Articoli e studi di Don Floriano Pellegrini

 

«L’Amico del Popolo», 1999, nn. …

 

L’antica pieve di Zoldo (con Lavazzo)

 

Preceduti dalla citazione «in Levacio, in Çaudes» del diploma di Corrado II, del 1031, e di «Levatio, in Zaudes» dell’altro di Federico I detto Barbarossa, del 1161, i distretti di Lavazzo e di Zoldo trovano una più precisa descrizione solo nel 1185, a mezzo della bolla di papa Lucio III.

 

Il castrum di Lavazzo

 

La bolla citata enumera tra i beni del vescovo e conte di Belluno «districtum et ordinationem castri de Lavatio». Nel Longaronese, pertanto (oggi ci intendiamo meglio, forse, chiamandolo così, almeno in questa riflessione), vi era una costruzione fortificata, a uso militare, un castello, che, per la sua relativa importanza, era il punto di riferimento geografico e amministrativo del districtum e quello politico della locale struttura sociale, ossia dell’ordinationem. Tale zona e tale castrum, ad ogni modo, non godevano alcuna autonomia, ma erano dipendenti dal vescovo-conte, di cui costituivano un bene territoriale, con tutte le conseguenze civili ed ecclesiastiche.

Dal punto di vista civile, attorno al castello, costituito da più edifici, dei quali uno nel 1198 definito «palazzo» e con, verso il Cadore, una celebre torre di guardia, detta perciò della Gardona, vi erano dei masi, per lo più di signori della Cividal di Belluno, che si andavano evolvendo a vici ossia in villaggi.

La bolla ci fa capire i confini del distretto, che sono: la pieve di Cadola con le sue cappelle (quindi anche Polpet e Capo di Ponte), il ponte di Polpet verso Cadola, il castello di San Giorgio a Soccher, la pieve di Pieve d’Alpago fino alla sommità del monte Cavallo; a nord è indicata la pieve di Zodo, mentre non è fatto cenno al Cadore, non facendo parte dell’episcopato bellunese.

Ebbene, dei paesi parte del distretto del castello, troviamo che Soverzene, Soverdeno, era un maso dei canonici (doc. del 1172) (tra parentesi: anche Polpet e La streghe, appena più a sud, erano due masi dei canonici); vi erano poi due masi di proprietà del canonico Villano (doc. del 1190), uno a Provagna e uno «in villa Longaroni»; sempre nel 1190 è documentato un maso (forse a Fortogna) di proprietà del monastero travisano di Follina. I signori bellunesi de Castello avevano anche un maso «in villa Termini» (1200) e altri a Mareson e Dozza di Zoldo (stessa data), come pure un prato a Zoppè. Sempre all’interno del distretto, la valle da Igne in dentro era completamente selvaggia (ancora nel 1351), Cajada era un possesso delle monache di san Gervasio di Belluno e il monte Embulone, tra il Vajont e la Val Gallina, era proprietà privata di signori bellunesi, che l’avrebbero ceduto a Dogna, Provagna e Soverzene solo nel 1281.

Si ha l’impressione che la popolazione fosse, dunque, assai scarsa, tanto più che la bolla non parla neppure, come fa per altri casi, di villaggi soggetti, arimanni, schiavi e decime.

Dal punto di vista ecclesiastico, il castello non era sede di una pieve, come nel caso di Castion, che, pure, era castrum, ma aveva la pieve con le sue cappelle «et curte, et pertinentiis suis»; non era neppure sede di una cappella, come era per Alleghe, né aveva un qualche oratorio nel quale il vescovo esercitasse qualche diritto, com’era il caso ad esempio di Zumelle. Quella mancanza di accenno alle pertinentiae ci fa intuire che l’assenza di una struttura ecclesiastica dipendeva facilmente dalla esiguità della popolazione e dalla incapacità di mantenere stabilmente un sacerdote.

 

La pieve di San Floriano

 

E’ sorprendente, al confronto, l’ampiezza delle indicazioni papali relative alla pieve di Zoldo: si dice il santo titolare e che, quindi, esisteva una chiesa a lui dedicata; che questa chiesa era battesimale e che ne aveva delle altre dipendenti. L’ordinatio amministrativa è al massimo grado, cioè un comitatum, un contado, di cui il vescovo è il beneficiario e, teoricamente, il titolare, per quanto non risulti abbia mai usato o insignito alcuno di tale titolo, cosa che succederà invece per l’Alpago.

Faccio notare che, sebbene non ancora osservato, l’espressione «cum jurisdictione et districto in pertinentiis ipsius Zaoldi» suppone che il toponimo Zoldo non si riferisca a tutta la valle, perché Zoldo come valle non ebbe mai delle dipendenze amministrative oltre gli spartiacque; per Zaoldum dobbiamo intendere pertanto una determinata località, in buona sostanza coincidente con il luogo in cui sorgeva la chiesa pievanale, di cui gli altri territori nella valle si potevano (e possono) considerare legittimamente «pertinentii».

Non mi dilungo sui confini di questo distretto, abbastanza intuibili dal punto di vista civile. Sorprende invece, e non poco, che ecclesiasticamente alla pieve zoldana facesse capo pure il distretto di Lavazzo, fino a Erto, Soverzene e Fortogna compresi.

La bolla del 1185 non dice affatto questo, sicché dovremmo ipotizzare che la cura spirituale (quantomeno battesimi, messe e funerali) fosse affidata a sacerdoti bellunesi. Un importante documento del 1198, quindi quasi coevo alla bolla, testimonia di un patto dotale stipulato «in palatio castri de Lavazo sub nuce». I protagonisti sono la ricca signora Ota nientemeno che di Cimolais e l’altrettanto illustre Zanitino de Castello, bellunese. All’atto non partecipa alcun pievano lavazzese, ma il canonico Enrichetto. L’ipotesi dell’affido della cura pastorale a sacerdoti bellunesi resta così confermata. Ed è riconfermata dal fatto che solo un documento del 1240 (il quale ribadisce il possesso del maso di Follina) parla, e per la prima volta, di una pieve locale: «in plebatu Lavacii».

Ma l’attendibilissimo storico Luigi Lazzarin (1891-1915) afferma (ed è testimonianza inedita): «Anno 1270. in una lista dei documenti della chiesa di San Floriano lessi che in quest’anno l’arciprete di Zoldo, convenuto con i paesi fuori del Canale, stabilirono che solamente alcune famiglie di Fortogna fossero tenute pagare all’arciprete stesso le primizie ed alcune decime da allora in poi. Forse a quel tempo la parrocchia di Castellavazzo già esisteva, però dipendente sempre dalla matrice di Pieve e, dovendo quei popoli mantenersi il sacerdote, non potevano altresì continuare a pagare le decime e primizie al loro parroco ed anche all’arciprete, perciò stabilirono come sopra».

La seconda parte dello scritto del Lazzarin appare un commento pacato, davanti a un dato di fatto di cui sono riferiti con molta semplicità gli estremi oggettivi; non si ha impressione di una forzatura; del resto, questo storico si mostra sempre ammirabilmente spassionato, pur così giovane. Ed è strano sinora non sia stato pubblicato.

 

Una prima conclusione

 

La testimonianza del Lazzarin, che speriamo dal 1915 non sia andata dispersa nella pergamena citata, non è una novità in senso assoluto, per quanto quasi sempre dimenticata. Essa dice che la pieve di Lavazzo si formò compiutamente tra il 1185 e il 1240, ma che trent’anni dopo i fedeli di Fortogna erano ancora gravati da decime nei riguardi dell’antica matrice. Il motivo resta sconosciuto.

Secondo il Piloni (e il Lazzarin) la chiesa di San Floriano risale al 1113, sicché Lavazzo per 100-150 anni fece ecclesiasticamente parte di Zoldo.

 

***

 

Ipotesi storiche sul periodo iniziale

 

«Se nominerò in diversi luoghi Longarone e Castel Lavazzo o la Muda [di Longarone], si è perché in antico facevano ecclesiasticamente parte a Zoldo. Molte sono le lacune [documentarie] anche da qui in appresso, perché nessuno si compiacque fornirci dei dati, perciò bisognerà accontentarci di quelle poche [notizie] che ho potuto procacciarmi, una qua, una là, come fanno gli uccelli, ed alla meglio»: così scriveva nel suo inedito Luigi Lazzarin, nel 1913, sicché poi, conseguentemente, iniziando il «Notiziario storico di Zoldo», annotava: «Anno 14 a.C. – A Castellavazzo abitavano i Lebazii. Lebazio chiamatasi la Rocca» e citava le due lapidi romane di Lavazzo, che il Cantù ricorda nella sua storia di Belluno, a pag. 584.

 

1) LA CONTINUITÀ DEL PAGUS ROMANO

Sembrerebbe, in tal modo, vi sia una continuità tra l’antico pagus lebatico e la pieve del 1185. qualcosa di vero c’è e, ancora nel 1889, l’abate Francesco Pellegrini aveva osservato: «Tutti i villaggi alla destra e alla sinistra del Piave, da Soverzene in su fino alla stretta della Gardona, compresi molto probabilmente anche quelli dello Zoldano o della valle del Maè, e quelli del Vajont, dovevano in antico formare il pago Lebazio». Le tre iscrizioni confinarie alla sommità della valle di Zoldo, che l’abate Pellegrini non poteva conoscere, ci hanno svelato e confermato che il distretto dei Lebazii faceva parte del municipio di Belluno, istituito probabilmente negli anni 49-42 a.C. Il centro principale del pagus era nella zona che ne ha conservato il nome (Castellavazzo), ove nel primo secolo dopo Cristo esisteva una comunità umana non priva di qualche segno di agiatezza.

Di un incolato d’epoca romana in Zoldo mi sembra manchino, invece, le prove. Il Lazzarin, però, era favorevole e reca una testimonianza che merita di essere letta integralmente, se non altro per la sua spontaneità:

«Anno 364 – Ho smarrito una moneta della grandezza di due centesimi, poco più, e un po’ più grossa e di rame. Sulla “Storia del Popolo Cadorino” del Ciani, a pag. … , ho visto l’illustrazione di una moneta identica, trovata in Cadore nello scavare delle fondamenta in località Làgole e, a pag. … , come [il Ciani] la giudica di Valentiniano I, che regnò dal 364 al 375. Reca sul dritto la testa dell’imperatore e  intorno le parole “D.N.V.P.F.A.”, cioè: “Dominus Noster Valentinianus Pius Felix Augustus”; nel rovescio un guerriero che sulla sinistra tiene il labaro e colla destra preme il capo ad un prigioniero genuflesso, e intorno [vi sono] le parole: “Gloria Romanorum” e, sotto, alcune lettere ritenute marche di zecca.

«Mio padre da alcuni anni comperò da Luigi Zanolli, nonzolo di San Floriano, un sacchetto di monete fuori corso, raccolte dai suoi avi nelle casselle della chiesa e conservate fin allora; saranno state forse due chili. Un giorno dell’anno scorso a mio fratello e a me venne il ghiribizzo di visitarle minutamente, ad una ad una, per vedere se ne trovavamo alcune di qualche antichità. Ve n’erano di ogni schiatta. Per poterle discernere, si dovette strofinarle con della cenere calda.

«Questa, che ho detto, era però molto ben conservata, sibben si vedesse chiaramente che doveva essere antichissima. Ne ho messo da parte una decina, oltre a questa, che mi parevano più vecchie, della repubblica di San Marco, credo del doge Giustiniano Partecipazio e d’altri. Ora non ne ho più neanche una, perché le ho smarrite, e mi dispiace. Certo, erano monete trovate in qualche puzzolente cassone, negli angoli di qualche antica stamberga del paese, e date in elemosina da qualche vecchia, che le avrà credute di corrente valore. Questa è un’altra prova manifesta della dominazione romana di questi paesi, perché ove è la moneta, ivi è il sovrano che la fa circolare».

A mio vedere, la continuità territoriale tra il pagus romano e la pieve è evidente, anche se, nella continuità, vi è un fatto storico innovativo di grande rilievo: lo spostamento di buona parte della comunità umana dalla valle del Piave a quella, più scomoda per certi aspetti ma più sicura, del Maè. Non mi azzardo a sostenere l’uno o l’altro dei motivi che, a rigor di logica, possono essere edotti a ragione dello spopolamento della zona vicina al castrum e, contemporaneamente, del popolarsi della zona attorno al castrum zoldano, documentato dal Piloni nel 1113, ma che a suo parere sarebbe stato assai più antico: «Gran parte del territorio Bellunese era da Norici, habitato, e dalli Geografi delli Norici Mediterranei descritto, e specialmente Zaurnia[,] Castello da loro edificato, qual si chiama hora Zaudo» (Historia, p. 8).

 

2) IL FORMARSI DELLA PIEVE

Non vi può essere continuità, invece, a livello di «istituzioni», seppure con il termine «pieve» vogliamo intendere, come possibile, il distretto civico corrispondente alla delimitazione ecclesiastica omonima.

Il Lazzarin osservò acutamente che il Ciani e il Ronzon avevano errato nell’affermare il sorgere di chiese pievanali nel quinto secolo e fece l’ipotesi non si possa andar oltre il successivo. E’ stato notato, infatti, che solo col patriarca di Aquileja San Paolino (787-802), da cui dipendeva anche la diocesi bellunese, si diffonde nel patriarcato il termine plebs, che egli aveva conosciuto nella Tuscia, regione con la quale aveva frequenti contatti, quale «missus dominicus», e dove la parola era di uso corrente.

Gli atti del sinodo di Cividale del Friuli del 796-797, convocato da Paolino, disponevano inoltre che il matrimonio «sine notitia sacerdotis plebis illius nullatenus fiat», dove – commenta Sante Bortolami - «plebs e sacerdos sembrano da tutto il contesto aver già acquisito una forte valenza territoriale nel significato di pieve, pievano». La disposizione sinodale sarebbe stata di mero valore teorico se, nel contempo, le diocesi non fossero state sufficientemente strutturate in sub-comunità, ove un sacerdote poteva essere a reale contatto dei fedeli. Tanto più che, in una norma complementare, si prevedeva la verifica (inquisitio) presso i «vicini vel maiores natu loci illius, qui possint scire lineam generationum utrorumque, sponsi videlicet et sponsae»; verifica di rapporti parentali che non sarebbe stato possibile eseguire a livello diocesano.

Poi, nell’850, il sinodo di Pavia decretò l’obbligo della residenza per i pievani, assieme a quello di essere «sollecito non solo del volgo ignorante, ma anche dei preti dei titoli minori a lui soggetti. Decretò altresì che chi fosse pubblico peccatore, pubblica facesse la penitenza» (Lazzarin).

Tutte queste disposizioni sinodali portano ad escludere per la pieve un’origine anteriore al nono secolo, tanto più se si considera che lo stesso Capitolo dei canonici, la più antica istituzione ecclesiastica di Belluno, trova la prima documentazione solo nell’853 e nell’883. ciò non significa che la popolazione zoldano-lavazzese fosse ancora pagana; sarebbe insostenibile l’affermarlo; significa semplicemente dire che essa non faceva ancora riferimento ad una figura sacerdotale stabilmente presente sul territorio.

 

***

 

San Floriano di Lorch o di Oderzo-Ceneda?

 

Poiché la pieve di Zoldo (comprendente Lavazzo) è nominata per la prima volta nella bolla papale del 1185, che fa l’elenco dei beni territoriali e giurisdizionali del vescovo di Belluno, è spontaneo credere che anche la pieve di Zoldo (con Lavazzo) sia dipesa sempre da Belluno. La cosa, invece, non è così sicura.

 

1) IL PICCOLO VESCOVADO BELLUNESE

Il primo documento che attesta il possesso ecclesiastico di Zoldo, da parte del vescovo di Belluno, è il diploma dell’imperatore Corrado II del 1031. Del periodo precedente manca ogni documentazione diretta. Se ne possono ricavare alcune, però, in via negativa: Zoldo e Lavazzo non sono terre nominate nel diploma di Ottone I del 963, né in quello di Berengario del 923. il vescovado, secondo tali documenti, possedeva una corte agraria, di proprietà regia, nella contea di Ceneda. In questa corte vi era una cappella dedicata al Cristo Salvatore; questa chiesetta era a sua volta proprietaria di parecchi beni, anche in Cadore e in Agordo.

Fu tramite quella chiesetta trevisana che il vescovado di Belluno ottenne possessi sulle Dolomiti! Diversamente, era rivolto più a sud che a nord. Altri suoi beni, infatti, erano terre sotto il Fadalto, sul Cansiglio e in Alpago: nient’altro! Gli altri beni erano dei canonici della cattedrale.

Fu solo con il vescovo Giovanni, un signorotto bellunese (che era ben poco vescovo), proclamato conte dagli altri nobili e rimasto in carica quarant’anni (959-999), che, a mezzo di conquiste armate e dei lasciti d’una nobildonna d’origine friulana, il vescovado ottenne l’estensione che poi lo caratterizzò, anche perché confermata un due secoli dopo (nel 1185, appunto) da papa Lucio III. E’ solo dopo questo vescovo che Zoldo, con Lavazzo, appare parte integrante del vescovado. Frutto di conquista?

Ma, ancora una volta, nella nuova realtà diocesana di fine primo millennio, la porzione meridionale o trevisana era più robusta di quella a settentrione, quando solo si pensi che mancava completamente il Cadore (con Ampezzo) e la Pieve di Livinallongo, ossia tutto l’alto Agordino; né vi fece mai parte la Val Belluna da sotto Sedico o la Sinistra Piave da oltre Limana.

 

2) UN SANTO NON BELLUNESE

In questo contesto generale di radicamento del piccolo vescovado bellunese nella marca trevisana, la pieve di Zoldo (con Lavazzo) appare quale suo territorio di confine con la ben più estesa realtà friulana, di cui il Cadore era parte. Un percorso geografico, dalla Civetta a Erto, lungo la valle del Maè e attraversando a Longarone il Piave, che aveva una sicura importanza strategica e militare. Eppure il santo di questa popolazione non è di quelli della tradizione devozionale bellunese, un San Lugano ad esempio, un San Martino o un San Giorgio, ma un San Floriano, martire romano e militare «in pensione», ucciso a Lorch (attuale Austria) nel 304.

Una devozione, allora, venuta da oltr’Alpe? Certamente, come di certo non passata per Belluno, ma, a mio parere, anche in questo caso in un qualche rapporto con Ceneda.

Il fatto è questo: la diocesi di Ceneda (ora Vittorio Veneto) è la continuatrice di quella di Oderzo, da prima trasferita a Eraclea e, dopo pochissimi anni, quassù, che pure era territorio di Oderzo, se ancora Plinio poneva il monte Cavallo tra i «montes opitergini». Ebbene, i primi vescovi di Oderzo sono: Marciano, presente nel 579 al sinodo di Grado, cui sarebbero successi (ci sono dei dubbi, nonostante la tradizione) San Floriano, San Tiziano e San Magno e poi gli altri. Il principale è Tiziano, protettore della diocesi (come a Belluno è San Martino), che sarebbe stato (mettiamo pure una riserva cautelare, ma la sostanza non può essere molto diversa) un diacono del vescovo Floriano e, morto quegli, sarebbe stato eletto dal popolo a suo successore. Sicché san Floriano vescovo di Oderzo-Ceneda sarebbe vissuto verso la fine del 500, circa 200 anni dopo quello di Lorch, ben più famoso.

Di quello veneto ci manca, purtroppo, ogni racconto, per leggendario che sia; viene tramandata solo la sostanza, che è quanto appena detto. E’ naturale, quindi, che un po’ alla volta la gente abbia cominciato a confondere l’un santo con l’altro, come è capitato a santi anche più famosi, come Sant’Antonio Abate, spesso confuso dalla gente (a livello pratico, di devozione) con Sant’Antonio di Padova. Pur tuttavia, se questo succede al popolo, è ben difficile affermare che una diocesi, come tale, si sia inventata un santo patrono, se mancava del tutto un fondamento storico.

In ogni caso, resta vero che a Ceneda vi era la devozione a San Floriano, di Oderzo o di Lorch e, in qualche modo, dell’uno e dell’altro, confusi tra loro; e a San Floriano di Lorch venne dedicata, come in Zoldo, una chiesa, alla periferia della città, verso il Fadalto e Lavazzo, abbastanza importante, poiché comparirebbe ancora in un diploma di Carlo Magno del 794: «ecclesiam Sancti Floriani». Nulla cambia, a mio vedere, per quel che ci interessa approfondire, se tale diploma ha avuto delle manipolazioni successive, perché la realtà della presenza della comune devozione a questo santo, tra la valle del Maè e Vittorio Veneto, resta e, anzi, viene confermata.

 

3) LA CAPPELLA DI SAN TIZIANO A GOIMA

Non può essere dimenticato, poi, che nell’alta valle del Maè, quasi alle sorgenti della Moiazza, esiste una chiesa, ora parrocchiale, dedicata al patrono di Ceneda, san Tiziano. E’ difficile pensare a una pura coincidenza, perché si tratta, un’altra volta, di un culto ben poco diffuso nel Bellunese; ed esiste, a suo riguardo, una tradizione storica orale, registrata agli inizi secolo XIX da Luigi Lazzarin, che ha del verosimile, considerando i fatti in rapporto al vescovo Giovanni.

Essa dice: «Verso la fine del secolo IX, per la pietà di due ricche donne possidenti il territorio di Goima, venne fondata ed eretta a loro spese la chiesa di San Tiziano. Vivevano esse in Goima, poco dentro della chiesa, in un decente palazzotto di quei tempi e quando morirono vennero sepolte nella chiesa stessa, sotto i balaustri, ché si vede ancora la tomba, cioè un lastrone lungo quanto un uomo, con dei ganci per poterlo levare. Di originale avvi il coro, forse esso [era] l’intera chiesa primitiva. Questa notizia mi venne data da quel parroco, il quale mi fe’ vedere pure il sito ove abitavano le dette donne, dette Dame Pezzè».

A parte data e dati storici così riferiti, è innegabile la realtà dell’esistenza in Zoldo, di cui Goima fa parte, della devozione a San Tiziano di Oderzo-Ceneda.

 

4) UNA SPIEGAZIONE

La coincidenza di ben due santi in comune, tra Zoldo e Vittorio Veneto, impone almeno il tentativo di una spiegazione. Personalmente, faccio l’ipotesi che pastori cenetensi si recassero nella buona stagione lassù, con le loro greggi e che, durante la permanenza estiva, abbiano innalzato un qualche sacello ai loro Patroni, pregando davanti ai quali, ogni tanto, si saranno sentiti più vicini alla loro terra d’origine e alle loro famiglie, vincendo per qualche attimo l’inevitabile nostalgia. Ciò, soprattutto, per San Tiziano di Goima. Perché su quest’ultima montagna pascolava sono documentati pastori e greggi trevisani, di Asolo, ancora alla fine del 1300.

Questi osservazioni mi portano a ipotizzare che, nella titolazione della chiesa matrice di Zoldo (con Lavazzo), sia stata fatta una receptio di una fuori distretto, cenetense o, comunque, previa all’inserimento giuridico formale nella diocesi di Belluno. E che il veicolo umano, se vogliamo dir così, di tale receptio e di tale devozione, non è stato un soggetto istituzionale (non è scesa dall’«alto») ma i periodici gruppetti di pastori e di boscaioli che, partendo dalla valle del Piave e del Longaronese o dal Vittoriese, nella buona stagione si recavano in Zoldo.

 

***

 

Descrizione dell’antica pieve e della sua chiesa

 

E’ impossibile sostenere una doppia dedicazione di chiese, nell’ambito dell’unica pieve di Zoldo-Lavazzo, di cui alla bolla papale del 1185, a santi della diocesi di Ceneda, senza ammettere che ciò debba essere avvenuto se non prima della conquista di Zoldo da parte del vescovo bellunese Giovanni (morto nel 999), almeno in conseguenza di rapporti di pastori e lavoratori del Cenedese diretti a questa valle e continuati, ancora per qualche generazione, dopo la conquista. Non ha senso pensare a una diocesi di Belluno che costituisce una pieve con due chiese dedicate a santi venerati in un’altra diocesi; più logico pensare che Belluno ha recepito un culto già stabilito. In altre parole. In altre parole: non è logico pensare a una prima chiesa si san Floriano (e fors’anche di san Tiziano) che, per quanto minuscola, non sia già edificata verso la metà del decimo secolo.

Non trovo ragionevole, in parallelo, affermare che la pieve del 1185 abbia avuto, tra le «cappelle» genericamente nominate, altre che quelle di San Tiziano e di San Nicolò, la «cappella» per eccellenza, tanto da dare il nome all’alta conca del Maè (Lazzarin, alle date 1185, 1408, 1578/A, 1615; inoltre l’uso ancora corrente per indicare la zona quale «sa la Capéla»). Ciò non significa che, del pari, sia ragionevole escludere un oratorio o sacello nei villaggi, o almeno a Castellavazzo, Dont e Forno, senza contare qualche capitél, soprattutto nei punti di pericolo, ma non molti altri.

Il Lazzarin ricorda (1913) che il Tabià de Tamai di Bragarezza recava un’invocazione religiosa, che gli riusciva inspiegabile: «ST IN. S. MCC / MO FACTUS E / ET DEUS HO / VENIT IN PACE / XPS REX». Romano Gamba nel 1971 la interpretò, vedendo che si leggeva dal basso verso l’alto: «Christus Rex venit in pace et Deus homo cactus est Incarnationis suae MCC» (Gamba annotò che anche la campana vecchia di Fusine, asportata dagli Austriaci, portava la stessa iscrizione; e la stessa data del 1200?).

 

1) LA CHIESA MATRICE

«In memoria di questo martire glorioso [= Floriano] furono nel Belluno [= Bellunese] molti tempij fabbricati, e specialmente nel castello e villaggio Laudano, che Zaurnia si diceva, li fu un Tempio sontuoso eretto», così il Piloni nel 1607 (Historia, p. 139), secondo il quale la chiesa era sontuosa. Non precisa la data di costruzione.

Il Lazzarin la interpreta dal contesto (leggendo sull’edizione originale, p. 79) come anno 1113 e commenta: «Questa chiesa era davvero sontuosa, non per grandezza, poiché era piccola ché bastò per soli due secoli, ma per l’architettura e le pitture ed i fregi di cui n’era ornata. Essa era situata nel posto stesso dell’anteriore, chissà come fatta […]. Della bellezza di questa ne siamo certi, poiché molti pezzi di materiale vedonsi ancora nel muro dell’attuale che, nel 1300, essendo insufficiente, cedettero bene di demolire, per fare questa. Nei muri di parete e nei tufi del soffitto molti pezzi di tufo vedesi ancora con l’intonaco e su esso delle iscrizioni, delle pitture e fregi. Così vedesi fuori della chiesa dei ossi un frammento d’iscrizione così scritto: NEMO AEAR…

«Nel soffitto del coro, poi, è stato rinvenuto un frammento d’affresco, nel levare le malte attuali per il restauro che si sta facendo della chiesa. In esso avvi una testa d’angelo di grandezza naturale, con le ali, sì ben lavorato che l’ingegnere governativo che la vide la voleva lasciare scoperta, data la sua bellezza ed i colori sì ben conservati, sebbene coperti per tanti anni dall’intonaco e data la vetustà, poiché conta ora 800 anni. Ma, essendo che restava alquanto ritirato dal resto del muro, lo ricoprirono con il nuovo intonaco, lasciandolo però intatto. Tanti altri di questi frammenti vennero alla luce in questa occasione, poiché le malte vennero tutte tolte. Anche sun cuba ne ho viste parecchie di tali reliquie di quella vecchia chiesa, che il coro dell’attuale è fatto coi materiali dell’antecedente».

Queste osservazioni sulla pievanale antecedente all’attuale (edificata tra il 1300 e il 1487) sono le uniche da me rintracciate, sicché mi sembrano meritevoli di particolare attenzione.

E cedo ancora la parola al Lazzarin: «La causa che eressero la pieve in Zoldo invece di altrove è facile a comprendere», almeno per lui; «Essendo a quel tempo le invasioni barbariche lungo il canale di Belluno, che era la via principale, non poteva regnar gente stabile, causa le depredazioni di queste orde. In Zoldo era sì scomodo e il viaggio lungo per venire ad ascoltare le sacre funzioni, come anche portare i bambini al battesimo […] ma era pure discosto da questi continui pericoli, poté popolarsi pacificamente, lavorando le miniere di ferro che, secondo il Piloni, esistevano fin dal tempo di Cristo. Questa cosa parrà strana, che da sì lontani paesi e senza strade dovessero percorrere un sì lungo viaggio per queste cose, ma purtroppo è vero e nelle note susseguenti ne sentiremo le prove. Pel territorio di Zoldo e Zoppè è naturale, poiché il luogo è il più centrale delle vallate e nel tempo stesso il più bello e delizioso, posto sul dorso di una costa lievemente inclinata, che domina tutte due le vallate, quella del Maè cioè e quella del Mareson, e le loro suddivisioni».

 

2) LA FUNZIONE SOCIALE

Continua Lazzarin: «La storia civile si confonde colla storia ecclesiastica. Un tempo religione e patria formavano un tutto, strettamente congiunto in armonia; nei nostri paesi specialmente, il povero e piccolo edifizio religioso era chiesa, palazzo comunale e cimitero, vale a dire il luogo ove del pari trattavano le cose dello spirito e gli interessi del corpo, e ove dormivano, confortati dalla visita quotidiana dei vivi, i vecchi padri della villa. La campana era la voce che chiamava gli alpigiani  così a pregare come a combattere. La chiesa era luogo di orazione e anche di parlamento. Discutevasi ivi tutto ciò che concerneva il buon andamento; ciò dopo seguite le cerimonie religiose. Definivano quistioni, come comportarsi coi stranieri, come alleviare le miserie di coloro che soffrivano, mantenere a comodo de’ viandanti le strade e le palanche, ed altre cose di utilità comune. Siffatto il regime primitivo delle pievi.

«Chi poi reggesse in quei tempi la pieve di Zoldo, niuno mi sa dire e niuna notizia ci rimane. Né si sa il numero dei sacerdoti che disimpegnassero l’ufficio della cura, sì discomodo, specie d’inverno. Più facile è che scarsi di numero, erano di quella virtù richiesta nei sacerdoti, che li mette in pregio e riverenza dei popoli. Di poco [invece] sorpassavano il volgo e a non è a stupire, poiché i giovani aspiranti, appreso un po’ di latino dal pievano reggente e poche altre nozioni, indi informatone il vescovo quando veniva a fare la visita pastorale, se niente ostasse impartiva loro i sacri ordini. Siffatta l’educazione dei preti primitivi, e per lungo tempo».

 

3) L’OSPIZIO A METÀ STRADA

Con l’inserimento operativo della pieve di Zoldo (con Lavazzo) nella organizzazione della Chiesa bellunese, venne creato, verso la metà del canal del Maè una casa di ricovero per i viandanti, al pari di altre in altre valli della diocesi.

Tra le persone di passaggio, dobbiamo annoverare i coloni dei vari masi che, documentati già dal XII secolo, i loro padroni, signori bellunesi, tenevano in Zoldo; inoltre, i fedeli che da Lavazzo salivano alle funzioni religiose alla matrice. Proprietaria dell’ospizio, dedicato a San Martino, patrono della «nuova» diocesi, era la chiesa matrice di Pieve, il consiglio di amministrazione era formato dai rappresentanti delle famiglie originarie. A fianco dell’ospizio, venne costruita pure una chiesetta.

Il Lazzarin ricorda che, fino al 1848, quando la tradizione venne fatta cadere, «il terzo giorno [su tre] delle rogazioni andavano in processione là fuori ed ivi trovavano una gran caldaia di minestra da orzo, con fava dentro e pane, e i poveri potevano mangiare a gratis in quel giorno […]. Questa fu un’opera veramente benefica poiché, non essendo strade, il Canale era disastroso e lungo, le strade salivano e scendevano e, specie d’inverno, erano impraticabili».

A proposito di percorsi difficili, ricordo che in Alpago ancora nel 1496 le strade per il Friuli erano «vie e trozi strettissimi, e nelli monti alpestri che si può difficilmente venir a cavallo, si potriano fortificare con ripari di legname e muro secco… con legni grossi, et dietro facendo un bastione di legname et di terra, che sia grosso, et per quel spacio che parerà necessario» (Piloni, pp. 450.451).

 

***

 

Lavazzo diventa pieve

 

I fedeli del Longaronese salivano alla pieve di san Floriano per tutti gli atti parrocchiali, mentre le celebrazioni liturgiche di esequie (i funerali), i matrimoni, oltreché l’insegnamento della religione, ecc., potevano essere fatti nei singoli villaggi o accanto a singole chiese.

Lo stesso per le chiese di villaggio della valle del Maè. Una disposizione testamentaria del 1405, di certo «Bartolomeus dictus Barba» da Campo di Zoldo, stabilisce che la propria sepoltura, quando sarà, sia fatta nel cimitero della chiesa pievanale; il che significa, tra le altre cose, che, volendolo, poteva disporre di essere sepolto in altro cimitero, ossia presso altra chiesa. Le ossa dei dissepolti alla pieve vennero tutte conservate, fino al 1800, in una apposita cripta! Il fatto, che ha dell’incredibile (ma si spiega con la scarsa popolazione della parrocchia), è certo.

Il Lazzarin racconta, al riguardo, che «quando demolirono la chiesa suddetta [= quella del 1113], lasciarono le ossa intatte e, eretta la nuova cripta, le depositarono ivi in un rozo steccato di legno, come tuttora [= 1913] si trovano. Lì ne sono di tutti i paesi soggetti a questa matrice […]. Da alcuni anni un uomo, di grandezza superiore ai due metri, volle misurarsi un osso di questi, l’osso cioè inferiore della gamba, e riscontrò che colui al quale quell’osso apparteneva, era di altezza maggiore a lui […]. Certuni avrebbero voluto seppellirle, per togliere – dicevano – uno spauracchio agli occhi del pubblico».

Venivano celebrate nel Longaronese le esequie di quei fedeli defunti, ma la popolazione era molto scarsa. Sappiamo che ancora nel 1518 il pievano di Lavazzo abitava a Longarone, in una casa in affitto, e aveva l’obbligo di organizzare annualmente una processione alla chiesetta di San Mamante, nel Castionese, per chiedere l’aiuto di Dio per i raccolti agricoli locali, sempre scarsi, soprattutto per l’insistenza dei venti. Nel Longaronese nel 1100-1200, accanto ai militari del castello con la torre della Gardona, poco più a nord, vi erano solo poveri affittuali dei masi dei signori bellunesi o del onastero di Follina; non vi era dunque lavoro per molta gente.

 

1) VITA LUNGO IL CANALE

Fino ai tempi recentissimi, la strada da Longarone e Lavazzo alla pieve di Zoldo era tenuta aperta e, d’inverno, sgomberata dalla neve secondo turni per villaggio (Lazzarin, alla data 1909/11).

Molte le processioni: oltre la ricordata all’ospizio nel giorno conclusivo delle rogazioni, interrotta anche perché dava luogo a disordini («I giovani facevano l’amore, gli uomini si ubriacavano e non era devozione», dice il Lazzarin alla data 1888), vi era quella tradizionale di Igne, che durò fino al 1895, di salire all’antica matrice a chiedere da Dio la grazia di un tempo favorevole (pioggia o sole).

Luigi Lazzarin ha documentato anche una bella tradizione orale, che, non fosse stato lui, sarebbe stata dimenticata: «Vuolsi  che un’immagine di marmo rappresentante la deposizione dalla croce, che si trovava a Soffranco [quindi, per allora, pieve comune], sempre era portata vicino a un frassino nel luogo ove ora sorge [in Zoldo] la chiesa [della Madonna Addolorata, del 1200 circa]. Ciò venne verificato varie volte poiché quei da Soffranco, mancandogli la Madonna, la ricercarono e la rinvennero appunto sotto il frassino e la riportarono fuori, ma di nuovo mancò e poi la trovarono nel medesimo posto, perciò ivi eressero la chiesa». Lo scrittore continua commentando assai coscienziosamente: «Ciò la tradizione popolare afferma, ma non altre prove. Conservasi però nella chiesa stessa una vecchia statua dell’Addolorata, con in braccio il morto Signore; ma non certo è quella che viaggiava di nascosto da Soffranco a Zoldo e viceversa!».

Dopo il rinvenimento del ferro e lo scavo delle miniere a Colle Santa Lucia, nel 1177, la strada del canal si era fatta importante anche per il trasporto al Piave dei carichi di ferro fuso nei locali forni, tutti di proprietà vescovile, sorti allora accanto e nell’ambito dei precedenti masi. I coloni, che dovevano corrispondere gli affitti ai proprietari del fondo, videro giungere nuovi operai e sorgere nuovi edifici; vi era anche, cosa fino allora impensata, una classe dirigenziale formata dai tecnici degli altiforni e dai nuovi investiti, da parte del vescovo, di diritti sui boschi e sulle acque. Fra i due gruppi sociali era naturale scoppiasse, prima o poi, qualche contesa.

 

2) LA SEPARAZIONE

Per il momento la valle del Maè si vide trasformare, quasi controvoglia e nel volgere di pochi anni, da agricola a proto-industriale. I villaggi del Longaronese, invece, continuarono, come prima, ad essere formati esclusivamente da contadini dipendenti e da militari, entrambi alle strette dipendenze dei nobili di Belluno. Quando, costretto da motivi politici e di crisi finanziaria, nel 1221 il vescovo di Belluno alienò alcuni beni del vescovado (tra cui il castello di Oderzo), si accese un vasto malcontento, che coinvolse le pievi di Zoldo (con Lavazzo) e Agordo. I loro membri si rifiutavano di venir tormentati da continue tasse e desideravano una rappresentanza, come liberi, nel Consiglio cittadino. Ebbero per tutta risposta dal vescovo-conte la scomunica, l’interdetto (ossia la proibizione d’uso) delle chiese e la messa al bando dei portavoce.

Il gravissimo dissidio, che avrebbe lasciato conseguenze incancellabili, si risolse a vantaggio degli abitanti delle pievi, o meglio degli Agordini e degli Zoldani, con una sentenza di Gabriele da Camino del 22 agosto 1224. E’, questa, una data di capitale importanza nella storia sia civile che ecclesiale di Zoldo e di Lavazzo.

Gli abitanti di Zoldo, infatti, come gli Agordini, ricevettero il riconoscimento d’essere persone libere e venne loro concesso il diritto alla nomina di un console nel Consiglio maggiore di Belluno, accanto ai nobili cittadini; un riconoscimento d’importanza basilare, per quanto circa un secolo dopo i nobili cittadini l’avrebbero rinnegato, arrogandosi il potere di togliere il diritto al console, per sostituirvi un capitano di loro esclusiva nomina. Gli abitanti del Longaronese, invece, non vennero compresi nel diritto di nomina del console.

Dal punto di vista giuridico, considerato lo stretto legame tra aspetto civile ed ecclesiale di quegli anni, mi sembra di vedere qui il formalizzarsi del disciogliersi dell’unica pieve di San Floriano, che non veniva più a coincidere su entrambi i lati (civico ed ecclesiale), e l’affermarsi (o il sorgere formale) di quella di Lavazzo. La documentazione della sua esistenza nel 1240, come già ricordato, si inserisce bene in questo contesto storico generale. Anche se poi, di fatto, il sacerdote incaricato dell’una e dell’altra può essere stato ancora il medesimo, in qualche periodo, come è documentato nel 1300.

 

3) QUALCHE APPUNTO SUL «DOPO»

I rapporti amicali tra gli abitanti delle valli del Maè e del Piave continuarono, sicché ad esempio nel 1281 troviamo un testimone di Forno in un atto a Longarone o, più tardi, nel 1369, è nella chiesetta di Longarone che i rappresentanti di Belluno e del Cadore definiscono una questione di confini dell’alta valle di Zoldo. Zoldo e Lavazzo continuarono ad essere uniti nell’interesse per la strada, per lo sfruttamento dei boschi e, non meno, da una certa povertà generale del suolo, come appare dalla relazione del podestà Soranzo del 1529, che dice essere le due pievi tra le più povere del Bellunese.

Nel 1799 la pieve di gavazzo venne divisa ulteriormente in due parrocchie: Castello Lavazzo e Longarone e il villaggio di Soverzene venne elevato a curazia a sé stante. In Zoldo, nel 1578 San Nicolò (Fusine) divenne curazia e nel 1615 parrocchia, poi pieve a sua volta nel 1748; nel 1708 Goima divenne curazia, nel 1726-1923 parrocchia; nel 1727 Zoppè divenne mansioneria, nel 1777-1923 parrocchia; nel 1804 venne costituita la mansioneria di Dont, che diventò parrocchia nel 1898; nel 1944 la mansioneria di mareson divenne parrocchia. Infine, nella pieve di Lavazzo, nel 1864 si staccò la curazia di casso, nel 1936 divenne parrocchia Igne, nel 1951 Fortogna, nel 1956 Podenzoi, nel 1961 Codissago, nel 1975 Soverzene e dal 1986 la curazia di Casso è stata soppressa come tale e unita a Longarone.