Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«L’Amico del Popolo», 20 gennaio 2001, p. 39

 

Ricordo di Elisabetta Vecellio

 

Per tutti, a Vigo di Cadore, era «Betina de chi de Vezèlio» o, semplicemente, «Betina».

E’ morta alle 9.30 del 16 dicembre 2000, dopo alcuni giorni di ricovero ospedaliero. Era nata il 6 agosto 1903, giorno della festa liturgica della Trasfigurazione; e ora, a ben guardarla, la vita di questa donna, semplice e laboriosa, ci appare uno sforzo fedele e sereno di trasfigurare sé stessa e le proprie situazioni quotidiane secondo la luce interiore di una fede esemplare.

Sposatasi con Luigi Da Rin Bettina il 5 dicembre 1923, Elisabetta Maria Vecellio era una donna già provata dalle difficoltà e dai patimenti della guerra 1915-18; avrebbe conosciuto la gioia di tre maternità. Poi il distacco, ripetuto, delle emigrazioni dell’un figlio verso la Svizzera, dell’altro fino in Canada, pur nella soddisfazione di vederli raggiungere i traguardi desiderati. Ma – come disconoscerlo? – l’emigrazione è pur sempre una rosa con molte spine.

A settantasette anni, Bettina cominciò ad avere qualche difficoltà di deambulazione, cui fece fronte con grande forza di carattere ma, ancor più, con le risorse interiori ricevute in dono da una prolungata preghiera.

Ed è come donna di preghiera che sarà ricordata. Una donna cristiana autentica, integrale, positiva, serena, capace di dare coraggio nelle avversità; senza fronzoli, senza pose, senza ricerca di notorietà.

Immaginiamo un prato dall’erba falciata e dal fieno ormai raccolto: la terra trasuda ancora calore ed è bella, solo a guardarla, perché ha donato tutto. Immaginiamo di udire il sussurro del vento, il suo suono che si disperde nel folto della boscaglia secolare.

Sono le immagini che mi suggerisce il ricordo di Bettina, ora come quando era viva. Io sapevo che lassù, oltre il balcone fiorito di piazza Sant’Orsola, vi era una donna che, pur ridotta quasi all’immobilità fisica, si apriva a Dio come la terra al sole, facendosi capace di spargere mèssi di serenità. Sentivo prorompere da lassù, dal silenzio della sua cameretta, dal tepore delle cure della figlia Gina, parole che sanno di eterno.

E il profumo di terra feconda e il canto della preghiera continuano a risuonare in quanti l’hanno conosciuta, anche in noi sacerdoti, quali sembianze anticipatrici dell’eterna trasfigurazione in Dio.