Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Lo spirito ladino di Zoldo», pro manuscripto, 2001, pp. 17-19

 

Due saggezze

 

A terrazza dei suoi 1500 metri di altitudine, il villaggio di Coi offre ogni giorno al sole i larghi orizzonti della sua bellezza.

Tra le sue case, c’è la nostra, ove trascorro ogni tanto un giorno di salutare riposo. Il più delle volte m’attardo fra i libri della biblioteca domestica; allora, in me l’animo vibra di una particolare attesa, quasi stesse per assistere allo svelarsi di qualcosa dei tempi antichi.

Fu così che una mattina, desideroso di fare una meditazione e venutomi alle mani «Il Sansone descritto e moralizzato» di padre Geremia Dressello, del 1654, lessi: «Carlo V… molti anni prima d’essere assalito dalla morte, la meditò con accurata e profonda attenzione. Costumava gastigar il corpo con cilicij, e discipline. Onde nell’estremo di sua vita, già moribondo, consegnò nelle mani di Filippo II, suo figliuolo, un’aspro cilicio, et un flagello insanguinato come ricca eredità» (p. 360). Rimasi alquanto perplesso, ma desiderai andare avanti, sfogliando a caso, e, giunto a pagina 500, trovai scritto: «Nella Narbona, racconta Plinio, trovasi una fontana chiamata Orge, nella quale nascono certe herbe, tanto desiderate da’ buoi, che con grandissima avidità attuffano la testa dentro l’acque per cercar le dette herbe. L’huomo divenuto bestia per la libidine corre con tanta brama dietro li piaceri della carne, che poco si cura d’attuffar il capo dentro l’ardenti fiamme dell’inferno».

Leggiucchiai ancora qualche decina di pagine, finché mi arresi alla constatazione che il libro è tutto un predicozzo, di 754 pagine, che non mi stava né elevando spiritualmente, né rasserenando psicologicamente. Al contrario: aveva provocato in me più stimoli che freni alla trasgressione morale e aveva portato la mia fantasia a pensieri che mi erano estranei.

Presi un altro libretto dal dorso antico, «La Regola del Padre S. Benedetto tradotta in lingua italiana, per quella parte solamente che aspetta alle Monache…», un testo del 1604. Al capitolo ventiduesimo, trovai questi ordini disciplinari: «Ciascuna delle Sorelle dormino per ciascuno letto… Tutte (se si può fare) dormino in un luogo : ma se la moltitudine non lo permettesse, dormino à diece a diece, overo à vinti a vinti, con le più antiche, che di loro habbino sollecitudine, & cura. Nella medesima cella continuamente infino alla mattina stia il lume acceso. Dormino vestite, & cinte di cinture, ò di funi: né habbino mentre che dormino gli coltelli  a lato… Le monache più giovani non habbino letti una appresso l’altra, ma siano mescolate con le più antiche…».

C’era in me, ormai, uno stimolo insistente e lievemente maligno alla verifica delle disposizioni relative agli atteggiamenti affettivi, mentre il desiderio di meditazione spirituale se ne stava andando. Al capitolo trentesimo, che parla «Delle fanciulle di minore età, come si habbino à correggere», lessi: «…quante volte le Putte, overo [le] più giovani per età, ò quelle, che non possono intendere quanto sia grande la pena dell’Escommunicatione [= espulsione dal convento] fanno alcuno difetto, siano afflitte da gravi digiuni, overo percosse da aspre battiture, acciò si emendino». Di seguito si spiegava: «Che non sia vestita alcuna dell’habito di Religione, che non habbi almeno compiuto tredici anni, & che ne i quindici faccia poi la sua Professione, overo che si osservino le Costituzioni del Monasterio»; minore età era, quindi, quella tra i 13 e i 15 anni.

Più oltre, al capitolo ventiseiesimo, recante disposizioni relative alle ammalate, al bagno e al consumo di carni, lessi: «…che niuna Sorella parli con il Medico, ò a lui dimandi consiglio, senza licenza dell’Abbadessa… Sia avvisato il Medico, che udita diligentemente dalla inferma la qualità della infermità, non notifichi ad essa gli rimedij… ma alle Infermiere… Siano ben caute le Infermiere a toccare i corpi nudi delle inferme; &, richiedendo questo la necessità, si faccia con ogni onestà… L’ uso de’  bagni sia offerto alle inferme quante volte bisogna: ma alle sane, & massime giovani sia più difficilmente concesso… intendiamo de’  bagni, che si fanno nel Monasterio, non vogliamo per modo alcuno, né per causa alcuna, che alcuna Monaca esca…». Anche al capitolo trentanovesimo: «Tutte se astenghino da mangiar carne de animali da quattro piedi, salvo quelle in tutto deboli, & inferme; …[si astenghino] molto più da gli uccelli…».

E al capitolo cinquantunesimo: «Non vogliamo per conto alcuno che le Sorelle l’una all’altra, né a qualunque altra persona mandino presenti, etiam [= anche] piccioli, secondo la Regola: perché nel dare, & ricevere questi presenti spesso ne nasce affettione, et compiacenza disordinata… Quando per qualche buona causa le Sorelle vorranno scrivere lettere, avuta prima licenza dall’Abbadessa, alla quale imponiamo che la legga, & sigilli: et similmente quelle che ricevono delle lettere, innanzi che le leggano, le presentino serrate all’Abbadessa…».

Le monache non dovevano fidarsi degli uomini neppure se anziani o benefattori, neppure dei monaci: «L’Abbadessa abbia seco in compagnia una monaca vecchia quando hà da parlare con gli uomini di qualunque conditione si siano: & quando uno Monaco, ò altra persona volesse vedere una sua Monaca propinqua [= parente], in presenza della sua Prelata gli parli con poche parole, et presto si parta… Non dormi Monaco, né altro huomo di qualunque conditione si sia nelli Monasterij delle donne, né singolarmente mangi, overo pasteggi con le Monache. Et quando sono portate le cose necessarie alle Regolari, siano portate dal canto delli uomini… Le Monache non possono essere commadri… Li Monasterij delle donne non devono essere vicini a quelli de gli uomini… Le Monache fra loro si chiamino Sorelle… Le Monache non devono portare i capelli» (pp. 182, 187-189).

Pensavo: la castità, intesa come padronanza delle pulsazioni erotiche e delle emozioni affettive, è un valore. Ma «padronanza» è virtù, traguardo raggiunto, con più o meno grande facilità o fatica, non certo per imposizione, portata avanti a forza di frasi della Bibbia – usate in modo strumentale -, o di citazioni della mitologia pagana – altrettanto ad usum Delphini -, o di bastonature a ragazze ancora adolescenti; né è risultato della proibizione di scambio di confidenze verbali ed epistolari, di digiuni, astinenze e isolamenti coatti dal resto del mondo. Anche sant’Agostino, vescovo di Ippona e dottore della Chiesa, afferma che, contrariamente a quanto ancora da molti si crede e molti insegnano, neppure la verginità è un valore come tale; essa lo diventa in quanto fatta per amore. E’  l’amore che santifica e dà contenuto di bellezza morale a un atto umano o ad una scelta di vita, che, come tali, possono essere moralmente neutri, quando non negativi.

Misi sullo scaffale anche il secondo libro della (quasi) mancata meditazione mattiniera e, facendolo, avevo l’impressione di deporre un peso e liberarmi da un incubo spirituale.

Nella gioia del mattino, il sole risplendeva festante sulle foglie del frassino che svetta davanti alle finestre della camera; lo scintillio della luce sulle foglie mi richiamava, come sempre, quello sulle onde del mare. E dire «mare» per me significa pensare a Venezia, del quale la storia volle fosse la regina e che fu per Zoldo la bóna mare per quasi quattrocento anni.

Nell’aria, ovunque, un rincorrersi di fremiti di vita; e nel mio corpo l’eco di uno spirito rinfrancato.