Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Lo spirito ladino di Zoldo»,  pro manuscripto, 2001, pp. 29-34

 

I frassini secolari di Coi

 

[…] Arrivando da Mareson […] s’impone allo sguardo il tabià Rizzardini Ogióin, del 1798, ampliato nel 1800. Appena dopo questo fienile, antistante casa Pellegrini, si eleva il primo frassino secolare […]. Sotto il frassino c’è un abbeveratoio, l’unico di pietra rimasto nel paese. Nello spazio erboso circostante sorgevano vari altri frassini antichi e alcuni favèr o essiccatoi per le fave, abbattuti una decina d’anni fa […].

Ci troviamo, nel complesso, di fronte a un probabile unicum ambientale, con una dotazione di una quarantina di frassini, in zona d’alta quota, con la pregevole presenza, al suo interno, di una decina di piante secolari […].

 

La funzione pubblica dei frassini

 

Nella civiltà agricola (e non solo) antica, alcuni alberi avevano una funzione, o destinazione, altri un’altra. Quando osserviamo, ad esempio, abeti a fianco e magari persino davanti a una casa, con scopi ornamentali, abbiamo la prova che è stato perso – al di là delle più belle intenzioni – il senso genuino della tradizione, che mai avrebbe fatto una cosa simile. Davanti o a fianco delle abitazioni venivano coltivate solo (!) piante da frutta o sorbi, per ornamento (visti i grappoli di bacche arancione) e per appendere le gabbie con gli uccelli da richiamo.

Gli abeti venivano fatti crescere sui versanti ombrosi, quindi volti a ovest (cioè prati sul lato sud della valle, di una conca, ecc.), mentre nei prati si coltivavano, qua e là, i larici, che fanno poca ombra e quindi non danneggiano il quantitativo d’erba prodotta dal fondo prativo. Sia abeti che larici erano poi impiegati nelle costruzioni e per il riscaldamento domestico, assieme ai mughi che, pure, non venivano lasciati crescere (ma quando mai?) né accanto alle abitazioni, né ai fienili.

I frassini, dalle radici molto tenaci (sono in grado di spezzare un muro di pietre e calce), dalla facile seminagione spontanea, dal legno chiaro e morbido, dalla rigogliosa vegetazione, erano visti con simpatia e sospetto. Diffidenza e necessità di estirparli quando, arbusti, si fossero visti crescere qua e là. Simpatia per tutto il resto: la gioia degli occhi al guardarli, la riserva di foglie che, in autunno, venivano raccolte (che allegria!) nelle gerle e unite al fieno. Questi erano gli aspetti privati.

Ma nessuno lasciava crescere un frassino a casaccio, come poteva fare con un larice, ad esempio nel mezzo di un prato o in un suo punto qualsiasi; ed in vero, come abbiamo visto, neppure con i larici e gli abeti si procedeva a caso, ma secondo uno schema ben definito di utilizzo del suolo. I frassini oltre e più che una funzione pratica e privata, ne svolgevano almeno tre di interesse pubblico o, quantomeno, comunitario […].

 

Il frassino : luogo di incontro

 

«In nomine Domini amen. Anno eiusdem nativitatis millesimo quadrigentesimo sexto, inditione quartadecima, die decima octava mensis iunii, in plebe Zaudi videlicet in platea sub fraxino…», ossia : «Nel nome del Signore amen. Nell’ anno 1406, indizione quattordicesima, il 18 giugno, a Pieve di Zoldo ossia in piazza sotto il frassino…». Fu così e in quel posto che gli abitanti di Mareson vennero investiti, ossia resi titolari, del forno fusorio, che aveva facoltà di boscare e far carbone su tutto il territorio di Zoldo Alto, eccetto Gòima; quindi anche sul territorio di Coi, abitato stabilmente solo dagli ultimi decenni del 1300 […].

E’ stato proprio il frassino secolare vicino alla chiesa di Coi ad offrirci una indicazione storica che, dai documenti, non saremmo forse mai stati in grado di comprendere. Tali riunioni avvenivano sub fraxino perché essi, quando sono abbastanza maturi, permettono di fissare nel loro legno un’asse, che viene usata come panca. Su quest’asse, dunque, si sarà seduto il notaio o lo scrivano della Regola, con un paio di altre persone, magari i capifamiglia più anziani. Gli altri convenuti saranno stati di fronte, in piedi, oppure persino alle spalle, senza problemi di precedenza, ove pure potevano essere fissate, magari nel terreno, altre assi a scopo di panche provvisorie. E’  persino legittimo ipotizzare che tale disposizione sub fraxino abbia giovato, indirettamente ma in modo reale, a far maturare quello spirito di democrazia che è una nota di fondamentale importanza per la comprensione delle comunità montane storiche del Veneto.

E ancora: è stata proprio la collocazione del frassino di Coi, davanti alla chiesetta di San Pellegrino, a lasciarci intuire o, volendo affermare che lo si sapeva già, a confermarci nella dinamica delle riunioni pubbliche. Che è la seguente: i capifamiglia del villaggio (una decina e non più sino alla fine del 1700) partecipavano alla Messa; al termine, sostavano all’esterno dell’edificio sacro, conversando del più e del meno. Anzi, come attestano i documenti, a volte (forse per il cattivo tempo) la riunione avveniva proprio in chiesa, il che non piaceva ai sacerdoti, i quali però sapevano che pure la chiesa era di proprietà dei regolieri. E a Coi non c’era alcun problema di profanazione dell’Eucaristia, in quanto non veniva conservata al termine della messa, sebbene gli altari siano dotati di tabernacolo.

 

Il frassino : segno di confine

 

Lo storico Francesco Pellegrini riporta un documento del 7 dicembre 1144. In tale data Giovanni Piloni donò il suo patrimonio alla canonica ovvero ai sacerdoti del duomo di Belluno. Subito dopo i canonici gli riconcessero l’uso vitalizio su tale patrimonio, di cui aveva rinunciato alla proprietà. Ebbene: lo stesso giorno Giovanni mise il decano della canonica nel possesso materiale del fondo, che aveva donato, e lo fece conducendolo nella tenuta, segnata da un frassino, «in tenutam per frasinum unum».

Sarebbe interessante sapere per quanto tempo simile abitudine sia rimasta nella Val Belluna e se (e quanto) è esistita altrove, ad esempio nel Fodom o in Cadore. Ad ogni modo, come sono proprio i frassini secolari di Coi a documentare, essa rimase viva quassù fin verso la fine del Settecento.

Lo dice, con la sua sola presenza, il frassino del tabià Rizzardini Ogióin. La sovrastante casa Pellegrini è del 1911; logica vuole che l’abitazione sia posteriore e sia stata costretta, in qualche modo, ad accettare la realtà del frassino a pochi passi dalla facciata, contro tutta la tradizione; piantare, poi, un frassino a casa già innalzata, sarebbe stato un gesto assurdo, una sgarberia senza giustificazione. Gli anziani del paese, espressamente consultati, hanno risposto: «Noi l’abbiamo sempre visto così», cioè albero già pienamente maturo, più o meno secolare; altro, non potevano dire.

Poiché il frassino si trova sulla linea di confine della proprietà, il valore di testimonianza del perdurare dell’antichissima abitudine, più o meno giuridica, può essere accettato.

 

Il frassino : sostegno delle strade

 

L‘obbligo di provvedere alla manutenzione delle strade era considerato un gravame o «angaria» dovuti, una specie di tassa quale prestazione d’opera. Ricordiamo ancora quando il Durà, uno dei due capi della Regola, chiamava gli uomini abili, uno per famiglia, a sistemare le strade della mónt, prima di iniziare la monticazione. E, nello stesso tempo, è noto da un documento del 1331 che gli uomini dei masi di Zoldo erano liberi dall’obbligo di sistemare le strade pubbliche tra un maso e l’altro e per andare fuori valle.

Ad ogni modo, la popolazione si interessava anche a questo aspetto pratico della vita comune.

La strada che metteva in comunicazione Coi a Pianaz (quella che porta a Mareson è del 1922-24) è ben visibile sulle mappe del catasto napoleonico e passava esattamente sul retro del tabià degli Ogióin, del 1798, l’anno successivo alla caduta della Repubblica di San Marco. I frassini venivano lasciati crescere sul lato inferiore, soprattutto ove il terreno era pendente o acquitrinoso, per evitare smottamenti. La zona in cui sorge il fienile è, in effetti, piuttosto acquitrinosa e, in alcuni tratti, paludosa, con la presenza di almeno due sorgentelle. In questo tratto di strada era perciò necessario piantare dei frassini.

Ebbene, l’albero attuale è l’unico sul fianco inferiore della vecchia mulattiera; gli altri, al lato superiore (a sostegno della strada nuova, sovrastante), sono stati abbattuti. E’  legittimo pertanto domandarsi se questo frassino non sia precedente o coevo alla costruzione del fienile, se non risalga cioè agli ultimi anni della Serenissima. L’ aspetto esteriore dice poco; che abbia sui 150 anni è certo, ma di più? […]