«Lo spirito ladino di Zoldo», pro
manuscripto, 2001, pp. 7-16
Il senso di appartenenza
Sulle Dolomiti, fra i colossi montuosi del Pèlmo
e della Civétta, s’apre e chiude al resto del mondo la piccola valle di Zoldo.
Tra il verde cupo dei pendii boscosi e le
macchie più chiare dei prati, sorgono decine di pittoreschi, antichi villaggi,
abitati da poche, per lo più altrettanto antiche famiglie, fino a qualche
decennio fa dedite all’agricoltura e all’allevamento del bestiame. Oggi i paesi
sono diventati graziose e serene località turistiche.
L’abitato di Còi, a 1493 metri di altitudine
e, dunque, il più elevato della valle e tra i più elevati delle Dolomiti, si
segnala per una evidente vocazione turistica. Avere un appartamentino lassù, in
faccia al gruppo montuoso della Civetta e ai piedi dell’altro gruppo, altrettanto
superbo, del Pelmo, è una seducente tentazione ; ma le chance di abitare
in uno dei caratteristici, antichi fienili sono molto ridotte.
A giorni e settimane di assoluta quiete e di
apparente abbandono, se ne alternano altri e altre di palpabile animazione.
Lungo la strada centrale, soprattutto dopo l’imbrunire, sciamano coppie di
giovani e meno giovani, chiassosi o riservati, chi con il cane e chi con
l’ombrello da passeggio ; chi con un libro sottobraccio e chi con un pesante
zaino sulle spalle ; e chi… da solo.
I giovincelli con i cani suscitano
l’immancabile attenzione e i commenti dei passanti. A me spiace non saper
citare, di quei «fedeli amici dell’uomo», i distinti nomi e le pregevoli razze.
I commenti a loro riguardo a volte sono entusiasti, come quelli sulle
automobili dei conoscenti e dei genitori, che, quasi per caso, sèguono o
precedono la passeggiata dei «signorini». Quando, poi, si incontrano cagnetto e
cagnetta (diciamolo francamente: sono fatti incontrare), i rispettivi istinti
vengono giostrati secondo la volontà dei padroni; è uno spettacolo da vedere;
si fermano persino i professori, i signori «seri» e le rispettive, vereconde
consorti.
Al calar della luce, si accendono
automaticamente i modesti, ma appropriati lampioni dell’illuminazione pubblica.
Scende il silenzio e pare d’udire, al di là delle finestre mezzo abbrunate da
piccole tende a motivi rustici, lo schioppettare delle fiamme sul marmo dei
caminetti o, secondo l’ora e la stagione, lo schiocco dei tappi d’un frizzante
naturale, veneto d.o.c. s’intende!
Il portariviste trabocca di pubblicazioni
finanziarie. D’accordo: sulle mensole dagli intagli a fiori, stanno i libri
d’argomento locale: è pur sempre piacevole conoscere il paese prescelto, per
gli amici e per sé, per i periodi di distensione e di svago; ove, volendolo, si
può restare egualmente in contatto quotidiano con la Borsa e sentire, da un
proprio collaboratore, l’andamento delle azioni che «sembrano promettere» e di
quelle che, non meno opportunamente, riescono a «tenere».
Sabato 30 agosto 1997, ospite di un amico,
era lassù il presidente del Consiglio Romano Prodi. I residenti hanno
conservato l’abitudine di salutare gli ospiti, per quanto sconosciuti, con un
lieve sorriso; poi continuano la propria attività, secondo una legge non
scritta di massima discrezione vicendevole.
***
Il mio studiolo
I miei avi paterni possedevano a Fiume uno
di quei Caffè che tanto fanno «quadro d’insieme» dell’impero austro-ungarico di
fine Ottocento, a cominciare da Vienna, la capitale. Ne erano fieri e amavano
quella città di mare. Quando, nel 1911, pensarono a una nuova abitazione nel
paese d’origine, Coi, appunto, avevano in testa la cara Fiume e si ispirarono
all’architettura popolaresca di laggiù. Ne riuscì un casermone, a cubo, di
quattro piani e con quattro spioventi, in contrasto con lo stile locale, ma in
armonia con quello di laggiù. A chi non sa di tale legame, la nostra
abitazione, così grande e originale, risulta un po’ strana in montagna.
Di «Villa Fiume», come desidero chiamarla,
benché non sia affatto una dimora signorile, occupo una stanza al terzo piano,
sul lato sud-ovest.
Ogni giorno ascolto giungervi, dal
fondovalle, i rintocchi della campana arcipretale. Osservo il tremolare delle
foglie d’un frassino plurisecolare, che vi sta di fronte, alto, alto, talché
alcuni suoi rami si prolungano oltre il campo visivo delle finestre.
È una camera stracolma di libri, di famiglia
o miei personali, e di centinaia di minuscoli oggetti della natura più varia,
ricordi per lo più, di amici e di viaggi. Ogni tanto ne cambio l’ordine, ma è
sempre una piccola impresa: sì, alla fin fine, è meglio che la grande
conchiglia e i soldatini di peltro stiano, quasi a guardia, ai piedi della tela
con l’arma di famiglia. Ma le varie collezioni di bottigliette colorate e di
porcellane possono stare, indifferentemente, sulle mensole della libreria
principale oppure su quella dei comodini; in questo caso, però, può verificarsi
l’inconveniente di una accidentale rottura.
Ho desiderato tante volte dar inizio alla
catalogazione sistematica dei libri; sennonché, quando comincio a sfogliarli,
mi lascio quasi assorbire in essi, avvinto da una invisibile calamita. All’ora
del desinare, un familiare mi richiama alla realtà del presente e scendo alla
sala da pranzo. Non so come faccia, eppure è successo più di una volta che un
bianco gattino, ingenuo e birichino, membro a suo modo della famiglia, più
veloce nel salire le scale, abbia preceduto quel congiunto e cominciato a
«bussare» con precise zampate all’uscio della camera; come apro, lo vedo
muovere sinuosamente il busto e la coda, in attesa d’una carezza.
Ho l’impressione d’avere molte cose da
sbrigare: i proclami del 1848 sono ancora in disordine in una scatola? La serie
delle stampe antiche si è fermata decenni fa, non ce ne siamo più occupati; me
ne sono accorto tante volte, e che ho fatto? Quei manoscritti, messi lì poco
più che alla rinfusa, sono ancora inediti e non so decidermi ad occuparmene.
Del periodo di Fiume molte carte sono andate
disperse, purtroppo, per colpa di qualche mio «far ordine» e giocare
infantili. Ho la sensazione di attraversare corridoi o gallerie incavate nel
tempo; con estrema facilità sono a contatto con le testimonianze di secoli. È
forse per questo che, quando fui cappellano a Polpèt di Ponte nelle Alpi, in
una canonica di recente costruzione, mi sembrava d’abitare in una piazza e
vivere nel vuoto.
Della nostra abitazione, invece, pur
semplice, si può dire conosca ogni dettaglio, il motivo ornamentale di ogni
stanza, lo scricchiolio delle travi del soffitto e, perfino, il suono delle
voci di chi non c’è più.
I garofani pensili, sui davanzali delle
finestre, sono curati personalmente da nostro padre, che vi dedica
un’attenzione precisa; nostra madre si occupa della biancheria e, ad ogni
rientro, intuisco il profumo delle sue pulizie.
Quando, coricato sul letto del nonno (che ho
voluto recuperare anni fa tra i mobili depositati nel sottotetto), mi sembra di
vedere il vetro illuminato della porta del camerino ove dormivo da piccolo – e
una fioca luce, filtrata dalla tenda colorata, mi diceva che di là i genitori
si attardavano nelle ultime occupazioni della giornata, ultimi a recarsi a
letto e pronti a vegliare su me e mio fratello Orazio, col quale condividevo un
altro antico lettone - ; quando penso a quei giorni ormai lontani, capisco che
nella vita ho avuto due angeli custodi: uno si chiama Mamma, l’altro Papà. Vedo
la luna pennellare di bianco e d’argento le creste dei monti lontani, il San
Sebastiano e il Mezzodì, e il cuore si avvolge nelle fredde lenzuola di una
leggera tristezza. Sì, nella vita non ho avuto altri angeli custodi che voi, cari
genitori, nella quiete di «Villa Fiume».
***
All’aria del mattino
Sono trascorse molte stagioni da quando,
bambino e adolescente, osservavo la tenue luce del corridoio spegnersi come
l’Amen della giornata della nostra famiglia. Ogni tanto mi domando se l’essenza
delle cose, come quella luce, non vada irrimediabilmente sciogliendosi, s’essa
non viva di una eguale leggerezza e i confini tra la fiaba e ciò che non è tale
siano minuscoli ed evanescenti.
Ho deciso di ritornare lungo la vecchia
strada pascoliva e, forse, è solo un voler ripercorrere nello spazio ciò che
fui nel tempo; pure in questo caso, i confini tra l’uno e l’altro sono così
fragili…
I miei genitori sono già alzati. Mentre
faccio colazione, li osservo e cerco di intuire la loro intima forza, quali
siano state le condizioni che hanno imposto a sé stessi per non cédere e dove,
invece, la loro volontà si sia dovuta
arrendere. Nelle rughe dei loro volti è incisa una dignità che la canizie
sembra rendere luminosa; sulle labbra, assorte, riluce un’ antica amabilità,
dalla quale trapela la vittoria su segreti dolori.
Scendiamo.
«Quella fontana è il Festìl de ‘l Kavàl»,
dico, indicando l’ abbeveratoio a pochi metri da casa.
«Non ho mai sentito questo nome», e: «Questa
te la sei sognata di notte», sono i loro commenti.
«È vero», aggiungo, «è un nome che ho
immaginato io; eppure anch’esso è vero: sinora non avevo sognato abbastanza!».
Ci salutiamo ed io parto.
Le mura delle case lungo la via sembrano
mani protese a scudo di desideri addormentati; tutto tace e tutto mi parla. Non
sono semplicemente «messe lì», ma pareti che mi aiutano a ripassare e rivedere altre mani, altri volti; sento
che mi cercano, mi afferrano, mi possiedono; io sono uno di loro, parte di
esse; al mio passaggio riaffermano su di me l’antico possesso. Ovunque i gerani
alle finestre, e il sole li indora, mentre essi stiracchiano come braccia le
ombre di sé lungo le bianche pareti. Il cielo si appoggia agli spioventi e alle
foglie dei frassini, e scivola luminoso lungo l’asfalto.
La strada prosegue tra alcuni villini di
nuova costruzione: tra essi mi sento un po’
a disagio, un po’ forestiero.
D’un tratto, la strada s’interrompe e s’allarga in un tentativo di piazzola,
abbellita da un’altra fontana, dallo scroscio cinguettante. Qualche metro
ancora e una traversa e un palo verticale indicano l’avanzare della «civiltà».
Sul palo, infatti, un cartello metallico prosaicamente segnala : «Regione del
Veneto – Divieto di transito con mezzi motorizzati – Legge Regionale 14/92 art.
4». Mai, sinora vi era stato bisogno di simile prescrizione e la natura era
egualmente rispettata; la natura e il sogno.
Inizia la mulattiera, che ho percorso mille
volte ed è ancora in grado di commuovermi. Chi ormai la ricorda com’era e come
la vidi, fatta a gradoni di pietre poste con fatica l’una accanto all’altra dai
vecchi del villaggio? Quando l’attraverso, sento il dispregio ch’è stato fatto
a quei lontani sacrifici, ricoprendola di ghiaia, per meglio transitare…con i
mezzi a motore! E il selciato artigianale, rimasto sepolto, è ignorato dalle
nuove generazioni.
Camminare nei ricordi è riascoltare il tempo
dell’ amore, prolungarlo, dare spazio al proprio muto lamento e proteggere il
cuore dall’angoscia che tutto sia perduto.
Di questa mulattiera so ogni cosa: del masso
con incisa la croce confinaria tra i terreni privati e quelli della comunità
regoliera; dell’origine della catasta di pietre; del tempo in cui i prati
vennero falciati per l’ultima volta; chi fossero e siano i proprietari dei
larici svettanti; le liti e le rappacificazioni per un misero colpo di falce
nel prato del vicino. E, ancora: dove si nascondano le macchie delle succose
fragole e quelle dei neri mirtilli; ov’era la sorgente e ove la fontanella
fatta da Gabriele Rizzardini, ora demolita.
D’attorno, la terra si ridesta. Nel
venticello che smuove le erbette par di cogliere un lieve sorriso, quasi
partecipassero ad un gioco che anche ad esse piace. In questi momenti, ho la
sensazione che la terra si faccia più vicina e quasi di poterla accarezzare,
mentre scivola nell’aria e tra le dita, e si allontana, inafferrabile, odorosa
di selvaggia purezza.
Il sentiero si inèrpica e il panorama muta.
Nel silenzio mattutino, i battiti cardiaci ai polsi e alla gola sottolineano lo
sforzo dell’ascesa. Di tratto in tratto, odo il ronzio di qualche mosca o
vespa, che scivola di fiore in fiore. I cardi sono ricolmi di nugoli di
moscerini. Ecco altre macchie rosse di fragole, i grigi larici dalla corteccia
muschiata e le prime malghe, dalle porte chiuse, ricoperte, quasi ad ornamento,
da roseti rampicanti. Ecco le cataste di legna pronta per l’inverno. La
settecentesca bàita dei Rizzardini Sélva resta ben presto alle
spalle, a destra; a sinistra compaiono quelle dei Rizzardini Ogióin e
dei Pellegrini Vésko : sulle travi portanti, la data di costruzione: il
1943 e il 1920. Una quarta malga, di legno, senza data; una quinta, una sesta e
una settima, diroccate, e il sambuco cresce alto tra le macerie.
Eccomi, finalmente, alla bella kasèra di Giovanni Rizzardini, del 1943, con il suo
abbeveratoio. Un cartello della Comunità montana avvisa che siamo a 1618 metri
di altitudine. Una sosta è d’obbligo, sia per riposarsi che per contemplare un
po’ la valle; la panca è di legno, un rustico asse, ma in questo momento non
sapremmo desiderare di meglio. La mulattiera si biforca: a destra continua a
salire, col n. 437, verso il rifugio «Venezia – Alba Maria De Luca»; a sinistra
prosegue, in senso piano e con il n. 498, quale Strada de le Vake.
***
Sulla Strada de le
Vake
La barchetta dello sguardo scivola sull’
impalpabile velo degli spazi immensi. La bellezza, come il dolore, abbaglia e ferisce;
come una luce di insolita forza, come un raggio diretto di sole. Di fronte a
questa distesa di monti, di cime, di boscaglie, e alla varietà dei colori,
l’anima respira e il corpo vibra e si distende, invasi da onde di dolcezza, per
un’ intera stagione o per l’ eternità, se fosse possibile (la mancanza di una
possibile eternità è il principio del dolore).
È tutto uno sgorgare di sensazioni e tu
precipiti con esse nello scorrere del tempo, distratto dalle tue gioie e dai
tuoi affanni quotidiani. Hai soprattutto la sensazione, triste e consolante ad
un tempo, che un intero mondo stia per finire, dopo aver balenato gli ultimi
colori; finché senti che stai per
ritrovarti faccia a faccia con la tua solitudine.
Il passo si è affrancato. Supero altre due baite
e una terza, fatiscente.
All’apparire della nostra, di quella di
famiglia, è impossibile non trasalire. Se ne sta accucciata in un lieve
fondale. La distinguo già da lontano e sento l’eco dei giorni andati; mi par
udirla piangere e, forse, è quello che sta facendo il vento, attraversando le
feritoie del fienile nel sottotetto. Si è ingobbita, abbassata su sé stessa, ma
non pare ancora rassegnata al suo tramonto, che forse non ci sarà. Il torrente
continua a scorrerle accanto; ma non è allegro come quando tintinnavano in esso
i vasi della mungitura e le lame delle falci. Sulla porta della stalla crescono
indisturbate le ortiche.
Ho voluto scendere, tra le spine dei cardi e
l’insidia dei sassi nascosti tra le erbacce; l’avrei baciata, se avessi saputo
farlo. Ho rivisto l’iscrizione della trave portante del tetto: «1872 / I R /
A», che significa : «Fatta nel 1872, Autore Innocente Rizzardini». Da lui la
nostra famiglia comperò la malga poco tempo dopo; o, meglio, da un suo parente,
monsignor Matteo Rizzardini che, col resto della famiglia, stava per
trasferirsi a San Gregorio nelle Alpi, in Val Belluna. La data è incisa pure
sulla pietra sopra l’uscio della stalla: ah, la domestica festicciola l’anno
del centenario, la mia giovinezza, e il lampo in cui sono trascorsi gli ultimi
ventinove anni!
Oltre la malga di famiglia, ce n’è un’altra,
l’ultima, sfondata dalla pioggia e dalle intemperie. Una cinquantina di metri
sopra queste due, con un po’ di pazienza si possono scoprire, rovinati dalla
ruspa che vi scavò la nuova strada, i pozzi per il deposito della calce,
costruiti dai nonni, abbandonati al loro destino, sventrati nel loro carico
modesto ma prezioso. La fornace per la cottura della calce, poco più avanti,
sta facendo la stessa fine, quando meriterebbe d’essere conservata, unica
testimonianza nel villaggio di simile attività artigianale.
Superato il dosso con la fornace e il
torrente di scarico della vasca di decompressione dell’acquedotto, entro nella mónt
per eccellenza. Da ogni lato massi e fiori: a macchie, a ciuffi, su teneri
gambi, svettanti all’aria tra le erbette; tappeti di giallo, di fuxia, di
bianco e di violetto… Un diffuso profumo di resina. Acquitrini e fontanelle or
tra le erbe, or tra i muschi; qua e là formicai brulicanti, pigne sparse al
suolo e a grappoli sui rami; farfalle, moscerini e altri mille protagonisti
dell’ambiente.
Come imponenti schermi grigioverdi, alcuni
massi segnano le creste dei displuvi, il prima e il dopo del procedere nella
boscaglia. Ecco il Sas de la Bólp, il Sasso della Volpe; secondo è
il Sas de la Zapa, il Sasso
della Zappa.
Ancora ‘na kósta e c’è il dimenticato
Bus de la Kréda, il Buco dell’Argilla. Dal fondo del displuvio giunge il
fragore dell’ acqua del Ru de Pìera da‘l Bósk, impetuosa e bianca di
purissime bollicine. Subito dopo, sono in Kósta de Stravèrs, a 1644
metri di altitudine, dagli orizzonti incomparabili. Sembra di essere
sull’altalena, quando fa il giro più alto e più largo; ed è per l’ultima volta,
perché lo sguardo si richiude nel folto di una calda abetaia. Dopo le violenze
meccaniche dell allargamento, Giovanni Rizzardini lavorò a lungo e solitario per assestare il fondo della
mulattiera. Il suo fu un atto di amore alla montagna più unico che raro,
completamente gratuito. Sulla parete liscia di un masso, prima del pianoro
dell’Arzonè, ha inciso: «G. D. CANI / 1967», cioè: «Giovanni del casato
dei Kani, ossia dei discendenti di Lugano, fece nel 1967».
Entrare nel pianoro inselvatichito e capire
d’un tratto, drammaticamente, che sta andando in rovina l’antica civiltà dei
liberi agricoltori di quassù, compresi il territorio e i boschi, è tutt’uno! È
doloroso scoprire che prati, strade e fontanelle naturali che per secoli furono
amati, rispettati e coltivati, vanno sciogliendosi, compenetrandosi e annullandosi,
come se non fossero mai esistiti; come se non fossero mai stati amati!
Nuovi «padroni del pensiero», al posto di
quelli mai avuti, hanno insinuato che in montagna non solo è difficile vivere
(il che è vero), ma che è persino sconveniente (il che è completamente falso).
Quando ripercorro quest’antica mulattiera, sento con certezza che qui, fino a
un tempo non lontano, poté esistere, felice e dignitosa, una comunità umana, libera,
con la propria cultura e saggezza,
segnate da una particolare bellezza; e che è stato un atto di violenza
lasciarle agonizzare, come sarebbe un delitto lasciarle perire.
***
Al pianoro delle Mandrate
Proseguo, immalinconito. C’è in me la
sensazione di una bruciante impotenza, un fremito di colpa e un subitaneo
riscatto: «No, io non ti ho abbandonata, Terra madre! Mi sono solo allontanato
da te; quasi per essere costretto a provare, con più struggente consapevolezza,
che ti voglio bene. Nella polvere di cui sono impastato, sento ancora la gioia
del tuo primo bacio e la tua lieve carezza e, se quest’oggi torno a scivolare
sulla tua ruvida pelle, sappi che ogni passo è un grido di dolore e una
promessa».
Giungo, frattanto, al Pian di Rui,
trasformato in un luogo di ritrovo per le compagnie che vanno nel bosco a fare
la polenta. Probabilmente nessuno considera che la fossa in cui getta,
illegalmente, gli avanzi del rustico banchetto, un giorno fu la buca in cui si adagiò
la calce per restaurare la chiesetta del villaggio. Supero i Rui, i
torrenti. Il primo, un giorno ricco d’acqua, ora è un asciutto incavo di
pietre, sacrificato alle necessità del nuovo acquedotto e dello sviluppo
turistico del fondovalle. A Róe Négre de là Inte, su una pietra nera
sono incise queste lettere: «G. R. / IHS» e la lettera H è sormontata dal segno
della croce, forse a ricordo di una grazia ricevuta.
Al pianoro del Péz de’l Kaval, non
più segni di carri e di cavalli, né orme, né puzzo di letame, né sferragliare
di pesanti catene o rimbombo secco di tronchi cadenti. Non nitriti, non grida
di boscaioli, né colpi di mannaia, né risa di giovani carrettieri; solo lieve
stormire di rami frondosi, candide fughe di pettirossi e rincorse di
scoiattoli, signori della foresta; mentre i radi cinguettii, or sull’una or
sull’altra cima di acuminati larici e abeti, si uniscono al vento, nel silenzio
sovrano.
Ancora pochi rigagnoli, stagno d’insetti
d’acqua e di salamandre, e sono giunto all’ingresso della stupenda conca
prativa delle Mandate, che… non c’è più!
Qualcuno, un giorno, dovrà pur rendere
conto, almeno moralmente, di quanto qui avvenne trent’anni fa! Mi spiegarono
che il Comune o, chissà?, altri che nutrivano interessi legati al progetto,
desideravano costruire una nuova strada, che, salendo da Coi verso le malghe e
le Mandrate, avrebbe portato alle piste da sci di Pala Favèra. La
popolazione si oppose alla distruzione dei campi e dei pascoli, uomini e donne
gridarono (come poterono e seppero) allo scandalo, e il progetto venne
abbandonato.
Quando, però, alla metà di giugno dell’anno
seguente, si avviò la monticazione del bestiame, gli agricoltori si avvidero,
sconcertati, che i pianori dell’Arzonè, dei Rui, di Róe Negre,
di Róe Negre de là Inte, delle Mandrate e persino delle Lendine,
per i quali sarebbero dovuti passare
quasi tutti i giorni col bestiame, erano circondati nientemeno che da
filo spinato, proprio come quello usato nelle trincee di guerra, per impedire
alle bovine l’ingresso e, se si fossero azzardate, tagliar loro le mammelle.
Chilometri di filo spinato, per «proteggere» – dai pastori! - le piantagioni di
abeti e larici in cui i pianori erano stati trasformati.
La saggia Anna, madre del Gianìn,
piangeva. Ci era insopportabile quell’oltraggio, mai subìto. Furtiva, recideva
con una cesoia ora un filo ora un altro; un atto illegale, ma legittimo, che
osservavo e benedicevo. Vennero aperti alcuni varchi e, quando capitava
l’ispezione di una guardia boschiva, si poteva dire che le mucche erano entrate
nei pianori per sbaglio, tramite quelle aperture, fatte da sconosciuti. Le
guardie comprendevano la verità, mai però ci fecero una multa; intuivano che
sarebbe scoppiata una rivolta e che, concretamente, di lì a pochi anni i
pastori avrebbero dovuto cedere. Se le mucche, infatti, calpestavano qualche
decina di piantine, altre centinaia sarebbero pur cresciute, rigogliose e
sufficienti a inselvatichire quei prati, strappati al bosco già da qualche
secolo. Col pretesto di produrre alcuni quantitativi di legname, sarebbe stata
strozzata l’attività pastorale e gli agricoltori, padroni di quelle terre e dei
pascoli, avrebbero dovuti ritirarsi e lasciar posto alla «civiltà» del
Dio-denaro-ad-ogni-costo.
È andata così, ma sarà questa l’ultima
parola?
Sopra il pianoro c’è ancora il casolare
costruito da Giovanni Rizzardini, e da altri uomini con lui, una speranzosa
tettoia di improbabili pastori. Sulle assi antistanti è intagliato un
trifoglio; all’interno, ai lati due panche e sulla parete di fondo mezzo
cerchio di pietre, tra le quali al bisogno si può accendere il fuoco, mentre il
fumo si espande nel gabbiotto, privo com’è del camino. Sulle assi, dentro e
fuori, gli scarabocchi che, fatti col carbone di un tizzone spento, vorrebbero
essere un rustico messaggio o l’autografo di un visitatore occasionale; la
nuova civiltà! Una frase mi riguarda direttamente; dice: «Floriano bonazzo».
Ricordo: allora avevo diciott’anni. Sovente,
durante le passeggiate nel bosco per la guardia al bestiame, secondo il turno,
ero accompagnato da un amico. Nelle prolungate soste tra uno spostamento e
l’altro, tra un verso di Virgilio e il tentativo di un sonnellino in mezzo alle
erbe più tiepide, giovani puledri della razza umana cercavamo di intendere il
sommesso confabulare dei sentimenti che sfarfallavano in noi e ci sembrava di
essere i soli a intendere il canto della primavera.
Uno diceva: «Cerco e non so trovare. La luce
del suo volto brilla all’alba di ogni mio desiderio; il suo sorriso, poi, mi è
più dolce del sole».
Un altro aggiungeva: «Non so esprimere i rintocchi
della mia speranza, eppure sento che piacergli è la mia gioia e la sua gioia è
il mio piacere. Io, per ora, l’interrogo nel silenzio ed essa mi risponde con
la sua amabilità».
Qualche altro, più ardito, raccontava: «Ho
amato una sola fanciulla, di qualche anno più di me, che allora ne avevo
quattordici. L’ultima volta le dissi: Vieni, voglio vederti! Essa non aveva
nulla in contrario e si sdraiò, lasciandomi fare. Tremavo di paura e di desiderio;
temevo che, al solo toccarla, potesse nascere un figlio».
Io facevo mie le parole del turco Yunes
Emrè, del XIII secolo: «La Mecca è il volto dell’amato e la preghiera non ha
fine finché non si è visto l’amico».
Trattenevamo il respiro; i nostri corpi
sapevano di terra bruciata. Tra le riposanti ombre del bosco, tra noi,
dondolava una brezza pensosa e leggera.
***
Nelle Lendine e il
ritorno
La valletta delle Mandrate costituiva,
in qualche modo, la conclusione naturale della «Strada delle vacche».
Le mandrie, da cui prende il nome, vi
giungevano nel primo pomeriggio e vi restavano a lungo, a volte sino all’ora
del rientro, fissata verso le sei della sera (ci sapevamo regolare osservando
il sole). L’erba vi cresce abbondante, è pascolo ma potrebbe essere prato. Il
lieve declivio consente al terreno di ricevere la luce diretta del sole fino
all’ora del tramonto, quasi soleggiato lago verde nel mezzo di una scura
foresta. In caso di pioggia, le mucche trovavano facile riparo sotto gli abeti
circostanti (mai sotto i larici, che attirano più facilmente la scarica dei
fulmini). Il pianoro, inoltre, ha ben tre sorgenti, minuscole ma dal getto
costante. Una è al centro della valle, all’origine di una macchia paludosa;
l’acqua salmastra piaceva alle bovine e, pur di berla, entravano nella melma
fin quasi alle ginocchia. La seconda sorgente è oltre il declivio a nord-ovest,
all’ombra degli abeti, con acqua fresca e potabile. Potabile è pure quella
della terza sorgente, al lato opposto, ma con acqua tiepiduccia, perché sgorga
fra le erbe soleggiate.
Dalle Mandrate, la mulattiera procede
superando alcuni dossi, rivestiti di fitto bosco, finché s’allarga su un
terrazzo erboso, degradante verso occidente. È il modesto prato delle Lendine,
così chiamato per la diffusa presenza della lendina, ossia di creta e
sabbia rossastre derivanti dallo sgretolamento delle rocce di origine
vulcanica, i cui strati emergono lungo il pendio sovrastante e sono
costantemente corrosi, tra l’altro, dall’acqua di un torrentello che li taglia
in verticale. Questo corso d’acqua procede a serpentina, carico di materia
organica vegetale e, giunto a fondovalle, dà luogo a minuscoli stagni d’alghe e
di liquame salmastro.
Quando arrivo, la vegetazione cespugliosa e
le alte canne di palude, rare a queste quote, scintillano ancora di rugiada. La
mulattiera scompare, sommersa dalle sterpaglie; la sensazione spiacevole di
potermi imbattere in qualche rettile o in nidi di vespe e libellule, mi
consiglia di non procedere. Resto dunque in ammirazione dell’imponente mole del
Pelmo, del vertiginoso degradare delle sue pareti, del loro sciogliersi, quasi,
di strapiombo in strapiombo, fin dove si allargano, bianchi e minacciosi, i
rotolanti ghiaioni.
Si tratta ormai di rientrare in paese, e
sento scivolare in me l’impressione di uscirne, quasi che per un po’ di tempo
il centro affettivo sia stato in questo punto della montagna pascoliva, ove
Zoldo storicamente lascia posto al Cadore. Mi è impossibile non pensare al Ru
Biénk, al Rio Bianco, poche centinaia di metri più avanti, e non riflettere ch’esso fu, sino al 1630,
linea di demarcazione tra i pascoli delle Regole cadorine di Borca, Selva con Pescul,
San Vito e Vodo a nord-ovest, e quelli delle Regole zoldane di Coi con Pianaz,
Mareson e Pécol a sud-est, verso le Mandrate; che, cioè, sebbene per un
piccolissimo tratto, oltre questi acquitrini e questi terreni di poca utilità
pascoliva, passa il confine storico tra il Friuli e il Veneto, perché il Ru Biénk nei primi secoli dell’era
cristiana segnava (nel suo piccolo tratto) il confine tra i municipi romani di
Zuglio Carnico e Belluno.
Mi avvio, lentamente. Accarezzo i fiori che
si allungano verso di me e le estremità penzolanti dei rami dei larici e degli
abeti, che mi sfiorano il viso senza tanti complimenti. Alcune farfalle
s’attardano sulle ginocchia e le spalle; sono loro grato di questi impercettibili
abbandoni alle mie mani; li interpreto come il rinnovarsi di un atto di fiducia
nella capacità vicendevole di proteggersi, che esiste in natura; eppure,
farfalline care, attraversate le vicine porte dell’autunno, voi scivolerete nel
nulla eterno.
***
Ancora a Coi
E’ sera, ormai. Mentre tento di prendere
sonno, la luce dei lampioni proietta sui vetri della camera le ombre dei
gerani, intrecciandole ai ricami delle tende.
Rifletto. I miei pensieri vagano, ultimi ricami
di quelle luci notturne e di quelle ombre sbiadite: Roma e i suoi municipi, le
invasioni barbariche e i primi colonizzatori di questa valle, l’orgoglio della
libertà e del sangue, il bisogno di emigrare in terre lontane, da prima
sconosciute e poi amate; e la città di Fiume e la casa nativa. Il loro
intrecciarsi nell’immagine sembra un’unica nostalgia, quasi significassero
entrambe, ad un tempo, la Città-del-ritorno e la Terra-madre, il luogo ove si
nasce e ove si ritorna, ove abita il rimpianto e il desiderio. Cos’è, dunque,
l’identità? È, forse, la condivisione di un’appartenenza?
Nonostante le violenze subite e quelle di
quanti, persino tra i suoi figli, insistono a colpirla, la Terra ladina
continua a mostrare segni non interrotti della sua forza di comunione e a far
sgorgare motivi di speranza nel rifiorire di una migliore saggezza. È essa
stessa a suggerire la formula per benedire ogni Terra; ciò che anch’io faccio,
convinto che la capacità suprema di essere liberi coincide con quella di saper
amare.
Mi avvedo, però, nel contempo, che, per
conservare tale capacità e tale libertà, mi devo pur sempre lasciar condurre
per mano da essa, dalla mia Terra, affinché possa continuare a introdurmi nel
santuario delle sue tempeste e delle sue bonacce, delle sue albe e dei suoi
tramonti. Tra i suoi gelidi inverni e le sue limpide primavere, nel canto dei
suoi mille abitatori, figlio, perennemente figlio; al fianco dei suoi uomini e
delle sue donne, di oggi e di ogni tempo, fratello. Col capo reclinato sul cuore
della sua identità, come un fiore alla sua zolla, perennemente assetato.