Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Lo spirito ladino di Zoldo», pro manuscripto,  2001, pp. 3-6

 

Introduzione a «lo spirito ladino di Zoldo»

 

Con questa pubblicazione ho inteso offrire, a chi ha la bontà (e a chi avrebbe il dovere) di leggermi, un’antologia di testi inediti [1] o già editi ma non facilmente reperibili. [2] Essa permetterà di intuire, percorrendone le testimonianze linguistiche e qualche pagina di storia, quali siano stati in concreto, fino alla mia generazione, i dinamismi interiori e la «spiritualità» o, per meglio dire, la «Weltanshauung» degli abitanti di Zoldo, e come tali beni, specificamente culturali, rischino d’essere annullati dalla «Weltanschauung» attualmente dominante, ricca di stimoli e risultati, tecnologicamente avanzata e cosmopolita, ma, proprio per la sua forza, inavvertitamente incline all’eliminazione delle altre identità culturali.

Il capitolo, pertanto, nel quale mi sento più propositivo è quello dedicato allo «spirito mitificatore», una realtà - questa – che già l’espressione inedita fa apparire misteriosa o, almeno, fuggevole; eppure è nel recupero d’essa che, a mio parere, si salverà o perderà quell’essenza interiore, che, intuita, ho cercato di illustrare.

Dal punto di vista materiale, l’antologia si divide in dieci capitoletti, quattro (il I, II, IX e X) prevalentemente letterari e sei prevalentemente di «studio» ma con  un utilizzo minimo di citazioni e di note, desiderando sia uno strumento di utile, ma non difficile e, vorrei fosse vero, piacevole lettura.

Alla base di tutto c’è l’approfondimento della mia esperienza, interiore, familiare e sociale; ne risulta, a volte, un carattere un po’ intimistico, un soffermarsi su particolari all’apparenza insignificanti o troppo familiari, sulle emozioni più che sulle azioni, un riferimento puntiglioso all’amato villaggio natale. Eppure, in questo genere di analisi, non saprei come si possa essere convincentemente credibili con forza maggiore di quella dell’essere non solo studiosi ma testimoni. Anche la civiltà laica e la cultura, come tali, fondano una parte del loro «bagaglio» sul «tràditur» («si narra che…») e si alimentano, di conseguenza, con l’apporto dell’elemento irrinunciabile di una tradizione viva, che può modificarsi o esaurirsi, venir ignorata o studiata, come mi sono proposto di fare (e di far fare). Quest’antologia si colloca pertanto, in qualche modo, quale continuazione e approfondimento dei contenuti analizzati in «Maschilità/femminilità nella cultura storica di una Valle alpina». [3]

Anche dal punto di vista linguistico, mi era impossibile distaccarmi dalla fonte della parlata zoldana realmente conosciuta, ossia di Coi di Zoldo, che è dunque quella qui riferita e sui cui testi ho fatto le mie analisi, pur senza ignorare che essa è diversa, per certi aspetti, da qualche altro modo di esprimersi presente nella valle, come ben sanno i diretti interessati e i linguisti.

Per quanto riguarda la scelta di una grafia capace di rendere i suoni dialettali che in italiano non hanno un loro segno, ho fatto mio il codice dell’ Istituto bellunese di Ricerche sociali e culturali (questo codice, naturalmente, non è stato tenuto in considerazione nel caso delle citazioni).

Sono dunque come in italiano le lettere a, b, d, e, f, i, l, m, n, o, p, r, t, u, v, z. Il suono intermedio tra «a» ed «e» è stato reso con «ä»; la «c» come in «carro» è stata resa col «k» (che trascrive pure la «q»), quella dolce come in «cielo» con «č» anziché con «ĉ» e, a differenza dell’Istituto, ho preferito aggiungere sempre la vocale «i» o «e», per rendere più facile la lettura. Visto il mio modo di fare la ricerca, non mi è stato necessario d’indicare graficamente la particolare pronuncia della consonante «d», qual è testimoniata in alcuni paesi del basso Zoldo. Fin dove possibile, ho accentato le «e», per evidenziarne la pronuncia aperta («è») o chiusa («é»); la «g» come in «gamba» e la «ğ» (anziché «ĝ») come in «gente» e, anche in questo secondo caso, scrivendo pure le annesse vocali «i» o «e»; la «gn» è stata resa con «ň». Ho sempre accentato, ove possibile, la vocale «o», per indicare se è aperta («ò») o chiusa («ó»). Come già il prof. Enzo Croatto («Il Lessico Zoldano», p. 105), ho notato il passaggio da «s» sonora intervocalica ad un suono intermedio tra la affricata sonora «ğ» e la sibilante sonora palatalizzata «ž», ma ho creduto sufficiente rendere questo suono con il segno «ğ». La consonante «v» tra due vocali in zoldano è appena pronunciata, ma non ho reso questa aspirazione con un segno grafico particolare, ritenendo sufficiente averla qui segnalata. La «famosa» «z» presente ad esempio in «žima» («cima») è stata resa (appunto) con «ž».

Non ho condiviso la scelta dell’Istituto di rendere i verbi «è» con «e» ed «ha» con «a», ma, per renderli di più facile lettura, ho scritto «é» (in dialetto la vocale è chiusa) e «à». Ho utilizzato gli apostrofi, ad esempio negli articoli «un, an» e «il, al», ossia «’n, ‘l», secondo la pronuncia. Ho distinto l’italiano «no» dall’equivalente zoldano, che corrisponde però al «non», rendendo quest’ultimo con «». Ho accentato i verbi all’infinito, per evidenziarne il tempo ecc. (così «» è «fare» (non «egli fa», cioè «fa»), «stà» è «stare» (non «questa», cioè «sta»), ecc. Ho utilizzato la grafia in corsivo anche all’interno delle parentesi, per far intuire sùbito che si è in presenza di un termine o di una frase in lingua non italiana.

Nel capitolo «Proverbi e modi di dire», ad ogni espressione ho aggiunto una traduzione letterale (tra «…») e qualche spiegazione integrativa.

Sono convinto che la percezione dell’identità corrisponda a quella dell’originalità metafisica o storica dell’io, individuale e collettivo, proprio e altrui. Una percezione unica, perché il poter dire: «Io ho questa identità» va di pari passo con l’affermare: «Questa identità tu non ce l’hai», ovvero, in positivo, con quest’altra: «Tu hai una identità così e così (che io non ho)». La percezione delle identità, propria e altrui, vanno cioè di pari passo; non l’una contro l’altra, ma a vicendevole illuminazione. E l’amicizia tra gli individui, i gruppi sociali e i popoli, è costruibile solo dal riconoscimento, dalla conoscenza sempre più approfondita e dalla valorizzazione gioiosa dell’identità o personalità di ognuno.

Ed è con particolare gioia che voglio dedicare questa raccolta ad Arthur Rimbaud, al poeta adolescente che, già alla fine dell’Ottocento, si era posto, inascoltato, il problema dell’identità culturale dell’Occidente europeo. [4] Come lui e con lui, voglio confidare che i popoli e le persone abbandonino la folle ricerca di supremazia vicendevole, per gustare un umanesimo rinnovato: integrale, pluralista e fraterno:

«Caro Maestro, la vostra barchetta è stata a lungo prigioniera delle limacciose acque del podere di Charleville. La vigilavano le lune delle Ardenne? La scottavano, aridi, i mezzogiorno estivi? Sempre in attesa, sempre bloccata tra un fiore e l’altro, ove le vostre mani non erano in grado di giungere; è ancora così?

«Alla finestra della mia primavera, vi avevo intravisto; mi riconoscevo nella solitudine forzata del solaio ove, dodicenne, veniste rinchiuso e vi apparve, definitiva e brutale, la farsa del mondo. Come voi, anch’io non l’accettai! Come il vostro spirito, cercavo nobiltà e libertà, bramavo una legge nuova, una chiave per aprire la serratura; e voi l’avevate già percepita, nell’amore.

«Io vi chiedo perdono d avervi trascurato, allora, ma – credetemi – non vi ho mai dimenticato!

«Dopo la primavera venne l’estate. La coppa del cuore fu costretta a dissetarsi di vini avvelenati, a nutrirsi con il viatico delle promesse. Non ebbi tempo di cullare il mio dolore, di seguirlo nel suo emergere e nel suo naufragio. Tornerò a risalire dagli abissi, mi dicevo; prudenza e pazienza! Avrà pur termine un giorno il sabbah delle ipocrisie. Attendo ancora: il giorno santo in cui la gloria umana sarà rivestita nient’altro che di purezza, l’amore di gratuità. Il giorno in cui si amerà, come si ama il bianco e il rosso, o il verde e il blu; come i raggi del sole, che accarezzano i fiori senza rovinarli o coglierli.

«Dopo l’estate venne il presente e il ricordo di voi, Maestro, ha assunto i contorni di un pilastro su cui sento che la mia anima va a poggiarsi quand’è stanca. Vi farò uscire dall’eremo forzato ove siete stato cacciato, vi farò marciare alla luce del sole, forte e puro spirito! Allontanato e invocato, taciturno e profeta, provato dalla sofferenza ma non vinto, umile e alto, più di ogni farisaica grandezza, mistico allo stato originario, come di voi disse Paul Claudel. “Misero fratello”, vi definiste voi. Certo, vincitore della superbia d’ ogni gesto che non ci renda più umani e di ogni orgoglio, che ci involgarisce.

«Amico mio caro, come vi chiamò Verlaine ; mio caro amico, in voi “j’ ai embrassé l’ aube d’ été ».



[1] Il cap. «Il senso di appartenenza» è una rielaborazione di «A Coi di Zoldo con il cuore» (pro manuscripto, in 50 copie numerate e timbrate, 1997, pp. 40 + inserto e un foglio accluso) ; il cap. «Usanze e credenze relative ai morti» di «Usanze e credenze zoldane relative ai morti» (pro manuscripto, in…copie, 1987, pp. 42) ; il cap. «Risveglio sulle Dolomiti» è stato pubblicato in «Il Libro Aperto - Fascicolo XIV» (pro manuscripto, 15 settembre 1999, ff. 1052-1053) ; il cap. «Lo spirito mitificatore» è una rielaborazione di «Lo spirito mitificatore ladino» (pro manuscripto del Centro cult. «Amicizia e Libertà», in…copie, luglio 2000, pp. 36 ; «Il Gazzettino di Belluno» del 26 settembre 2000, p. 2, riporta il brano di una lettera del sen. Luigi Gui : «Mi compiaccio per la Sua interpretazione personale della cultura “ladina”. Fa bene a valorizzare questa forma di cultura popolare, tanto ricca di umanità».

[2] Il cap. «Due saggezze» è stato pubblicato da «Il Messaggio» di Civitavecchia col titolo «Tra natura incontaminata e libri antichi» (a. XXIII, 2000, n. 1, p. 16 ; qui ho modificato la parte iniziale, per motivi di coordinamento generale) ; il cap. «L’attività agricola» è una rielaborazione di «L’ agricoltore di Zoldo» («Quaderni del Lombardo –Veneto», 1987, n. 25, pp. 3-13 ; poi in «Il Libro Aperto – Fascicolo VI» (pro manuscripto, 15 settembre 1998, ff. 411-420) ; il cap. «I frassini secolari di Coi» di «I frassini secolari di Coi di Zoldo»  (pro manuscripto a cura del Segretariato Pellegrini da Zoldo, 31 luglio 2000, pp. 16, che riporta pure un estratto dalla mappa catastale del 1984 e uno dalla mappa del catasto napoleonico, con, evidenziata, l’ ubicazione precisa dei frassini) ; il cap. «Le stòrie» di «Testimonianze d’ una cultura contadina in Zoldo» («Dolomiti», a. III, 1980, n. 1, pp. 57-58, eccetto le storie della Mórčia e de ‘l Sas di Nuìž, inedite ; quella de ’l Sas de Pélf, inoltre, è presa da «Visione di Pace – Bollettino parr. Di Dont di Zoldo», a. LIII, 1978, n. 4, p. 4, dove l’ avevo pubblicata per la prima volta) ; il cap. «Proverbi e modi di dire» è una rielaborazione di «Proverbi e modi di dire del dialetto zoldano» («Dolomiti», a. IX, 1986,  nn. 2-3, pp. 29-41 e 29-34) ; il cap. «La cucina tradizionale» di «Una cultura contadina in Zoldo : i cibi» («Dolomiti», a. III, 1980, n. 3 pp. 47-48, e a. IV, n. 3, pp. 53-54).

[3] F. PELLEGRINI, Maschilità/femminilità nella cultura storica di una Valle alpina, Seren del Grappa (BL), Istituto Culturale di Zoldo, 1997, pp. 208.

[4] La lettera è stata pubblicata dal «Corriere delle Alpi» del 7 maggio 2000, p.12, con il titolo «Due parole sull’ amore».