Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Lo spirito ladino di Zoldo», pro manuscripto, 2001, pp. 7-16. Rielaborazione del settembre 2009.

 

Il senso di appartenenza

 

Tra i colossi dolomitici del Pèlmo e della Civétta, s’apre e chiude al resto del mondo la piccola valle di Zoldo. Tra il verde cupo dei pendii boscosi e le macchie più chiare dei prati, sorgono decine di pittoreschi, antichi villaggi, abitati da poche, antiche famiglie, fino a qualche decennio fa dedite all’agricoltura e all’allevamento del bestiame.

L’abitato di Còi, a 1493 metri di altitudine, il più elevato della valle e tra i più elevati delle Dolomiti, si segnala per la vocazione turistica. Avere un appartamentino lassù, in faccia al gruppo montuoso della Civetta e ai piedi dell’altro gruppo, altrettanto superbo, del Pelmo, è una seducente tentazione.

A giorni e settimane di assoluta quiete e di apparente abbandono, se ne alternano altri e altre di palpabile animazione. Lungo la strada centrale, soprattutto dopo l’imbrunire, sciamano coppie di giovani e meno giovani, chiassosi o riservati, chi con il cane e chi con l’ombrello da passeggio ; chi con un libro sottobraccio e chi con un pesante zaino sulle spalle ; e chi… da solo. I giovincelli con i cani suscitano l’immancabile attenzione e i commenti dei passanti, a volte entusiasti, come quelli sulle automobili dei conoscenti e dei genitori, che, quasi per caso, sèguono o precedono la passeggiata dei signorini.

Al calar della luce, s’accendono i modesti, appropriati lampioni dell’illuminazione pubblica. E scende il silenzio. Allora pare d’udire, al di là delle finestre mezzo abbrunate da piccole tende a motivi rustici, lo schioppettio delle fiamme dei caminetti.

Sabato 30 agosto 1997, ospite di un amico, era lassù il presidente del Consiglio Romano Prodi. I residenti hanno conservato l’abitudine di salutare gli sconosciuti con un lieve sorriso, poi continuano la propria attività, secondo una legge non scritta di massima discrezione vicendevole.

 

Il mio studiolo

 

La nostra casa, a Coi, è del 1911. Un «casermone» a cubo, di quattro piani e con quattro spioventi, in contrasto con lo stile locale.

Il mio studiolo è al terzo piano, di faccia, sul lato sud-ovest. Ogni giorno ascolto giungervi, dal fondovalle, i rintocchi della campana arcipretale e un tempo osservavo il tremolare delle foglie d’un frassino secolare, che vi sta ancora di fronte, ma non maestoso come un tempo.

La camera è colma di libri e di minuscoli oggetti, della natura più varia, o di ricordini di amici e di viaggi. Ogni tanto cambio il loro ordine, ma è sempre una piccola impresa. Nella biblioteca domestica ho la sensazione d’attraversare corridoi o gallerie ricavati nel tempo; con estrema facilità sono a contatto con le testimonianze dei secoli. È forse per questo che quand’ero cappellano a Ponte nelle Alpi, in una canonica di recente costruzione, mi sembrava d’abitare in una piazza vuota. Della nostra abitazione, invece, conosco ogni dettaglio, il motivo ornamentale di ogni stanza, lo scricchiolio delle travi del soffitto e, si potrebbe ben dire, persino la voce di chi non c’è più.

I garofani pensili, sui davanzali delle finestre, erano curati personalmente da nostro padre; nostra madre si occupa della biancheria e, ad ogni rientro, intuivo il profumo delle pulizie. Quando, coricato sul letto del nonno, che avevo voluto recuperare tra i mobili depositati nel sottotetto, vedevo il vetro illuminato della porta del camerino ove dormivo da piccolo, e una fioca luce, filtrata dalla tenda colorata, mi diceva che di là i genitori si attardavano nelle ultime occupazioni della giornata, ultimi a recarsi a letto e pronti a vegliare su me e mio fratello Orazio ; ed ora, quando penso a quei giorni lontani, capisco che nella vita ho avuto due angeli custodi: uno si chiama Mamma, l’altro Papà. Vedo la luna pennellare di bianco e d’argento le creste dei monti, il San Sebastiano e il Mezzodì, e il cuore si avvolge nelle fredde lenzuola di una leggera tristezza. Sì, nella vita non ho avuto altri angeli custodi che voi, cari genitori!

 

All’aria del mattino

 

Sono trascorse molte stagioni da quando, bambino e adolescente, osservavo la tenue luce del corridoio spegnersi come l’Amen della giornata della nostra famiglia. Ogni tanto mi domando se l’essenza delle cose non vada irrimediabilmente sciogliendosi, come quella luce, s’essa non viva di una eguale leggerezza, e i confini tra la fiaba e ciò che non è tale siano minuscoli ed evanescenti.

Più volte sono tornato lungo la vecchia strada pascoliva e forse è stato un voler ripercorrere nello spazio ciò che fui nel tempo. Allora, quando dovevo partire i miei genitori erano già alzati. Mentre facevo colazione, li osservo e cercavo d’intuire la loro intima forza, quali fossero le condizioni che avevano imposto a sé stessi per non cédere e dove, invece, la loro  volontà si fose dovuta arrendere. Nelle rughe dei loro volti vedevo incisa una dignità che la canizie sembrava rendere luminosa; sulle loro labbra, assorte, vedevo rilucere un’antica amabilità, che celava la vittoria su segreti dolori. Scendavamo.

«Quella fontana è il Festìl de ‘l Kavàl», dicevo qualche volta, indicando l’abbeveratoio a pochi metri da casa; «Non ho mai sentito questo nome», oppure: «Questa te la sei sognata di notte», erano i loro commenti. «È vero», aggiungevo, «è un nome che ho immaginato io; eppure anch’esso è vero: sinora non avevo sognato abbastanza!». Ci salutavamo ed io partivo.

Le mura delle case lungo la via mi sembravano mani protese a scudo di desideri addormentati; tutto taceva e tutto mi parlava. Non erano semplicemente «messe lì», quelle pareti, ma presenze che mi aiutavano a rivedere altre mani, altri volti; sentivo che esse mi cercavano, mi afferravano, mi possedevano; io ero tra loro, uno di loro, parte del loro mondo e, al mio passaggio, quelle presenze riaffermano su di me l’antico possesso. Ovunque alle finestre, c’erano i gerani e il sole li indora, mentre essi stiracchiano come braccia le ombre di sé lungo le bianche pareti. Il cielo s’appoggiava sorridendo agli spioventi e alle foglie dei frassini e scivolava luminoso lungo la strada inghiaiata.

Iniziava la mulattiera (camminare nei ricordi è riascoltare il tempo dell’amore, prolungarlo, dare spazio al proprio muto lamento e proteggere il cuore dall’angoscia che tutto sia perduto). La conosco. So del masso con incisa la croce confinaria tra i terreni privati e quelli della comunità regoliera; del tempo in cui i prati vennero falciati per l’ultima volta; chi fossero e siano i proprietari dei larici svettanti; le liti e le rappacificazioni per un misero colpo di falce nel prato del vicino. Sentivo, attorno a me, ridestarsi la terra (nel venticello che smuoveva le erbette mi pareva cogliere un lieve sorriso), come si facesse più vicina, e mi sembrava di poterla accarezzare, mentre scivolava nell’aria e tra le dita, e si allontanava, inafferrabile, odorosa di selvaggia purezza.

Il sentiero cominciava ad inerpicarsi e il panorama mutava aspetto. Nel silenzio mattutino, i battiti cardiaci ai polsi e alla gola sottolineavano lo sforzo dell’ascesa. Di tratto in tratto, sentivo il ronzio di qualche mosca o vespa, che scivolava di fiore in fiore. I cardi erano ricolmi di nugoli di moscerini. Ecco alcune macchie rosse di fragole, i grigi larici dalla corteccia muschiata e le prime malghe, dalle porte chiuse e ricoperte, quasi ad ornamento, dai roseti rampicanti. Ecco le cataste della legna, pronta per l’inverno. La settecentesca bàita dei Rizzardini Sélva restava ben presto alle spalle, a destra; a sinistra comparivano quelle dei Rizzardini Ogióin e dei Pellegrini Vésco : sulle travi portanti, la data della loro costruzione: il 1943 e il 1920. Ecco una quarta malga, di legno, senza data; una quinta, una sesta e una settima, diroccate, e il sambuco cresceva alto tra le loro macerie.

Infine, ecco la bella malga  di Giovanni Rizzardini, costruita nel 1943, e il suo abbeveratoio. Un cartello mi avvisava ch’ero giunto a 1618 metri di altitudine. Una sosta era necessaria, per riposarsi e contemplare la valle sottostante. La panca era una rustica asse, ma in quei momenti non desideravo di meglio. La mulattiera in quel punto si biforca: a destra continua a salire, con il n. 437, verso il rifugio «Venezia – Alba Maria De Luca»; a sinistra prosegue, in senso piano e con il n. 498, quale Strada de le Vache.

 

Sulla Strada de le Vache

 

La barchetta dello sguardo scivolava sull’impalpabile velo di spazi immensi. La bellezza, come una luce di insolita forza, come un raggio diretto di sole, abbaglia e ferisce. Di fronte a quella distesa di monti, di cime, di boscaglie, alla varietà dei loro colori, l’anima respirava e il corpo vibrava, invasi da onde di dolcezza ed elevati a un desiderio di eternità, se fosse stato possibile (la mancanza di eternità è il principio del dolore). Avevo la sensazione, triste e consolante ad un tempo, che un intero mondo stesse per finire, dopo aver balenato gli ultimi colori, e mi trovavo faccia a faccia con la mia solitudine. Riprendevo il cammino e superavo altre due baite e una terza, fatiscente.

All’apparire della nostra, di quella di famiglia, mi era impossibile non trasalire. Mi appariva, accucciata in un lieve fondale; mi pareva udirla piangere, ingobbita, abbassata su stessa, ma non rassegnata al tramonto, che forse non ci sarà. Il torrente continuava a scorrerle accanto. L’iscrizione della trave portante del tetto dice: «1872 / I R / A», che significa : «Fatta nel 1872, Autore Innocente Rizzardini». Da lui la nostra famiglia la comperò poco tempo dopo; o, meglio, da un suo parente, monsignor Matteo Rizzardini che, col resto della famiglia, stava per trasferirsi a San Gregorio nelle Alpi, in Val Belluna. La data è incisa pure sulla pietra sopra l’uscio della stalla: ah, la domestica festicciola l’anno del centenario, la mia giovinezza, e il lampo in cui sono trascorsi gli ultimi anni!

Oltre la malga di famiglia, ce n’è un’altra, l’ultima, sfondata dalla pioggia e dalle intemperie. Una cinquantina di metri sopra queste due, con un po’ di pazienza si possono scoprire, rovinati dalla ruspa che vi scavò la nuova strada, i pozzi per il deposito della calce, costruiti dai nonni, abbandonati al loro destino, sventrati nel loro carico modesto ma prezioso. La fornace per la cottura della calce, poco più avanti, sta facendo la stessa fine, quando meriterebbe d’essere conservata, unica testimonianza nel villaggio di simile attività artigianale.

Superato il dosso con la fornace e il torrente di scarico della vasca di decompressione dell’acquedotto, entravo nella mónt. Da ogni lato massi e fiori: a macchie, a ciuffi, su teneri gambi, svettanti nell’aria; tappeti di giallo, di fuxia, di bianco e di violetto… Un diffuso profumo di resina. Acquitrini e fontanelle or tra le erbe, or tra i muschi; qua e là formicai brulicanti, pigne sparse al suolo e a grappoli sui rami; farfalle, moscerini e altri mille protagonisti dell’ambiente. Come imponenti schermi grigioverdi, alcuni massi segnano le creste dei displuvi, il prima e il dopo del procedere nella boscaglia. Ecco il Sas de la Bólp, il Sasso della Volpe; secondo è il  Sas de la Zapa, il Sasso della Zappa.

Ancora ‘na kósta e c’era il dimenticato Bus de la Créda, il Buco dell’Argilla. Dal fondo del displuvio giungeva il fragore dell’acqua del Ru de Pìera da‘l Bósch, impetuosa e bianca di purissime bollicine. Subito dopo, ero sulla Cósta de Stravèrs, a 1644 metri di altitudine. Dopo le violenze meccaniche dell’allargamento, Giovanni Rizzardini  lavorò a lungo e solitario per assestare il fondo della mulattiera. Il suo fu un atto di amore alla montagna. Infine, sulla parete liscia di un masso, prima del pianoro dell’Arzonè, incise: «G. D. CANI / 1967», cioè: «Giovanni del casato dei Cani, ossia dei discendenti di Lugano, fece nel 1967».

Entrare nel pianoro inselvatichito e capire d’un tratto, che stava andando in rovina l’antica civiltà del Libero Maso era tutt’uno! Quanto dolore nello scoprire che prati, strade e fontanelle naturali che, per secoli e secoli, erano stati amati, rispettati e coltivati, andavano sciogliendosi, compenetrandosi e annullandosi, come se non fossero mai esistiti, come se non fossero mai stati amati! Nuovi, diabolici «padroni del pensiero», al posto di quelli mai avuti, avevano insegnato che in montagna non solo è difficile vivere (il che è vero), ma che è persino sconveniente (il che è completamente falso). Ancor oggi, quando ripercorro quest’antica mulattiera, sento con certezza che qui, fino a un tempo non lontano, poté esistere, felice e dignitosa, una comunità umana libera, con la propria cultura e saggezza,  segnate da una particolare bellezza; e che è stato un atto di violenza lasciarle agonizzare, come sarebbe un crimine disumano lasciarle perire.

 

Al pianoro delle Mandrate

 

Proseguivo con l’animo immalinconito. C’era in me la sensazione di una bruciante impotenza, fors’anche un fremito di colpa, redento  da un subitaneo riscatto. Mi dicevo: «No, io non ti ho abbandonato, Terra madre! Mi sono solamente allontanato da te, quasi costretto a provare, con più struggente consapevolezza, che ti voglio bene!».

Giungevo, frattanto, al Pian di Rui e lo superavo. A Róe Négre de là Inte, su una pietra nera sono incise queste lettere: «G. R. / IHS» e la lettera H è sormontata dal segno della croce, forse a ricordo di una grazia ricevuta. Giungevo al pianoro del Péz de’l Kaval. Ancora pochi rigagnoli, stagno d’insetti d’acqua e di salamandre, ed ero all’imbocco della stupenda conca prativa delle Mandate, che già allora… non c’era più!

Qualcuno, un giorno, dovrà pur rendere conto, almeno moralmente, di quanto qui avvenne una quarantina d’anni fa! Mi spiegarono che il Comune o, chissà?, altri che nutrivano interessi legati al progetto, desideravano costruire una nuova strada, che, salendo da Coi verso le malghe e le Mandrate, avrebbe portato alle piste da sci di Pala Favèra. La popolazione si oppose alla distruzione dei campi e dei pascoli, uomini e donne gridarono, come poterono e seppero, contro il progetto, che venne abbandonato. Quando, però, alla metà di giugno dell’anno seguente, si avviò la monticazione del bestiame, gli agricoltori si avvidero, sconcertati, che i pianori dell’Arzonè, dei Rui, di Róe Negre, di Róe Negre de là Inte, delle Mandrate e persino delle Lendine, per i quali sarebbero dovuti passare  quasi tutti i giorni col bestiame, erano stati circondati da filo spinato, proprio come quello usato nelle trincee della guerra, per impedire il pascolo. Chilometri di filo spinato, per «proteggere», dai pastori!, le piantagioni di abeti e larici in cui i pianori erano stati trasformati.

La saggia Anna, madre del Gianìn, piangeva. Ci era insopportabile quell’oltraggio. Furtiva, recideva con una cesoia ora un filo ora un altro; un atto illegale, ma legittimo, che osservavo e benedicevo. Vennero aperti alcuni varchi e, quando capitava l’ispezione di una guardia boschiva, si poteva dire che le mucche erano entrate nei pianori per sbaglio, tramite quelle aperture, fatte da sconosciuti. Le guardie comprendevano la verità e non ci fecero mai una multa; intuivano che sarebbe scoppiata una rivolta o forse, più semplicemente, che, di fatto, prima o poi i pastori avrebbero dovuto cedere. Se le mucche, infatti, calpestavano qualche decina di piantine, altre centinaia sarebbero pur cresciute, rigogliose e sufficienti a inselvatichire quei prati, strappati al bosco già da qualche secolo e che la cattiveria umana restituiva al bosco. Col pretesto di produrre alcuni quantitativi di legname, sarebbe stata strozzata l’attività pastorale e gli agricoltori, padroni di quelle terre e dei pascoli, avrebbero dovuti ritirarsi e lasciar posto alla «civiltà» dei rappresentanti di uno Stato prepotente.

 

Nelle Lendine e il ritorno

 

La valletta delle Mandrate costituiva, in qualche modo, la conclusione naturale della Strada de le Vache. Le mandrie, da cui prende il nome, vi giungevano nel primo pomeriggio e vi restavano a lungo, a volte sino all’ora del rientro, fissata verso le sei della sera (ci sapevamo regolare osservando il sole). L’erba vi cresce abbondante e il lieve declivio consente al terreno di ricevere la luce diretta del sole fino all’ora del tramonto. In caso di pioggia, le mucche trovavano facile riparo sotto gli abeti circostanti (mai sotto i larici, che attirano più facilmente la scarica dei fulmini). Il pianoro, inoltre, ha ben tre sorgenti, minuscole ma dal getto costante. Una è al centro della valle, all’origine di una macchia paludosa; l’acqua salmastra piaceva alle bovine e, pur di berla, entravano nella melma fin quasi alle ginocchia. La seconda sorgente è oltre il declivio a nord-ovest, all’ombra degli abeti, con acqua fresca e potabile. Potabile è pure quella della terza sorgente, al lato opposto, ma con acqua tiepiduccia, perché sgorga fra le erbe soleggiate.

Dalle Mandrate, la mulattiera procede superando alcuni dossi, rivestiti di fitto bosco, finché s’allarga su un terrazzo erboso, degradante verso occidente. È il modesto prato delle Lendine, così chiamato per la diffusa presenza della lendina, ossia di creta e sabbia rossastre derivanti dallo sgretolamento delle rocce di origine vulcanica, i cui strati emergono lungo il pendio sovrastante e sono costantemente corrosi, tra l’altro, dall’acqua di un torrentello che li taglia in verticale. Questo corso d’acqua procede a serpentina, carico di materia organica vegetale e, giunto a fondovalle, dà luogo a minuscoli stagni d’alghe e di liquame salmastro.

Poche centinaia di metri ancora e mi sarei imbattuto nel Ru Biénch, il Rio Bianco, che sino al 1630 era stato il confine tra i pascoli delle Regole cadorine di Borca, Selva con Pescul, San Vito e Vodo a nord-ovest, e quelli delle Regole zoldane di Coi con Pianaz, Mareson e Pécol a sud-est, verso le Mandrate.

Mi avviavo lentamente sulla strada del ritorno. Accarezzavo i fiori che si allungavano verso di me, sui loro lunghi steli, e le estremità penzolanti dei rami dei larici e degli abeti, che mi sfiorano il viso senza tanti complimenti. Alcune farfalle s’attardano sulle ginocchia e le spalle.

Rifletto: nonostante le violenze subite e quelle di quanti, persino tra i suoi figli, insistono a colpirla, la mia libera Terra continua a mostrare segni, non interrotti, della sua capacità di creare comunione tra i suoi figli e di far sgorgare, non solo in essi, motivi di speranza nel rifiorire di una saggezza più autentica, più umana. E suggerisce la formula per far sì che ogni Terra sia, per i suoi figli e i suoi ospiti, un luogo di benedizione, ed io la ripeto: la capacità suprema di essere liberi coincide con quella di amare.

Mi avvedo, nel contempo, che, per conservare tale coscienza e tale capacità di libertà e di amicizia, mi devo pur sempre lasciar condurre per mano da essa, dalla mia Terra, e introdurmi nel santuario delle sue tempeste e delle sue bonacce, delle sue albe e dei suoi tramonti, tra i suoi gelidi inverni e le sue limpide primavere, nel canto dei suoi mille abitatori, quale suo figlio, perennemente suo figlio, e fratello-uomo al fianco dei suoi uomini e delle sue donne, con il capo amabilmente reclinato sul cuore della sua identità segreta, come un fiore alla sua zolla, perennemente assetato.