Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Stile Zoldano», n. 158, marzo 2001, p. 7

 

L’ultimo addio ad Amedeo Soccol

 

E’ morto l’8 febbraio scorso, presso la casa di cura «Villa Dott. L. Tomasi» di Spresiano (Treviso), dove era appena stato trasferito, per delle cure prolungate, che la Geriatria dell’ospedale «San Martino» di Belluno aveva ritenuto di non potergli offrire. Un posto dove né lui, né alcuno avrebbe mai pensato andasse a morire. E un trasferimento che ha suscitato qualche perplessità, ricordata in una lettera su «Il Gazzettino» del 25 febbraio.

Non voglio esaminare la singola questione, se – cioè – anche in questo caso il personale del Servizio sanitario sia rimproverabile, quantomeno di frettolosità. Fatto si è che Orazio Amedeo Soccol è morto così, lontano dal suo Pianaz, dal quale non desiderò allontanarsi neppure quando avrebbe potuto farlo (per andare ad abitare con alcuni suoi familiari), e lontano da Belluno, ove sarebbe stato vicino a ai suoi cari e avrebbe potuto essere meglio assistito da loro, cosa che essi pur fecero, nel periodo dell’ultima degenza.

Era una delle persone più anziane di Zoldo, essendo nato a Venezia il 13 agosto 1903, figlio di Luigi (detto Gigio) e di Elisabetta Rizzardini (da Coi, sorella della Gigia di Scarpét). A Venezia i suoi avevano una caffetteria-pasticceria. Era il terzo di cinque fratelli: Serafino (che lavorò a Budapest e morì in Francia), Attilio (che sposò Marta, sorella di Carlo Rizzardini Duanùz), lui, Mario (che sposò Aida Rizzardini, sorella di Rosa detta Rosina, moglie di Rinaldo Rizzardini Lugàin), e ultima, Romilda (sposata con Nino Soccol Mozét).

Ancora nel 1917 il padre, Gigio, si era trasferito a Budapest; la madre, tornata a Pianaz, gestiva il fórno da pan. Quando il pane era cotto, lo portava con una gerla nei vari villaggi di Zoldo; a Coi, ad esempio, dal Pezèr, ossia dalla Tonina di Ogióin, che aveva anche mulino (quello sopra la strada, prima di arrivare in paese, ora abbandonato). In sèguito, e cioè fin verso il 1936, a Budapest sarebbe rimasto il figlio Attilio, mentre Gigio era tornato in Zoldo, ove sarebbe morto nel settembre 1951.    Nel frattempo, ossia nel 1927, Orazio Amedeo, detto Medèo, si era sposato con Maria De Vido (de chi de Vido), figlia di Pietro e di una Pellegrini, sorella dell’Avocato di Mareson, originari di Coi. Nel matrimonio ebbero il dono di sette figli: Dario, Iolanda, Onorino, Alvio, Elisabetta, Anita e Danilo. La moglie si spense il 25 giugno 1986.

Del Medèo conservo l’immagine di un uomo anziano ma lucido e grintoso, di buona intelligenza e memoria e di evidente forza di volontà, la quale era, per certi aspetti, umile e pratica voglia di lavorare e di non abbandonare l’amato allevamento del bestiame, cosa che fece (per pura passione) fino agli ultimi anni, quando poteva diventargli pericolosa. Non era un uomo dal carattere facile, né facile da accostare, per quanto d’animo a modo suo gentile.

Ebbi modo di frequentarlo abbastanza a lungo, almeno negli ultimi quindici anni, perché mi offriva molte informazioni sulle Regole, e mi inculcava l’obbligo che la popolazione avrebbe di occuparsi più seriamente dei propri boschi e delle zone pascolive, le mónt. Se su altre idee potevo non trovarmi d’accordo, su questa gli davo piena ragione e mi dispiace che le persone combattive, come lui, magari a rischio di qualche errore, siano sempre poche.

Ho voluto mettere per iscritto tutto questo, per ringraziarlo di quanto ha fatto per le Regole. E anche per me, personalmente, quando scrisse (e fu più di una volta) al vescovo Dùcoli, il quale desiderava che non mi occupassi di queste realtà. Mi mandava le sue lettere, per conoscenza, in fotocopia. Erano scritte con una grafia nitida e forte, rispettose nel modo di esprimersi, ma chiare nei contenuti. Sì, c’è in me una punta di nostalgia al pensiero di non rivederlo più, costretto così ad interrompere un incontro divenuto abituale, per anni, quando scendevo per Val Gavada e sapevo che lui era lì, ad aspettarmi, il vedere il da farsi…