Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Lo spirito mistificatore ladino», pro manuscripto, 2001, pp. 4-5 e 42-74

 

Proverbi e modi di dire di Zoldo

 

Le scelte grafiche

 

…dal punto di vista linguistico, mi era impossibile distaccarmi dalla fonte della parlata zoldana realmente conosciuta, ossia di Coi di Zoldo, che č dunque quella qui riferita e sui cui testi ho fatto le mie analisi…

Sono come in italiano le lettere a, b, d, e, f, i, l, m, n, o, p, r, t, u, v, z. Il suono intermedio tra «a» ed «e» č stato reso con «ä»; la «c» come in «carro» č stata resa col «k» (che trascrive pure la «q»), quella dolce come in «cielo» con «č» anziché con «ĉ» e, a differenza dell’Istituto, ho preferito aggiungere sempre la vocale «i» o «e», per rendere piů facile la lettura […]. Fin dove possibile, ho accentato le «e», per evidenziarne la pronuncia aperta («č») o chiusa («é»); la «g» come in «gamba» e la «ğ» (anziché «ĝ») come in «gente» e, anche in questo secondo caso, scrivendo pure le annesse vocali «i» o «e»; la «gn» č stata resa con «ň». Ho sempre accentato, ove possibile, la vocale «o», per indicare se č aperta («ň») o chiusa («ó»). Come giŕ il prof. Enzo Croatto («Il Lessico Zoldano», p. 105), ho notato il passaggio da «s» sonora intervocalica ad un suono intermedio tra la affricata sonora «ğ» e la sibilante sonora palatalizzata «ž», ma ho creduto sufficiente rendere questo suono con il segno «ğ». La consonante «v» tra due vocali in zoldano č appena pronunciata, ma non ho reso questa aspirazione con un segno grafico particolare, ritenendo sufficiente averla qui segnalata. La «famosa» «z» presente ad esempio in «žima» («cima») č stata resa (appunto) con «ž».

Non ho condiviso la scelta dell’Istituto di rendere i verbi «č» con «e» ed «ha» con «a», ma, per renderli di piů facile lettura, ho scritto «é» (in dialetto la vocale č chiusa) e «ŕ». Ho utilizzato gli apostrofi, ad esempio negli articoli «un, an» e «il, al», ossia «’n, ‘l», secondo la pronuncia. Ho distinto l’italiano «no» dall’equivalente zoldano, che corrisponde perň al «non», rendendo quest’ultimo con «». Ho accentato i verbi all’infinito, per evidenziarne il tempo ecc. (cosě «» č «fare» (non «egli fa», cioč «fa»), «stŕ» č «stare» (non «questa», cioč «sta»), ecc. Ho utilizzato la grafia in corsivo anche all’interno delle parentesi, per far intuire sůbito che si č in presenza di un termine o di una frase in lingua non italiana.

Ad ogni espressione ho aggiunto una traduzione letterale (tra «…») e qualche spiegazione integrativa.

Nella ricerca dei «modi di dire» abituali e dei proverbi zoldani, effettuata nel 1986, avevo incontrato alcune difficoltŕ. Mi era evidente, anzitutto, che la lingua italiana, sia come vocabolario che come sintassi, č utilizzata con sempre maggiore frequenza, benché quella dialettale sia ancora preminente ; la scolaritŕ obbligatoria, com’ era impostata, non poteva che portare a una simile valorizzazione.

Nell’ ultimo decennio, perň, c’ č stato un certo recupero del senso d’ identitŕ, anche linguistica: si č costituito un gruppo ladino, le Amministrazioni comunali della valle hanno riconosciuto ufficialmente il carattere ladino della cultura locale e hanno operato fattivamente per il recupero della toponomastica. Le organizzazioni operanti sul territorio (quali Il Museo delle genti di Gňima e il Segretariato Pellegrini da Zoldo) hanno sentito il bisogno di una esplicita dichiarazione del loro carattere ladino ; sono stati compiuti nuovi studi storici e linguistici, dedicati alla valle zoldana, alle valli limitrofe e, piů in generale, all’ area dolomitica. Tra gli studi che interessano Zoldo, desidero ricordare la pubblicazione, nell’ anno 2000, degli scritti inediti dello storico Luigi Lazzarin, morto ancora ai primi del Novecento.

Resta pur vero che l’uso meno frequente della parlata storica e le profonde mutazioni del contesto socio-economico costituiscono, e costituiranno nell’ immediato futuro, una difficoltŕ oggettiva per la sopravvivenza proprio delle espressioni linguistiche tipiche. Giŕ nel 1986 mi rendevo conto che alcune di esse, da me registrate nei paesi della Regola Grande dai Coi, relativamente piů isolati, sarebbero parsi nuovi agli abitanti di qualche altro paese o ai giovani della stessa Regola.

Una seconda difficoltŕ, al momento della ricerca, era stata la catalogazione, prima, e l’ eliminazione, poi, di un certo numero di espressioni dialettali o proverbiali che, a una piů attenta analisi, non potevano essere intese quali parte del patrimonio della cultura storica, ma diffuse solo negli ultimi decenni e in concomitanza con la lingua italiana. Alcune espressioni forse erano in uso da prima, ma in una forma che non era  possibile ricostruire. E’  il caso, ad esempio, del detto «Róba del komůn, róba de nissůn», attualmente assai diffuso pure in Zoldo ; esso non poteva essere accolto, per la semplice osservazione che in zoldano «nessuno» č «negůint» ; non č possibile, pertanto, la ricostruzione (fosse pure legittima) del detto in parlata zoldana.

Le espressioni raccolte offrono, tuttavia, la possibilitŕ di intuire, e «ricostruire» culturalmente, il contesto umano e sociale che le ha generate. Esse ci offrono l’ immagine di Zoldo quale comunitŕ agricola e pastorale. Non ho rintracciato detti che riflettano il mondo minerario, e questo mi č sembrato particolarmente importante e puň (nel 1986 scrivevo «potrebbe») essere giustificato pensando alla mancanza di una vera e propria attivitŕ mineraria in Zoldo (nel 1986 ipotizzavo, giustamente ma in modo ancora troppo limitato, alla «mancanza di un’ attivitŕ mineraria di massa nelle ultime generazioni, per cui il patrimonio culturale legato a quel mondo sarebbe andato perduto…»). Avevo intuito che la societŕ zoldana si rivela «un popolo di contadini (…), boscaioli e pastori (…) dal momento che (secondo la documentazione linguistica attuale) tutti si riconoscevano nelle similitudini tratte tudini tratte dalla natura e dall’ agricoltura, mentre non dovevano essere molti, visto l’ abbandono linguistico, che si riconoscevano nel linguaggio minerario».

Viene documentata, inoltre, al di lŕ di un certo influsso linguistico come tale, la mancanza di un reale apporto di immagini (linguistiche) dal mondo veneto-veneziano ossia, piů in generale, da quello dei lavoranti stagionali fuori valle, pur indubbiamente numerosi ; segno, a suo modo, di un mai avvenuto scambio culturale profondo tra gli emigranti e quanti rimanevano, e, piuttosto, di una «frattura», con la sensazione del passaggio a una cultura diversa, nonostante le occasioni continue di contatto, a livello personale o, per i bisogni collettivi, di Regola.

Molte espressioni sono dure, immediate, piuttosto rozze, elementari nella formulazione e nel contenuto, ma non banali e solo raramente volgari. Riflettono un mondo umano che conosce la fatica del lavoro agricolo, attento a trovare giorno per giorno i mezzi necessari a vivere con dignitŕ, privo di veri interessi politici e piuttosto individualista, per quanto animato dalla condivisione degli ideali morali e spirituali. Vengono considerate biasimevoli la superficialitŕ, la pigrizia, la presunzione, l’ ingenuitŕ, la volgaritŕ.

 

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1. Sul corpo umano

 

1. Ése bél kóme ‘l sól.

«Essere bello come il sole», cioč molto bello.

 

2. Ése brut kóme ‘l pekŕ.

«Essere brutto come il peccato», cioč molto brutto.

    

3. Ése bén infenŕ.

«Essere ben colmo di fieno», cioč molto sazio.

 

4-5. Ése fňrte kóme ‘n tňr (‘n órs).

«Essere forte come un toro (un orso)», cioč molto forte. Sugli orsi in Zoldo, segnalo alcune pagine del libro postumo di Luigi Lazzarin.

 

6. Ése ‘n tóko.

«Essere un (buon) pezzo», cioč una persona robusta.

 

7. Ése lónk e sék kóme ‘n bakét.

«Essere lungo e magro come un bastone», cioč piuttosto alto di statura, ma di costituzione magra.

 

8-9. Ése sék kóme ‘n bakalŕ (an skopetón).

«Essere magro come un baccalŕ (un merluzzo)», indipendentemente dalla statura.

 

10-11. Avč i ůeğe (le réğe) spěž (spěže).

«Avere gli occhi (le orecchie) aguzzi (-e): vedere o sentire bene, fisicamente.

 

12-13. Avč le mŕin dä butěro (dä mčrda).

«Avere le mani di burro (di merda)», cioč senza forza.

 

14-15. Avč le mŕin dä préve (dä dotór).

«Avere le mani da prete, da dottore», cioč delicate, incapaci di fare lavori pesanti ; oppure : che dimostrano che non si fanno lavori pesanti e, dunque, che si č oziosi.

 

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2. Su azioni legate al corpo

 

16. Vive de spirito sék.

«Vivere di spirito asciutto», cioč di solo spirito : mangiare poco.

 

17. Al sak ůeit sé rovčrsa.

«Il sacco vuoto si rovescia», cioč : chi mangia troppo poco, non puň andare avanti.

 

18. Tirŕ ‘l kul apéde tŕula.

«Portare (tirare) il sedere presso la tavola», cioč mettersi a tavola.

 

19. Kurŕ fůera dut.

«Levare fuori tutto», cioč mangiare fino in fondo, per grande fame o ingordigia.

 

20. Maňŕ kó i dént ŕut.

«Mangiare con i denti alti», cioč controvoglia.

 

21. Ése skrepŕ.

«Essere ingordo».

 

22. Sé sğionfŕ.

«Gonfiarsi», cioč mangiare esageratamente.

 

23-24. Fŕ na bóna karésema (fŕ karésema polito).

«Fare una valida quaresima (fare bene quaresima, per mezzo della pratica del digiuno)», cioč : fare penitenza, per qualche disavventura della vita, non tanto per amore di Dio.

 

25. Ése ars.

«Essere arido» : č riferito a persona o terreno molto assetato.

 

26. Béve kóme na górna.

«Bere come una grondaia», cioč senza misura.

 

27. Tirŕ i konfěn.

«Fare i segni di confine» : urinare sul terreno, facendo delle strisce.

 

28-29. Stŕ serŕ su (kóme le sólve).

«Stare rintanato (come le talpe)», cioč condurre una vita eccessivamente ritirata.

 

30. Čiapŕ su e ‘ndŕ via.

«Prendere su (le proprie cose) e partire» : partire precipitosamente o «insalutato ospite».

 

31. Žénža dě né ari né stari.

«Senza dire né “ari” né “stari”», senza dire una parola : fare qualcosa velocemente, senza perdere tempo in chiacchiere.

 

32. Skanpŕ kóme ‘ l diŕul da l’ ŕiva santa.

«Scappare come il demonio dall’ acqua santa», cioč «darsela a gambe levate».

 

33. Avč ‘ l fůek sóta i pč.

«Avere il fuoco sotto i piedi», cioč aver voglia di allontanarsi di fretta, come si avesse il fuoco sotto i piedi. 

 

34. Fŕ dói vŕrek.

«Fare due passi», cioč una passeggiata o, meglio, una camminata per distensione, ovvero senza obbligo di giungere a una meta (chi «passeggiava» un tempo?).

 

35. Tirŕ drét.

«Tirar dritto» : nel senso fisico di camminare senza fare soste (č il senso prevalente) e in quello morale di «andare per la retta via» (poco presente).

 

36. Fŕ la strada de ’l diŕul.

«Fare la strada del diavolo», ossia all’ indietro, fisicamente ; era anche un passatempo dei bambini : il gioco consisteva nel vedere quanto tempo uno aveva il coraggio di camminare all’ indietro senza voltarsi.

 

37. Ése leděer kóme na gata.

«Essere leggero (nel camminare) come una gatta», camminare senza far rumore.

 

38-39. Ése kóme na saéta (‘n lěore).

«Essere (veloce) come un lampo (una lepre)».

 

40. Ése sgěbol kóme na skirŕta.

«Essere agile (nel camminare) come uno scoiattolo».

 

41-42. Andŕ via (tastolŕ) kóme na kŕura.

«Camminare (barcollare) come le capre», cioč con titubanza, per mancanza di forza nelle gambe, qualche altra malattia, ubriachezza, ecc.

 

43. Ése stórno kóme na féda.

«Essere frastornato come una pecora», essere intontito, impacciato, come a volte lo sono le pecore, nei loro movimenti.

 

44. Andŕ kó ’l kul in su.

In un detto italiano : «Andare con le gambe all’ aria», rovesciarsi.

 

45. Gé la pudč.

«Potergliela», essere piů forte di…

 

46-47. Sbräğiŕ (sbaregŕ).

«Sbraitare», piangere disperatamente.

 

48. Fŕ le skafe.

«Fare le smorfie», per dispiacere, tipico dei bambini rimproverati, che abbassano nel contempo il capo.

 

49. Fŕ ‘l petél.

«Fare il pettegolo» ma nel senso di : avere un modo di parlare lamentoso, come a volte fanno i bambini.

 

50-51. Čiapŕ ‘n sgorlón (na sgorlŕda).

«Prendere una scossa», fare un sobbalzo, sobbalzare per una paura.

 

52. Čiapŕ na striměda.

«Prendere un “raggelamento”», come dire : «restare di ghiaccio».

 

53. Skižŕ de ůeğe.

«Schiacciare di occhio», «fare l’ occhiolino».

 

54. Andŕ a sé sfregolŕ.

«Andare [presso una persona] a fare [o farsi fare] complimenti», un atteggiamento normalmente biasimato, in quanto manifestazione troppo esplicita del desiderio di rapporto sessuale.

 

55. Tirŕ a žiménto.

«Portare a cimento, far arrabbiare», ma usato per lo piů nel senso, positivo, di : eccitare sessualmente un uomo.

 

56-57. Gé la ( ‘l) dŕ (via).

«Dargliela (-lo)» : in senso comune (al femminile), significa : fuggire ; ma equivale a : concedersi (davanti o dietro) e, quindi, biasevolmente, ad essere «persona facile», affettivamente capricciosa.

 

58. Nó l’ é karne in bekarěa ké tňsto o tardi nó vada via.

«Non c’ č carne in macelleria, che presto o tardi non vada via (non sia venduta) : chi si sposa prima e chi dopo, non č mai troppo tardi.

 

59. Sudŕ kóme ‘n tňr.

«Sudare come un toro (che ara)», cioč in abbondanza.

 

60. Ése strŕk e mňrt.

«Essere stanco e morto», cioč molto stanco.

 

61-62. Ése strŕk kóme avč portŕ ledŕm (sas).

«Essere (molto) stanco come (s’ ) avesse portato letame (sassi)». Il letame era portato nei campi e nei prati, per concimazione ; i sassi erano condotti per la costruzione delle abitazione, delle stalle, dei muri di sostegno, ecc., essendo di fatto sconosciuti i mattoni.

 

63. Davčrde ‘l fórno.

«Aprire il forno», cioč sbadigliare senza educazione.

 

64. Andŕ a dormě kó le pite.

«Andare a dormire con le galline», cioč coricarsi troppo presto.

 

65. Sé brodolŕ duta nót.

«Girarsi [nel letto per] tutta la notte» : dormire male.

 

66. Veiŕ kó  la luna e dormě kó ‘l sól.

«Vegliare con la luna e dormire col sole», cioč essere assonnato, come quando non si dorme durante la notte. A volte ha un senso ironico, come a dire che si vorrebbe fare le «ore piccole» , ma essere anche in piena forma, il che non č possibile.

 

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3. Su salute, malattie e sofferenze

 

67. Ki k’ ŕ la salute (ké stŕ bén), l’ é ‘n siór.

«Chi ha la salute (sta bene), č un signore (un ricco)», ha una grande ricchezza.

 

68. Veně da na bóna žóka.

«Venire da un buon ceppo», appartenere a una famiglia sana, o fisicamente o economicamente, a seconda del tipo di conversazione che si sta facendo.

 

69-70. Veně su polito (kóme ké sé půel).

«Crescere bene», o fisicamente o in generale, a seconda della conversazione.

 

71. Avč ‘ l sank ké bói.

«Avere il sangue che bolle» : č detto dei giovani, pieni di vita e di desideri affettivi.

 

72. A fa balŕ ki véğe e fa stŕ kěel ki dňven, ‘l é ‘n afŕr sčrio.

«A far ballare gli anziani e far star fermi i giovani č un’ impresa disperata».

 

73. Trónba de kul, sanitŕ de kňrp.

«Tromba di culo, sanitŕ di corpo» : lo scoreggiare č segno di salute ; detto quando succede in modo troppo «vistoso».

 

74. Mčio ride ké piande.

«Meglio ridere che piangere» ; di solito il detto č citato quando c’ č una allegria eccessiva, per un tentativo benevolo di giustificarla, dicendo che, alla fin fine, nella vita non si puň sempre soffrire.

 

75. Méte via duti.

«Mettere via (seppellire) tutti» : avere lunga vita.

 

76. Sénpre sŕin nó sé půel sta, senpre mal ňŕnka.

«Sempre sani non si puň stare, sempre (nel) male neppure» : salute e malattia vanno e vengono.

 

77. Ki ké nó můer inte kuna, i ge n ŕ da provŕ (véde) pě de una.

«Chi non muore nella culla <cioč tutti>, deve provare (vedere) <nella vita> piů di una [sofferenza] ».

 

78. Kan ké l’ é fenida una, skoménža kél’ ŕutra.

«Quando č finita una, comincia un’ altra» : le disgrazie o le sofferenze a volte vengono a grappoli, una dopo l’ altra.

 

79. Oňi pňrta ‘l só batél, óňi kasa la só krós.

«Ogni porta il suo battente, ogni casa la sua croce» : tutti hanno qualche sofferenza, piů o meno visibile o nascosta nell’ intimitŕ domestica.

 

80. Sé la čiapŕ.

«Prendersela», cioč sia offendersi che ammalarsi.

 

81. Ki ké la čiŕpa, sé la tén ; ki ké l’ ŕ, sé la renkůra.

«Chi la prende, se la tiene ; chi ce l’ ha, se la cura» : ognuno deve essere il primo medico di sé stesso.

 

82. Avč na bruta žěera.

«Avere una brutta cera (colorito)» : star poco

bene.

 

83. Avč na žěera kóme ‘l mur.

«Avere un colorito (bianco) come il muro» : essere pallidi.

 

84. Ése kóme na pita baňada.

«Essere come una gallina bagnata», abbattuti per umiliazione, rimprovero o circostanza avversa.

 

85. Gé n’ avč na dňse.

«Avercene una dose (abbondante)» : essere molto ammalati

 

86. Gé n avč pěen an sak.

«Averne un sacco pieno», di sofferenze.

 

87. Ése su la gratěkola (kóme san Laurénž).

«Essere sulla graticola (come san Lorenzo)» : trovarsi in acute sofferenze.

 

88. Stŕ su le spine.

«Stare sulle spine» : essere inquieto.

 

89. Nó savč pě da ké banda sé ğirŕ.

«Non sapere piů da che parte volgersi», cioč come uscire da una situazione difficile.

 

90. Kan ké nó lé sta pě inte, le vén fůera.

«Quando non stanno piů dentro, traboccano» : quando si č ricolmi di tristezza, non si riesce a nasconderla.

 

91. Avč ‘ l molěn inte la tésta.

«Avere il mulinello nella testa» : essere confusi, frastornati.

 

92. Andŕ fůera dé kaséla.

«Uscire dal cassetto» : uscire di mente.

 

93. Duti i sént i sůei.

«Tutti sentono [affetto per] i propri [familiari] », non č perciň da meravigliarsi se non si notano grandi manifestazioni dolorose per eventi tristi che toccano gli altri.

 

94. Sé nó sé próva, nó sé konprénde.

«Se non si sperimenta, non ci comprende» : il detto si riferisce normalmente alle situazioni dolorose, per cui significa : chi non ha provato la sofferenza per qualche lutto o sventura, non puň capirla realmente.

 

95. La rabia da da séra, sé la lasa da domŕn, e kéla da domŕn, da da séra.

«La rabbia della sera si [deve] lasciare [sfogare] al mattino [seguente], e quella del mattino alla sera [seguente] », cioč non si deve mai agire sospinti dalla collera.

 

96. Ése pi de lŕ ké de ka.

«Essere piů di lŕ che di qua» : stare molto male, «con un piede nella fossa».

 

97. Tirŕ i skarpét.

«Tirare gli “scarpetti”», cioč morire.

 

98. Andŕ (via) kó ki ŕutre.

«Andare (via) con quelli altri» : morire.

 

99. Restŕ sék.

«Restare secco» : morire.

 

100. Morě kóme ‘n kan.

«Morire come un cane», nella solitudine.

 

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4. Sui comportamenti in generale, con immagini  fisiche

 

101. Sé teně su.

«Tenersi su», cioč non perdere il decoro della propria persona, né svilire l’ onore dei propri cari o la pulitezza della casa.

 

102. Ése ‘n sfondrŕ.

«Essere uno sfrontato», una persona spudorata ; il detto ha, perň, un significato passivo di «persona grandemente disprezzabile».

 

103. Tirŕ darč.

«Tirare dietro, seguire», in un triplice significato : 1) fisico, «seguire una persona» ; 2) materiale, «lanciare qualcosa alle spalle» ; 3) morale, «rassomigliare» a qualche parente, ad es. al padre, in una abilitŕ lavorativa.

 

104. Méte su i ůeğe.

«Mettere su gli occhi» : interessarsi di una cosa (di solito in senso negativo, per rubarla) o di una persona (in senso positivo, per aiutarla o amarla).

 

105. Nó véde l’ óra.

«Non veder l’ ora» : essere impaziente, di fare una cosa o di allontanarsi.

 

106. Ése kóme ‘l spórk inte i ůeğe.

«Essere come lo sporco negli occhi», essere una realtŕ o persona moleste.

 

107. Sé ‘l véde ‘na mčrda, al vůl la maňŕ.

«Se vede un escremento, vuole mangiarlo» : essere ingordi.

 

108. Kalŕ le réğe.

«Calare le orecchie» : farsi umili o venir umiliati.

 

108. Tirŕ le réğe.

«Tirare le orecchie» : a parte la circostanza del compleanno («Maschilitŕ/femminilitŕ…» p. 75 nota 81), significa : 1) richiamare o rimproverare (tirŕ le reğe a…) ; 2) farsi attenti, curiosare.

 

109. Inte pär na réğia, fůera pär kél’ ŕutra.

«Dentro per un orecchio, fuori per l’ altro» : non tenere in considerazione le parola (di offesa, esortazione, ecc.) che si sono ricevute.

 

110. Tirŕ su de ‘l nas.

«Tirar su di naso», disapprovare, facendo una certa smorfia con il naso.

 

111. Sé sofiŕ ‘l nas.

«Soffiarsi il naso» : rivelare quel che si pensa o masturbarsi.

 

112. Méte fůera al nas.

«Mettere fuori il naso» : guardare dalla finestra.

 

113. Méte su i mostŕči.

«Mettere (su) [far crescere] i baffi» : diventare severo.

 

114. Sé půel sé sparaňŕ ‘l fiŕ.

«Si puň risparmiarsi il respiro» : non vale la pena insistere, darsi da fare.

 

115. Sofiŕ su ‘l fůek.

«Soffiare sul fuoco» : contribuire a tener desta una lite, a far nascere un disaccordo.

 

116. Sé mňrde la lénga.

«Mordersi la lingua» : per la rabbia d’ aver compiuto uno sbaglio e, soprattutto, d’ aver detto una parola eccessiva.

 

117. Sautŕ su.

«Saltare su» : arrabbiarsi, alzando il tono di voce.

 

118. Parŕ du dé dut.

«Mandar giů di tutto» : fare le esperienze piů dolorose, saper superare le situazioni piů difficili.

 

119. Ése pan pär i měei (tůei…) dént.

«Essere pane per i miei (tuoi, ecc.) denti» : non essere persona a me (a te, ecc.) gradita ; oppure : persona con la quale bisogna confrontarsi, che non si riesce facilmente a conquistare (al proprio modo di vedere, ecc.).

 

120. Avč la barba lónga.

«Avere la barba non lunga (perché non curata)» : come il precedente.

 

121. Aužŕ le spŕle.

«Alzare le spalle», come a dire : «Non me ne importa nulla» ; un gesto di sfida.

 

122-123. Méte su le mŕin (le ónğe).

«Mettere su le mani (le unghie)», cioč impossessarsi di una cosa in modo illecito, rubare.

 

124. Sé lasŕ čiapŕ la man.

«Lasciarsi prendere la mano», cioč perdere il controllo della situazione (familiare, ecc.).

 

125. Dŕ na man.

«Dare una mano», aiutare.

 

126. Ňŕnka i dét dé la man i é duti kompŕin.

«Neppure le dita della mano sono tutte eguali» : i figli e le persone sono diversi tra loro.

 

127. Sé maňŕ le ónğe.

«Mangiarsi le unghie», dalla rabbia o dal pentimento di qualche azione compiuta.

 

128-129. Sé skaudŕ ‘l sank (al pis).

«Scaldarsi il sangue (l’ urina)» : arrabbiarsi.

 

130. Pisŕ ‘nkóra inte lét.

«Urinare ancora a letto» : essere infantili.

 

131. Tól an spin da’ l kůer.

«Togliere una spina dal cuore» : sollevare (una persona) da un peso morale.

 

132. Sé tól la spěža de…

«Prendersi la soddisfazione di…».

 

133. Nó stŕ inte de le bragése.

«Non stare nei pantaloni» : non saper trattenere la gioia (in generale) o il desiderio sessuale.

 

134. Mostrŕ ‘l kul.

«Mostrare il sedere», comportarsi con una movenza artefatta, per richiamare l’ attenzione, magari con un motivo positivo, ma il modo resta biasimevole.

 

135. Dŕ via ‘l kul.

«Dare il sedere», come malaugurio, equivalente al «mandare al diavolo».

 

136. Ése un ké sé ’l půel te la frakŕ, al te la frŕka.

«Essere uno che se puň imbrogliarti, ti imbroglia».

 

137.Čiapŕ su dal včrs stňrt.

«Prendere (su) dal lato sbagliato», cioč in antipatia.

 

138. Gé dŕ inte.

«Darci dentro», lavorare con entusiasmo.

 

139. Tirŕ  ‘l kul indarč.

«Tirare indietro il sedere», cioč non volersi impegnare, ad esempio nel lavoro di cui si parla ; mostrare paura, in una situazione imbarazzante.

 

140. Ki l’ ŕ fata, só dan.

«Chi l’ha fatta [la m.], suo danno», ognuno deve portare le conseguenze del suo agire.

 

141-142. Žotigŕ dé kéla gamba (dé kél pč).

«Zoppicare di quella gamba (di quel piede)» : avere una inclinazione, ad es. lavorativa, o un affetto speciale per una persona o una cosa ; anche : avere un certo difetto, quello «di quella gamba».

 

143. Méte sóta i pč.

«Mettere sotto i piedi» : umiliare, opprimere.

 

144. Tirŕ dé kalkŕin.

«Tirare il calcagno» : seguire, andare a trovare volentieri una persona, quindi essere innamorati o fortemente amici.

 

145. Dŕ na pedŕda.

«Dare un calcio», minaccia di un castigo, in generale.

 

146. Fŕ kóre.

«Far correre», come il precedente.

 

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5. Sui comportamenti in generale, con altre immagini

 

147. Ése ‘n žést žénža fónt.

«Essere una cesta senza fondo», non saper conservare  un segreto ; oppure : essere incontentabile.

 

148. Ése na paróna spótega.

«Essere una padrona dispotica»,  persona autoritaria.

 

149. Ése la disperažión de só pare e de só mare.

«Essere la disperazione del proprio padre e della propria madre», cioč uno (un ragazzo o giovane) scapestrato.

 

150. Ése na brónža skučrta.

«Essere un tizzone acceso ma nascosto» : non essere limpido, sincero, nel modo di parlare o, ancor piů, di comportarsi, per cui, al di lŕ dell’ apparente rettitudine, si nascondono le intenzioni meno buone.

 

151. Ése impastŕ de bausěe.

«Essere impastato di bugie», del tutto insincero.

 

152-154. Ése négre kóme ‘l kaměn (na brónža, la kóda de ’l mus).

«Essere nero come il camino (un tizzone spento,  il membro di un mulo) : essere annoiato o arrabbiato oltre misura.

 

155. Ése négre kóme la bórsa de le ŕnime.

«Essere nero come la “borsa delle anime”» ; questa borsa era usata un tempo dal sagrestano per raccogliere, in chiesa, le offerte a suffragio delle anime dei defunti, ed era per lo piů di velluto nero ; il detto, pertanto, significa, essere sporco nel corpo e nei vestiti (ad es. un carbonaio), o molto infastidito («rotto») ; non ho notato un significato spirituale.

 

156. Ése ‘n karnevŕl.

«Essere un carnevale», ridicolo, per qualche comportamento fuori del comune ; č un rimprovero bonario.

 

157. Ése (kóme) kél däi piůeğe.

«Essere (come) quello dei pidocchi», una persona che spulcia e, quindi : essere eccessivamente pignoli.

 

158. Ése  ‘n užél su la rama.

«Essere come l’ uccello sul ramo» : essere impazienti, inquieti.

 

159. Ése ombrós.

«Essere ombroso», permaloso.

 

160. Ése ‘n mus vestě da le féste.

«Essere un mulo vestito a festa» : essere una persona volgare, che crede di far colpo sugli altri per un comportamento «perbene».

 

161. Ése ‘n póržél da lavadůre.

«Essere un maiale da (mantenuto con le) lavature (di cucina) : essere sozzo.

 

162. Ése ‘n sgčrlo.

«Essere un “agitato”», in continua agitazione ma inconcludente, come fanno le persone sciocche.

 

163. Ése na laňa.

«Essere una lagna», un lamento continuo.

 

164. Ése (kóme)  kél däl formŕi.

«Essere (come) quello del formaggio», ossia il fattore che, ogni autunno, passava a chiedere ai contadini la percentuale dei raccolti da consegnare al proprietario ; la situazione mostra un contesto sociale non-zoldano ; pur tuttavia, ho incluso questo detto, perché molto diffuso. Tale amministratore era visto di cattivo occhio, come naturale ; il detto pertanto significa : essere quello che va a «ispezionare», curiosare.

 

165. Ése ‘n lůdro.

«Essere un lurido», una persona sregolata e sozza.

 

166. Ése ‘n žavatón.

«Essere un ciabattone», una persona trasandata e disordinata, piů che povera.

 

167. Nó ése farina da fa ňstie.

«Non essere farina da fare ostie <per l’altare> », essere cioč un «pocodibuono».

 

168. Ése na kŕňa.

«Essere una cagna», una persona che si dŕ a tutti, magari solo in senso morale e, quindi, che segue l’ opinione dei vincitori del momento.

 

169-170. Ése ‘n kŕn (‘ n fiól de ’n kan).

«Essere un cane (un figlio d’ un cane)», una persona disprezzabile, come nel detto «’n bastardo».

 

171. Méte su del duro.

«Mettere (su) del duro», cioč diventare severi.

 

172. Méte su krésta.

«Mettere su cresta» : diventare altezzoso, superbo.

 

173. Fŕ veně la tésta kóme ‘ n darlěn.

«Far diventare la testa come una gerla [colma] » : annoiare, ad es. con una proposta troppo insistente.

 

174. Petenŕ.

«Pettinare», ma anche «fare una romanzina».

 

175. Andŕ a konbŕte.

«Andare a combattere» : interessarsi, prendersi cura.

 

176-177. Čiapŕ su.

«Prendere su» : se riferito a una persona significa prenderla in simpatia o antipatia («čiapŕ su bén o mal», cfr. n. 137) ; se riferita a un lavoro, significa : intraprenderlo ; se affermato in senso assoluto, il detto significa : decidersi (come «čiapŕ inte»).

 

178. Nó avč ‘n bén.

«Non avere un bene» : essere irrequieto.

 

179. Stŕ a vardŕ su sót.

«Stare a guardare il soffitto» : fantasticare.

 

180. Sautŕ ‘l fós.

«Saltare il fosso» : decidersi, farsi coraggio.

 

181. Fŕ dut an kuarantaót.

«Fare tutto un Quarantotto» : fare confusione, «casino», come politicamente fu nel 1848.

 

182. Stůfa anka i Sŕint.

«Irritare anche i santi» : essere del tutto indisponente.

 

183. Skusa via.

«Cavarsela», compiere qualcosa di meno impegnativo al posto di quella prevista, ad es. fare una piatto unico per cena anziché la cena abituale, una visita di pochi minuti anziché la tradizionale, ecc.

 

184. Teně ‘ l mókol.

«Tenere il moccolo [della candela, tra due amanti] » : essere il «terzo incomodo», fare la parte dello stupido, voler essere presente quando non č richiesto.

 

185. Méte la pežéta.

«Mettere il rammendo» : impicciarsi nelle faccende altrui.

 

186. Fŕ paska.

«Fare Pasqua» : esser