un meschino «scaricabarile» dei doveri filiali.

 

421. Tra Dio e la bóna dént.

«Tra Dio e la buona gente» si puň far tutto : con l’ aiuto di Dio (assicurato) e quello della  gente d’ animo caritatevole (auspicato) nella vita si possono superare tutte le difficoltŕ.

 

422. Ése bón kóme ‘l pan.

«Essere buono come il pane», cioč molto buono

 

423. Čiapŕ la skotŕda.

«Prendere la scottatura» : rimanere feriti, moralmente, da qualche comportamento o parola.

 

424. Stŕ du pär péde.

«Essere a fianco», cioč di sostegno, di aiuto, in atteggiamento di solidarietŕ.

 

425. Ése ‘l diŕul molŕ da la kadéna.

 «Essere il diavolo liberato dalla catena», cioč inferociti ; a Coi il patrono san Pellegrino č raffigurato con un diavolo legato a una catena ; il detto č riferito a una persona particolarmente arrabbiata.

 

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15. Sul «destino»

 

426. Inkůei a mi, domŕn a ti.

«Oggi a me, domani a te» : la fortuna, come il bene, il male e la morte, non fa preferenza di persone ; quello che deve avvenire, prima o poi capita.

 

427. Sé nó l’é la fésta, l’é la véa.

«Se non č alla festa, č alla vigilia» : quel che deve capitare, prima o poi fatalisticamente capita.

 

428. Kél ké l’é veňů, půel tornŕ.

«Quello che č capitato, si puň ripetere», meglio essere prudenti prima di cambiare atteggiamento.

 

429. L’é da čiapŕ kél ké vén.

«E’  da prendere quello che viene» : č meglio accettare quello che succede, non preoccuparsi troppo.

 

430. Sé nó l’é inkůei l’é domŕn.

«Se non č oggi č domani» : quello che si deve fare, o quello che deve capitare, prima o poi bisogna farlo (si avvera).

 

431. Dio véde e Dio provéde.

«Dio vede e Dio provvede».

 

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16. Sul tempo

 

432. Ése ‘n vént ké pasa sét mur.

«Essere un vento che passa sette mura» : molto forte.

 

433. Ése ‘n kŕut ké ‘l (tč) deléga.

«Essere un caldo che (ti) scioglie», forte.

 

434. Pióe ké Dio la manda.

 «Piove che Dio la manda» : a dirotto.

 

435. Ése lůstre.

«Essere lucido», come uno specchio ; riferito al terreno ghiacciato e «lucidato» dal vento.

 

436. Ése da bate bróke.

«Essere [tempo] di battere [il ferro sul maglio e preparare i] rampini», da mettere sotto le scarpe, per non scivolare sul ghiaccio : significa, perciň : molto freddo.

 

437. Sé ‘l pióve da sant’ Ana, al pióve na stemŕna.

«Se piove a sant’ Anna (il 26 luglio), piove una settimana», a causa dei temporali di mezza estate.

 

438. San Nikolň da Bari l’é la fésta di skolŕri ; s’i skolari nó fa fésta, gé taiarón la tésta.

«San Nicolň da Bari č la festa degli scolari ; se gli scolari non fanno festa, taglieremo loro la testa» ; il detto presuppone una scolaritŕ diffusa, che non esisteva prima del 1800 ; pur tuttavia, esso č molto popolare.

 

439. Da san Simón pňrta le arte a kasón.

«A san Simone (il 28 ottobre) porta gli attrezzi nel cassone», perché ormai i lavori nei prati e nei campi sono terminati ; gli attrezzi agricoli, in veritŕ, non vengono riposti in un qualche cassone, ma appesi a un chiodo o a una trave, comprese le funi, sicché il detto non č nato in area zoldana ; pur tuttavia, č assai diffuso.

 

440. Ése krůdo.

«Essere crudo», cioč aria molto rigida.

 

441. Sé pióve ‘l dě de la Sénsa, pär quaranta dě nó sé sta sénža.

«Se piove il giorno dell’ Ascensione, per quaranta giorni non si sta senza (pioggia)» ; in effetti l’ Ascensione, che si celebra il quarantesimo giorno dopo la Pasqua, coincide con le prime settimane di pioggia.

 

442. La pifaněa dute le féste la pňrta via.

«L’ epifania tutte le feste (natalizie) porta via», cioč fa terminare.

 

443. Kan k’i panegŕs vóla intór i tabiŕ, vén la néf.

«Quando i passeri volano attorno (vicino) ai fienili (ai villaggi), viene la neve», perché č segno che in alto l’ aria si č fatta fredda, forse č giŕ giunta la neve, ed essi scendono a valle in cerca di cibo.

 

444. Kan k’imčrli kanta, ‘l pióve.

«Quando i merli cantano <in modo stridulo e ripetuto>, si avvicina la pioggia».

 

445. Dä san Valentěn, sé destuda ‘l luměn.

«A san Valentino (il 14 febbraio) si spegne il lume (a olio)», perché le giornate si fanno piů lunghe.

 

446. La néf nó la maňa le sorěže.

«La neve non la mangiano i sorci» : prima o poi la neve arriva.

 

447. Santa Barbara e san Simón, liberéme da la saéta e da l tón.

«Santa Barbara e san Simone, liberatemi dalla saetta e dal tuono» : era la preghiera ricorrente nei temporali, quando ci si trovava all’ aperto, ad esempio durante la fienagione.

 

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17. Altri

 

448. Tant fa l’ un ké l’ ŕutre.

«Tanto fa (vale) l’ uno che l’ altro» : non ci sono differenze, non c’ č scelta (tra due persone o due oggetti da acquistare, ecc.).

 

449. Tant fa prima ké dapó.

«Tanto fa (č) prima che dopo» ; come a dire : «Nei rapporti vicendevoli, o in certa situazione, non č cambiato nulla», oppure: «Non si č conclusa alcuna occupazione».

 

450. Ése grasa ké la kóla.

«Essere grassa che cola» ; riferito ad un’affermazione palesemente falsa.

 

451. Kréde ké sěebe la strada de ‘l órt.

«Credere che sia la strada dell’ orto», non rendersi conto di una distanza.

 

452. Pédo de pédo!

«Peggio di peggio!», nel modo peggiore.

 

453. Mé nóna véğia!

«Mia nonna vecchia!», cioč : «Una volta si diceva (o faceva) cosě e cosě, ma oggi…», oppure : «Non raccontarmi la storia del cuculo!».

 

454. Mé nóna in karióla!

«Mia nonna in carriola!» ; un esclamazione, per dire che non si č affatto d’ accordo su quanto detto o proposto.

 

455. Ótela e reménela!

«Voltala e rivoltala!», come a dire : «Gira e rigira, siamo da capo!».

 

456. Fa kónt ké nó sěebe.

«Fai conto che non ci sia» : č una promessa di restare segreti su quanto appena sentito, come non si fosse stato presente.

 

457. Ése ‘n stalůž.

«Essere un porcile» : avere una casa, stanza, ecc., molto sporca.

 

458. Óňůn pär la só strada.

«Ognuno per la sua strada» ; esclamazione con due significati : 1) «Quando si cammina non č da fermarsi a chiacchierare» ; 2) al termine di una lite, č l’ invito vicendevole a non incontrarsi piů.

 

459. Va in žérka (ti adés)!

«Vai alla ricerca (tu adesso)!» ; esclamazione di sconforto, per dire che si dispera di trovare una cosa o una persona.

 

460. Sarén de nót.

«Sereno di notte», inutile (o persino dannoso, a causa delle gelate) alla campagna ; il detto si riferisce a un’ azione, giŕ compiuta, priva di utilitŕ pratica, per quanto decantata: una spacconata.

 

461. Nó la tóma lontŕn.

«Non cade lontano» : non č da cercare lontano dal posto del fattaccio il responsabile che l’ ha compiuto ; il male qualche volta viene dai vicini di parentela, casa, lavoro, ecc.

 

462. Bóka, davčrdete!

«Bocca, apriti!», come a dire : «Adesso, per l’ ira, (il tale) dirŕ quello che pensa realmente!».

 

463. Ése ‘n fůek de paia.

«Essere un fuoco di paglia», una cosa di breve durata.

 

464. Ése ‘n afŕr sčrio.

«Essere un affare serio» ; riferito a persona che non si sa come portare al proprio volere o di situazione che non si sa sbrogliare.

 

465. Ése na diferénža dal dě a la nót.

«Essere una differenza dal giorno alla notte», cioč molto grande, ad es. due caratteri contrapposti.

 

466. Té půele t’ imağinŕ!

«Puoi immaginarti!» , cioč : «Non č certo possibile!».

 

467. Pédo ‘l takón de ‘l bus!

«Peggio il rammendo dello strappo!» : non c’ č stato alcun miglioramento.

 

468. Kóme nia!

«Come nulla!», in due sensi : 1) rassicurativo, tipo : «Non ha importanza quanto č avvenuto, č possibile la riconciliazione» ; 2) come giudizio negativo : «Il tale si comporta con freddezza, senza gratitudine, come se non avesse combinato quello che ha combinato».

 

469. Pióve su ‘l baňŕ.

«Piovere sul [terreno giŕ] bagnato» ; riferito a un imprevisto, che reca piů danno che utile, a un’azione o giudizio fuoriluogo, che accrescono un certo disagio.

 

470. Savč kan ké l’ é la só óra.

«Sapere quando č la propria ora», di sposarsi, guarire, ecc., ma soprattutto di morire.

 

471. Andŕ kón bék.

«Andare con bécco o caprone» : non concludere un affare, fare un fallimento, un «buco nell’ acqua» ; il detto č stato commentato in «Maschilitŕ/femminilitŕ…».

 

472. Nó l’ é pě fenida!

«Non č piů finita!» : riferito a una situazione intricata, dalla quale non si sa come uscire.