«Il Gazzettino», edizione di
Belluno, 2 agosto 2000, p. 2
Vocazioni
in crisi? L’esempio di mons. Sagui
Ma è proprio crisi di vocazioni? Un articolo
di pochi giorni fa riportava che il numero dei sacerdoti sta visibilmente
calando, tanto che sarà inevitabile – per quanto faticoso – abituarsi ad avere
parroci con più d’una comunità.
Tutto questo è vero, mentre è illusorio
ipotizzare che ne deriverà un maggiore coinvolgimento di laici; a breve, non
potrà che venire anche un allontanamento di fatto di molti dalla vita
parrocchiale. Non è giusto parlare, però, di «crisi di vocazioni», come si continua
a fare, anche tra sacerdoti. La vocazione è la chiamata, da parte di Dio, e non
è possibile dire che Dio è entrato in crisi e non chiama più. E’ persino ovvio.
La crisi è nel modo di gestire il sacerdozio
ministeriale, nel modi di collocarsi di sacerdoti (e vescovi) all’interno delle
comunità. E la conclusione non può essere che questa: il modo di essere
sacerdoti, quale è stato presentato e insegnato in questi anni, è assai meno
«appetitoso» di quello offerto nelle generazioni immediatamente passate.
L’arcidiacono Sagui diceva che il sacerdote
è un padre, e non un manager o un padrone. E, dunque, va a benedire le
famiglie, ma alcuni parroci «moderni» storcono il naso, perché non ci sono le
telecamere; aiuta i poveri vicini e lontani e non si preoccupa di costruire
santuari inutili o di avere un buon conto in banca; in chiesa prega e confessa,
non gli interessa di fare spettacolo.
Ci sono anche ottimi sacerdoti: ricchi di
umanità e di fede, che non vanno a ruffianate vescovi e superiori per ottenere
un titolo di monsignore. Io non sono un ottimo sacerdote, forse non sono
neppure un buon sacerdote; ho le mie debolezze e faccio l’occhiolino a qualche
tentazione, ma credo che lo spirito antico del sacerdozio, quale era
testimoniato da sacerdoti come mons. Sagui, debba tornare ad animare il
presbiterio.