Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Lo spirito ladino di Zoldo», pro manuscripto, 2001, pp. 75-83

 

La cucina zoldana del primo Novecento

 

All’inizio del Novecento a Coi, come nel resto della valle di Zoldo, i pasti principali della giornata erano consumati, generalmente e in linea di principio, a gruppo familiare ossia parentale riunito, nella stanza con la grande stufa chiusa (al fornél), detta, perciò, essa stessa la stua. D’estate, invece, per non accendere il fuoco nel fornél (il che avrebbe comportato uno spreco di legna), i commensali sedevano sulle panche attorno al focolare, chiamato larìn, «il posto dei lari», quello più intimo e sacro di ogni casa-famiglia. E, sempre nella bella stagione, qualche persona non disdegnava di prendere la scodella con il cibo, uscire all’aperto e sedersi sulla panca (o le panche) accanto al portone d’ingresso o, persino ma con naturalezza, sul gradino del portone.

Si racconta ancor oggi, però, che qualche persona più benestante, a volte, nelle giornate estive di sole, faceva davanti alla casa l’intero pranzo, per sottolineare la diversa posizione sociale. Le persone o, meglio, le famiglie (i casati, i pranzi erano appunto fatti assieme tra i parenti di un casato) più forti dal punto di vista economico erano ben individuate, piccoli clan, che soltanto nell’Ottocento, con la progressiva svalutazione economica del lavoro agricolo montano e l’affermarsi di nuove professioni, hanno iniziato la loro irreversibile decadenza. Questi maggiorenti erano chiamati (come in altre parti del Bellunese e del Cadore) bakàin, «quelli che possono» farsi notare, che fanno bakàn, cioè «rumore, chiasso» (oggi diremmo «notizia») nell’opinione pubblica, non fosse altro che per un moto di invidia, piccola rivalsa davanti a qualche loro sopruso o alla spacconeria. Bakàin a Coi, all’inizio del 1900, erano i Rizzardini  Bépi (de Sóra e de Sót), Giazìnti, Ogióin, e i Pellegrini Vésko.

Dal punto di vista materiale, per il pranzo il più delle volte vi era, come in antico, un piatto comune, detto al kadìn; anziché piatti, si usavano quasi sempre le scodelle di terracotta o di legno, dette skudéle ; e «an skudelìn l’ èra ‘n gót», una tazza più piccola faceva da bicchiere. Le posate individuali erano al pirón (di legno di faghèr o faggio, e di fràsen o frassino) e un kazùel o cucchiaio, sempre in legno. A casa nostra, nella cucina dei nonni o kasa végia, c’erano forchettoni, mestoli, ecc., di varia misura; ricordo in particolare un cucchiaio metallico che, dalla parte dell’impugnatura, era una forchetta.

Quanti oggetti caratteristici e di un certo valore vennero venduti per poco e niente ai raccoglitori di ferro vecchio o agli antiquari! Ingenui! Davamo posate antiche e che a noi sembravano solo brutte al posto di altre, nuove e che, a guardarle oggi, appaiono persino frivole. Gli oggetti in bronzo e in rame (i bróndìn e i séci de ram) erano ceduti, finché non se ne capì il valore, in cambio di posate in alluminio o per «na pipa de tabako» ; i mastelli costruiti in legno per secchie di plastica, e ci sentivamo fortunati, perché queste erano meno pesanti e avevano meno perdite, nel portare l’acqua in stalla.

Ogni casa prevedeva e possedeva almeno tre stanze come deposito degli alimenti, soprattutto per i lunghi mesi freddi e di relativo isolamento. Una era la stessa cucina, dal cui soffitto pendevano le carni da affumicare e gli insaccati ; un’altra era la cantina per i formaggi e le verdure (le rape e, dai primi dell’Ottocento, le patate), detta kanevét. Normalmente la cucina era all’angolo nord-est dell’abitazione, la cantina la stanza a nord-ovest, la più fredda. Una terza stanza quale magazzino era per lo più al secondo piano, detta kàneva o kamerìn de la farina, perché conteneva le biade e quindi doveva essere sicura dall’umidità. Favo, orzo e frumento erano conservati in capienti banconi, detti bank, per lo più a tre scomparti affiancati; altri alimenti venivano posti in un bank più piccolo, chiamato la krìgna. In casa nostra vi era una quarta stanza dedicata all’alimentazione, un lusso singolare; la chiamavamo kàneva de le zéule, perché in autunno vi portavamo le cipolle, il sedano, le carote e gli altri prodotti dell’orto ad asciugare, stesi sul pavimento o legati a mazzi, appesi a fili, che andavano da una parete all’altra; portavamo anche la lana delle pecore, che un po’  alla volta sarebbe stata lavorata e trasformata in calze, maglie, berretti…

Poiché fin verso il 1800 nessuno aveva orologio, non c’era anzi neppure l’idea di orologio da taschino o da polso, l’ora dei pranzi era segnata dal suono delle campane, ovvero dall’ «Angelus» mariano, soprattutto per il mezzogiorno.

Piatti tradizionali erano al mattino la minestra d’orzo, a mezzogiorno quasi sempre la polenta o una sua variante, alla sera patate e/o minestra, con fave o altro.

 

Il latte e i latticini

 

Il latte era l’elemento base, anche se non si consumava da solo, ma, ad esempio, nelle minestre o con le croste della polenta; praticamente non si conosceva il caffelatte.

Formaggio, ricotta e burro erano consumati in varia maniera. La ricotta non era apprezzata come oggi, eppure si consumava molto, dal momento che una parte del formaggio prodotto era venduta per «ciapà ‘n pùeki de sóldi», coi quali comperare altri beni di consumo. In tal modo, per dare alle ricotte maggior gusto di formaggio, per le informaià, esse venivano poste sopra il formaggio per alcuni mesi, inte kanevét. L’effetto si ottiene, ma bisogna avere l’avvertenza di girarle, abbastanza di frequente, altrimenti rovinano il formaggio sottostante.

 

Le bevande

 

Il vino era una rarità. Si teneva però una bottiglietta di grappa, per i casi di bisogno, come primo intervento sanitario, e per gli ospiti di riguardo (quali il parroco o il medico). Si faceva una specie di caffè, abbrustolendo l’orzo con un attrezzo particolare, chiamato la bala; si bevevo il caffè a metà pomeriggio, come tonificante; chi aveva vino nero, ne aggiungeva volentieri un poco.

Bevanda comune restava ed era l’acqua, portata giornalmente a casa con un sécio de ram, dal quale tutti attingevano, al bisogno, con un mestolo pure di rame, che gli era sempre appeso accanto. Il posto in cui si conservavano i séci era al secèr, detto anche segèr, per le secchie, che un po’ alla volta sostituirono i primi. I séci con l’acqua potabile erano riparati dalla polvere per mezzo di una tendina e, per solito, messi sotto una tavola o una pietra leggermente inclinata, ove si lavavano scodelle, posate sporche, ecc., sicché il segèr aveva anche la funzione di secchiaio.

 

La frutta e la verdura

 

Nei numerosissimi campi, le cui linee divisorie segnano ancora i terreni, venivano seminati la fava, l’orzo, il frumento e, dal 1800, le patate. Nell’orto ravanìei, ravanìei rós, raf, kapùs, erberave, salata, ài, zéule ciapìne ; spinaci, carote, prezzemolo e sedano erano prodotti ancora pressoché sconosciuti ai primi del Novecento. Qua e là, quali siepi ornamentali degli orti, c’erano le àsie ; molti piantavano e coltivavano, sempre al bordo degli orti, ciliegi o zarisère ; ma vere ciliegie a Coi erano solo quelle che potavano per san Pellegrino, il primo agosto, le donne di Cercenà.

Nei prati si raccoglievano i radicchi selvatici; se avevano le foglioline piccole e fresche, si mangiavano conditi come insalata, cioè con lardo tagliato a cubetti e fritto, pepe, sale e aceto (o con àgre); se le foglioline erano mature (e meno gustose), si facevano cuocere e poi friggere. Si raccoglievano, cuocevano e friggevano anche altre piante prative, cioè i grìsoi, la gamàita e le kóde, come pure le foglie delle rape. I ragazzi mangiavano, per gioco, varie foglie ed erbe, ad esempio i petali delle àzole, ossia dei Gigli di San Giovanni, e i gambi di slavàz.

Nel bosco e nelle parti ombrose dei prati si raccoglievano i funghi, limitandosi però a le zàfe, i dalét, i porzìn, le patate e ki da l anél (detti anche ombréle). Si mangiavano subito, fritti o messi in umido ; non fa parte della tradizione il seccarli e conservarli per altre stagioni. Le giàsene, le fragole e le mùie erano raccolte e mangiate immediatamente; non si sapeva conservarle e farne marmellata, forse perché lo zucchero era scarso e si doveva usare poco anche per il caffè d’orzo. A volte,  quando le mùie erano poco mature, si raccoglievano in un cartoccio e si mettevano nel fieno a maturare.

I prodotti dell’orto e le erbe commestibili dei prati non costituivano un «secondo piatto», ma il semplice contorno dell’unico piatto giornaliero, cioè della polenta; fatto che spiega l’esclusione o l’uso limitato a tavola di alcune verdure.

 

Le carni, il pesce e le uova

 

Raramente si mangiava carne non affumicata: quando moriva una vacca (ad esempio per caduta nel bosco), quando si faceva il brodo per ‘na paiùela o puerpera; quando, in autunno, si uccideva un ovino; per una festa patronale.

Le carni erano de agnél (agnello), de féda (pecora), de rók kastrà (di caprone, assai gustosa), de kàura (capra), de kùcio (di maiale, un lusso dei bakàin), de pita (gallina; ogni famiglia aveva almeno quattro-cinque galline, ma più per le uova che per la carne). La tavola non conosceva conigli e selvaggina (in generale). Si prendevano le rane, che venivano mangiate vive, se piccole, o abbrustolite sulla brace, così pure i sc-iùesh, che venivano anche fatti bollire e poi preparati in umido (si racconta di un uomo che venne rimproverato da un tale perché, avendo visto ‘n sc-iùesch sul ciglio della strada, lo aveva colpito con un calcio e, in tal modo avrebbe colpito l’anima di un morto, dato che a volte i defunti verrebbero sulla terra in quella forma).

I modi di preparare la carne erano vari. Il più diffuso consisteva nel lasciarla a sale per una settimana in un mastello (di legno) e poi appenderla, in cucina, ad essiccare e affumicare. Il grasso, sciolto, delle pecore, o séf, dall’odore piuttosto sgradevole, e la sónda o sugna di maiale (per chi lo possedeva) venivano conservati inte kanevét, al fresco.La carne essiccata era utilizzata soprattutto per le minestre di orzo e, in mancanza della lugànega, per le balóte. Qualche voltaQQ la carne era fatta in umido, in técia, e ancor più arrosta, allo spiedo.

A differenza di quanto si immagina, vi era un certo consumo di pesce, se pure solo secco. Il pezzo forte erano i famosissimi skopetóin, fritti sulla brace e mangiati con la polenta, bagnati d’agro. La parte più desiderata era la testa, forse perché più saporita, in quanto aveva trattenuto più agro. In questi casi, si citava volentieri il proverbio: «Polénta va du, ke ‘l péde l’è là du», ma laggiù, nello stomaco, la polenta trovava quasi sempre ben poco companatico.

Si abituavano i ragazzi a bere le uova crude o appena scaldate, skautrìde. Con le uova si facevano per lo più frittate, magari assieme alla ricotta, leggermente abbrustolita, in modo d’avere l’impressione (visiva) di sfruttarle maggiormente. Solo in poche famiglie le uova erano consumate «a occhio di bue» o cotte; erano forme di impiego generalmente sgradite.

 

Ricette (con note)

 

LA POLENTA (per sei persone)

Si portano ad ebollizione tre litri d’acqua, salata, quindi si versa, lentamente e mescolando con cura, farina di mais, sino a quando la pasta comincia a far corpo. Si continua a mescolare, in un senso e nell’altro, girando il mestolo lungo la parete della caldaia (‘l kauderìn, possibilmente di rame), fino a che la polenta è dura al punto desiderato e, comunque, almeno una quindicina di minuti. Bisogna che le vampe del fuoco non siano troppo forti, altrimenti le croste si formano troppo presto e bruciano, mentre la polenta non è ancora ben cotta.

Di solito si usava la farina gialla e la polenta si faceva piuttosto dura; a mezzogiorno non mancava mai. C’era il modo di dire: «Per deventà gràint, okór magnà polénta fréda», che significa: «Per crescere robusti, bisogna avere a disposizione molta polenta, che  ne avanzi e – volendo – si possa mangiare, pur fredda, al pomeriggio».

 

LA PASÀIA (a piacere)

Dopo un cinque minuti di cottura, con ‘na kaza foràda si toglie dalla caldaia, nella quale si sta facendo la polenta, qualche misura dell’intingolo di farina (salata), chiamato bóia, sicché resta per la polenta la parte con gli eventuali «grumi» farinosi. La bóia estratta viene versata nelle scodelle dei commensali e, su ognuna, si gratta un po’ di ricotta secca. Il piatto è pronto, quale companatico della polenta stessa!

Si faceva ogni tanto, a mezzogiorno. Il nome significa «(parte) passata, filtrata».

 

‘L BIÀNT (a piacere)

È una variante della pasàia. La bóia della polenta viene versata in una padella con alcune salsicce, tagliate nel numero di pezzi corrispondente ai commensali, e già fritte. Quando la polenta è pronta, si divide ‘l biànt nelle tazze, come companatico.

Si faceva ogni tanto, ma non di raro, a mezzogiorno.

 

LA DUFA (per sei persone)

Si mescolano due litri d’acqua e uno di latte, freddi, si mette un pizzico di sale; lentamente e sempre mescolando, perché non faccia grumi, si aggiunge farina gialla da polenta. Quando si è ottenuta una poltiglia leggermente densa, si mette il tutto a fuoco e si continua a mescolare, fino all’ebollizione, poi si fa cuocere ancora un tre minuti. A questo punto il piatto è pronto ed è versato nelle scodelle, con l’aggiunta di una spruzzatina di ricotta secca, grattugiata, sulla quale si versa del burro fuso e ben caldo. In alternativa, se non si vuol mettere ricotta e burro fuso, si aggiunge solo una punta di burro crudo, che si fa sciogliere nella dufa stessa.

Questo piatto, piuttosto calorico e ad un tempo delicato, veniva preparato per lo più d’ inverno e al mattino.

 

LA POLENTINA (a piacere)

È una variante della dufa, ma viene fatta senza il latte e si fa un po’  più densa. Versata nelle scodelle, viene cosparsa di ricotta secca grattugiata, quindi coperta da un altro strato di polentina e da altra ricotta grattugiata e bagnata di burro fuso e ben caldo.

Questo piatto si faceva raramente, per lo più d’ inverno e a mezzogiorno.

 

I PAPAZÙEI (per sei persone)

Si mescolano due litri d’acqua e uno di latte freddi, si aggiunge un pizzico di sale e si mette a fuoco. Quando il tutto è tiepido, si versano, un po’ alla volta, dei «granelli»  preparati impastando con una forchetta bagnata la farina di frumento (tipo 00) che è in un piatto. Si può aggiungere del riso.

 

I SÙGOI (a piacere)

In una padella si abbrustolisce a fuoco lento della farina tipo 00, si aggiunge qualche filo d’olio e una fettina di burro, si sala e si copre il tutto con mezzo bicchiere d’acqua tiepida. Dopo quattro o cinque minuti di cottura, si può servire.

I sùgoi erano fatti per i bambini piccoli e di raro.

 

I GNÓK DA KADÌN (per sei persone)

In un catino si mette a mollo d’acqua e di latte un panino secco e affettato. Quando è diventato morbido, si aggiungono sette-otto etti di farina tipo 00, un paio d’uova, sale e acqua sufficiente per fare una pasta abbastanza consistente. Si lavora questa pasta e, con un cucchiaio, si estrae mettendola a cuocere, cucchiaiata dopo cucchiaiata (una specie di gnocchi) nell’acqua bollente. Il condimento può essere il più vario.

Questo piatto, piuttosto calorico e, pure, festivo, si faceva o alla vigilia di qualche solennità, come il Natale, o prima di un lavoro faticoso, ad esempio il taglio delle piante nel bosco.

 

LE BALÓTE (per sei persone)

Si prepara la pasta come per gli «gnocchi da catino», aggiungendovi due etti di salame o prosciutto o, in mancanza, di carne affumicata, tagliati a piccoli dadi. Preparata la pasta, la si divide con il cucchiaio, come per gli gnocchi, ma facendo i pezzi della misura doppia, ossia quasi come un uovo, e mettendoli a cuocere nell’ acqua bollente. Si consumano poi in due modi: tre o quattro a testa, con il brodo (mentre quello degli gnocchi non si utilizza); oppure asciutte – lasciando il brodo per altri usi – , assieme a cavoli cotti o in insalata, o con carne in umido, quasi sostitutivo della polenta e del pane. Non vengono condite.

Un tempo erano considerate un «piatto forte» e quindi adatto per affrontare i lavori pesanti; con l’aggiunta quasi di rito, verso la fine del pranzo, dell’inevitabile, significativo commento: «Adés pùele(o: te pùele)  andà a otà le féde!», che (pure) dev’essere stato un lavoro piuttosto stressante.

 

LA MENÉSTRA DE ÒRZ (per sei persone)

In quasi tre litri di acqua si mettono due bicchieri d’orzo e una presa di sale. Si può aggiungere uno o due bicchieri di fave e un osso affumicato o un cotechino affumicato. Si lascia bollire il tutto per un’ora o un’ora e mezza (dipende dalla vivacità del fuoco), poi si aggiungono due o tre patate, tagliate a fette di varia misura. Frattanto, in un tegamino a parte si prepara ‘l desfrìt: in poco olio si aggiunge un po’ di strutto e si lascia scaldare; si aggiunge lardo, tagliato a cubetti, e si fa rosolare assieme a un terzo di cipolla affettata; si aggiungono due cucchiai di farina tipo 00 e si lascia soffriggere per altri uno-due minuti.

Quindi si versa lo sfritto nella pentola e si lascia continuare la cottura, fino a che le patate siano cotte. Assieme allo sfritto, si può aggiungere nella minestra anche della pasta. Se è stato messo il cotechino, quando la minestra è pronta  esso viene tolto e  tagliato a fette; poi è rimesso nella minestra o è servito a parte.

Un tempo la minestra di orzo era fatta praticamente tutte le mattine, nel brondìn, che restava sempre su ‘l larìn.

 

LA MENÉSTRA DE FAVE (per sei persone)

In due-tre litri di acqua si fanno cuocere tre etti di fave secche, con tre patate tagliate a grosse fette. Quando le fave sono quasi cotte, si versa lo sfritto, che è lo stesso della minestra di orzo, e si lascia cuocere per un’altra decina di minuti.

Questa minestra, variante della prima, non era fatta molto di frequente, e in ogni caso d’inverno. In generale non veniva aggiunta la pasta, sicché era in verità un minestrone di fave.

 

LA SÓPA (per sei persone)

In tre o quattro litri di acqua fredda si mette pane spezzettato, fino a che siano assorbiti i tre quarti dell’ acqua. Si aggiungono un po’ di sale,  un etto di burro, sei chiodi di garofano e un pizzico di noce moscata. Si porta ad ebollizione e si lascia cuocere per una decina di minuti.

Era considerata un piatto ricostituente.

 

LA SALSA

Con il termine salsa si intende la frittura con le acciughe, preparata appositamente per le lasagne o lesagnéte; ne era sinonimo e non si aveva idea di altre salse. La preparazione è semplicissima: in un tegamino con un po’ d’olio si lascia rosolare della cipolla affettata; quando l’olio è caldo, si aggiungono le acciughe tritate (o si sminuzzano direttamente nel tegame); a piacere si può aggiungere una (una sola) punta di conserva; si lascia rosolare il tutto per qualche minuto.

Le lasagne con la salsa erano un piatto prelibato, perciò si facevano alla vigilia delle feste più importanti: il venerdì e il sabato santi (per la Pasqua), il 2 dicembre e il 5 gennaio (vigilia dell’ Epifania).

 

LA PÉTA

Si prepara la pasta con farina bianca o gialla da polenta, latte e un poco di acqua; si aggiunge una fettina di strutto riscaldato, qualche uovo, sale e un pizzico di pepe. Si mette il tutto nel forno.

Un tempo però si cuoceva sul larìn, sotto una lama ricoperta di braci infuocate; in genere si preparava d’inverno e verso sera, per poter essere consumata al mattino seguente. Più che un dolce, la péta era ritenuta un cibo ricostituente, per cui si cuoceva prima di certi lavori pesanti, ad esempio quando si doveva portare il letame nei prati e sui campi, o prima di un viaggio. Si faceva anche con il «lat vért», quello munto da una mucca dopo il parto di un vitellino, ma non prima di tre-quattro giorni dal parto stesso (altrimenti il latte è sgradevole).

 

LE PATATE

Costituivano da sé stesse un cibo. Si mangiavano cotte, da sole, con la ricotta e il formaggio, oppure condite. Si mettevano nel latte e nelle minestre col latte, sia con aggiunta di pasta che di riso.

 

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Qualche considerazione

 

Le ricette presentate sono quelle dei cibi comuni. In una società primaria e sostanzialmente omogenea, qual era quella ladina storica di Zoldo, anche la cucina era uniforme e quasi del tutto provvista dagli stessi agricoltori; i quali variavano le portate non tanto col mutare gli alimenti, quanto confezionandoli  in qualche modo diverso.

I piatti più ricercati erano le lesagnéte (da lat, ko la salsa, ko la panzéta e luganega), preparate «kan ke i kopava ‘ l kùcio, kan ke i fava legne», gli gnocchi con le patate, i kasonzìei ripieni di «ravanìei kót e frit ko sal e péver», preparati per la festa del Rosario (prima domenica di ottobre), per la raccolta di rape e ravanelli, ai primi di novembre, per san Nicolò, patrono della parrocchia, il 6 dicembre, e per l’ Epifania, il 6 gennaio.

I dolci per le occasioni di festa erano le fùie rostìde, i frìtoi e, piuttosto raramente, i grafóin.

La povertà della cucina in alcune famiglie riguardava la quantità degli alimenti, in altre la qualità del loro trattamento; però non deve essere esagerata e generalizzata. Il suo significato può essere colto solo inserendola nell’ intero contesto della vita e delle giornate dell’ agricoltore zoldano di allora; giornate ritmate dal lavoro, faticoso ma amato, e vita sempre improntate a sobrietà e sacrificio.

Nei casi estremi, quando la povertà si trasformava in miseria e la mancanza di cibo si faceva sentire, interveniva la solidarietà comune, nella forma della carità spontanea o, giuridicamente, nelle decisioni delle comunità regoliere. L’ iniziativa di costituire società lattiero-casearie, nella seconda metà dell’Ottocento (avviata dal sacerdote agordino don Antonio Della Lucia), si era diffusa rapidamente, perché aveva incontrato e realizzava una diffusa volontà di collaborazione e assistenza reciproche. Volontà che, prima ancora e fino all’ autoritaria soppressione da parte del governo napoleonico, si era data e aveva trovato una struttura organizzativa e giuridica anche nelle Confraternite religiose laicali.

Al bokón mesurà non impediva la generosità verso i mendicanti che, di tanto in tanto ma non proprio raramente, capitavano nei villaggi e bussavano alla porta delle case, chiedendo cibo oppure ospitalità per la notte (che veniva sempre concessa, nei fienili); perché «no se sa mai kóme se pùel se reduse» e anche perché «se ge n’ é ge n’ é pär duti» e «kél ke se dà al puarét, se l dà al Signór».

I genitori con tanti figli, dicevano di «ave tante bóke» e dovevano provvedere al loro futuro, ben sapendo che «kan ke se àuza la gonéla, se àuza la skudéla» , insegnando loro per tempo che «ògni pan l’à la so skorza». Tra le poche favole che i nonni raccontavano ai nipotini vi era quella della Végia de ‘l Sas de Pélf, che col suo lavoro riempiva i granai e si assicurava, in tal modo, un inverno tranquillo. Verbi imperativi nell’educazione erano: no strazà, tenì da kónt, savè se regolà, se incontentà, tól kél ke l’é (ciapà kél ke vén), fa ‘l paso darè la gamba.

Un’ultima informazione: chi, secondo il turno, andava a custodire le vacche al pascolo, prendeva come cibo qualche fetta di polenta, fatta appositamente al mattino della partenza, o un piccolo vaso di gnocchi, ricotta, fave secche (da masticare come caramelle) e patate cotte, che durante il giorno avrebbero scaldato sul fuoco.