Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Lo spirito ladino di Zoldo», pro manuscripto, 2001, pp. 20-28

 

L’attività agricola tradizionale di Zoldo

 

Sull’uno o l’altro aspetto dell’agricoltura in valle ci sono molteplici articoli o appunti a stampa di don Ernesto Ampezzan, purtroppo non ancora inventariati. [1] Nella sua «Storia Zoldana», invece, egli non dedica molte pagine alla descrizione di questa attività; dice, cioè, quanto segue.

A pagina 37: «I prati e i campi erano ben coltivati: nei campi si seminava canapa e lino per la tela, segala, orzo e frumento, fava e piselli, le patate solo nel principio del 1800». A pagine 62-63: «L’agricoltura era fiorente, con buoni raccolti di fava, frumento, orzo, segala, marzola. E patate? Queste si trovano nominate soltanto nell’anno 1813 ed erano già in tale stima da venire richieste anche da gente di Cimolais. Questo umile ma prezioso prodotto della terra venne portato in Europa dall’America nel 1754 e nelle valli bellunesi nel 1776, si dice dalla Sassonia. Il fieno era condotto da ogni angolo del territorio zoldano con carri trainati da animali (cavalli, manze, mucche, muli, asini) e le stalle e i pascoli erano pieni di bestiame. Perfino il mansionario di Mareson, don Nicolò Ciconi, vendeva fieno a carri al sig. Pietr’ Antonio De Pra»; «Il granoturco venne introdotto in Italia nel 1550 […] poco dopo comparve anche in Zoldo». [2]

Varie sono le informazioni sui mulini: «A Forno ne troviamo due sull’acqua del Prampèr (uno, con «tre para [= paia] di mole», è ricordato nel 1549), tre lungo il Maè, dei quale il primo sotto i Paragatta, il secondo sotto la chiesa di S. Antonio (venduto da Giacomo Panciera nel 1549 a Francesco Fontana per lire 254), il terzo al ponte di Ceppe. Anche Pralongo ebbe il suo, e altrettanto Astragal nel Gav (così un documento del 1540). A Villanova due, quello dei Faghera sul Riotorto (nel 1800 è del Netto) e quello dei Tràiber per pesta-orzo sul Cervegana. A Dont tre, il primo sul Col dal Molin, il secondo un po’ più avanti sul Maè, il terzo sull’acqua di Gòima con mole due e pesta-orzo, venduto nel 1572 da Gregorio e Nicolò da Pradel al veneto Francesco Fontana.

«I mulini di Zoldo Basso: non tutti avevano il pesta-orzo, perché l’orzo, come la fava, furono sempre generi alimentari coltivati nelle località dove non poteva maturare il granoturco, per esempio in Arsiéra, Levada e Cornigian, e quindi in Gòima e in Zoldo Alto. In Gòima però, nonostante il nome di un villaggio e il cognome di tante famiglie, il mulino fu soltanto nel villaggio omonimo e in località Ornere sotto Gavaz (proprietà Ampezzan). A Zoldo Alto (meglio: sa la Capéla) invece fu più frequente. A Rusécco, sotto il monte Punta, una famiglia addirittura viveva in un mulino, quando sussisteva ancora il villaggio di Mas, nel 1600. Ancora più antico quello dei «Serrai di Brusadaz»” o[ssia] del Rutórbol, fornito di una ruota per pesta-orzo (comperato da Pietro Bortolotti da Costa nel 1824 per lire italiane 525, pari ad austriache 603,45). A Fusine ve ne furono quattro in una volta (oh, che bel coro!), metà in Busa, sulla sinistra del Maè, e metà sull’acqua che discende da Talinèra. Anche Soramaè ebbe il suo; ma più antico fu quello di Pianaz, sul Rù de Rial, e quello di Coi sul Gaón, dove più tardi se ne aggiunsero altri due.

«A Mareson c’era quello sotto le Madonne, e quello in faccia al villaggio, mentre Pécol ne ha tuttora (1964) due, all’inizio del villaggio l’uno e l’altro alla fine. Di tanti mulini, però, uno soltanto nel 1964 gira ancora, quello dei Costa Fresch sul Rutórbol, sotto Brusadaz». [3]

Nonostante «l’agricoltura fosse fiorente» e ci fosse un gran numero di mulini per la macina dei prodotti locali (orzo, fava, granoturco), la rendita complessiva doveva essere piuttosto scarsa, se non riusciva neppure a impedire, negli anni di magra, qualche decesso per mancanza di cibo. Così «nel 1591, anno di grande siccità per queste vallate, seguita dalla grande scarsezza di cose necessarie alla vita, morì di fame tanta popolazione». [4]

Mezzo secolo dopo, come appare da una annotazione del 1656 il Capitaniato di Zoldo, chiamato «Comune», è detto «isterilissimo e miserabile, posto tra montagne alpestri nel territorio di Cividal di Belluno», al punto che «fu altre volte stabilito a pagare il campatico a rate». [5]

Sulla fine del 1700, cioè nell’estate 1797, un altro duro colpo alle misere rendite degli agricoltori di Zoldo fu il propagarsi di una grave epidemia di bestiame, in conseguenza di grande siccità. L’Ampezzan annota, con un lieve sconforto: «Queste avversità portarono una ripercussione anche sulla salute corporale degli uomini. La miseria infatti colpì la gente di Zoldo e, a causa della scarsità di alimento, vennero malattie e accorciamento della vita»; con l’aggiunta: «Non soltanto però in Zoldo, ma in tutto il territorio bellunese», [6] che pare una magra consolazione.

L’abbandono dell’agricoltura e la via dell’emigrazione erano inevitabili. Nel 1817, «il pievano di Fusine diceva che i ragazzi che passavano i 13-14 anni, si portavano a Venezia con i zaleteri e con la vendita si procacciavano un qualche sostentamento. Avanzati in età, si dedicavano all’una o all’altra professione, procurandosi così il loro mantenimento. E le ragazze? Alcune soltanto andavano domestiche, tutte le altre rimanevano a casa occupandosi nei lavori domestici nell’inverno e nei lavori agricoli nella buona stagione». [7] Informazione preziosa, questa, della ricaduta sulle spalle femminili della faticosa conduzione dell’agricoltura, ossia in particolare del carico della stalla e della fienagione!

La necessità di trovare forme associate e nuove con le quali far fronte ai problemi accennati, portò a costituire anche in Zoldo, «dopo il 1870 le latterie sociali, chiamate turnarie; la prima sorse a Forno, con la collaborazione dei paesi vicini. Ma i prodotti caseari bisognava smerciarli per avere un po’ di denaro. E per iniziare questo commercio ci volle il coraggio di Timoteo Cini, il quale fece arrivare il burro zoldano fino all’estero. Lo smercio dell’ónto portò grande vantaggio economico agli allevatori fino al 1926». [8]

Eppure, nel frattempo, «dal 1890 al 1900 e oltre, aumentò intensamente la popolazione di Zoldo, molte per conseguenza [erano] le famiglie numerose. Pel mantenimento di tante bocche, l’allevamento degli animali da stalla fu intensificato». [9]

Nonostante la forte e per certi aspetti forzata emigrazione, la popolazione della valle riuscì a conservare, per secoli, nel tessuto culturale e nelle manifestazioni architettoniche una armonia che, paradossalmente, si è rotta proprio nell’epoca più recente, di proclamata maggiore sensibilità culturale, di benessere economico dovuto a una emigrazione sempre più orientata al non ritorno umano ed economico in Zoldo e, parallelamente, al tracollo dell’ attività agricola individuale o collettiva tramite le Regole.

L’architetto Mario Dal Mas ebbe a notare: «I villaggi variavano nel tempo solo per le scelte di particolarità contingenti (gli incendi, le frane, le slavine), mai per le differenze di impostazione o mutazione del tipo edilizio; il luogo dove essi sorgevano era determinato dalla presenza di un pianoro, di un corso d’acqua, dalla possibilità di accedervi o di difendersi. L’esposizione era sempre al sole. Con gradualità sapiente, a tutti era dato di beneficiare di un raggio di sole, d’un brano di strada, dell’acqua, del legname, perché il tessuto e la struttura dei nuclei storici sorgevano e progredivano nella concezione e nella pratica del vivere associato. L’organizzazione sociale comunitaria, costituita da famiglie patriarcali, le qualità proprie della gente sobria e laboriosa, l’onestà e la compattezza familiare, il senso religioso e il grande attaccamento alle consuetudini evidenziavano espressioni architettoniche che non erano solo esatta imitazione di forma, ma rispettavano sempre a pieno profonde esigenze psicologiche e di vita. Questo tipo di vita, infatti, non poteva che esternarsi in un certo tipo di casa a schema elementare, molto a contatto con la natura e l’aria libera, pratico e funzionale, articolato in spazi aperti ed armoniosi, con soluzioni di arredo ricco e variato. Case umili, ma essenziali, a schema regolare, ravvivate qua e là da decorazioni intagliate nel legno, da ferri battuti e da piccoli particolari impreziositi come stipiti, batacchi, cerniere, ecc. Niente però era fatto per colpire di più, tutto era misurato, armonico». [10]

E lo studioso Rizzi: «Oggi troviamo presenti gli squilibri creati dall’inserimento caotico nella vecchia struttura economica e sociale, della “nuova civiltà”, che inevitabilmente ha prodotto un cambiamento profondo e irreversibile, cancellando in breve tempo secolari e immutabili tradizioni, valori e armonie, della passata cultura rurale. Cultura di abitanti fortemente vincolati, nel lavoro e per il sostentamento quotidiano, ai luoghi, alla particolare ed aspra natura, che elargiva solo il necessario, ma che era comunque fatalmente  rispettata nelle sue manifestazioni e nei suoi eventi. Rimangono come attestato della vita passata, [oggi] frequentemente privi di fruitori, una vasta serie di edifici, di diversa destinazione e variamente classificabili: […] tutti edifici costruiti con materiali poveri, immediati, come il legno e la pietra appena lavorati, tratti dalla natura circostante, rimodellati e reinseriti armonicamente nel paesaggio, con caratteristiche architettoniche e costruttive ripetute costantemente nel corso dei secoli». [11]

Le testimonianze architettoniche, a volte ancora dominanti nel corpo dei paesi e i detti dialettali – che rischiano, se non opportunamente percepiti e protetti, un lento ma progressivo abbandono – sono conferme inoppugnabili della vastità e fecondità dell’attività agricola in Zoldo.

Eppure, gli zoldani non si consideravano contadini! E, direi, a ragione, sia perché, linguisticamente,  avevano coscienza di essere «liberi agricoltori» e non, come dice il nome, «lavoranti alle dipendenze di un conte» e delle sue campagne, per cui riservavano questa parola agli abitanti della marca trevisana; sia perché, contenutisticamente, né possedevano ampie estensioni terriere, né conducevano una vita solo di agricoltori, come i contadini del Bellunese e Travisano, ma l’alternavano con la vita a Venezia o in altre città, con varie occupazioni artigianali. Rientravano in valle in maggio e si fermavano fino a ottobre; allargando un po’  i tempi, si può dire che molti  vivevano in Zoldo solo nel mezzo anno più favorevole. Nei paesi rimanevano, come accennato, le mogli con i figli, addette alla casa e alla stalla. Mentre gli uomini andavano «a se la guadagnà», sarebbe stato segno di grande difficoltà economica mandare una donna «a servì», a servizio come domestica, in qualche casa fuori della famiglia.

Il 25 aprile, festa di San Marco e della Repubblica veneta, le persone, appena alzate, si bagnavano gli occhi con l’acqua e chiedevano la protezione divina sulla nuova stagione lavorativa, che stava per iniziare […]. Prima di tale festa era moralmente proibito lavorare la terra; poi si potevano iniziare le kuradùre, ossia le pulizie dei prati (per rimuovere gli stecchi e i sassi), e dei campi (per spargere gli ultimi mucchi del letame portato durante l’inverno, con le béne, e sotto i quali la neve tarda a sciogliersi). Le kuradure erano un lavoro abbastanza divertente, per i grandi come per i piccini, perché finalmente, dopo mesi di vita nel chiuso delle abitazioni, riprendevano l’attività all’aperto. Si faceva inoltre la pulizia delle malghe, sempre a conduzione familiare e non frazionali o regoliere, e si vuotavano le fosse del letame, facendo deviare in esse il ruscello più vicino alla malga, perché il concime venisse trasportato nei prati sottostanti, seguendo dei canaletti poco profondi scavati nel terreno. Al pomeriggio le mucche erano condotte sui prati, a brucare i primi ciuffi d’erba; era loro permesso di entrare anche nei prati altrui, perché avrebbero contribuito, senza avvedersene, alla pulizia e alla concimazione.

Attesa, alla metà di giugno iniziava la monticazione. Da prima ogni famiglia conduceva al pascolo i propri armenti; dopo averli trasferiti alle malghe, li abituava al nuovo regime di vita e a non scornarsi con quelli degli altri allevatori. Finiti i giorni della monticazione familiare (i più belli, perché tutti i giovani e ragazzi si trovavano assieme nel bosco e potevano divertirsi), una decina in tutto, iniziava ‘l ródol ossia la monticazione «a rotazione», a turno: un giorno per ogni vacca da latte e mezzo per ogni bestia «asciutta», suta, ossia vitella o manza.

Le pecore, invece, unite a quelle di qualche altro villaggio, venivano affidate a pastori salariati (per modo di dire), in genere dei giovanotti, che si guadagnavano in tal modo, per alcuni mesi, al pastréz, un pasto giornaliero, secondo la misura stabilita dalla consuetudine. Il giorno della sagra di San Pellegrino (il primo agosto), però, veniva portato loro un cestino di fùie rostide e qualche altro «straordinario»; e alla sera di quella festa (caso unico), dopo aver chiuso le pecore nel recinto (la mandra), potevano scendere al paese, per qualche ora di allegria.

Per i lavori della fienagione gli Zoldani o, almeno, le famiglie più benestanti, chiamavano a volte, uno o più segadór, ossia qualche contadino trevisano (!), al quale davano una paga di poco superiore al pastréz.

Le aree prative collettive erano gestite dalle Regole, al pari di quelle pascolive (le mónt), essendone esse le proprietarie in base alle antichissime investiture. Tali prati collettivi erano divisi in colendìei o parti segative, concesse in uso «pro familia» secondo regolamenti consuetudinari (da me pubblicati ne «Il Libro Aperto») che hanno trovato la loro codificazione giuridica, alla fine del 1800, nello «Statuto Regolamento» del Consorzio di Col Torondo e Pala Favèra», tuttora esistente e perfettamente funzionante, anche se non ci sono più agricoltori che chiedono aree segative.

I terreni immediatamente circostanti i villaggi erano coltivati a campo; davanti (!) ad ogni casa vi era inoltre l’orto, o ad area unica o diviso in due dalla stradicciola d’accesso alla casa medesima; solo in epoca più recente, abbandonato in parte l’uso delle kaminàze, gli orti vennero coltivati anche sul lato orientale delle abitazioni. I campi lasciati tornare a prato erano detti vàre e prài erano solo i terreni mai utilizzati a campo.

Il fieno veniva trasportato, legato a kói o fasci, caricato sulla testa o con carri (l’ultimo quantitativo di una giornata era però portato con la gerla o dèrla). I kói erano fatti secondo una tecnica collaudata dall’esperienza, che, per linee generali, può essere così descritta: si preparano dei bìest, o fasci di fieno, allineandone all’interno le erbe, con il rastrello, sei o sette per ogni kól, a seconda della forza del portatore (uomo, donna, ragazzo; giovane, anziano o adulto: neppure gli anziani si «risparmiavano»), della grossezza dei bìest, della distanza dal fienile, del numeri dei fasci previsti per un pomeriggio lavorativo e della qualità, più o meno asciutta, del fieno, nonché del suo essere formato da festùk o erba ad alta spiga ovvero póngol o erba di terreno arido (che non tiene il legame della corda).

La scelta tra il trasporto sulla testa o sul carro (un carro di solito a due ruote, piuttosto piccolo, più facilmente manovrabile e meno a rischio di rovesciarsi, detto kar da fén), era determinata per lo più dalla distanza tra il prato e la mulattiera, ma anche da quella tra prato e kasèra, nel cui fienile poteva essere posto momentaneamente, per essere poi portato a valle, d’inverno, con le slitte o lùede, con le quali si sarebbe trasportata anche la legna. Una abitudine di deposito intermedio, quest’ultima, non documentata nell’alto Zoldo, se non straordinariamente, ad esempio in caso di pioggia improvvisa (anche perché, d’inverno, molti uomini sarebbero stati assenti e il trasporto con le lùede è abbastanza vincolato alla robustezza maschile). Poiché lo sfalcio era un’occupazione «a tappeto», prati disponibili dalla metà d’agosto, circa, erano solo quelli d’alta quota, distanti dal villaggio anche sei o sette chilometri, sicché un agricoltore in un pomeriggio riusciva a fare al massimo tre giri o trasporti di kói.

Generalmente in Zoldo si riesce a fare un solo taglio d’erba valido, partendo dalle zone meno elevate, con l’erba già matura, e salendo, oltre i campi, fino ai piedi delle pareti rocciose. Il secondo taglio, chiamato ortegùei, era fatto più per scrupolo di completezza che per guadagno; questo misero secondo taglio si iniziava e terminava in settembre, e si limitava alle vare più vicine all’abitato.

In ottobre, quando la terra lentamente torna a chiudersi e a farsi dura, l’erbetta non raccolta viene «brusàda» («bruciata») dalla brósa o rugiada notturna, che preannuncia l’avvicinarsi della cattiva stagione. E’ giunto il momento di raccogliere le patate, tagliare l’orzo per farne kamolìn o fasci, e la fava, per metterla ad essiccare sui favèr, ancora visibili a Coi, per quanto assai ridotti di numero, segno prezioso della civiltà antica. E’ pure il momento di iniziare a preparare la legna per il riscaldamento, le legne de la part.

Quando le foglie dei frassini si staccavano dai nodosi rami, cadendo al suolo, ormai privo d’erba; quando i fanciulli inseguivano coi rastrelli, sul terreno, questo misero pasto delle vacche, per raccoglierlo nelle gerle, era tornato il tempo per i mariti e i figli adolescenti di riprendere la via della pianura veneta […].

 

 

 

 

 



[1] AMPEZZAN Ernesto ha parecchie notizie nel bollettino parrocchiale di Fusine, «L’ Eco di San Nicolò», ma non è stato fatto uno spoglio. Altri suoi articoli sono apparsi su «L’Amico del Popolo», di Belluno, anche in questo caso non inventariati. – «Le Valli del Maè» negli anni 1976-1979 ha pubblicato altri interventi, sul tema, tra i quali sono dello scrivente: «Guai a chi tocca il toro frazionale» (1977, n. 5, p. 4), «La cultura contadina in Zoldo» (1979, n. 2, p. 3). Miei articoli su «L’Amico del Popolo»: «La latteria di Coi di Zoldo» (14 luglio 1979), «Amministrazione accurata al casello di Coi» (28 luglio 1979), «La festa delle curadùre a Coi» (28 luglio 1979) e sui «Quaderni del Lombardo Veneto» [del ?] l’ articolo «I lavori stagionali in Zoldo».

[2] E. AMPEZZAN, Storia zoldana; Belluno, Tip. Piave, 1985, p. 178.

[3] E. AMPEZZAN, op. cit., p. 21.

[4] E. AMPEZZAN, op. cit., p. 178.

[5] E. AMPEZZAN, op. cit., p. 37.

[6] E. AMPEZZAN, op. cit., pp. 47-48. Il testo continua : «Come me fanno fede le relazioni scritte da ben 21 parroci della plaga Zoldo-Longarone Alpago-Belluno nel marzo 1798, per denunciare al sovrano austriaco Francesco I lo stato di estremo bisogno della popolazione. Ecco qui di seguito quanto scrissero i parroci di Zoldo.

L’arciprete di Pieve: «Faccio piena e giurata fede che questa mia parrocchia situata fra monti sassosi e sterili è composta di individui n. 2680 circa e che questi miei parrocchiani sono di povera e ristrettissima condizione perché l’annuo prodotto di questi terreni infelici appena è sufficiente pel loro mantenimento per la quarta parte dell’anno,  quando fosse egualmente distribuito di famiglia in famiglia; che però [= perciò] gli emigranti che montano al n. 800 si procurano il necessario vitto dispersi in Venezia ed altre città, con qualche arte meccanica, e gli altri dimoranti che montano al n. 1685 procacciano a se stessi e alla famiglia un meschino sostentamento con le loro giornaliere e manuali fatiche, [ci sono] oltre 7 famiglie composte di individui n. 75 c[irca], che vivono onestamente aggiungendo la loro industria e, oltre a persone questuanti, che arrivano al n. 120…».

Il pievano di Fusine : «Attesto e piena fede faccio io sottoscritto che i miei parrocchiani sono 1360, di questi n. 180 c[irca] sono in Venezia ad esercitare arti meccaniche. Solo 7 famiglie vivono coll’industria. I questuanti sono 400 circa e il restante della popolazione si procaccia il vitto con le manuali fatiche. L’annuo raccolto di questo luogo montuoso appena basta per la terza parte dell’anno. Attesto inoltre che qui fu l’epidemia degli animali bovini e delle pecore. Tanto depongo ecc.».

Il parroco di Goima : «[Attesto che] li miei parrocchiani, sieno del luogo come anche emigrati, sono al n. 500 c[irca], de quali n. 350 sono gli emigrati cioè assenti dalla patria e dispersi maggior parte in Venezia e in altre città di Terra Ferma per procacciarsi il loro sostentamento e delle famiglie con le loro arti e fatiche, mentre in questo luogo non potrebbero sostenersi coi soli prodotti di questi beni montuosi e silvestri, quantunque fossero totalmente possessori, non essendo la maggior parte se non colonni e affittuali, e questi beni ossia terreni non rendono i prodotti se non per la quarta parte dell’anno ancorché abbondanti oltre di esser stato aggravato questo popolo di molto dalle Truppe Francesi. Tanto attesto pro rei veritate ecc.».

[7] E. AMPEZZAN, op. cit., p. 69.

[8] E. AMPEZZAN, op. cit., p. 74.

[9] E. AMPEZZAN, op. cit., p. 83.

[10] M. DAL MAS, Significato di una armonia, in: COMUNITÀ  MONTANA CADORE – LONGARONESE – ZOLDANO, I manufatti e le aggregazioni rurali nella Comunità Montana Cadore – Longaronese – Zoldano; Belluno, Tip. Piave, 1985, pp. 17-18.

[11] S. RIZZI, Modi e metodi per un possibile recupero edilizio, in : COMUNITÀ MONTANA…, op. cit., pp. 297-298.