Inedito, del 30 giugno 2000
Introduzione
a Raul Barattin
L’Alpago,
terra di frutteti e di vigneti, ondeggianti al sole; terra di villaggi e di casolari,
a corona dell’azzurro lago. Bella lassù, ove si slancia verso il cielo, bella
laggiù, ove s’adagia sul litorale; industriosa, soprattutto, come un tempo
soprattutto pastorale; oggi lo zufolare vespertino dei ricordi s’allontana al
rombo dei giovani motori.
La punta
del bianco campanile di San Martino proietta, nel girovagar dell’ore, la sua
tenue fascia d’ombra fino al lembo meridionale di una giovane boscaglia. E lì,
ove i rintocchi delle campane a festa incontrano il murmure frusciar del vento
della montagna, c’è via Monte Teverone; lì c’è Raul Barattin, quando c’è.
Un
giorno, quando lo conobbi, aveva la coda di cavallo dei Vichinghi e la fronte gagliarda
del condottiero vittorioso; ancor oggi viene incontro così, con un sorriso
oro-bordato rosso, sotto uno sguardo chiaro di fanciullo.
Allora
l’artista in lui aveva iniziato a muovere i primi passi; fiero, respirava arte,
a pieni polmoni. Ne sentivo l’anima librarsi, quasi fosse sopra di lui, e
cantare e gridare: Finalmente! Dall’argilla andava sprigionandosi l’impeto
primordiale, dal magma la grinta e gli stupori. Era stato fissato il centro
magnetico interiore: tutto si ordinava in vista di quello, nel rispetto e nella
gravitazione di quel sentimento creatore, nell’irrinunciabile opportunità di
affidarsi ai piaceri dell’arte.
Oh,
l’arte! Si fa presto a dirlo!
Intuirlo
è entrare nel proprio oggi. Oggi è ora, ora è già ieri. Il presente? L’hai
detto? E’ passato… E’ l’adesso, che marcia in te verso la pienezza; ciò che
viene intuito e creato; il futuro; solo quanto l’artista rigenera, vivrà; quanto
le sue abili dita, frementi d’amorosa innocenza, vanno plasmando.
Il
sentimento dominante in Raul, di cui in qualche modo era inconsapevole, è la fedeltà,
quale desiderio di comunione con gli esseri del quotidiano,l del’oggi, appunto,
dal quale non ama allontanarsi. Il vissuto quotidiano viene affidato da Raul,
artisticamente, alla sua intima emozione, a un fremito di condivisione, di
rispettosa valorizzazione. L’artista ascolta il suo soggetto, lo lascia
parlare; docile, sembra cedere, conquistato, alla semplice felicità di chi va
osservando, e forse è effettivamente questo che accade. Giungiamo al livello
artistico di Raul affidandosi a questa sua emozione condivisa.
La natura
e i villaggi si affidano a lui, con i loro personaggi, le quieti un po’ rassegnate
e gli sforzi per l’auspicato miglioramento dalla vita un po’ troppo dura. Ecco
fissata nella sua paradossale bellezza la conversazione serale di due donne,
affaticate ma ancora robuste: è forse un po’ pettegola, ma pur anche carica di
affettuose confidenze; l’amicizia è anche questo, e l’amicizia è sempre bella.
Ecco pastore e cane da guardia del gregge, ancora un personaggio reale: nella
sua dignitosa povertà è racchiuso il segreto di una gioia semplice, ma
schietta; il bastone di sostegno indica, però, che neppure essa è stata senza
prezzo. Ecco l’atleta arrampicatore, nell’emozione di affrontare un passaggio
difficoltoso: già sentiamo la finale conquista della vetta; ma intuiamo pure
che la vittoria sarà il frutto di ripetuti avanzamenti, e uno di essi è quello,
fissato nell’affresco della parete.
C’è il
senso della misura, dell’equilibrio:
- la
montagna: né gli strapiombi dell’Olimpo, né una mera linea divisoria dal cielo:
la montagna;
- il
contadino: né la possanza dell’atleta, né il complesso della vittima: il
contadino;
- il
ciclista: né l’eccesso della corsa, né l’indolenza nello slancio: il ciclista;
-
l’anziano: né il nostalgico ad ogni costo, né il futile baldanzoso: l’anziano.
Eppure,
senza tradire fedeltà ed equilibrio, Raul Barattin crea. Inseriti in un
contesto temporale diverso, qual è quello in cui si muove necessariamente e con
libertà l’artista, luoghi, cose e soggetti assumono una nuova vita. Senza
volerlo, diventano il punto che segna
un prima e un dopo; il vissuto esistenziale diventa rilevante,
trasformato in vissuto artistico. La raffigurazione affiderà all’immaginario di
una comunità, trasfigurati, i personaggi che l’hanno animata nell’assordante
vociare della quotidianità; e la comunità si rispecchierà in essi, come in una
pagina di sé stessa, di cui prenderà sempre più viva consapevolezza; fino al
punto da diventare, quella, una pagina ineliminabile, in qualche modo persino
essenziale.
L’artista
non ha alcuna dote magica per fare ciò; non è né politico, né profeta; eppure
ha la facoltà di compierlo, con la scelta e la elaborazione di un soggetto o di
un aspetto, e l’esclusione di altri, per delle dinamiche interiori di cui non
può, in quanto artista, avere coscienza. Come un bambino, il più abile dei
manipolatori, compie la rigenerazione del mondo in cui si immedesima; vede più
lontano o, se si preferisce, più addentro.
La
differenza tra la tecnica e l’arte è data dalla capacità, posseduta solo dalla
seconda, di intuire ed esprimere almeno una delle innumerevoli scintille di poesia
che attraversano la prosa dell’esistenza. Spesso, ricordando il passato e in
particolare qualche episodio della giovinezza, siamo involontariamente indotti
ad assumere una forza poetica, ossia di trasfigurazione artistica del reale; è
quando, di tale passato, riusciamo a percepire con forza il sogno ad occhi
aperti che l’attraversava, la bellezza che gli faceva da nutrimento, nonostante
i duri riscontri di allora. La durezza del vivere passato è passata anch’essa;
e quello che, come qui, spesso viene definito sogno, si rivela essere il motore
artistico, irrinunciabile, dell’esistenza. La stessa speranza, alla fin fine,
non è altro che l’ultimo sogno; la percezione di quel bene che, al di là di
tutte le apparenze, è presente. L’artista ci aiuta a tener desto il senso del
profondo, a sognare e sperare. Non è possibile mancargli di gratitudine.
Raul ha
simile capacità intuitiva e rielaborativi: respira nello spirito, lascia
all’anima la forza creatrice, dà alle mani il tempo e gli strumenti di
esprimerla. La tecnica espressiva scelta è un dato secondario; la stessa
abilità tecnica ha – a mio parere – una funzione ausiliaria di quella evocativa
del reale poetico che attraversa, sotto la «scorza», il reale di prima
constatazione. L’arte non sta nel riprodurre ciò che ognuno vede, ma nel
mostrare ciò che pochi vedono.
Attimi di
solitaria contemplazione della bellezza nuova, libertà di spazi illimitati,
oltre la prima soglia! Coraggio di abbandonare le antiche sicurezze, di
lasciare che il futuro debordi nel presente; l’arte. Una maggiore fiducia di
sé, fino a possedersi nel profondo, lì ove la tensione verso l’oltre è
un’esigenza amabile. L’arte: nuovi vigneti e nuovi villaggi, un nuovo lago e un
nuovo proiettarsi della terra verso il cielo; nuovi suoni, nuovi colori, nuove
armonie.
E Raul,
l’amico col quale si va oltre, dal quale si è accolti nell’attimo presente.