«Corriere delle Alpi», 22 dicembre
2000, p. 12
Meditazione
di Natale
Per lunghi mesi – e sono stati incalcolabili
spazi di tempo – la mia anima è andata rantolando. Tra il fragore tenebroso del
silenzio e il canto della parola, è stata sola, a invocare, attendere e, pure,
a lasciarsi trascinare, senza possibilità di resistenza, nel precipizio della
inesprimibilità.
La parole, dolce alba, non sorgeva più; ed
era come fosse stata smarrita la traccia della presenza più cara, l’orma più
necessaria, quella in cui mi è dato riconoscermi uomo e, andato ad abitare
nella mia essenza, intuirne il potenziale più grande: la capacità stessa di
comunicare, «da dentro a dentro», con un’altra persona. Senza la parola
interiore, sarei stato incapace di far vibrare e rivelare l’essenza, quella mia
e quella del mio interlocutore; e la mia vita sarebbe stata la prigione senza
scampo di una cieca contingenza, che la coscienza avrebbe percepito come troppo
meschina e inutilmente tragica.
Da questa non conclusa esperienza, sto
reimparando la gioia dello scrivere, che, per me, è il modo privilegiato di
parlare; sì, a riconoscermi capace di farlo, pur ostinatamente segnato dalla
caducità della mia contingenza e, pure, ferito dall’indifferenza di molti e
sempre troppi altri.
Nel natale di Cristo vedo, oltre al fatto
storico – così rilevante! – l’avviarsi di questo cammino di fabulazione, mio
personale; e la coincidenza nei tempi è del tutto casuale. Ma vedo pure o,
almeno, desidero e mi par legittimo vedere, il concretizzarsi di una immagine
subconscia e di un sogno dell’umanità intera: quello che ognuno, ogni persona,
ogni gruppo, ogni popolo, ogni cultura trovi il suo presente, il suo natale,
ossia il natale della sua parola essenziale.
Il mio augurio è sorretto da
quest’esperienza personale e da simile speranza, certo che, come il Verbo
incarnato, «al principio» della stessa cultura, ossia della possibilità di
concretizzare spazi di amicizia e libertà, «è la parola».