Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Lo spirito ladino di Zoldo», pro manuscripto, 2001, pp. 101-115

 

Lo spirito mitificatore ladino

 

Anche se nella vita ho sperimentato il freddo dell’avversità e le tenebre dell’indifferenza, oso credere che il mondo non è pietra e nient’altro che pietra, che soltanto l’amore riuscirebbe a far percepire in modo trasfigurato e trasformare. Oso credere che sempre vi è un nuovo inizio e che ogni presente dà il benvenuto alla sua primavera; sempre.

È ancora così, come negli anni lontani dell’infanzia e dell’adolescenza.

Conservo forse l’illusione di un sogno? Eppure l’ammetto, con il coraggio ingenuo di non voler tradire la fede nella bontà del mondo e dei suoi innumerevoli abitatori, piccoli e grandi, quale mi venne comunicata, senza particolari insegnamenti, nell’irripetibile quotidianità di allora. Alle parole altisonanti e ai concetti violenti, preferisco la tavola disadorna alla quale sedetti, alunno affamato di sapere; mi furono maestre le mani callose dei genitori, le schiette risate nella brigata dei giovani compagni e tra gli adulti, le favole delle anziane pastore.

Desidero rendere onore alle  scintille di bontà e saggezza che allora mi vennero elargite, nonostante fragilità ed errori; avviarmi alle ulteriori stagioni terrene con l’abito culturale povero ma dignitoso di cui fui rivestito, piuttosto che nei scenografici paludamenti di altre culture, le quali, nonostante i molteplici servigi che mi hanno reso e di cui continuo a giovarmi, nella loro anima mi sono rimaste estranee.

Allontanandomi dalla città e dai suoi centri periferici (che pur amo e tenacemente, per le ricchezze di umanità), lasciando un po’ alla volta alle spalle i villaggi della pianura e del fondovalle, ho la sensazione struggente di compiere dentro di me e per me un atto di coraggio; quello di apprendermi a ignorare, e abbandonare al loro scontato destino, le piccole sicurezze, le rassegnate quieti, le invisibili stampelle di un’esistenza fin troppo programmata e immemore ormai dei grandi slanci del piacere (è la bellezza come tale, nelle sue stupende corporeità, che, unica, continua a sorprendermi!).

Via via, non è più una scelta, ma un’ardente consapevolezza, solo attutita dall’abitudinaria meccanica del distacco. L’anima si fa vigile e soppesa, verso nuovi rapporti di valore, cose e situazioni. Molte, allontanandomi da esse, smarriscono la loro effimera valenza, sbiadiscono, ammutoliscono, scompaiono nel nulla. Nel contrasto mi elevo e, abbandonando, ho la gioia di elevarmi, affrancato da troppe convenzioni, stagno di morbosità; pregusto abitudini semplici, amiche di vere conquiste, spose fedeli della libertà.

Per quanto possa essere discutibile, devo chiamare ladina la mia cultura. Alcuni dei suoi caratteri particolari sono tutt’altro che esclusivi, né ha una originalità assoluta, mentre conserva molteplici punti in comune con altre, limitrofe per motivi intrinseci o geografici; ma come altro poterla definire? Essa è così, oggettivamente; sia dunque così, gioiosamente, com’è.

Non domando alle altre culture di essere caritatevoli con la mia, ma giuste, per quanto ciò sia meno facile e, per esse, meno gratificante. La cultura ladina non soffre complesso di inferiorità, né si raccomanda alla legittimazione da parte delle altre, che si sono definite «ufficiali»; ufficiale può essere solo ciò che è reale.

È diffuso inoltre il pregiudizio che quanto è diverso sia peggiore o, almeno, un pericolo. Attività professionali, usi e costumi, visioni morali e di vita e linguaggi costituiscono invece, con la loro varietà, un necessario completamento e una ricchezza vicendevole. Si ascolta con piacere il dolce lamentarsi del violino e, non meno, lo squillare della tromba; è bello il rosso e si gustano le sfumature del giallo; alla società serve il muratore robusto e il magistrato onesto; la donna e l’uomo, il giovane e l’anziano hanno pari dignità sociale. Non c’è democrazia ove consenso e dissenso siano predefiniti, un consenso subdolo e obbligatorio non è tale; non vi è compiuta democrazia senza un completo pluralismo, che senta il valore delle diversità, in ogni settore.

Io tendo e sto lavorando alla costruzione di comunità più compiutamente umane, nelle quali tutte le persone, specialmente quelle che vicende varie e sovente dolorose hanno chiuso nei ghetti della marginalità sociale, si sentano a loro agio. Lo spirito è il muratore, il magistrato, l’uomo e la donna, ha la franchezza del giovane e la saggezza dell’anziano. Aspiro a una democrazia dello spirito!

 

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L’avversione delle culture dominanti

 

Mito e superstizione sono all’opposto, ma vengono confusi e indebitamente  presentati come consanguinei.

Sei superstizioso tu che credi ci sia una relazione tra te e un fatto esterno, per il semplice motivo che si è avverato. Tu che dici: «Qualcuno pensa a me» perché si sono sciolti i lacci delle tue scarpe; che temi una disgrazia, perché hai rovesciato l’olio; che fai celebrare una messa, perché hai sognato un defunto.

È immorale! Sostenere che il bene e il male sono causati dall’esterno, oltre la propria volontà, porta a ritenersi innocenti o, peggio, incapaci di atti moralmente buoni o malvagi. Disonesti e creduloni hanno nella superstizione il primo capitolo di un comodo alibi. Caricare un fatto esterno di valenze tanto condizionanti è dare alla propria coscienza lassa un pretesto di disimpegno.

La creduloneria imprigiona, il mito aiuta a trascendere.

Ho avuto l’onore, il raro privilegio di essere partecipe e testimone, giorno per giorno, per lunghi anni, d’un ambiente umano creatore e concretizzatore dell’antica saggezza dello spirito mitificatore. Un dinamismo interiore e,  in potenza, tale da coinvolgere l’intera realtà personale e persino il proprio Sitz im Leben, verificabile in tutte le valli ladine, sia dell’area storica veneta, che tirolese.

Ho avuto modo di percepire, nel contempo,  l’insidia di un graduale svuotamento, di un allontanarsi, impercettibile a breve scadenza ma reale, da tale, antico dinamismo. La consapevolezza di simile perdita, lì dove si è manifestata, mi è apparsa nel modo di una incompleta sofferenza, nel rimpianto del «bel tempo della giovinezza», di «quando si cantava, alla sera, seduti a crocchi sui prati falciati o sulla panca davanti all’abitazione», di «quando ci si aiutava e voleva più bene»; e, anche in questi casi, la sofferenza era attutita dalla considerazione prosaica che, tuttavia, pure allora «mancavano tante cose e c’era grande miseria».

Le nuove culture dominanti hanno tentato di spacciarsi, per l’ennesima volta, quali salvatrici e redentrici. Nel nome generico del progresso, è stato dichiarato legittimo ogni scempio: la lingua materna? Un volgare dialetto; le usanze secolari? Manìe dei vecchi; gli abiti caratteristici? I costumi di un popolo trapassato, indossati dagli stessi ladini («Questi poveri montanari…»)  per il piacere masochistico di far godere le civilizzate tribù dei visitatori dello «zoo dolomitico». Ove, tra orme di dinosauri, scheletri e reperti archeologici, stelle alpine e colorate distese prative d’alta quota è possibile (ma forse imprudente e non auspicabile) incontrare qualche esemplare dell’homo silvestris, una razza in decisa via di estinzione.

Nel dinamismo dello spirito mitificatore io, come un animale dalla gola profonda, mi sono a lungo abbeverato.

I sacri testi della scuola dell’obbligo c’insegnavano a deriderlo. Apprendemmo, ad esempio, che gli antichi egiziani, greci e latini ne avevano ricavato una combriccola di Dèi, un po’ irosi e un po’ goduriosi, scarafaggeschi e tonanti. Tra noi ragazzi, c’era chi trovava spunti per prolungate meditazioni su Venere, amica dell’aurora «dalle dita rosate», e chi si entusiasmava al dardo saettante di Apollo. Finalmente – ci spiegavano -, su colli sempre fatali spuntò il sole del vero, figlio della civiltà latina (erede universale di tutto il bene posseduto o intuito dalle antecedenti) e del soffio del cristianesimo (l’ultimo ramoscello fecondo della nobile ma decaduta pianta dell’ebraismo).

Frottolosando di tal passo, le successive vicende storiche e morali, letterarie e religiose, economiche persino, erano spiegate in termini assai semplificati: la civiltà novella era ostacolata – povera indifesa! - da nuovi popoli barbarici (gli screanzati!), era ferita nell’unità dagli insubordinati dell’Oriente e arrogantemente chiamata a verifica dai protestantacci; poi era sottoposta ad altre, innumerabili lotte di conquista e di difesa, per ergersi, sempre giovane, sulle ceneri sparse degli avversari, annientati. Studiare, per credere! La storia non è forse scienza? Carlo Magno e Napoleone, le crociate e le conquiste dell’America del sud e del nord: tutto, un’immane lotta tra la Città della luce e quella delle tenebre, la santa e la santificanda, altari da innalzare e idoli da abbattere; tutto ciò che non era nato o non era stato lavato nell’acqua del battistero, doveva essere sgozzato.

Nella sua verità, il cristianesimo non era e non è questo, ma col pretesto della fede troppe volte questo è stato attuato. Carro ideologico come un altro, sul quale salire, viste le buone garanzie di sistemazione professionale; e molti continuano a invocare l’intervento di questo carro, per schiacciare la testa ai serpenti delle libertà culturali risorgenti.

Da quanto ci spiegavano, sembrava chiaro: il vizio di personificare la natura e di affibbiare sentimenti, nomi, attributi umani e divini alle energie del cosmo era stato sradicato. Sì, aveva costituito un’ombra penosa delle civiltà precristiane; lo spirito del mito si era attardato tra i selvaggi dell Irlanda e dell’Africa, fino al presente, come tra gli indigeni di questa o quella parte del globo terrestre; con qualche manieruccia forte, però, era stato sconfitto. Raggiunto l’uso di ragione, all’umanità non sarebbe più permesso attribuirsi facoltà cognitive al di fuori della ragione stessa; la ragione è una Dèa gelosa e ha la perversa tendenza di squalificare tutto ciò che non si aggancia alla sua locomotiva.

 

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La mia resistenza

 

Ahimè, io continuavo a respirare a pieni polmoni lo spirito creatore dei miti! E non opponevo resistenze intellettuali, perché non avevo coscienza del mio dinamismo interiore; né ho cessato di comportarmi così, quando l’ho acquisita.

Respiravo i fremiti della vita come aria dell’anima; sentivo che essa, in quelli, si fortificava, mentre li percepivo muoversi liberi e creatori su ogni cosa. Mi accorgevo che tale sensibilità, l’insieme dei sentimenti con i quali mi relazionavo all’ambiente fisico e sociale, non era una mia invenzione, quanto la condivisione, sempre più cosciente, di una sensibilità diffusa e che l’ambiente viveva con naturalezza. Lo spirito creatore dei miti è, dunque, una capacità, tramandata nel vissuto quotidiano, senza che alcuno abbia mai sentito il bisogno di descriverlo; come erano tramandate di generazione in generazione, senza alcun bisogno di scrittura, le migliaia di informazioni tecniche relative alla lavorazione dei campi, alla coltivazione dei boschi, all’allevamento del bestiame, alla conservazione della salute; le migliaia di frasi sapienziali, le novelle, le consuetudini, i riti e, persino, i pregiudizi.

Per raggiungere una piena consapevolezza della facoltà, gioiosa, di accostare la realtà pre-umana tramite lo spirito mitificatore, ho impiegato molto tempo. Se non avessi avuto modo di continuare l’attività di pastore e agricoltore, fino a ventiquattro anni; se fossi emigrato per lavoro, come tutti i coetanei; se non avessi avuto la possibilità di fare gli studi classici e di teologia cattolica, non avrei intuito la portata di ciò che, al riguardo, esperimentavo e vivevo, né avrei posseduto gli strumenti culturali coi quali mettere in atto un primo lavoro comparativo.

 

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Elementi dello spirito mistificatore

 

Il cielo è blu? Sì e no; è un’ illusione ottica o realtà? Questo e quello. La neve cade, s’ agghiaccia e si scioglie e non c’ è più; ma c’ è mai stata o era acqua, solo acqua, in diversa forma? E le montagne, enormi e durissime, quali appaiono, cosa sono in verità? Basta che una goccia di pioggia cada dopo l’altra, per il piccolo spazio di qualche millennio, e si sgretolano.

È la logica del fiore: stupendo, abbagliante di bellezza, che vive – certamente -, che certamente esiste, ma torna terra e, per ben che vada, letame per altri fiori, egualmente luminosi di fugace bellezza.

Alla base del dinamismo dello spirito mitificatore vi è lo stupore, ossia la gioia primordiale, dell’intuizione; alle fondamenta di quello razionalizzatore vi è, al contrario, lo sforzo del concetto. Tra stupore e ragione vi è la dialettica che passa tra intuizione e concettualizzazione. La prima scrive le frasi iniziali del pensiero; ed è ancora un suo abbozzo, un pulsare di immagini, che potrebbero configurarsi alla fine quantomeno in due realtà: quel viso potrà essere di maschio o di femmina, quella cima essere la vetta di un monte o il cocuzzolo di un colle, l’adagio musicale potrà aprirsi in un larghetto o  avviare il movimento finale, il grigio evolversi in un  cenerognolo o appesantirsi in un nero; è il momento in cui si percepisce il possibile come reale: tutto è possibile e, come potenzialità, è quel tutto. La ragione, invece, chiude la porta della conoscenza; quel che è dentro è salvo, ciò che resta fuori è l’altro, materia per  ulteriori concetti, per successivi dati, ma egualmente positivi ossia definiti.

«Fare» i concetti, razionalizzare, ridurre a positivo è necessario, ma è pure  un astrarre dalla vita, che procede in modo «irrazionale», senza soluzioni di continuità.

Diciamo «oggi», «ieri» e, così dicendo, poniamo a guardiana del confine tra i due l’ora di mezzanotte. Più in generale, dividiamo il tempo in mesi, anni, periodi; ma tra mese e mese, anno e anno, epoca ed epoca vi è, in realtà, una continuità sostanziale; il medioevo non cessò improvvisamente, sostituito dall’epoca moderna, né questa è stata sostituita all’improvviso dalla contemporanea.

Quello che avviene al livello della dimensione tempo, si verifica pure al livello della dimensione spazio; la cultura ladina lo percepisce in modo vivissimo. Se ci chiediamo: «Qual è il punto in cui il torrente termina e inizia il fiume? È forse ove s’innalza l’ultimo abete che termina il bosco?», è facile intuire l’indeterminatezza spaziale tra i due termini di confronto.

Più difficile ancora percepire la continuità spaziale quando si osserva la relazione tra soggetti diversi, ad esempio tra un albero e il terreno su cui sorge, la volpe e la boscaglia che attraversa, l’uomo e il campo che ara. Se la collocazione spaziale dipende da una precisa causa, tale causa costituisce il tipo di rapporto: la falce è posta vicino all’erba per tagliarla, la mano s’accosta all’acqua per rinfrescarsi… Quando, invece, il rapporto tra soggetti diversi per natura è determinato direttamente dall’ambiente-natura, e tanto più è determinato da esso, è necessario indagare, individuare il motivo di tale collocazione, ossia della continuità causale. Perché, alla fin fine, il procedimento logico della causalità (ad ogni effetto deve corrispondere una causa proporzionata e sufficiente) è nient’ altro che una razionalizzazione di quello della «continuità».

Lo spirito mitificatore corrisponde al primo tentativo di chiarire il rapporto temporale e spaziale tra gli esseri della natura-ambiente e tra quel particolare abitatore della natura e dell’ambiente circostante che è l’uomo, il montanaro stesso.

Sviluppare lo spirito mitificatore significa, di conseguenza, prolungare fin dove ragionevolmente possibile il momento fuggevole e permanente dell’intuizione, anche se, nel frattempo, vengano date o siano date delle motivazioni razionali in merito al tipo di rapporto tra gli oggetti di cui ci si va occupando, nello stupore dell’intuizione.

È giusto e per certi aspetti persino doveroso conservare in sé la capacità di tale primo momento cognitivo e percettivo; ammettere che tra l’io conoscente e i soggetti oggetto del proprio sguardo e del proprio rapporto non vi è un distacco assoluto ma una continuità vitale. Di questa però nel momento razionalizzatore si ha una percezione limitata, ossia riservata (limitata, appunto) ai caratteri particolari e funzionali di quel tipo di relazione, ad esempio quella sociale e professionale.

Man mano che la relazione diventa affettivamente coinvolgente, e proprio per questo ritorno al «cuore» di entrambi, la continuità tra soggetti conoscente e conosciuto si fa, invece, più evidente e «interscambiabile». Quel soggetto, quella persona sono, ad esempio, l’amato sposo, l’amata madre. I dati temporali e spaziali della loro nascita e del loro peso corporeo, come qualche altro, interessano secondariamente; la conoscenza affettiva e la consapevolezza della continuità relazionale permette un vedere in profondità e ben oltre i primi aspetti.

Ma questa capacità non dovrebbe essere ridotta, come avviene nelle culture «dominanti», ai rapporti interpersonali, bensì conservarsi e ampliarsi anche nei rapporti con il mondo animale, vegetale e persino con quello «inanimato».

Da ragazzo, ho avuto occasione di osservare il concretizzarsi del rapporto pre-razionale con l’ambiente, e il suo venir accettato e condiviso, in qualche modo, dagli adulti.

Ecco come lo spirito mitificatore entrava all’opera: noi ragazzi andavamo nel bosco, o per gioco o per badare alla mandria. Correndo da un pianoro all’altro, da un ruscello all’altro, scorgevamo un masso, una conca, un abete, un ruscello e decidevamo, di quando in quando, che questo o quello doveva portare un certo nome.  La scelta non era determinata  dal capriccio; sì, a noi piaceva prendesse quel nome, ma esso era in relazione a una nostra avventura o a qualche sensazione lì vissuta e, come nel caso dello sposo e della madre, tale sentimento o fatto ci sembrava così importante che sentivamo il bisogno di chiederne il riconoscimento da parte degli adulti. Rientrati, alla sera, nel villaggio, raccontavamo la scelta del nome e gli adulti di solito  l’accettavano.  Un masso ci sembrò avere la forma di una zappa, venne chiamato e si chiama ancora Sas de la Zapa; un abete era servito da riparo notturno per un cavallo, e non fu (per l’abete) piccolo onore: divenne, per tutto il paese, Al Péz del Kavàl. In un posto, vicino a un masso, era stata avvistata una volpe? Quel posto fu battezzato e sarà in eterno Al Sas de la Bolp.

Il dinamismo interiore a «oggettivizzare» i rapporti tra persone e luoghi, persone e cose, era un gioco piacevole e teoricamente senza limiti. Alcune denominazioni, come le accennate, ebbero fortuna e vennero assunte persino dalla toponomastica ufficiale; altre duravano una stagione, un mese, un’ora; che importava? Ne erano già state inventate di nuove, secondo l’esigenza di nuovi rapporti e di nuove avventure; il dare il nome era solo una parte del «gioco», quella finale e più evidente, perché la tendenza a perpetuare e «oggettivizzare» i rapporti partiva ben prima e andava ben oltre tale espressione, importante ma non necessaria.

Mitificare non è, dunque, dare una spiegazione razionale dell’esistenza e degli esistenti, costruire ad esempio una cosmologia o una tecnica agraria, neppure una psicologia o una morale; neppure una teologia, ovvero un sistema di pensiero su Dio. Non è atto di ragione, che non esclude (e tanto meno le si contrappone), ma che precede e di cui conserva a sé stesso la facoltà intuitiva anticipatrice. Creare miti è atto che va in parallelo con quello di fede, qualora però quest’ultimo sia considerato in sé, senza altre definizioni teologiche, nelle quali sarebbe fin troppo facile scivolare.

Io credo, osservando ancor meglio, sia paragonabile soprattutto all’atto di gioco, ricco com’è della ragionevolezza e della bellezza del gioco. Il quale può esistere a patto che abbia e i giocatori rispettino delle regole precise e predefinite, eppure tali che, qualora non giovassero più a rendere il gioco piacevole, possano essere mutate. Devono essere le regole del gioco a cambiare, qualora divengano fonte di asperità e spiacevolezza, adeguandosi alla realtà dei giocatori, non viceversa; l’«adesso» del gioco, ciò che lo giustifica, è la piacevolezza. Il mito è valido nella misura in cui piace e giova a rendere piacevole la realtà;  meglio: nella misura in cui aiuta la realtà a rivelarsi nella sua innata piacevolezza, nonostante ogni asperità e, persino, avversità.

La seconda base dello spirito mitificatore è il senso del provvisorio: costante, forte, lievemente drammatico e, nel contempo, rasserenante; in termini più razionali, il senso della contingenza.

L’esperienza quotidiana mostra che tutto esiste e tutto passa; uomini e cose non sono da sé stessi e, quindi, non esistono in senso assoluto, ma sono stati e sono resi partecipi dell’essere. Ci sono, per misteriosa gratuità, e nel volgere di un certo tempo non ci sono più; eppure, frattanto, ci sono, ovvero esistono, continuano a ricevere l’esistenza. Gli esseri del mondo, tra cui l’uomo, vivono la loro traiettoria terrena sospesi a una fuggevole concretezza, assaporando quella vita che continuamente viene loro data e continuamente sfugge loro di mano; sul presente batte il sole ed è già la notte, e l’alba eternamente risorgente.

La provvisorietà, pur spiacevole, non è percepita dalla cultura ladina con senso di angoscia e, cioè, come un limite da sconfiggere o, in qualche modo, scongiurare; è accettata, come un ovvio dato di fatto. L’attenzione è sempre puntata sul positivo del presente e nell’oggi è dato, ed è quindi moralmente giusto, essere felici. Non conosco altra popolazione, altra cultura tanto capace di volgere la realtà in senso ottimistico e, materialmente, scherzare e sorridere (e ridere, fragorosamente, in gruppo) quanto quella ladina. Tale serenità, condivisa, non può essere giudicata frettolosamente come incoscienza della irreparabile caducità, essendo piuttosto consapevolezza più o meno esplicita, che essa in ogni caso sarà dopo il presente e che il presente, in quanto tale, è nel segno del positivo.

La vita, così intesa, è ancora una volta paragonabile al gioco, guidato da regole mutevoli, teoricamente e in potenzialità, al pari degli esseri ai quali si applicano. Tutto è segnato insieme da definitività e da fragilità, accede alle sorgenti dell’essere e vi si allontana, senza pretese e senza attese e, pertanto, quando più non sarà, senza rimpianti. Con immutato senso di gratitudine fino all’estremo attimo di presente. Lasciandosi condurre oltre il tempo e lo spazio, come sempre, e nella certezza che, terminato il presente, ancora una volta nulla è perso.

Ho la sensazione che la cultura ladina non conosca il concetto di nulla metafisico, per quanto a rigor di termini sia noto che il nulla non esiste. Ma c’è un «diventar nulla», collegato con un esistente particolare, con lo spegnersi vitale dell’io di qualche essere caro e, in prospettiva, del proprio. In tal senso il niente esiste, quale sinonimo di svuotamento totale di una entità che, pur in modo contingente, esisteva. Ed è ben miserabile la consolazione che c’è una continuità materiale, di massa biologica in decomposizione e trasformazione in altri esseri; l’io termina la sua esistenza terrena. Il corpo e le sue funzioni biologiche danno il segno e quasi la misura della progressiva caducità, con il preavviso dello svuotamento finale. La mancanza di una vera sensibilità e preoccupazione metafisica, distinta da quella religiosa e dunque ormai sul piano della fede, conferisce alla cultura ladina una specie di non-soluzione del problema; ma ciò avviene, per l’appunto, perché il problema non è posto in termini di razionalità. Resta il venir meno della vita, il fatto, ammesso con l’ovvietà attribuita a tutte le cose: quella del provvisorio.

E resta il presente, la grande sosta in noi della gratuità. Il momento in cui il nulla manifesta la sua inconsistenza e la verità emerge nel suo splendore, e a noi è dato di accoglierla. Il momento in cui l’eternità entra nel tempo, rivestita di sole, e pronuncia il nostro nome. In cui la tenerezza vince la paura e la tenacia alza sulle sue braccia la gloria. In cui il cuore dona all’amore nuovi spazi e la gelosia dell’altrui possesso cede il passo alla gioia della conquista. Il momento di scrutare il mondo dall’alto della tua bellezza e di trovarlo amabile; di chiedere al tuo cuore di uscire dagli inganni della solitudine, per gustare «il latte e il miele», la terra che dall’eterno ti è stata promessa.

 

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I soggetti del mito ladino

 

Nel dinamismo ri-creatore del mondo, affidato al gioco dei ragazzi, se i nomi attribuiti a qualche realtà dell’ambiente variano, se mutano le leggende relative a posti e cose, alcuni contenuti del mito, cioè della sensibilità prerazionale, e le loro raffigurazioni, perdurano, grandiosi e affascinanti; motivo di prolungate meditazioni, eco di vaste solitudini sociali, mèta di ripetuti percorsi fantastici.

Il risultato non è, come avvenne presso  popoli precristiani, l’elaborazione di una nuova religione. Il cristianesimo era ormai, come religione, il dato di fatto, socialmente elaborato e normativo sia dal punto di vista ideologico che rituale; anche se la cultura ladina condivide, senza saperlo, vari capitoli della spiritualità animista.

Eppure, il rapporto costante e vitale con la natura imponeva, quasi automaticamente, l’elaborazione dei sentimenti panici di paura e libertà, di lotta e rassegnazione, di estrema solitudine ed estrema solidarietà. L’onnipotenza di Dio non si bloccava forse davanti alla violenza delle alluvioni e al morso fatale dei ghiacci? La sua onnipotenza non poteva rivelarsi, e con più «naturalezza», oltre le porte del santuario? Non è lui che fa splendere il sole e scendere la pioggia? Anzi, non sono forse tutti gli esseri sue creature, opera di lui, messaggeri di lui, veicolo delle sue benedizioni o dei suoi castighi? Era ed è difficile percepire la trascendenza del divino, quando la sua presenza è affermata in modo così insistente!

La cultura ladina, inoltre, è priva di concetti quali «persona», «soggetto», «oggetto», che, pure qui, sono stati utilizzati e con abbondanza. Essa si serve, nella sua originalità, di concetti più generali, quali: (un) essere, (una) realtà, qualcosa o valk. Valk (dal latino «aliquid») è qualcosa, certo, ma dai contorni imprecisati, in parte nota e in parte sconosciuta. Gli esseri umani sono circondati da realtà che sono valk: soggetti oppure cose? Esseri dotati di consapevolezza? Fino a che punto? Capaci di rapportarsi con gli umani? Per quale scopo? Dèi? Uomini? Spiriti? Energie dotate di un’anima sensitiva? Apportatori di bene o di male? Manifestazioni, comunque, della vita al suo stato archètipo, della sua ricchezza e indecifrabilità; ma anche decifrabilità, se tutto (uomini, piante, animali, universo) fosse scritto, come potrebbe essere, con le lettere di un unico alfabeto. Secondo il mito, di questa energia, a metà strada tra l’inanimato e il dotato di anima, è impastato l’universo.

Ma, secondariamente, tale energia – sempre secondo il mito - si incarna e si rivela con maggiore chiarezza in alcune realtà particolari, che potremmo chiamare soggetti, per non perdere il senso di una loro vita autonoma, per quanto non siano definibili come persone.

Chi viene in montagna, chi sale sulle Dolomiti e non si sforza di mettere in seconda linea il proprio razionalismo, pur così produttivo di bene, per lasciarsi coinvolgere e, potrei dire, quasi travolgere dall’intuizione dello spazio profondo delle cose, lì dove opera il grande palpito della vita; chi non ammette che in queste sensazioni di stupore e di provvisorio appaiano luci di verità dimenticate; chi non crede, con la forza della fede, l’entusiasmo e la purezza di un credente, che questa è la strada per cogliere il panorama stupendo dell’unità originaria, è inadatto a vivere in sé lo spirito del mito creatore.

Ah, il brivido della priva volta, e sempre! Il respiro sospeso e il tuffo, nel fragore delle immense cascate; la vertigine dell’abisso e le profondità infinite, le mille voci e il canto della vita, e il tesoro della parola ritrovata!

- La bianca distesa della neve e  il verde prato: il ritratto della tua fresca primavera.

- Le rosseggianti albe e i tramonti infuocati: il tuo bagno d’aria, mattiniero e serale.

- Il passerotto morbidone, che canta nascosto sul ramo: le carezze pomeridiane affiancati, sulla lunga staccionata del rifugio.

- Il profumo del pane e della selvaggina: voi due, gorgoglio e fragranza, lungamente attesi.

- Il melodioso rintocco delle campane laggiù, nel fondovalle: lassù, ove la luna rallegra le stelle, va un pallido bacio.

 

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La mónt

 

Il termine mónt, ovvero montagna, indica in ladino la zona pascoliva, sempre piuttosto estesa, ricca di spiazzi erbosi, di boschi di larice e d’abete, a piantagioni diversificate, di paesaggi, a volte di incredibile bellezza. Ogni villaggio ladino ha la sua mónt, stabilita secondo scelte comunitarie e goduta con regolamenti in cui tutti si riconoscono, tramandati da una generazione all’altra. È la montagna nel suo aspetto materiale, quale può essere misurata, stimata per reddito, venduta e comprata, per la quale sovente avvenivano liti tra villaggi contermini.

Percepita nello spirito del mito, ne è il soggetto per eccellenza.

Eccola, Dèa o Dio, divinità comunque, adagiata nella gestazione del mondo, pulsante di sacro sangue verde, forte come il nero, e biondeggiante di sole. Un susseguirsi di rigogliosi seni, che il vento accarezza e rassoda, suo angelo, per chinare infine le sue ali, bianche e rosse, nelle fenditure del suo grembo. Gioia di sciogliere le catene delle dure resistenze nelle vene d’acqua nivale, mentre la sua aspra solitudine sembra discostarti. È a due passi, e si fa raggiungere; si fa cercare, ed è fedele e giusta. Invita e tiene a distanza; promette la pace e costringe al combattimento della conquista. Una, mille volte ti ha lusingato e tu ti sei lasciato andare, allo splendore della sua verità presente, per espanderti corpo a corpo, e spirito a spirito, tra le sue creature. Sedotto, in balia del piacere, con la serietà e la gioia che i ragazzi mettono nel gioco, continui ad accarezzarle con il passo e con lo sguardo i fianchi sinuosi (o sono, forse, i suoi lunghi capelli sparsi?).  Quando ti cede, s’adagia silenziosa e dolce tra le tue braccia, e tu hai l’impressione di sentirla tremare. Ti va sussurrando che non puoi fermarti ad amarla, ma potrai raggiungerla di nuovo, e – te lo promette -   se sarai abbastanza ardito, si lascerà di nuovo vincere.

Mentre corri libero sui suoi pianori, ne sali le cime, ti arrampichi sulle sue pareti rocciose, ti rinfreschi all’acqua gelida dei suoi torrenti, oppure riposi nella freschezza delle sue erbe in fiore, intuisci che la sua essenza vitale, sempre rinnovata, altri la riceveranno in dono. Tu l’ascolti, grato, senza dir parola. Il tuo viaggio nell’inquietudine è finito; la cappa di nebbie che di tanto in tanto avvolge la tua anima, si è sciolta; non hai più bisogno, come prima, di cercare fuori quella riconciliazione con te stesso, che ora senti dentro. La pace della montagna ti avvolge, è con te e con il tuo spirito; e senti nascere il desiderio di espanderla, comunicandola.

La montagna è il non-detto della civiltà, la casa che ne conserva la culla. Lo spazio che non è ancora dell’uomo, ma dato all’uomo; il luogo dell’appuntamento con sé stessi, senza equivoci stordimenti, l’inizio di una scala e di un’ascesa verso un modo di esistere rinnovato. Nell’attuarsi della conquista, interiore e fisica, la libertà sposa il piacere; fatica e sforzo risalgono alla sorgente che le giustifica; la prospettiva si allarga verso traguardi programmati e desiderati che, via via, sono sostituiti da altri, impensati e gratuiti. Slanciate verso il cielo, le pareti rocciose ripetono, nell’eco del vento, il nome della grazia. E stanno davanti a te, e per te, invitandoti alla loro immensità.

È bello, allora, intuire che il presente è degno di essere vissuto. La montagna lo suggerisce. Lo sguardo è limpido e ha davanti a sé l’oggetto amato,  amabile soggetto della sua adorazione interiore. Ad una ad una le condizioni e le resistenze sono cadute. Lo spirito ha levato i calzari ed è entrato nella sua terra, l’unica compiutamente sacra, è stato condotto dove non vorrebbe e pur vuole; è la sua ora. Circondati e adornati da frassini,  sorbi e ciliegi, i villaggi sembrano far da contorno, mentre il profumo delle resine vaga sopra quello dei comignoli lontani o degli invisibili fuochi dei campeggiatori, respiro di bosco e di verginale freschezza.

Non vale la pena vivere in montagna con tante precauzioni intellettuali da restar monchi di cultura reale, né ci vuole un tempo speciale per cogliere l’alfabeto della sua primordiale saggezza. La luce del sole riscalda e feconda, ma può abbagliare e inaridire; l’acqua disseta e purifica, ma può annegare e inondare. Del pari, la montagna non illude né inganna, la durezza è il segnale della sua sincerità; l’acciaio del suo splendore non ammette di fondersi con il fango delle leggerezze e dei compromessi; si sa.

Luoghi-soggetto di particolari elaborazioni mitologiche sono, poi, all’ interno della mónt, le grotte e gli incavi tra i massi, soprattutto quelli nascosti al fondo delle vallette lontane dagli itinerari consueti. È preciso in me il ricordo di alcuni di questi anfratti, la sensazione quasi di paura nell’accostarli, come se da un momento all’altro avesse dovuto compiersi lo svelamento del loro mistero, l’apparire e il materializzarsi in essi di una luce vivente, di un’anima in pena, di uno spirito dell’aldilà.

Sotto l’ombra tremolante delle fronde, sullo spiazzo loro antistante, i raggi del sole scompaiono, ricompaiono; all’improvviso, come fulmini abbaglianti, attraversano i tratti in penombra. Questi, allora, si accendono di luce – l’erbette sono smosse da pennellate di chiarore, danzanti, e in quella luce par d’udire più distintamente le voci e i suoni degli abitatori del bosco -, di nuovo scompaiono, e riappaiono. Si avanza in questo tremolare della luce, nella sua ineffabile armonia e nel canto del silenzio. Dentro, la gioia di riconoscersi e di vedersi nella pace; e par che il gaudio affiori sulle labbra. In quelle fenditure della mónt par d’udire il preannuncio sommesso che ogni altra ferita interiore è risanata; e, fosse anche solo un presentimento, gioverebbe all’anima, quasi avesse acceso una candela alla divinità ignota che sta nella grotta.

Le vesciche ai piedi, dovute agli scarponi,  sono nulla, infatti, al paragone del cinico risucchio dell’anima messo in atto dalle sedicenti civiltà progredite; gli spiritelli che popolano le fenditure della boscaglia sono più reali delle fumiganti escremenzate dei tête-à-tête degli intellettuali signorsì.

Attendo il giorno in cui anche le città sentiranno il bisogno di essere civilmente selvagge, e la voce del canto si fonderà con le melodie ricorrenti di uno zufolo, come oggi il frastuono delle automobili. Il giorno in cui ogni casa avrà il suo giardino, ogni quartiere il suo spazio verde, e ogni coppia di amici potrà disporre di un’oasi segreta, ove terminare una corsa, in pace con sé stessa e il mondo.

 

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I kukù e le zìrighe

 

Aristofane non faceva un puro lavoro di fantasia, quando immaginava che gli uccelli dovessero ricevere gli onori riservati agli Dèi, ma il suo Pistètero non poteva conosceva il mito e l’annessa usanza ladina di chiedere oracoli al cuculo, anziché ad Apollo. Con i vantaggi, s’intende, di tempo e trasferimenti, che si figurava lo stesso ideatore di Nibucuculia.

Il cuculo ha una voce con due soli toni e, per questo, «madre» natura, che a tutto provvede e a tempo opportuno rimedia, gli ha messo a disposizione un mezzo singolarissimo: il potere di scrivere su particolari foglioline del sottobosco. L’alfabeto è speciale e solo i vecchi più saggi, esperti delle regole del cosmo e dei segni dei suoi mutamenti, sono in grado di intenderlo. Solo essi, perciò, sono in grado di leggere e spiegare quanto il cuculo vuole si venga a sapere tramite le foglioline.

Tali foglioline, chiamate Létere del Kukù, sono tutte diverse e, quando una si secca, il suo messaggio è perso per sempre. È vero che non tutto quello che il cuculo dice è importante, ma è meglio avere l’astuzia o l’ingenuità dei bambini, che le ritengono tutte di valore e, quando le trovano, le fanno subito leggere. In tal modo, lettera dopo lettera, apprendono una favola antica,  un proverbio o, più spesso, un messaggio personale, del tipo: «Andrea, obbedisci a tuo padre, se vuoi farlo contento», «Fabio, non andare a giocare nelle pozzanghere», «Maria, se impari a filare, sarai una sposa felice».

Noi ragazzi ascoltavamo in silenzio e con attenzione la spiegazione che la pastora o l’anziano ci facevano fogliolina dopo fogliolina. Del resto, ci spiegavano, alcuni che non avevano prestato fede ai messaggi erano incorsi in una serie di disavventure, perché il cuculo sa fare agli uomini e agli altri uccelli scherzi poco simpatici. Ad esempio, può svelare a una persona che non dovrebbe saperlo, il nostro affetto o rancore per una terza.

Ci spiegavano, poi, che anche con il canto, è in grado di fare oracoli e incantesimi. In aprile o maggio, quando lo si sente cantare per la prima volta (nel nuovo anno), se si esprime ad alta voce e quasi gridando un desiderio qualsiasi, esso si avvererà; importante è che il cuculo lo senta. Negli stessi mesi avremmo potuto interrogarlo sul numero degli anni che mancavano al nostro fidanzamento (non allo sposalizio!) e su quanti anni di vita ci restavano. Le due domande dovevano essere fatte secondo un formulario fisso : «Kukù da la koda riza, kuanti àin me dasto prima che sone nuìza? Kukù da la koda stòrta, kuanti àin me dasto prima che sóne morta?». Ogni «cu-cu» di risposta era da intendersi come un anno. Ho già evidenziato, in un apposito saggio, come nella cultura zoldana l’interrogativo è formulato al femminile, quasi fosse stata una curiosità o una preoccupazione solo delle donne.

D’altronde, Anton Cechov nella novella «Nel vallone» scrive: «Un cuculo contava gli anni di qualcuno, sbagliava continuamente e ricominciava daccapo»; si tratta, dunque, di una «credenza» assai diffusa, testimoniata persino in Russia e non esclusiva della cultura ladina.

Le zìrighe  sono le rondini, un animale decisamente sacro, intoccabile e (orrore!) immangiabile. Il motivo esatto di simile atteggiamento riverenziale, non esclusivo neppure in questo caso della cultura ladina, mi sfugge.

La cultura ladina crede che la casa ove la rondine fa il nido sia benedetta, non tanto perché la rondine porti una particolare benedizione, quanto come suo attestato dell’essere quella una casa in cui regna la concordia e l’amore. A causa dell’intercomunicabilità che anima il cosmo, la rondine sa intuire i sentimenti umani e dare persino un giudizio etico. Che viene recuperato e interpretato, a livello razionale, secondo i parametri della morale cattolica, ma che parte come dinamica in uno spazio preliminare, qual è, ancora una volta, quello del mondo preumano, cui si riconosce un valore positivo.

 

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Al vént e la vénta

 

Scatola magica di prestigiatore, la natura; il vento, la sua bianca colomba.

Vi fu un tempo in cui non potevo immaginare la montagna senza udire – qui, ove pulsa il cuore - il suo respiro; ogni mattina andavamo chiedendoci – il mio cuore ed io - s’essa era ancora viva. La bianca colomba batteva un colpo d’ali sui vetri della finestra, portandoci il lieto annuncio ch’era terminato il diluvio universale della notte. Quel tempo è ancora.

D’estate e d’inverno, sempre. Nelle primavere e negli autunni, sempre! L’ho sentito ridere al sole, il vento, piangere nella notte.  L’ho visto inseguire la luna sul carro cristallino di una nube; osservandolo, sentivo il mio corpo farsi piccino piccino e lo spirito prendere le vaste dimensioni del cielo stellato. Ed era pace, infinita pace, alle note di una pensosa ninnananna.

Mai ho tentato d’imprigionarlo, di comprenderlo, di trattenerlo. Mi sarebbe bastato raccogliere in un’ampolla l’eco della sua terribile o soave maestà? Fissare in un colore l’impronta che, libero signore, fuggendosene avesse lasciato a prova del suo passaggio? Null’altro so che ci siamo incrociati, un giorno, mentre, quasi biondo efebo inseguito dal suo amante, scompigliava i campi di orzo; l’ho visto sulle scapole dei monti, mentre batteva le ali per risvegliare il sole, ed aveva il volto rosachiaro di fanciulla; l’ho udito gracchiare nero sulle alture disadorne, puntate di corvi; mi apparve rosso tra le vampe dei tramonti, bianco tra i vortici della neve, verde tra i germogli di maggio, blu tra le onde di un ruscello prima del temporale.

La ragione osserva il vento come fenomeno atmosferico, il suo essere un «fatto»; l’intuizione lo coglie nelle sue potenzialità. Per il mito è l’eterno fecondatore dei campi, il timoniere dei boschi, il prima e il dopo della vita; l’avanti, marsch!, che la gagliarda giovinezza del sangue impone ai suoi fidi eroi; il sussulto del mondo ai palpiti delle prugne acerbe, tra un volo di bianche farfalle e il dondolarsi della rosa rossa (è questione di punto di vista e di capacità di vedere; non c’ è scienza che tenga).

È il senso della profondità e della realtà virtuale, lo stadio immenso del mondo che grida: «Goal!».

È il continuarsi del gioco, nel mutare del concetto stesso di essere, non più identificato con la realtà attuale, con la grintosa e pur provvisoria consistenza del momento presente.

Ci precede di cielo in cielo, di mare in mare, di fuoco in fuoco, di terra in terra; scavalcando le montagne del verde, tuffandosi nelle onde dell’azzurro. Tutte le strade portano a lui e da esso sono battute, mare senza confini, voce della provvisorietà del presente, cielo vivo della mónt, nel quale sembra dolce persino cadere o lasciarsi trascinare.

Questi sono i sentimenti della cultura ladina riguardo al vento, per la quale è soggetto tanto importante che per esso, pur nella povertà generale dei vocaboli, prevede persino due termini: vént e vénta.

Al vént è l’impeto ventoso, la tempesta e la furia d’aria che si abbatte sulla boscaglia; il momento della paura e dello sconcerto; l’irrompere sul pacifico creato di una forza bruta e incontrollabile; è il Vento dell’Ovest che colpì alla fronte Giacinto, giovinetto spartano; l’ululato del lupo sanguinario, araldo della morte, perennemente annidato tra le insenature della montagna. Ma questa potenza, stupore del male, è per fortuna di breve durata.

La vénta, invece, soffia per ore e giorni, nènia e lamento, inconsolabile e dolce. È essa, propriamente, il soggetto della trasfigurazione mitificatrice. È al principio dei tempi e sarà alla fine; nell’oggi è donazione di ogni ricchezza passata, anticipazione di quelle future. Respiro e respirante, la montagna che vibra nel suo perenne incanto musicale, la voce essenziale. Colui-che-è-innanzi, il trascinatore; colui nel cui alito fuggevole è conservata l’eco della mutevole presenza delle cose. Colui-che-avvera, il fortificatore. Brezza che porge il saluto benaugurale alle stagioni e ne celebra l’addio…

Amabilità diffusa, che si erge sovrana su corpi alla conquista e vinti – sterminato campo di battaglia -, che accarezza e incorona, e avvolge di pietoso oblio. E già sono rinnovate battaglie, in cieli e terre mai apparsi nella vibrante luce, nel caldo sole.

Metafisica di un sogno d’amore, il vento; ciò che più è importante, perché ha impresso del suo sigillo la misteriosa forza di trascendersi.

Godibilità antica e nonostante tutto, che avvolge e compenetra l’universo di adolescente desiderio di giocare, e di caldo godere. Metafisica del gioco e del piacere, fauno irrequieto e speranzoso. Qui rinserra le scoppiettanti note del focolare domestico, là i sordi e ripetuti colpi del martello del fabbro. Qui prolunga e smorza le oscillazioni del tuono, là ascolta il frusciare vellutato d’infinite foglie.

Attorno a te, vént e vénta. E in noi, nello spazio libero dell’universo fisico, senza interruzione con quello circostante e con quello spirituale; la brezza e lo slancio che ci tiene in pugno: foglie, or vellutate e or rinsecchite, e pur sempre da essi avvolte di muschiata tenerezza; vibrazioni e tuoni, ai ritmi della conosciuta danza. Oh, farsi fucina, farsi martello, come la brezza e lo slancio suggeriscono; dentro! Gioco di specchi, ciò che ci appare «dentro»…

Tu: ascolti il fascinoso garrire del pennone e ti chiedi se il paradiso non sia un immenso focolare, un perenne divampare di scintille. Ma, domandandotelo, hai già superato l’invisibile barriera tra l’intuizione e la ragione, e lo spirito mitificatore si scioglie, lasciandoti davanti agli occhi un pupazzo di neve deformato.

 

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E domani?

 

Sento lo Spirito soffiare sulla mia polvere, tener desta la fiaccola dello stupore iniziale. Sarà sempre così, finché l’anfora dell’esistenza giungerà al colmo.

Ogni presente ha la sua completezza, ogni istante il suo bagliore di luce, e il sorgere di una libertà nuova.

Altri verrà ed è, nei quali mi ritroverò, e le mie parole saranno seme e attimi d’altra gioia, d’identico stupore.

Uomini e donne ladini, giovani soprattutto: che sarà di noi, se non torneremo all’antica sorgente? Se non recupereremo, nella giusta distanza dalle culture altrui, il senso dell’anima nostra?

Ho amato! La montagna e il vento mi hanno fatto percepire la gratuità della vita, sospesa tra la solitudine infinita e l’illimitato dono. Goccia a goccia, sto nascendo a nuovo giorno e sto morendo. Sono pronto. La mia felicità è stata, fin nelle radici del desiderio, la condivisione. Nulla mi è sembrato insignificante, né il canto della neve che si scioglie, né il battito d’ali d’una farfalla.

Per vederti meglio, Spirito, ho tracciato la tua immagine con la punta d’un dito sopra un vetro appannato; sarà osservata? Sarà amata e ritracciata sull’anima delle generazioni future? L’aria odora di bianchi lini, stesi ad asciugare al sole.