«Il Messaggio», settembre 2000, pp.
8-9
Elogio
della «fragilità umana»
Primi di settembre, autunno delle giovani
speranze.
Mentre il piccolo Max (che tanto piccolo più
non era), aveva ancora il cervello scosso dalle stimolazioni elettriche di
«quelle là», al fidato amico Martin non restava che indugiare sonnacchioso al
tiepido ricordo di «quelle volte che». Max avrebbe rivisto Martin, gli altri e
le altre, ma l’onda del desiderio non sarebbe andata a infrangersi negli
sguardi, sui capelli e sui seni di «quelle», che l’estate sembrava aver fatto
sorgere apposta per lui dagli abissi dell’esistenza.
Irriducibile, come la nebbia quando si
attende il sole; testardo, come un voto puntigliosamente formulato, era sorto
il giorno iniziale del nuovo anno scolastico. Dapprima ragazzi e ragazze si
rincorsero, dentro e fuori dal portale d’ingresso della scuola, occhiutamente
scrutati dai professori di nuova nomina, con quella loro perenne aria da bravi
bambini; poi ci fu una specie di adunata: silenziosa, svanita, rassegnata,
mentre l’aria d’intorno si era fatta immobile, come quando sta per piovere, è
lì lì, ma non viene.
Al termine della prima ora di
pseudo-lezione, Max e Martin si rividero, ben intenzionati di non lasciarsi
distogliere totalmente dalle specialissime occasioni di cui tra loro era
feeling-secret.
- L’affare non è mica concluso! -, disse il
piccolo Max.
A Martin per l’emozione s’accesero tutte le
lentiggini del volto, un po’ come successe quella volta in piazza San Marco al
cardinale Luciani. Si recarono in un cortile vicino e abbandonato; al centro
una vasca in rovina, piena d’acqua marcia; nell’aria un intenso puzzo di
vendetta.
- A casa mia, alle tre! -, sentenziò Martin,
lo sguardo irrigidito verso un misterioso punto sospeso nell’aria.
Lasciarono il giardino, imboccarono il viale
delle vetrine, lo attraversarono, scesero la scaletta di Borgo Santo Stefano e,
giunti al Bivio degli Zattieri, si salutarono e si divisero.
All’ora stabilita erano di nuovo insieme, nella
vuota accoglienza del soggiorno di un anonimo appartamento. Sopra un basso
tavolino d’angolo, tra il divano e le poltrone, un vassoio colmo di biscotti
Colussi, secchi, e due bottiglie di birra Tourtel, «da servire fredda»,
materializzavano un’abbinata tra il patetico e il casuale.
Eccoli liberi! Liberi di verificare il
protrarsi dell’estate nel loro giovane cuore e in quello delle ragazze, che
essi indicavano con un termine più «tecnico» e più caldo, frutto dei loro
approfondimenti anatomici, quand’anche solo mentali. Il primo passo era stato
fatto: le possedevano, in quanto a numeri telefonici, su minuscole,
coloratissime agende, che profumavano di salsedine e, su qualche pagina,
recavano un’impronta digitale rivelatrice.
- Comincio io? -, chiese Martin, abbassando
la voce, che gli vibrava.
- D’accordo, purché non la tiri per le
lunghe!
Sorpresa: dall’altro capo della cornetta
giungeva la voce, patinata e distaccata, di un probabile maggiordomo.
- La contessina Teresa? Prego, chi devo
annunciare?
- Martin e Max. Dica: i tuoi amici delle
vacanze!
- Oh, piacere; non ricordo che la contessina
ne avesse fatto cenno; ma, col loro permesso: di che si tratta? Lor signori
sapranno, una semplice formalità, ho questo còmpito ingrato; mi vogliano
scusare.
- E’ nulla di articolare: un saluto,
nient’altro che un saluto; se non disturbiamo, s’intende…
- Prego lor signori attendere un attimo,
solo un attimo.
Dalla sala si udirono i rintocchi di un
campanello manuale disperdersi, alti e lontani, sotto i colpi decisi che il
domestico imprimeva alla corda. Nel loro appartamento, i due amici non
fiatavano. Poi si udì un breve scricchiolìo, come di porta che s’apre e chiude,
e, al di là di essa, una voce animata e in tono di rimprovero, che andava
spegnendosi; infine la voce desiderata e un flebile: «Ciao».
- Tere, cos’è questa storia della
contessina? Scusa, ma non ce n’avevi parlato. Ti ricordi l’ultima sera? Quando
hai lasciato cadere dalla mia la tua mano, ti ho promesso: «Ci risentiremo»;
ora mantengo la promessa. C’è qui anche Max, quel mio amico; anche lui desidera
salutarti. Se vuoi, domenica prendiamo il treno e veniamo a trovarti: cosa ne
dici?
Silenzio, dall’altra parte del filo.
- Ciao, Tere, sei ancora viva? -,
s’intromise il piccolo Max.
Poi parlò ancora Martin, e la conversazione
continuò per alcuni minuti, tra qualche volo di sentimenti, mazzolini di
«non-ti-scordar-di-mé» e progetti vari. Finché, ad un tratto, ebbero
l’impressione di percepire un cricchio, come di segreteria telefonica che venga
inserita, e un sogghigno malcelato, pari al gorgogliare inatteso di una
bottiglia di birra.
Il giorno dopo Martin e Max erano seduti ai
loro banchi di scuola e si sarebbero ben guardati dal confidare ad alcuno
quello che speravano di raccontare a molti. Piangevano, con un nodo alla gola,
i loro sentimenti nudi, le loro fresche mani di adolescenti, che, senza
saperlo, avevano osato bussare alla porta di una famiglia «per bene» e, senza
avvedersene, avevano rischiato di mandare in frantumi un mondo di ipocrita
gestione dei sentimenti.
Poi giunse, ancora una volta, il tempo della
sospirata primavera, quando le nevi si sciolgono e scorrono acque abbondanti, a
fecondare la terra; quando nel cielo s’allargano orizzonti di speranza. Quando
i giovani studenti accompagnano trepidanti lungo le vie dei borghi o l’argine
del fiume – il giubbotto su una spalla – la persona che hanno scelto a
compagna, non temono chi definisce i loro meravigliosi segreti «fragilità
umane».
Nei sogni corrono lungo il viale delle loro
emozioni, certi che il futuro del mondo è racchiuso nel sorriso di due persone
che si amano (di qua petali di rose al balcone, di là margheritine di prato;
sembrano guardarsi…).