Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«Corriere delle Alpi», 9 giugno 2000, p. 36

 

Lina Schiavone Lanza

 

«Dune» è il titolo che la siracusana Lina Schiavone Lanza ha dato alla sua raccolta poetica del 1992. La presentazione spiega che la poetessa ha una particolare predilezione, anzi un vero amore, per i poeti Paul Verlaine e Arthur Rimbaud e che questa sintonia è «comprensibile perché la sua è soprattutto la scelta di spirito libero, autonomo, solitario».

E’, questa, una delle rare volte in cui un autore fa dire in forma tanto esplicita il suo riferirsi ai due amici e poeti dell’Ottocento francese. Un fatto che mi incuriosisce, dal momento che condivido simile attenzione. Per quanto mi discosti poi dal presentatore in merito al giudizio estetico, che essi «irrobustiscono con il loro lirismo innovativo la poesia e ne amplificano l’orizzonte, scavalcando con disinvoltura e scioltezza le barriere tradizionali del realismo e gli schematismi della scuola naturalista». Queste parole, infatti, mi sono abbastanza incomprensibili, per quanto echeggino, e scopertamente, un giudizio scolastico sui due autori. Ma, al di là delle più o meno belle parole, che dice tale formulazione?

Mi sono accostato comunque a «Dune», attendendomi di incontrare un periodare caratterizzato da musicalità più o meno seducente, vivacità di immagini, ricchezza di termini, forza di sentimenti, una pur non costante ma effettiva incisività nella punteggiatura e, perché no?, un’indilazionabile carica di giusta sensualità, ossia il giusto carico di passione corporea, in un quadro di solarità di colori.

Ho trovato, al contrario, una scrittura retta su frasi minute e pervasa da tenuità di sentimenti e da colori in azzurro e rosa, anziché in blu e rosso; sovente persino da malinconia, pur essa ammansita e sfumante, quasi sentimento vissuto a distanza.

La solitudine, accennata nella presentazione, è tutt’altro che un senso di ribellione o superamento di una situazione sociale sentita come un peso (alla maniera di Rimbaud). Qui è l’assai più prosaico chiudersi in sé stessi o, almeno, un continuo cedere alla tentazione del ripiegarsi. Sembra persino che proprio in quest’atto del volgersi a sé, alla propria intimità psicologica e affettiva, l’autrice ravvisi la sorgente, e un po’ anche il contenuto, della sua ispirazione poetica.

In più di un caso, la poetessa percepisce il proprio corpo nella stanchezza; «Anche nell’amante», dice, «c’è un fuoco spento e un’acqua ormai lontana». L’attesa del reciproco incontro, che dovrebbe essere gioiosa, è vista invece come realtà che «incombe», su un abisso di silenzio (p. 15). Poi, avvenuto l’incontro con l’amante, lo tratteggia in termini contradditori, nei quali è sempre presente una qualche difficoltà: «Non sappiamo / dove metter le mani» (p. 18). La Schiavone Lanza vede «bimbi innocenti… piangere grosse lacrime / su grembi di madri rassegnate» (p. 21); di sé stessa confessa: «Mi nascondo nel grembo <del sonno>» (p. 37); «chino la testa / e in silenzio spero / che questo mio dolore…» (p. 38). Ha visto due stelle piangere (p. 39), ha l’anima incatenata (p. 42), aspetta «incosciente / il tempo che passa e non passa» (p. 43); la sua mente «partorisce dubbi» (p. 50), le sembra di vivere «inconsapevolmente / su una zattera che ci porta / alla deriva» (p. 54), per cui «guardo lontano / per non vedere nulla» (p. 55), non vedere i fiori che piangono (p. 60), la vita «così piena di silenzi» (p. 62) e «il buio lento [che] copre ogni cosa» (p. 65).

Come appare, di Verlaine e di Rimbaud non c’è proprio nulla, né questa sconsolata ma necessaria conclusione può mutare ricordando che l’autrice di questi versi fosse stata presentata come loro estimatrice. Tale richiamo e confronto letterario sottolinea, proprio con il suo goffo tentativo, l’incolmabile divario stilistico tra la Schiavone Lanza e i due poeti francesi. Sarebbe stato più prudente e serio accontentarsi di un generico quanto erudito richiamo a un Pascoli o a un Leopardi, ma, andar oltre, assolutamente no! Neppure con autori quali Thèodore de Banville o Stefano Mallarmè o Paul Demeny, per restare nell’area dei due «tirati in ballo».

A tutto questo, avrei dato poco peso e la recensione di «Dune» si sarebbe risolta in poche, chiare righe. Ma dall’insieme della pubblicazione, ho tratto un insegnamento che va al di là del’aspetto letterario, per addentrarsi nel terreno più vasto e delicato delle dinamiche psicologiche.

State attenti, genitori ed educatori, al sorriso dei ragazzi! E anche quando, come in questo caso, chi tenta di sorridere lo fa attraverso delle composizioni poetiche (o presunte tali); e anche quando, come ancora in questo caso, si tratti di persona ormai oltre la trentina.

Il sorriso può indicare maturità e serenità, un sufficiente superamento e una sufficientemente equilibrata capacità di gestire contrasti e paure. In questo caso è carico di una sua forza, dolce, e con il semplice apparire sulle labbra la comunica. C’è pure un sorriso sofferente nell’intimo, che dignitoso e quasi pudico chiede comprensione e amicizia. Non ha nulla di scenico, non desidera apparire, ma rivela un’anima segnata da qualche ferita, eppure non rassegnata.

Ma c’è pure un sorriso indice di immaturità e dall’immaturo concepito e offerto sì, ma come uno scudo alla propria insicurezza, un’arma onnipotente o una bacchetta magica, che dovrebbe mettere a posto ogni cosa, risolvere ogni difficoltà di relazione con gli altri. Questo sorriso, che non aiuta l’interessato a crescere, è l’alzarsi delle braccia per arrendersi a una compassione che svilisce e non fa uscire dai problemi.

In «Dune» ho avuto, qua e là, la sensazione dell’emergere in versi di un simile sorriso. Ma lo schermo difensivo dei versi lascia trapelare, per sua natura, le emozioni e le modalità di gestirle, anche negli aspetti di fragilità che si preferirebbe mimetizzare o nascondere.