«Il Gazzettino», edizione di
Belluno, 13 luglio 2000, p. 2
Suicidi
nel Bellunese
Un lettore di Farra d’Alpago, intervenendo sul
tema dell’elevato numero dei suicidi in provincia di Belluno, ne ha dato una
spiegazione a mio parere non solo inaccettabile, ma irritante. A suo dire,
infatti, il Bellunese e in particolare il Feltrino un tempo era zona di confino
forzato delle prostitute veneziane, le quali, ammalate di sifilide, sarebbero
state mandate quassù, «dove potevano contagiare i maschi locali. Inoltre anche
i maschi venivano allontanati, se ubriaconi o ammalati, e tutti finivano
quassù».
Questo può essere capitato, è ovvio, ma dire
che bellunesi e feltrino sono portati al suicidio perché hanno il sangue
infetto dalla sifilide contratta dagli antenati, o perché discendono da
ubriaconi, è, come dicevo, storicamente insostenibile e umanamente offensivo.
Non mi addentro nell’analisi storica, per
brevità, pur potendola fare. Mi limito a far notare come nei casi di suicidio
di cui – purtroppo – sono stato testimone, in almeno tre casi si trattava di
giovani di famiglie venute ad abitare nel Bellunese per motivi di lavoro e, in
tutti e tre questi casi, socialmente della piccola e media borghesia. Giovani e
famiglie tutt’altro che fisicamente o psicologicamente fragili e tarate.
In un quarto caso (una giovane sposa) si
trattava di gelosia. In altri due (ancora maschi, come i primi tre, ma qui
sposati): in uno si trattava di non accettazione di una grave malattia, in un
altro fu la conseguenza di una vita rovinata dall’alcol.
Ho davanti agli occhi i volti, risento le
parole, riprovo i sentimenti che mi legavano in particolare a due persone,
veramente amabili. La ferita del distacco non si chiude mai! Ben conosco anche
l’atroce sofferenza dei familiari, lo stordimento del dolore, che solo la fede
in Dio può rendere un po’ più sopportabile…
No, piuttosto che dare certe interpretazioni
del motivo che può condurre al suicidio, è meglio tacere! In ogni caso, sia nel
Bellunese o altrove, chi si suicida è un infelice, talmente infelice che, pur
continuando ad amare familiari ed amici, preferisce chiudere l’esistenza; il
che richiede momenti forse di disperazione, comunque di straordinaria determinazione.
Accenno, infine, alla causa che – secondo la
mia esperienza – porta al suicidio: è la non accettazione della realtà, sentita
troppo dura, o della società, percepita troppo fragile nell’amore. E devo
ammettere, purtroppo, che spesso è così e che c’è, soprattutto tra i più
giovani, un ardente bisogno di amicizia.