Inedito, del 21 settembre 2000
Il
pittore Walter Resentera
Il percorso umano e artistico del feltrino
Walter Resentera (Seren del Grappa 1907 – Schio 1995) non è ancora stato posto compiutamente
il luce. Sappiamo di lui dallo studio di Giuditta Guiotto del 1996 e da qualche
altro, di minor spessore, senza però dimenticare quello di Silvio Guarnirei.
Con la «Retrospettiva antologica» alla
Bottega del Quadro, di Feltre (16 settembre-13 ottobre), concretizzata dalla
sensibilità umana e culturale del nipote Gian Paolo Resentera, assieme alla
valida disponibilità dei titolari Rossi, è posto in essere un primo tentativo,
serio, di quella valorizzazione che, vivente, l’artista non riuscì a ottenere.
Dico «tentativo», perché siamo ben lontani
da quella «antologica» che, spaziando dalla grafica, alla pittura murale e a
quella di cavalletto, consentirebbe di percepire l’artista, il quale, come
tale, è inscindibile dalle sue opere; i dati biografici, pur preziosi e già
sufficientemente individuati ed esposti nel catalogo della mostra, hanno pur
sempre una funzione secondaria e sussidiaria rispetto a quelli della creatività
artistica.
A tutt’oggi, dobbiamo ammetterlo con un po’
di vergogna, non siamo stati in grado, come comunità provinciale, di collocare
Walter Resentera nella sua giusta, e finalmente riconosciuta, valenza. Il mio
breve intervento ha lo scopo dichiarato di stimolare quanti più di me sono in
grado di farlo, a mettere in atto quegli strumenti e quelle iniziative che consentiranno
l’auspicata presa di coscienza.
Mi soffermo sui ritratti, finora considerati
produzione minore, il che è vero dal punto di vista quantitativo; ma
qualitativamente? Alcuni di essi a me sembrano stupendi.
Con poche, larghe pennellate Resentera
traccia il contorno, poco più di un intersecarsi di macchie di colore. Poi, a
punta di pennello fine, adagia il tratto degli occhi e delle labbra, animandoli
di visibili percorsi del sentimento, in qualche caso pensoso, nei più sereno e
rasserenante.
Come essere insensibili davanti a ritratti
quali i dipinti nn. 42-43 del catalogo? Mi azzarderei persino a parlare di
«ritratto in movimento», considerata la loro fluidità, che, dal punto di vista
psicologico, inconscio, assume il significato di un piacevolissimo dinamismo. E
questo avviene sempre, dalla prima all’ultima produzione, quasi alla ricerca
nell’arte di quel figlio che nel matrimonio non ebbe. Senza tristezze, luminosi
come il suo sogno, da troppi ancora incompreso.