SEGRETARIATO
PELLEGRINI DA ZOLDO (a c.) pro manuscripto in 153 copie, Serie
«Le Schede», n. 1, pp. 18, 15 giugno 2000. Ripubblicato pro manuscripto in
105 copie, pp. 4, 1° agosto 2000
(giorno
della morte di Erwin), come pro
manuscripto, Centro culturale «Amicizia e Libertà»,
novembre 2001 e dicembre 2001, sempre pro
manuscripto, con l’aggiunta dello
scritto
sulla festa patronale di San Pellegrino.
Storia di Coi di Zoldo in 60 punti [1]
1)
Còi, a 1494 metri di altitudine, è il villaggio più alto di Zoldo e uno dei più
elevati del Veneto. E’ sorto nel 1300. Il nome è ladino, significa «colli» e,
per essere precisi, bisognerebbe pronunciarlo con l’articolo e la vocale
chiusa, ossia «I Cói».
2)
Stando ai documenti ora conosciuti, è nominato per la prima volta nel 1366,
come Colli di Mareson, ossia «de collis maraxoni». Vi abitava una persona, ma
forse solo nella buona stagione.
3)
Come tutta la valle di Zoldo, eccetto la montagna pascolava di Zoppè di Cadore,
era soggetto alla giurisdizione civile del Consiglio dei nobili di Belluno e a
quella ecclesiastica del vescovo (e nominalmente pure conte) di Belluno. Queste
giurisdizioni sono ricordate dal toponimo «Vescovà», poco sotto Staulanza, ove
iniziava il territorio del vescovo (sia come giurisdizione, che come proprietà
privata) e dal nome «Civetta», ossia montagna di «Cividal», come allora era
chiamata la città di Belluno.
4)
I documenti del 1100, tra i primi su Zoldo, definiscono la valle un
«comitatus», un contado, e una «plebs» o pieve, cioè una parrocchia rurale.
Oltre alla giurisdizione, vescovo e nobili di Belluno erano i proprietari
terrieri. Dopo aver diviso la terra in appezzamenti, chiamati «mansi», cioè
masi, la davano in gestione, riscotendone l’affitto, oppure la vendevano. Anche
le alture su cui sorse Coi facevano parte di un maso, che gravitava sul villaggio
di Mareson (ne erano la zona di pascolo), il più antico dell’alto Zoldo,
nominato come «vicus» o villaggio ancora nel 1190.
5)
Il documento del 1190, appena citato, afferma che a Mareson facevano capo due
masi, di proprietà di un sacerdote bellunese, aggregato alla cattedrale, alla
quale li lasciava, per testamento. – Una serie di considerazioni fa ritenere
che questi due masi siano alla base sia dell’attuale villaggio che di quello di
Pianaz, allora inesistente, mentre il nome «Mareson» poteva indicare tutta la
zona dalla piana di Talinera in su. Solo così si potrebbe spiegare come successivamente,
e cioè nel 1331, il più importante maso dell’alto Zoldo proprio quello di
Pianaz, mentre Mareson era diventato sede di un forno fusorio del materiale ferroso
portato da Colle Santa Lucia, allora oltre confine, perché in territorio del
principe e vescovo di Bressanone. – Per completare la panoramica sulla
situazione locale, aggiungiamo che verso la metà del ‘300 anche a Pécol era
sorto un forno fusorio, di proprietà vescovile (come tutti), e un terzo
lavorava sotto Fusine, in località Scarfedara. A Fusine (che non era
villaggio), esisteva già la chiesa, dedicata a San Nicolò da Bari, e forse vi
era un sacerdote; essa dipendevano, comunque, dalla pieve di San Floriano, di
cui erano cappella.
6)
I confini del maso di Pianaz erano: a est il Rù di Talinera fino, a sud, al Maè
(comprendeva, quindi, tutto il «pianath» o «pianaccio» di Talinera; risalendo
il corso del Maè giungeva fino al Rù De Vido (ma non com’è ora, in quando
scendeva per Gavóin, poco prima della attuale colonia «Giuriati») e. lungo il
suo corso, saliva fino al Pelmo. Tornando a est, risalendo il Rù di Talinera
giungeva fin verso il Cól de Madìer, sopra gli attuali mulini di Coi e da lì si
spostava verso Cól da Bedói e la Belina, circa, senza includere Sot Tana e il
terreno sotto la strada verso il colle della chiesa. Dal colle della chiesa
risaliva, lungo lo spartiacque, fino a Sa i Lach, giungendo a possedere pure
darè Dóf. Il maso di Pianaz era inoltre proprietario di Pala Favera e, con
quello di Mareson, godeva diritti di uso promiscuo sul Col Torondo.
7)
Nel 1367 vi fu una lite tra gli abitanti di Vodo di Cadore e quelli dell’ alto
Zoldo. La sentenza, del 1369, nomina Brusadaz e Fusine, ma non ancora Coi, i
pascoli di Darè Dof erano dichiarati promiscui tra cadorini e zoldani, con qualche
agevolazione ai cadorini.
8)
Nel 1398 vi fu un’altra lite. Dal documento che riporta la sentenza, abbiamo la
prima prova dell’esistenza stabile di famiglie a Coi. Gli abitanti di Pécol,
infatti, quelli di Mareson, Pianaz, Fusine e – come vengono denominati – i
«consorti dai Coi», comproprietari del Col Torondo, negavano a certi trevisani
il diritto (già esercitato) di pascolo. La sentenza dichiarò, invece, che
questi ultimi erano proprietari della parte di Col Torondo che andava dalla
mulattiera tra Mareson (attuale località Palma) e Góima, tramite il valico de
La Grava; agli zoldani era riconosciuta la proprietà dall’altra parte della
mulattiera, cioè verso ovest.
9)
L’espressione «cnsorti dai Coi» significa che lassù esistevano alcune famiglie
aventi diritto a Coltorondo (e agli altri beni goduti dalla consociazione
regoliera tra Pécol, Mareson, Pianaz e, dal 1700, Fusine, con il maso di
Soramaè, fondato nel 1400), mentre altre ne erano escluse, facendo parte – pur
abitando a Coi – della Regola Grande dai Coi (con Pianaz, Brusadaz, Costa, Mas,
Zaccagnin, Iral e, dal 1600, Rutorbol e Foppa, allora fondati). Il toponimo
Iral significa «area», destinata alla fabbricazione del carbone; e ciò dimostra
che fino lì, cioè tutto l’alto Zoldo era coinvolto nell’attività agricola e di
fusione del ferro; della qual ultima era investito, nel 1406, per tutto l’alto
Zoldo, il foro di Mareson, di proprietà vescovile.
10)
Quali siano le famiglie fondatrici di Coi è sicuro: esse sono tre: due
provenienti dal Longaronese e una sviluppo del casato titolare del maso di
Pianaz. – Le prime due sono: una che si fermò sul meraviglioso altopiano di Col
e che, nel volgere di due secoli, si estinse, lasciando il posto ai Rizzardini;
ancora nel 1500 non aveva cognome. La seconda, proveniente da Castellavazzo, si
stabilì al centro della soleggiata terrazza prativa su cui sorgerà il
villaggio, inglobando nella propria abitazione una sorgente, che esiste ancora,
mentre l’antico fabbricato è stato (purtroppo) distrutto (forse però solo in
parte) alla fine dell’Ottocento: è la famiglia chiamata da prima De Pellegrin e
poi Pellegrini, quella alla quale apparteniamo. Una pergamena dell’archivio
parrocchiale di Góima, del 1416, ci fa conoscere il nome di persona più antico del casato (ancora nel ‘500 si
diceva «casale»): Nicolò, padre di un Andrea. La famiglia, come l’altra di Col,
aveva acquistato «terre e prati» dalla collina su cui sorge la chiesa, alla
località «Il Bàilo», per passare sotto l’abitazione, scendere per Sot Tana e
giungere fino al Rù di Talinera, senza oltrepassarlo, fin quasi sopra Pianaz;
in pratica, la zona a sud dell’allora inesistente villaggio, la più soleggiata
e feconda, quantitativamente molto estesa. Molto buono era anche il possesso
terriero della famiglia stanziatasi a Col, forse imparentata coi Pellegrini.
Eppure – cosa che sarebbe stata insostenibile a lungo andare, questi
proprietari terrieri, pur relativamente benestanti, inizialmente non godevano
dei pieni diritti d’uso dei pascoli e dei boschi a settentrione del loro casale
(ancora agli inizia del 1500 appena a nord di casa Pellegrini la zona era
qualificata come «pascolo»). E tali beni, gravati da un giuspatronato dei
nobili bellunese Degli Azioni, erano di proprietà dell’altare di San Mattio
della cattedrale di Belluno, concessi in possesso enfiteutico ai «masieri» di
Pianaz, che li lavoravano e detenevano, dietro versamento di un canone di
affitto, con il quale veniva spesato il sacerdote titolare di detto altare (il
quale, in un certo periodo, sarà lo stesso segretario del vescovo, che
«arrotondava» così le proprie entrate).
11)
La terza famiglia, ossia il terzo casale da cui sorse Coi, è quello dei
Rizzardini, quella che si sarebbe maggiormente ingrandita. Il nome più antico
di questo ceppo è «Rizzardo padre di Giovanni», documentato nel 1411. Come nel
caso del Nicolò (Pellegrini) del 1416, alla data della documentazione egli era
già defunto, sicché si trattava, in entrambi i casi, di persone effettivamente
vissute nella seconda metà del Trecento, in sintonia con i documenti sin qui
ricordati. Rizzardo era uno dei coloni possessori-gestori del maso di Pianaz,
famiglie tutte ben piantate, vista la grandezza del maso, anche se –
formalmente – non ne erano proprietarie. Il fatto, assai singolare, che Rizzardo
abbia costruito la propria abitazione esattamente dietro a quella dei
Pellegrini, ma su un terreno pascolivo-boschivo (da cui, probabilmente, il nome
dell’antica dimora, «Selva») del maso, può essere avvenuto o perché Rizzardo
aveva sposato una Pellegrini e le due famiglie avevano formato una specie di
«clan», di aiuto vicendevole; o, al contrario, i Pellegrini si videro porre da
parte dei masieri una specie di controllo, perché non si espandessero su terre
non loro. Pellegrini e abitanti di Col ottennero il diritto di pascolo e di
legnatico sui beni del maso, forse dietro assegnazione ai Rizzardini di qualche
terra privata, ma non altri diritti, né quello allo sfalcio quali «consorti»,
né il diritto sui beni goduti con Mareson ecc. Avevano però l’esenzione dalle
tasse reali e personali cui andavano soggetti i masieri. – L’amore alla libertà
e la coscienza di essa erano già allora vivissime!
12)
Dato che si erano trasferiti a Coi, fondando un casale, e dato che gli altri
due casali erano parte della Regola Grande dai Coi e non della consociazione
regoliera di Mareson, Pecol e Pianaz, da cui pure provenivano, i Rizzardini si
videro costretti a difendere i loro diritti di «consorti» con i villaggi
consociati e, nel 1470, i fratelli Nardino o Rizzardino e Antonio, figli
dell’indicato Giovanni, vinsero una lite da essi fatta a tale scopo.
13)
L’anno dopo, il 1471, si era da capo: altra lite e altra conferma del diritto
che i due Rizzardini, «homines, et regulares deij Coij», non avevano perso, per
il fatto d’essersi trasferiti a Coi, i loro diritti nell’unione regoliera. Il
documento dà la preziosa indicazione del numero delle famiglie di allora
nell’alto Zoldo (eccetto Fusine, ancora escluso dall’unione): a Mareson vi
erano quattro famiglie, a Pecol due, a Pianaz cinque. Le due Rizzardini di Coi
erano dunque le primissime che, lasciata la «casa madre» di Pianaz, erano
andate ad abitare lassù, accanto ai Pellegrini!
14)
Dalla prima ora (seconda metà del 1300, inizi del 1400) alla metà del ‘500, vi deve
essere stato un rafforzamento nella posizione comunitaria dei Rizzardini, che
troviamo ammessi alla Regola Grande, sempre restando «consorti» con l’altra
unione di Regole. I Pellegrini conservano sì i loro beni, ma continuavano ad
essere esclusi dal Consorzio. E’ vero che, poco prima del 1570, venne costruita
la chiesa, in onore del santo di famiglia, San Pellegrino, per cui è giusto
pensare al perdurare di una certa preminenza. Ma i Rizzardini erano in vasta
espansione, probabilmente per via di matrimoni, «fagocitando» il casale di Col,
nonché imparentandosi con le famiglie Scarzanella e Piva, la prima forse
proveniente dai Rizzardini stessi, tutte famiglie impegnate nella lavorazione
del ferro, con buoni frutti. Risale probabilmente a questo periodo quell’assunzione
di preminenza che porterà i Rizzardini ad essere una delle famiglie più
illustri dell’alto Zoldo, con diritto al primo banco nella chiesa parrocchiale,
un diritto che perdurerà sino alla fine del Settecento e all’affermarsi delle
idee rivoluzionarie di Francia.
15)
Forti della loro posizione terriera, nel 1561 e 1562 gli abitanti di Coi
vendettero a Vodo di Cadore i diritti di compascolo in Darè Dof, ma già nel
1563 erano pentiti della vendita e li riacquistavano.
16)
Alla cappellina di San Pellegrino delle Alpi era affiancato un cimitero, per le
sepolture in caso di necessità, soprattutto nel periodo invernale. Tale
chiesetta era di proprietà privata delle famiglie dei tre masi.
17)
Nel 1577 La Regola Grande dai Coi e le altre tre Regole dell’alto Zoldo
(Mareson, Pecol e Fusine) chiesero e ottennero il diritto di conservazione, a
Fusine, dell’Eucaristia, ossia di dotare la chiesa parrocchiale di un
tabernacolo. Il 21 agosto 1578, poi, ottenevano il diritto di elezione di un
sacerdote curato, dipendente (nelle cose amministrative) dal parroco di Pieve;
venne cioè costituita la curazia di San Nicolò. Ogni Regola e ogni famiglia
delle Regole si era previamente impegnata al sostentamento del sacerdote.
18)
Nel 1583-1584 la piccola comunità del villaggio fu scossa da un’aspra contesa
giudiziaria, fra i tre casali. Non tutti i Pellegrini erano purtroppo stati
buoni amministratori della sostanza avita. Gregorio, il figlio di Battista
detto Bàilon, si era ridotto che «non havea pradi di sorte alcuna», sicché
cercava di rimediare un po’ di fieno qua e là ed era sconfinato nei prati di
Sot Pelf, di proprietà del maso e quindi d’uso dei Rizzardini. Da qui la denuncia
e la causa giudiziaria, svltasi a Belluno.
19)
Nel 1584 la Regola Grande dai Coi era una comunità abbastanza numerosa e
l’allevamento del bestiame era florido: a Coi 12 famiglie e 80 capi di bestiame
grosso, a Col 3 fam. e 26 capi di b., a Pianaz 11 fam. e ben 120 capi di b., a
Brusadaz 10 fam. e 76 capi di b., a Costa 6 fam. e 41 capi di b., a Mas 3 fam.
e 13 capi di b., a Iral (con Zaccagnin) 8 fam. e 57 capi di b. Le riunioni
della Regola avvenivano di solito a Fusine, dopo la Messa festiva. – I
Rizzardini erano diventati otto famiglie, mentre i Pellegrini erano rimasti
quattro: Battista di Gregorio (di anni 48 circa), Paolo fu Domenico (che
rappresenta il casato a Belluno, in veste di procuratore, e sostiene con
orgoglio che la famiglia è stata a Coi da sempre), i fratelli Tommaso e
Floriano (archibugiere e nato nel 1520 circa), entrambi figli di Nicolò fu
Martino. A Col erano rimaste le tre famiglie di Zamaria, Zanen e Tomas.
20)
Verso la fine del 1500 un incendio distrusse l’abitazione dei Rizzardini
«Selva», che in parte venne rifatta, mentre alcuni membri del numeroso casato
decisero di trasferirsi e si avviò la costruzione la «La Villa», fabbricata con
bifora, due portali di ferro battuto, piccola gradinata a pietre alterne
bianche e scure, «stua» seicentesca e affreschi (uno del 1713); un edificio
superiore agli altri del villaggio e
meritevole di particolare tutela.
21)
Iral, ora villaggio della Regola Granda dai Coi, era un maso di proprietà di
signori di Vinigo, territorio di Vodo di Cadore, che l’affittavano a certi
Zalivani, originari di Mareson. A Vinigo, allora in diocesi di Udine (come
tutto il Cadore) vigeva la devozione alla Madonna della Cintura di penitenza e
castità.
22)
Il 12 agosto 1615 la curazia di San Nicolò era elevata a parrocchia autonoma.
Tra i più determinati a ottenerla, i documenti ricordano quelli di «Colli e
Brusadazzo».
23)
Nel 1618 gli abitanti di Coi commissionarono all’artista bellunese Jacopo
Costantini il nuovo altare ligneo in onore di San Pellegrino. Nel 1619
ingrandirono la chiesa, non ancora consacrata, e trasportarono da Belluno, con
un carro trascinato da buoi, il nuovo altare.
24)
Su ordine generale della Repubblica a riguardo di «beni communali», nel 1622
venne fatta la confinazione dei beni della Regola Grande, come di tutti gli
altri beni collettivi.
25)
Nel 1635 giunse in visita al villaggio e alla cappella di San Pellegrino il
vescovo Malloni; nel 1654 giunse il vescovo Berlendis, che tornò nel 1669.
Dagli atti della visita risulta che la chiesa aveva il campanile e due
campanile.
26)
Con investitura del 25 febbraio 1665 i consorti dai Coi, assieme a Pianaz,
Mareson e Pecol, erano riconosciuti proprietari delle montagne pascolive di
Pala Favera, Baindors, Calaut, Castellin, Cevolere e Val Granda.
27)
Con decreto 30 gennaio 1689 i membri delle quattro Regole venivano confermati
dal Doge nel diritto di eleggere il parroco locale.
28)
Nel 1695 giunse a Coi, in visita pastorale, il vescovo Bembo; il villaggio
aveva 112 abitanti.
29)
Nel 1732 giunse in visita il vescovo Zuanelli e gli abitanti chiesero e ottennero
l’autorizzazione a innalzare un altare in onore della Madonna della Cintura.
30)
Con decreto del 30 agosto 1748 la parrocchia era elevata al grado di pieve e il
parroco a quello di pievano. Dopo una dura
reazione contraria, i regolieri si convinsero che non era stato leso il
diritto di elezione del sacerdote di San Nicolò.
31)
Con investitura del 13 maggio 1749 era confermato «à Cristofolo q.m Bortolo e
Zuanne q.m Mattio Germani dai Coi, detti Rizzardini, Eredi, e Successori Suoi,
l’antichissimo possesso dell’uso di due Rode dà molino et una Roddetta da Pesta
horzo, esistenti nella Regola Grande dai Coi, sopra l’acqua che scorra trà li
monti di Zoldo detta del Rù de Roial, o sia Col di Madier».
32)
Verso la metà del 1700, a ponente de «La Villa», alcuni Rizzardini edificarono
un tabià in block-bau, ossia completamente in legno, a tronchi incastrati,
secondo lo stile antico. Anche questo fienile meriterebbe una giusta tutela,
come l’altro inblock-bau, costruito dai Rizzardini detti Ogióin nel 1798:
l’anno prima era «caduta» la Serenissima!
33)
Nel 1801, a causa dello sconvolgimento degli antichi diritti collettivi, gli
abitanti di Brusadaz, Costa e Iral – pur facenti parte della Regola Grande dai
Coi – iniziarono una loro causa contro la Regola di Bragarezza, per rivendicare
il possesso del monte pascolivo di Darè Tamai; la sentenza sarà però loro
sfavorevole.
34)
Entrata a far parte del Regno Italico, dipendente dalla Francia, la valle di
Zoldo venne costituita quale Cantone. Nel 1806 le Regole vennero sciolte e i
loro beni, pur restando in proprietà degli antichi originari, passarono in
amministrazione ai nuovi enti, i Comuni. L’alto Zoldo, cui venne
amministrativamente unita la valle di Goima, formò il Comune di San Tiziano
(patrono di Goima), poi mutato, per correttezza, in «Zoldo Alto».
35)
Il ministro francese del culto, per timore di indesiderati assembramenti, nel 1808 proibiva, sotto pena di multe, le
processioni religiose fuori dei ristretti confini parrocchiali, come si era
sempre fatto. Gli abitanti di Coi, però, continuarono a recarsi annualmente, il
27 luglio, a Zoppè di Cadore, alla festa della patrona di quel paese,
Sant’Anna. Ciò sarebbe esistito fino al 1898, quando una nuova disposizione
l’avrebbe definivitivamente soppresso.
36)
Nel 1816 l’Austria, nuova dominatrice, con Sovrana Patente, disciplinata da
regolamento del 4 aprile, confermava i Comuni stabiliti dal Governo francese,
seguendo, nel tracciare i confini, il limite delle proprietà delle disciolte
Regole.
37)
Il nuovo ente Comune di San Tiziano introduceva e obbligava ad applicare le
varie, nuove leggi austriache, alcune innovative e sagge, come la disposizione
di non far pascolare assieme bestiame grosso (mucche) e minuto (pecore e
capre), come si era sempre fatto, ma per cattiva abitudine. Di fronte alle
novità, vi furono alcune rivolte popolari, presto rientrate.
38)
L’emigrazione stagionale, presente pure al tempo della Repubblica di Venezia,
nell’Ottocento divenne un doloroso fenomeno di massa. L’attività dei forni
fusori era cessata da circa due secoli, quella agricola era diventata
insufficiente per l’aumentata popolazione dei villaggi. Nelle prime settimane
dell’autunno, ragazzi, giovani e uomini (raramente le donne) si mettevano in
viaggio verso le città venete o lombarde, per il commercio ambulante di dolci:
paste, ciambelle, biscotti, castagne arroste, pere cotte e soprattutto i
«dalét», i gialletti (pane confezionato con farina di meliga e uva secca) e i
croccanti (noci tostate in zucchero fuso). – A Venezia divennero famose le
pasticcerie dei Rizzardini di Calle dei Botteri, Campiello Meloni e San
Canzian, ancora esistenti. Per oltre cinquant’anni da maggio a novembre, Giammaria Rizzardini (dei Paléta) andò a
Padova, a preparare la cioccolata al rinomato Caffè Pedrocchi.
39)
Nel 1880 vennero aperte le scuole elementari di Brusadaz, dove si recavano
anche i ragazzi di Costa e Coi, per le prime classi, poi dovevano andare a
Fusine (l’attuale fabbricato scolastico di Fusine è, però, del 1923).
40)
Nel 1885 venne aperta la latteria sociale cooperativa, mentre fino allora ogni
famiglia aveva provveduto da sé alla confezione dei latticini (l’attuale
statuto della latteria, modificato, è del 1926).
41)
Il 18 marzo 1886 era aperto a Fusine l’Ufficio postale e telegrafico; primo
gestore fu Bortolo Rizzardini; che poi si trasferì, con la famiglia, a
Montebelluna.
42)
Il 28 giugno 1894, aiutati dal senatore Clemente Pellegrini (residente a
Venezia, ma di famiglia originaria di Coi), i regolieri di Mareson, Pecol,
Pianaz, Coi e Fusine (con Soramaè) costituirono legalmente il Consorzio dei
Colendìei, rivendicando gli antichi diritti goduti dall’unione. Tra i
capifamiglia aventi diritto compare per la prima volta un Pellegrini,
Pellegrino, cugino del senatore, segno che fu per riguardo a lui che i
Pellegrini vennero ammessi. I capifamiglia Rizzardini erano invece ben 24:
Giomaria fu Angelo, Bortolo fu Andrea, Gamaliele, Angelo fu Sebastiano,
Innocente fu Bortolo, Paolo fu Bortolo, Lugano, Angelo fu Giacomo, Antonio,
Sebastiano fu Gio. Batta, Giuseppe, Antonio fu Giuseppe, Paolo, Bortolo fu
Angelo, Gio. Maria fu Bortolo, Innocente fu Angelo, Pietro fu Andrea, Pietro fu
Francesco, Gio. Maria, Bortolo fu Paolo, Bortolo fu Nicolò, Antonio fu
Apollonio, Gio. Maria fu Paolo e Adamo fu Giovanni.
43)
Nel 1902 la chiese venne chiusa, per lavori urgenti di restauro e prolunga
della parte anteriore. I lavori terminarono con la benedizione solenne, il 1°
agosto 1903, festa del Patrono.
44)
Nel 1910 sui terreni regolieri sopra Pecol iniziarono i lavori di costruzione
della strada di Staulanza, che sarà aperta nel 1912.
45)
Nel 1911 il villaggio si allunga verso ovest, per la costruzione di casa
Pellegrini «Berettìn», sino allora vissuti con gli altri Pellegrini,
nell’antico casale, fatto demolire perché pericoloso, pochi anni prima. La
nuova abitazione ricorda in parte, nello stile, le costruzioni d’allora di
Fiume e dell’Istria, dove erano emigrati e avevano aperto un Caffè; per questo
porta la denominazione di «Villa Fiume».
46)
Alcuni giovani di Coi, Brusadaz e Costa nel 1911, visti i continui pericoli
d’incendio dei villaggi, diedero vita alla Società dei Pompieri Volontari e il
pievano, don Antonio Arnoldo, accettò d’esserne il presidente.
47)
Il 13 gennaio 1913 moriva a <Venezia il senatore Pellegrini, nato nel 1841:
48)
Il 22 settembre 1922 andò all’asta, per l’importo di lire 200.000, la nuova
strada Mareson-Coi, che sarà aperta nel 1923. La strada anteriore andava a
Pianaz, scendendo da casa Pellegrini Berettìn verso Col da Bedói, tutta nel
territorio dell’antico maso.
49)
La strada nuova giunge nel centro del villaggio, ove sino a quel momento
esistevano solo orti, letamai e la fontana pubblica. Al loro posto venne
costruita, nel 1924, la piazza, detta «dei Thócoi, degli Zoccoli»,
perché “rallegrata” dal suono degli zoccoli, usati dalle donne e dai bambini
nella stalla e per condurre le mucche all’abbeveratoio.
50)
Il 13 marzo 1926 moriva a Belluno mons. Matteo Rizzardini, rettore economo del
seminario; era nato nel 1847.
51)
Nel 1927 gli abitanti erano ben 248. Venne approvato il progetto del nuovo
acquedotto e, sull’onda delle speranze autarchiche del regime, venne aperta la
miniera di San Pellegrino, alla ricerca di improbabili vene argentifere.
52)
Nel 1928, il 19 luglio, andò all’asta la costruzione della colonia Giuriati. La
festa di San Pellegrino fu particolarmente solenne, perché vi prese parte il
patriarca di Venezia, card. Pietro La Fontane, che dal 3 luglio era in villeggiatura
a Pecol.
53)
Negli anni Trenta sul Cól da Bedói i coniugi Maria e Pietro Rizzardini, già
emigranti a Budapest, aprirono un alberghetto, il secondo dell’alto Zoldo; era
denominato «Rifugio Venezia». Tra gli ospiti illustri, vi fu la Toti Dal Monte.
54)
Il 19 ottobre 1941, su pressione delle autorità fasciste, i regolieri
rinunciarono al secolare diritto di elezione del parroco.
55)
Nel 1950 l’agricoltura e l’allevamento del bestiame erano ancora attività
floride (ben si può comprendere il rimpianto attuale degli anziani!): sui
pascoli di La Mont e Le Burbàie, Coi faceva pascolare 125 capi di bestiame
(mucche e vitelle).
56)
La Via Crucis dei Remondini di Bassano, del 1765, donata alla chiesa da prè
Matthio Rizzardini (il Senior) nel 1846, veniva trafugata e portata a Polpet di
Ponte nelle Alpi, assieme ad altre opere d’arte. La statua lignea della Madonna
del Rosario venne portata a Fusine: come mai simili fatti, tutti dei primi anni
Sessanta?
57)
Per interessamento di Enrico Rizzardini nel dopoguerra venne aperto un negozio
di alimentari, con osteria e servizio di telefono pubblico. Nel 1962, su
interessamento dello stesso, vennero inaugurate le nuove scuole elementari
(che, purtroppo, sarebbero state chiuse di lì a pochi anni, per mancanza di alunni).
58)
L’ 11 marzo 1963 moriva a Belluno, dove ancora è sepolto, l’illustre mons.
Pietro Rizzardini, vicario generale e primo collaboratore di ben cinque
vescovi; era nato a Coi nel 1869.
59)
Il primo agosto 1967 benedizione dell’opera
«Il Cristo delle Rocce», donata alla chiesa dal pittore Natalino
Rizzardini.
60) Nel 1971 inaugurazione dell’albergo «La Caminatha» e avvio di uno straordinario sviluppo edilizio, cui però fa da riscontro una progressiva e drastica riduzione degli abitanti, ridotti a una cinquantina di stabili, anche se, nei periodi di villeggiatura estiva e invernale, la popolazione supera le 230 unità. L’agricoltura è quasi morta, ma funziona ancora la vecchia latteria, condotta da Nicolò Pellegrini.