Inedito, del maggio [?] 2000
Incontri
di varia umanità
Seneca dice che «il saggio non si lascia
entusiasmare dalla buona fortuna, né abbattere dall’avversa». Seneca non aveva
problemi di sciopero ferroviario.
Io, invece, sono alla stazione di
Venezia-Mestre, in un momento di «avversa fortuna», e proprio non so essere
saggio. Seduto in sala d’attesa, tra onde di discutibili profumi, cerco di
cacciare i molesti pensieri sull’immediato futuro con improvvisate
considerazioni. La mia piccola storia si sta frantumando in un’avventura; e il
libro «Venticinque anni sulle rive del fiume Han», in Cina, con le affascinanti
avventure di padre Sebastiano Seccherelli, non mi stimola più.
C’è un anziano, sofferente, dal respiro
affannoso. Ha disturbi piuttosto seri. Da una tasca della giacca estrae una
bottiglietta e prende alcune gocce. Dopo un po’ sorride, stanco; poi gli passa
un lampo violento negli occhi e il suo sguardo si spegne; si assopisce in una
calma spossata, la bocca come paralizzata, in una smorfia penosa.
C’è un giovane, allungato, le braccia
incrociate, nel tentativo di dormire, «muso duro e baréta fracàda».
C’è una croata, che prega con un libretto di
«Massime eterne» dalla copertina nera, di quelli che usavano le nostre nonne.
Trasalisco, perché quell’infelice (è sicuramente infelice!) dà alla stanza, col
suo gesto, un tocco speciale, che forse avrei dovuto dare io.
Una slovena ha un sacchettino con delle
arance; ne prende una e fa tre parti, per due connazionali e per sé. Il gesto
mi commuove profondamente; non avevo mai visto una simile condivisione, molto
vicina alla sopravvivenza. L’offerente arrossisce, consapevole del contrasto
tra l’enorme valore morale e la povertà materiale della sua offerta.
Una delle beneficate, già anziana, sta
copiando su un quaderno qualche parola di italiano. Passa forse mezz’ora e
avviene un altro scambio di cibo: un’altra delle tre apre e condivide un
sacchetto di grissini; fu tutta la loro cena, quella sera.