Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Il Gazzettino», edizione di Belluno, 13 aprile 2001, p. 2

 

La grande lezione di mons. Gottardi

 

Il 24 marzo scorso è morto l’arcivescovo emerito di Trento, mons. Alessandro Maria Gottardi, che ebbi modo di conoscere di persona e mi parlava di qualche suo ricordo legato alla valle di Zoldo.

Erano gli anni della seconda guerra mondiale ed egli, giovane sacerdote, accompagnava in vacanza a Pécol di Zoldo Alto i seminaristi di Venezia, sua diocesi natale. Erano ospitati presso i Cason Frare e qualche altra famiglia. Diceva: «Almeno lassù potevamo mangiare a sazietà. In città il cibo era razionato, mentre le sorelle Frare ci preparavano cibi ben conditi col butiro». Ricordava proprio questa parola dialettale, indicante il burro, un lusso che il seminario di Venezia non poteva permettersi. Era tornato ancora qualche volta in Zoldo ed era rimasto stupito dei cambiamenti e dello sviluppo turistico. «Allora c’era quasi solo l’attività agricola e pastorale. Ogni mattina, all’alba, vedevamo partire il gregge delle pecore e delle capre, per la monticazione quotidiana. Le capre facevano un’allegria particolare, perché portavano al collo un campanellino».

Ricordava molti particolari, mostrando un’ottima memoria, ed erano per me particolari inediti, perché in quegli anni ero ancora «nel mondo della luna», ovvero non ero ancora nato.

Gli regalai una copia del libretto «A spennacchiar preti ci si diverte», del venerando pievano di Vigo di Cadore, mons. Giovanni Maria Longiarù. Mi scrisse, ringraziandomi. Poi però, a voce, aggiunse: «Non è giusto quello stile; la pastorale deve avere rispetto per tutti, anche per quanti si ritengono avversari, non cercare di distruggerli con l’ironia e le punzecchiature. E’ vero: una volta si faceva così, ma non era bene. Bisogna essere positivi e propositivi». Rimasi un po’ stupito, in vero, considerando la sua età, di simili, «moderne» considerazioni, che il vescovo faceva scotendo il capo, come persona profondamente convinta di quanto sta dicendo.

Camminava a fatica, appoggiandosi a un bastone; perciò, nel tentativo di recuperare le sue energie, faceva ogni giorno (possibilmente) una passeggiata, che si riduceva ai vialetti di villa San Nicolò, ove si era ritirato. I nostri incontri avvennero sempre su quei vialetti, camminando, ed aveva l’impressione di ringiovanire.

Mi parve sempre padre nella fede, con un’intensa esperienza della vita e un cuore proiettato al futuro, mai al passato; guardava avanti: ai giovani, agli sposi, ai missionari. Non aveva rimpianti, ma un’immensa gratitudine a Dio per quanto ricevuto, comprese le piacevoli esperienze sacerdotali in Zoldo.