»Parallelo 38», di Reggio Calabria,
n. 3, giugno 2000, p. 25
Riflessione
della sera
Nereggia, ormai.
Il tempo della notte è giunto a poco a poco
e il giorno si ritrae, oltre lunghe ombre e verso nuovi orizzonti. Le cede il
posto da buon cavaliere o da sconfitto? E’ certo che non s’ode nell’aria una
parola di lamento: così è, dall’alba dei tempi; così ha sempre fatto e domani
la vittoria sarà ancora una volta sua, perché gli uomini continueranno a
preferire il giorno alla notte, e a dire: «Di giorno in giorno», non: «Di notte
in notte».
Nell’avanzarsi della notte, nella speranza
che è certezza per l’indomani, il giorno però soffre; in quei bagliori rossi
sembra vedere sangue. O, forse, è l’avviso solenne, all’apparenza muto, che la
notte non è altro che il grembo da cui il giorno trae perenne la sua esistenza.
Che l’attraversare la sua oscurità non è immergersi nel nulla, ma tornare al
momento dell’inizio. E il nulla resta di là, anche della notte, alla quale
viene affidato il segreto d’ogni vita. Inizio e fine nella notte procedono
fianco a fianco.
Ora per me inizia una nuova sera. Prima di
distendermi tra le desiderate lenzuola, augurerò per me l’avverarsi di un sogno
di pace. La mente, abituata a questo chiudersi delle ore della luce, sarà
fiduciosa nel domani, nonostante tutte le apparenze. Sente già, dopo aver
attinto alle sue primordiali esperienze, che la luce tornerà e che l’anima,
nella notte, percorrerà i suoi sentieri, lieve nel suo procedere ove il corpo
non la saprà seguire. Le riappariranno i segni dell’amore e le ferite, gli uni
e le altre sempre un po’ oscuri e intessuti di una volontà incerta tra il bene
e il male. Le riappariranno i volti del passato e, più chiaro di tutti, il
volto della prima persona amata. Allora il cuore si ridesterà, interrogandosi
un’altra volta sul nome dello sconosciuto e sul perché di quel volto amato. Si
risentirà fanciullo e giovane uomo. Sorriderà, felice di quel lontano incontro,
nell’avventura della vita. Si ravvederà, ancora, di quanto alla fin fine gli
sia rimasto sconosciuto il primo amore, e che tutto finì; e intanto il sogno
continuerà a illuminare, nella mente, il volto di quell’alba, che non tornerà
più.
Cos’è dunque la notte? E’ forse il momento
di ogni primordiale riconciliazione? Ha in sé una sua luce? E’ un’altra
modalità dell’essere giorno e vita?
Nella notte invochiamo una presenza. La
felicità conserva il volto di quanti la vita ci ha fatti amare. Non c’è nulla
di più appagante della loro presenza, pur distante, pur avvolta nei duri veli
della morte, che solo l’anima sa attraversare. Fu, ed è ancora, la loro presenza
il dono a noi più caro, il primo d’ogni altro, loro; l’esistere dell’amato al
nostro fianco, come tale, prima e più ancora che il suo essere per noi. Notte e
sentire d’amare, percepire che si è in relazione con un tu.
E ogni rapporto con un tu invoca, alla fin
fine, quel tu supremo che è Dio, la sua prossimità, il suo restarci accanto è il
dono di cui più abbiamo bisogno. Nelle tenebre della sera anch’io invoco la
vicinanza dell’autore della vita; che sia così, che l’Eterno sia al mio fianco,
presenza nel mio tempo, di notte e di giorno; e sarò nella pace.