«Il Gazzettino», edizione di
Belluno, 23 maggio 2000, p. 4
L’indipendenza
intellettuale
Nebbia fitta e uggiosa di primavera. Passa nell’aria
e se ne va, senza rumore, come una malinconia d’adolescente, come quel saluto
che ti chiedi se è stato un arrivederci o un addio.
Camminavo nel centro storico di Belluno, tra
antichi viottoli e nuove piazze, di fretta e pur godendomela passo a passo
questa cara città, che ancora sa sorprenderti, tra le sue calde braccia.
Un tramezzino o un panino? Un’ombra o
una birra? Un caffè e uno strudel? Andò a finire che, per riscaldarmi, entrai
in una libreria! Tra inquietudine fisica e metafisica, nella multiforme
innocenza di mille copertine e il tenue bagliore dei riflessi sui dorsi delle
pubblicazioni, fila di soldatini nelle loro luccicanti divise, sugli scaffali.
Un confratello, che tento invano di
salutare. Ed è un’ombra umida e fredda, nonostante la porta chiusa (mi assale
il bisogno istintivo di accertarmene). Un cenno del capo, un sorriso pur
forzato o un’insolenza, e sarei stato più felice. Ma che pretese, le mie: scrivere
quel che si vuole sui giornali, far stampare libri, credere a un sacerdozio che
non sia sempre «signorsì», non accettare la logica dell’avere un comportamento
«in foro esterno» di tipo A mentre «in foro interno» si pensa tutt’altro. Ti
capisco; temi che questa «spina continua» (come mi hai definito) possa
nuocerti; al largo, dunque!
Pochi giorni fa, mentre un cielo coperto
scivolava sui tetti della città, carico di immobili nuvoloni. E’ anche
attraverso giornate bastarde come questa che avanza la primavera, mi andavo
dicendo; ma collera e dolore seccavano persino la radice delle parole.